lunedì 30 ottobre 2017

Quale stato di natura?



Il quesito sul senso della vita forse non è mai stato posto tanto nettamente come ai nostri giorni, in cui il mondo ha squadernato tutto il male e l’insensatezza di cui è capace.

Un documentario riprende scene sulla vita del gambero predone di mare, si succedono le sequenze di tutte le possibili tattiche di sopravvivenza a cui spontaneamente si formano gli esseri allo stato di vita elementare, divorandosi a vicenda come chiare illustrazioni di quella spietata lotta generale per l’esistenza di cui è piena la natura vivente a differenti livelli di manifestazione.

Vincitore nella lotta con pesci, molluschi, salamandre, in questo filmato, risultava invariabilmente il gambero di mare, grazie alla perfezione tecnica dei suoi strumenti di distruzione: la poderosa mandibola con cui fa a pezzi l’avversario e le sostanze tossiche con le quali l’avvelena.

Questa è stata nei secoli la vita della natura, lo è tuttora e lo sarà nel futuro.

Se ponderare sui significati profondi di un siffatto spettacolo dovesse turbarci, se alla vista delle scene nell’acquario sorge in noi un senso di nausea morale, ciò dimostrerebbe che nell’uomo (in alcuni uomini) agiscono i “germi” di un altro, diverso mondo – intendendo con ciò – di un altro piano dell’esistenza; altrimenti intesa come dimensione solo brutale.

Si, perché lo stesso nostro turbamento di uomini non sarebbe concepibile se questo tipo di vita animale ci si presentasse come l’unico possibile nel mondo – come l’unico possibile nella totalità della vita del cosmo – e se non sentissimo in noi stessi la vocazione, la predestinazione, a realizzarne un altro diverso.

A questa istintiva, cieca e caotica vita della natura che ci circonda si contrappone nell’uomo una diversa, superiore legge, che fa appello alla Coscienza e alla Libertà (Libertà Ontologica).

Ma nonostante ciò, la vocazione fino ad ora è rimasta solo come tale; anzi, la coscienza e la libertà dell’uomo si abbassano dinanzi ai nostri occhi al grado di strumenti di quelle oscure, basse, animalesche inclinazioni, contro le quali esse in realtà sarebbero chiamate a lottare. Di qui deriva l’orrendo spettacolo offerto dal mondo contemporaneo con la sua ossessiva rincorsa al cosiddetto  “progresso”.

Il senso di nausea e di ripugnanza morale raggiunge in noi il limite massimo quando vediamo che, nonostante tale potenziale vocazione elettiva, la vita dell’umanità nel suo insieme ricorda in modo stupefacente ciò che si può osservare nel fondo di un acquario.

Tale fatale somiglianza viene dissimulata, nascosta, mascherata da quella patina di convenzionalità ordinariamente definita come “cultura”, oggi completamente assoggettata alla fredda logica della ragione e della tecnica, le quali, in definitiva, legittimano il diritto sovrano di chi possiede la mascella più forte e il veleno maggiormente tossico.

Tutto l’insieme del nostro avanzamento tecnico costituisce una sovrana contraffazione delle leggi biologiche elevate a principio ultimo dell’esistenza. Ciò che ci differenzia dal gambero predone di mare sarebbe unicamente la raffinatezza, un certo gusto dell’effimero, una predisposizione all’assemblaggio complesso di più elementi motivato da una presa di coscienza maggiormente ampia rispetto all’essenza puramente bestiale. Quanto basta per accorgersi di un’effimera vanità, compiaciuta nel riflesso di uno specchio (o di un selfie) attraverso il quale poter identificarsi e dire “io sono”; dissimulando nella perversione dell’intelligenza un vuoto, una vacuità altrimenti solo disperante.

La realtà tecnologica di stampo esclusivamente utilitarista, costituisce la conversione delle leggi di natura in forme di principii assoluti e proprio da ciò scaturisce l’aberrazione della nostra identità, poiché da tale innaturale elevazione della necessità biologica erroneamente decifrata a canone etico, trabocca la dismisura contaminante del nostro agire al di fuori di ogni principio autenticamente etico.

Nel mondo animale, (basti considerare l’organizzazione gerarchica dei grandi agglomerati insettoidi) la tecnica dei mezzi di sterminio e la perfetta organizzazione istintuale, costituiscono quasi un dono della natura ad esseri privi di barlume cosciente e conseguentemente di libertà, rivelando in ciò una congenita assenza di vita spirituale cosciente.

Nell’uomo, invece, rimanere aggiogato a tale distinzione non torna affatto a suo favore, concentrandosi come fa di crearsi unicamente una mascella più forte ed elaborare veleni sempre più efficaci per distruggere e divorare i propri simili, testimonia in questo il fondo asservimento ad un principio oscuro del mistero splendente di cui è custode da tempo immemore.

L’abbassamento dello spirito, esclusivamente concentrato per esaudire basse inclinazioni materiali, conferendo a tale supremazia solo biologica un assoluto carattere coercitivo, ha attirato a sé ogni altro valore riferibile alla realtà di carattere superiore puramente trascendente e che, in definitiva, costituisce l’unica possibilità per l’uomo di svincolarsi dalla cieca immedesimazione in motivi essenzialmente insensibili e crudeli.

Almeno di una cosa occorre essere consapevoli: quest’attuazione dell’idea di progresso significa la più letale delle deformazioni delle “sembianze” umane; la progressiva assuefazione dell’uomo persuaso a realizzare la sua completa disumanizzazione.

L’attuazione e la pianificazione forzata del progresso, per le violente modalità con cui è perseguito, (sovranita' industriale) sembra pienamente rivelarsi per essere l’estensione estrema di una forza di scardinamento identitario che opera in questo piano dimensionale da antichissimo tempo.

Il “progresso”, in un certo senso, assolverebbe anche al medesimo compito che un tempo, durante gli assedi, avevano i cosiddetti “arieti” con cui si abbattevano le mura e le porte delle città da conquistare; in questo caso le porte e le mura sono allegoriche e riferibili alla nostra “cittadella interiore”.

Di questa elaborata forza predatoria convenzionalmente definita come “innovazione”, la quale in ultima istanza dimostra di mirare alla conquista definitiva della nostra identità profonda, per noi è più che legittimo diffidare e chiedersi, anche avvalendosi di mezzi indagativi apparentemente inconsueti, chi sia ad agire all’ombra dei suoi irrefrenabili impulsi.     


(Riflessione in massima parte desunta dal trattato “contemplazione nel colore - tre studi sull’Icona russa - ” di Evgenij Trubeckoj)

giovedì 19 ottobre 2017

senso della modernità e indizi minimi di alchimia operativa



“…Egli (l’uomo) è piuttosto simile a un animale per gli dèi. Invero, come molti animali rendono servizio all’uomo, così ciascun uomo rende servizio agli dèi. Se la perdita di un solo animale ingenera una sofferenza, quanta se ne proverà per quella di molti? Per questo non è gradito che gli uomini sappiano ciò ovvero, della possibilità di divenire liberi ".
(Brhadaranyaka Upanisad I,IV,10)
Assolutizzare le progressioni della persona nelle facoltà solo razionali dimostra null’altro se non la completa incapacità dell’uomo contemporaneo di poter esprimere pienamente se stesso, anzi, l’esaltazione della ragione coinvolta nell’odierna corsa sempre più scomposta e pacchiana del progresso, in realtà, prova con ogni evidenza della definitiva messa in consegna dell’individuo proprio a quelle pulsioni oscure che crede d'ignorare e delle quali, appunto, diviene l’inconsapevole e triste ostaggio.
Di tutte le Età umane il segmento appartenente alla nostra, indubbiamente, costituisce il tratto maggiormente critico.
L’azione essenzialmente disordinata della cosiddetta innovazione, la sua frenesia “emancipante”, moltiplica sconsideratamente nell’uomo i suoi impulsi cosiddetti irrazionali, perché, è bene rammentare, che la falsificazione e l’iper-contaminazione sono gli effetti inscindibili e maggiormente veritieri provenienti dall’autorità costituita, sia essa politica che religiosa.
Attraverso una plurimillenaria sistematica contraffazione dei valori, il cosiddetto “potere” ha rivestito di molteplici inganni il nucleo maggiormente puro dell’ispirazione, soffocandolo con finzioni deleterie che realizzano impalcature teologali o ideologiche di apparati dogmatici mostruosi, completamente contrari alla facoltà umana di poter esistere in piena coscienza di se’.
Sostanzialmente "progresso" è quanto viene preordinato per adattare l'uomo ad una irrimediabile condizione disumana.
L'idea stessa di “innovazione” consisterebbe nella corrosione continua di quanto serve a centrarci nel Cosmo come coscienze autenticamente consapevoli.
Progresso e innovazione, per l'evidente frenesia di mercificare la totalità della vita e per la stessa urgenza incontrollata con cui sono perseguite, si collocano agli antipodi della compassione, a costituirne la più evidente delle negazioni.
L’idea stessa di Civiltà, almeno fino all’acme di ogni sua avvenuta fioritura, scaturì unicamente dal principio spirituale cui ogni altra cognizione materiale organizzata rimase sottoposta, almeno fino a quando la superiore essenza ispiratrice, per gli stessi motivi inesplicabili della sua manifestazione, giunse al massimo degrado abbassando il senso dello scibile in volgare pragmatismo. 
L’esperienza propriamente detta spirituale è consacrata dalla stessa tensione poetica, scaturita dal primo attributo della coscienza e costituita dalla sua qualità puramente chiaroveggente; attualmente confusa se non del tutto ottenebrata da una progressiva sclerotizzazione intellettualistica della nostra originaria aspirazione di libertà spirituale.
La progressiva riduzione delle nostre facoltà superiori, lo stesso ottenebramento di senso della luce poetica, che nella realta' presente, è bene sempre rammentare, rappresenta l’unico varco per accedere ad una superiore dimensione della Conoscenza, fino a un dato momento storico, tale barlume intuitivo, costituì i motivi maggiormente autentici di accrescimento dell’esperienza umana. 

Adesso, l’esperienza è completamente soggetta ad un ordine involuto di meccanizzazione planetaria forzata e tale sopraggiunto impoverimento della sensibilità, sancisce appunto l’approssimarsi della rovina del Ciclo attuale.
La fine, a ogni modo, non può essere prevista come alcuni vorrebbero far credere con la stessa esattezza che si riscontra nelle ricorrenze da calendario.
E’ comunque indiscutibile la persuasione percepita da molti che proprio ora ci troviamo nella fase terminale dell’Era e che tale fase conclusiva non è iniziata oggi, ma la sua emergenza è introdotta al senso maggiormente profondo dei tempi nell’avvento allegorico del Cristo, la cui Ri-velazione accadde in concomitanza alla medesima nascita del fastoso e pericolante impero romano; la cui affermazione, in un certo senso, si pone in completa antitesi ai motivi originari (propriamente veggenti) connessi alla primitiva fondazione dell’Urbe.
La cosiddetta Tradizione, il suo nucleo esperienziale di esemplare veridicità, è fondato all’interno di una verità-visione di carattere essenzialmente estatico - operativo, (basti a questo voler considerare la valenza primaria costituita nel mondo arcaico e antico dei Misteri del Mestiere e della loro prerogativa d’infondere nei manufatti, dai suppellettili ordinari ai capolavori dell’arte, un calore spirituale completamente sconosciuto all’oggettistica moderna) dunque, della possibilità di realizzare un particolare entusiasmo, propriamente elettivo, che determinò l’elevazione dell’essere in piani non comunemente dati della realtà.
L’entusiasmo elettivo, in ogni caso, non può essere equivocato con il facile deliquio dei sensi modernamente inteso, (il volgare offuscamento cognitivo ordinariamente procurato dall’uso nevrotizzato, dunque inconsapevole, delle più disparate “sostanze” legali e non) ma, cosa questa fondamentale, riguarda una “segreta passione” della coscienza, scaturita come reazione ad una profonda condizione di crisi esistenziale, il cui evento travolge la vita interiore di chi ne partecipa.
Tale intimo rivolgimento, fino a un dato momento fu guidato e disciplinato da iniziazioni autentiche e, affinché potesse essere di effettiva utilità, stabilito solo e sempre all’interno di un percorso di disciplina rafforzativa del carattere; dunque, di una rigorosa metodica operativa dell’essere.
Per l’uomo moderno è estremamente difficoltosa la possibilità d’intraprendere un simile percorso, il quale, peraltro, rimane sempre e comunque l’unico valido a restituire la persona alla sua reale identità.
L’interiorità di ognuno in massima parte oggi e' lasciata in balia di continui depistaggi, in prevalenza somministrati con l’ideologia stessa del “progresso” e dalla fede laica nella cosiddetta evoluzione, ma anche le diverse religioni istituzionalizzate hanno fatto e tutt’ora fanno la loro ottima parte per tenere sottomessa l’umanità a sovrastanti quanto rarefatti potentati obliqui.
La sostanziale incapacità che in quanto moderni abbiamo d'infondere un rinnovato calore applicativo alla materia, sembra averci esiliato dentro la finissima quanto soffocante patina estremamente tenace di ciò che si definisce come realtà preconfezionata, di cui tutti, volenti o no, siamo fruitori e in massima parte prigionieri.
Ogni avanzamento della consapevolezza profonda, potrebbe figurarsi come l’intaglio di un ulteriore tassello del complesso mosaico cognitivo dell’essere, per realizzare attraverso la sua possibile ultimazione, il significato ultimo di “visione superiore” (propriamente iniziatica) congiunta al senso stesso di una preponderante limpidezza dell’animo.
E’ la percezione accresciuta di ciò che per definizione, appunto, esula da ogni possibile spiegazione razionale, costituendo in ciò la sostanza immateriale di quel basamento estatico - il cui fine principale coincide con l’estinzione definitiva dell’ego storico occasionale; (estinzione della coscienza ordinaria) – che, disattendendo completamente il controllo imposto dalla mente come strumento materiale cognitivo, trae il senso maggiormente profondo del proprio innalzamento da quanto si qualifica come ineffabile, inesprimibile (tale è il nucleo misterico a qualsiasi Tradizione possa essere riferito e non muta mai di significato, casomai, da malevoli gerarchie, è volutamente equivocato) poiché, da sempre (con “sempre” intendendo dire dalla “caduta” in poi) tale aspirazione di Salvezza appartiene agli imperscrutabili motivi del disvelamento ultimo riferiti alla realtà dello Spirito.
Una Disciplina Integrale dell’essere, si dimostra come l’unica circostanza idonea a svincolare l’uomo dai molteplici legami (prevalentemente meschini) che lo costringono al dominio della necessità solo materiale.
Sostanzialmente, il nostro nuovo, quanto "privato" rinascimento (e scrivo volutamente rinascimento con l'iniziale minuscola) avendo smarrito l’intenzionalità corale, consisterebbe nella capacità di riscattare mediante azioni efficaci apparentemente minime quell’inedia che spesso, all’interno dei nostri abitacoli domestici, ci attanaglia come intorpidente morsa eterica.
Per le basse frequenze condensate nei grigi e compattati moduli abitativi, (la pessima architettura detta "razionale") nonché, per la continua tirannia esercitata dall'uso di molteplici complessi congegni elettromagnetici, la domesticita' più che un luogo di elettiva formazione quotidiana, è divenuta altresi' la prova evidente di un condizionamento avvilente. 
In sostanza, per noi si tratterebbe innanzitutto di riuscire a “bonificare” le rispettive “paludi domestiche".
La "nuova" alchimia consisterebbe nel riuscire a capovolgere quell'infido spettro elettromagnetico artificiale che avvolge a gabbia eterica le nostre intime tensioni; tale ritrovata alchimia consisterebbe nel poter ricavare oro potabile da questo ininterrotto flusso malsano.
In un certo senso, compresi come siamo nella nostra fonda insignificanza saremmo ugualmente chiamati per tentare in ogni caso la prova maggiormente ardua che nemmeno nei peggiori incubi visionari di un Zosimo o di un Paracelso poteva essere presagita.
L’identità profonda e dissimulata del progresso è l'orrido.
Sicuramente è anche sciocco pensare d'invertire il flusso dei tempi sospirando età auree perdute. Oltre a tutto ciò, come fu esemplarmente riportato da un grande poeta dei nostri tempi, dovremmo poter trovare - una volta superata la marea delle nostre aspirazioni e recuperato un provato metodo per operare in esse - la purezza inesprimibile di un nuovo prima del prima. L'ego non arriverà mai in simili lontananze.

mercoledì 27 settembre 2017

A tutela del proprio destino


“Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità. E se scoprirai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso”.

(Agostino: De vera rel. 39, 72)


Nella Tragedia greca era regola il canto, quale ultima propagazione dell’intonazione archetipica rivelata sulla scena del dramma. Dall’ideazione tragica muoveva la catarsi, così come nelle iniziazioni ai Misteri e nel racconto rituale dei miti, la verità fu intesa come "verità del cuore".

Il cuore è la camera labirintica in cui risuona, lievita, lo stupore ideativo. Esso è la principale circostanza d’elezione da cui far scaturire la propria riflessione, altrimenti condannata ad essere arida catalogazione di dati inerti.

Il linguaggio poetico è l’unico che può parlare dell’ineffabile, prefigurarlo, ma anche distorcerlo, per questo la poesia è un mezzo e non un fine.

La poesia è la felice disciplina necessaria a garantire nella realtà fisica il nostro rilegamento alla dimensione trascendente.

La visione è Rivelazione, (profezia) pertanto, si qualifica come apocalisse e, dunque, poesia del Cosmo, a costituirne l'intima unità e occasione stessa del suo fondamento.
In tale eminente ispirazione si addensa il nucleo insolvibile, (adesso occasionalmente eclissato) dello spirito tradizionale, in cui converge ogni cammino di Conoscenza interiore (stupefatta, estatico-visionaria).

Non coltivando in noi il senso del prodigio, non matureremo mai l’idea sana di presagio, (Aristotele – metafisica) presagio elettivo, per il quale possiamo adottare un certo modo di re-agire, o sano agire, che è contrario ad ogni morbosità ed istigazione suscitata dal basso ego, il quale, in definitiva, costituisce solo un aspetto parodistico dell’autentica azione interiore.

Potremmo considerare la mente stessa dell’uomo storico come l’impianto esogeno atto a depistare la verità dell’io, amplificato falsamente dalle molteplici e perennemente mutevoli deformità dell’ego.

Il nostro stesso DNA potrebbe essere il primo impianto innestato da una inconcepibile manomissione originaria, atta catturare e disorientare una profonda intuizione dello spirito.

La catena ribonucleica nella sua significativa funzione di codifica, in un certo senso, sarebbe l’antenna catalizzatrice delle frequenze che formano la nostra attuale prigione di densità.
Proprio su tale equivoco creazionistico, all’interno dei rapporti sottili instaurati dalla coscienza umana con la dimensione infinita, la cui intuizione determina l’enigma più profondo concernente la natura dell’essere, che hanno trovato innesto le molteplici ingerenze metadimensionali di carattere preterumano.

Perciò, dovremmo senz’altro diffidare quando una qualsiasi istituzione religiosa suggerisce di sottometterci agli insondabili voleri di Dio, poiché è proprio la richiesta della sottomissione incondizionata a rivelare la sostanziale inimicizia dell’entità che la esige mediante un qualsiasi rito codificato, e non importa quanto esso sia antico.

L’uomo è il dio “disattivato”, sinistramente spento. Nell’uomo solo risiede il “dio morituro” e nell’estremo acuirsi della crisi, in preda al delirio, arriviamo ad invocare ombre falsate di un demiurgo impostore (parassita cosmico) credendo di riconoscervi il nostro salvatore.

In un certo senso, quanti si trovano sull’orlo della disperazione e invocano una volontà che reputano altra da sé, in quel momento stabiliscono un patto segreto ed è come si dannassero non solo due ma infinite volte.

La Grazia non è concessa, si coglie o si manca di cogliere, non arriva alla persona che si prostra realizzando una forma di puro accattonaggio spirituale che mette in sintonia con entità ambigue. 

Sicuramente l’uomo non si esaurisce in se stesso, ben altra è la dimensione spirituale, ma non è peregrino chiedersi quali attenzioni eteriche possano connettersi alla nostra interiorità nel momento in cui, attraverso le leve del dolore e della disperazione, la fragilità emotiva apre lo scrigno della coscienza a forze ignote.
Il timoratissimo aspetto devozionale per entità celesti o infere è da rigettare completamente, senza per questo scadere nel disincanto del più bieco materialismo.
Ora sarebbe davvero un dovere per noi tentare di estrarre dal senso della Tradizione la sostanza maggiormente pura, ciò che dovrebbe interessare è quanto può ancora nutrire l’intima gemmazione aurea.
In sostanza, i controllori occulti un tempo chiamati Deva dagli indù, in definitiva, tutti gli antichi Dèi appartenenti ai più disparati sistemi religiosi, il dio del Corano, lo Jehovah veterotestamentario, il Cristo cattolico martirizzato e immolato per il Padre a Redenzione dell’umanità intera, (questa poi, un’assoluta perversità teologica – è sempre bene rammentare che tale dottrina fu divulgata e infine imposta ai popoli essenzialmente manu militari – dal cui ufficio era inevitabile scaturissero rarissimi esempi di autentica chiarità umana assorbiti, dispersi, dentro la marea di un oscuro operare, abilmente orchestrato da una foltissima pletora di ministri pervertiti, i quali, a vicende alterne nei secoli, hanno non solo rinnegato con le loro azioni turpi la purezza di cui si dichiaravano custodi e garanti, ma, soprattutto, i più scaltri e "talentuosi" tra questi, consolidato la Grande Chiesa come una fra le maggiori potenze economiche del pianeta) insomma, dalle frequenze di tutti costoro, dalle loro apparenti lusinghe di salvezza, è bene rimanere distanti.

mercoledì 20 settembre 2017

le tensioni dell'anima



“La disciplina dell’anima è la fatica del cuore…è un’attenzione sul dominio delle passioni dell’anima per impedir loro di introdursi nel luogo segreto e spirituale (inviolabilità dell’integrità)
(Isacco di Ninive)
Il tempo è la dimensione che in sé contiene infinite estensioni possibili, che sono passaggi stessi ad altri ulteriori e avverabili aumentati stati di coscienza.
Adesso la tessitura degli eventi trascolora sempre più velocemente su questo supporto labile, costituito dallo scenario già logoro dei cosiddetti “tempi nuovi”, la cui precoce consunzione è propria all’estremo deterioramento dei significati spirituali di cui il presente Ciclo è affetto.
L’impoverimento spirituale di un’Età prefigura il deterioramento estremo dell’intero periodo o Ciclo cui essa appartiene e dov’è rivelata come imminente la fine (rinnovamento) dell’umanità che lo attraversa.
La durata dello stato di crisi, benché sia intimamente congiunto al sentimento profetico, non è esattamente prevedibile e nel culmine degli eventi epocali dove, peraltro, trova coincidenza l’idea stessa del grande sacrificio cosmogonico da cui prese avvio la nostra Era. 
L’inizio e la fine trovano coincidenza al termine del giro delle diverse Età appartenenti alla manifestazione attuale, dove s’individua la medesima impronta tragica congiunta ai significati maggiormente profondi della vita scaturita dalla dimensione presente.
Svuotata di tensioni spirituali la realtà, prima di consumarsi definitivamente, diviene il supporto di una mutazione involuta, propriamente fantasmica, una funzione questa che riconosciamo essere egregiamente assolta dalla dimensione industriale e hi-tech, nonché dal vitreo ottimismo assimilante la massa inebetita di tutte quelle “anime morte” che assai stolidamente, irretite a differenti livelli esecutivi, freneticamente partecipano per attuarne l’inquinante dominio.  
La rivelazione del Vero non potrà mai essere scientifica, e, benché nell’attuale dimensione nessuno la possa ottenere, ugualmente ciascuno opportunamente preparato può arrivare ad intuirne l’essenza, che non risiede in aride equazioni algebriche.
Il fondamento del vero risiede nel dominio surreale di ciò che si qualifica come trascendente, ed è veicolato alla coscienza da puri simboli “onirici”.
L’intero universo fisico è una transitoria emanazione ardente, ininterrottamente rinnovata sull’istante (illusoriamente infinito).
La coltre iridescente del Cosmo è finemente intessuta di una mutevole visione d’incanto, su cui continuamente sono attirate le nostre incarnazioni.
La vita in questo Ciclo è incardinata sul perno della necessità, che oscilla tra i due estremi costituiti dall’atrocità e levità.
Nell’attuale “prigionia” di anime, personificate dentro l’involucro fragile ma ancora tenace del corpo fisico, la rivelazione stessa dell’animo disimpegnato dall’ottenebramento materiale e ancora vincolato alla densità fisica che lo contiene, sembra rivelarsi come un lampo che si staglia sullo sfondo di una tenebra eterna.
La mirabile costruzione allegorica dell’esistenza diviene estremamente reale quando la consapevolezza umana dimostra la sua maggiore profondità d’indagine al momento di svincolarsi dal supporto fornito dalla sola intelligenza materiale.
Il tronco simbolico della manifestazione visibile riguarda la pertinenza di una selva enigmatica invisibile, per massima parte inesprimibile, oltre alla quale vive la prima e chiarissima essenza geniale preesistente l’universo fisico, che permea attraverso molteplici percorsi carsici le differenti emanazioni universali atte a canalizzarne la radianza.
Il riflesso occasionale dell’uomo fisico cosciente trasparisce a questa luce sovrasensibile come un prisma vivente. La coscienza è una sensibile lente riflessiva, radiosa e addolorata, questo perché nell’uomo della presente Età dimostrano di convergere i raggi di tutte le possibili contraddizioni esistenziali e, insieme a queste, tutti i segni enigmatici scaturiti dal cielo e della terra.
Per tale motivo, presso ogni tradizione, la determinazione maggiormente salda della persona e la sua identità sovrana si rivelano appieno unicamente per mezzo di una visione, che realizza l’effettiva presa di coscienza dell’avvenuto sacrificio cosmogonico e che determinò l’originaria caduta ontologica.
Apprendere dell’ineluttabilità del sacrificio, non significa non poter anche riconoscere in questo l’indizio stesso di un probabilissimo inganno atavico, (la profonda intuizione gnostica) ma, in ogni caso, qualsiasi possa essere la natura e la causa del nostro attuale addensamento, l’insegnamento misterico di tutte le tradizioni sacre arriva comunque a convergere sulla dovuta attenzione costante dell’animo, all’esercizio della continua vigilanza interiore sull’istante; questo perché nel cuore dell’istante, dunque in noi, insospettabilmente, convergono di continuo una pluralità di mondi e di possibili interferenze.


mercoledì 23 agosto 2017

Aletheia o del vincolo poetico



“più si compie la propria parte mortale fino in fondo più si partecipa a un grande destino”
(Eraclito, fr. 25)

“Istante” è ciò che sovrasta imminente.
Il momento presente, per definizione, incalza l’esistenza gravandola della necessità.
Convenzionalmente l’ora, invece, è l’insieme pre-ordinato degli istanti, il cui valore temporale è l’adesso, significando “in questo momento”. 
La sua relazione con l'attimo presente può essere stretta (ora sto scrivendo) o approssimata (ora siamo intimamente sfibrati, ma una volta non era così) oppure, implicare un indefinito arretramento verso il passato (mesi or sono) oppure, una proiezione verso il futuro, col dire, per esempio, ora succederà il finimondo, cioè d'ora in poi.
La radice della parola “ora” è comune a quella di “orizzonte”, che vale delimitazione, così come alla parola “orlo”, esprimente l’idea della delimitazione, prefigurando un margine tanto fisico quanto ideale, oltre il quale può spalancarsi il baratro.
Orlo è la zona marginale di una superficie, designandone il contorno, di una riva così come del deserto o di un bicchiere, appunto, riempito fino all’orlo e tale termine può precisarsi come il vincolo ideale di un moto interiore destinato a sopravanzarlo infinitamente; così in Dante: “quello spirto ch'attende, Pria che si penta, l'orlo della vita”.
L’orlo, pertanto, prefigura anche una situazione estrema, la premessa immediata di un radicale, catastrofico cambiamento, spesso difatti si dice: sull'orlo dell’abisso - sull'orlo del fallimento, della disperazione, della pazzia. Eventualità queste peraltro  estremamente attinenti a chi intraprende la ricerca della verità.
La verità è il nucleo stesso e indivisibile dell’istante.
Assonante all’ora è la parola “oro”, (orum-aurum) la cui radice indoeuropea “aus” vale “ardere”, “rilucere”, “splendere” e, appunto, da tali qualità scaturisce il termine aurora, sottendendo presumibilmente esservi e persistere nel cuore dell’istante, seppur ora intriso di oscurità, un infinitesimale principio aureo (oro potabile).
La parola “ora” avrebbe parentela con la sanscrita “ya” da cui la yare = andare (la “ire” latina) e yaman = veicolo, dunque, dell’idea di muovere (verso cosa?). L’ora è curiosamente assonante all’Orare = pregare, (adorare, chi?)
L’esistenza attuale testimonia una “discesa” da cui ora – istante dopo istante – per noi è necessario risalire.
La poesia è l’irruzione dell’attimo intuitivo nella periodicità dell’ istante, fervore ispirativo, che scuote dal profondo i ritmi del divenire riversandoli nel più vasto mistero universale; quello instaurato dall'essere con il motivo maggiormente segreto del suo palesamento. 
Come parlano gli dei? Attraverso segni ed enigmi (Parmenide).
Poetare significa dar nome originario agli dèi, alle ragioni occulte che reggono la vita determinandone l’incessante rinnovamento, dunque, poesia è dar motivazione dell’inesprimibile.
L’ispirazione è l’estensione a dimensione infinita del patimento e della soavità, cui è unito lo stesso rebus del loro scioglimento da ingannevoli vincoli segreti; poiché i segni sono, sin dai tempi remoti, il linguaggio degli dei (Parmenide IV, 135)
La poesia (annota Heidegger) è l'instaurazione dell'essere con la parola.
Nella parola-suono risiedono i principi di un’armonia che è anche e soprattutto motivo della prima fascinazione o primordiale inganno. Per questo nella poesia risiede tanto il veleno che la cura dell’uomo. 
Individui e società svuotati di attenzione poetica, si precludono inesorabilmente la loro possibilità di determinarsi e qualificarsi come persone autenticamente coscienti; dunque, di anime sottratte all’oblio (l'oblio e' una pura dimensione infera).
Facendo leva sull’etimologia della parola greca a-letheia , (Verità, il cui significato arcaico letterale significa non-oblio) formata con alpha privativo e la radice let* (nascondere), Heidegger sottolinea il fatto singolare che la filosofia greca delle origini, esprima la “verità” con un termine negativo, pensandola, alla lettera, come “dis-velamento” e “dis-velatezza”, (dis-velamento  è il cadere dei veli, di credenze, una circostanza preminente della consapevolezza e sperimentabile unicamente attraverso l’ardua applicazione della disciplina interiore) quindi, la Verità dell’essere non è qualcosa elargita indistintamente ad ognuno, ma una peculiarità che ogni animo deve conquistare in sé strappandola dall’occultamento.
Non estraneo all’accrescimento di tale determinazione intima è il significato stesso della Grazia, la quale non è stabilita all’uomo per bizza divina.
La condizione di Grazia (azione propriamente “cardiaca” e “viscerale”, contraddistinta da una forma elettiva di compassionevole quanto saggio stupore, attraverso il quale la persona trasforma e, in un certo senso, deifica la propria esistenza) è una qualità, che pur provenendo da un principio di ordine superiore, sebbene questo sia ugualmente a noi intimo, remotamente sepolto dai labirintici meandri della psiche, la sua attuazione (risveglio) rientra nella dimensione appartenente alla “sapienza del cuore”, la quale, istantaneamente, elabora internamente ai propri motivi pre-razionali, ma non meramente inconsci, (nella ristretta accezione attribuitagli dalla psicologia) l’anticipazione della propria salvezza ontologica.
La Salvezza è inevitabilmente custodita nel significato stesso della Parusia finale: dell’Apocalisse o Apocatastasi, in cui andrà a risolversi la consunzione finale della manifestazione visibile e il cui fraintendimento, in diversi momenti storici, ha dato e da luogo ad una serie di allarmismi fittizi, i quali, perlopiù, sono insospettabilmente strumentalizzati da quelle stesse forze eteriche che necessitano del nostro aggiogamento a ripetuti stati di angoscia, di disistima, di sostanziale sfiducia, nonché, di latente aggressività, per costituire l’insieme di quelle influenze nefaste preposte a diminuire, quanto appesantire, dunque, “abbassare” (sporcare) nella finalità di annientare, le nostre più elevate idealità altrimenti spiegate col termine convenzionale di frequenze energetiche.         


lunedì 21 agosto 2017

L'Età dei Pesci e l'intuizione apocalittica


A differenza del proverbiale pesce fisico, che è incosciente dell’oceano in cui è immerso, la coscienza umana riflette della profondità nella quale è immersa, interrogandosi sul proprio smarrimento .

L’enigma della nostra origine è un mistero che ora sembra essere deposto sul fondo di un epoca estremamente ottenebrata; in questo ottenebramento tanto fitto, adesso, sembrerebbero convergere inauditi stati di crisi, congiunti a uno tra i mutamenti più estremi cui la nostra identità è chiamata ad affrontare.

Proprio dalla nozione di profondo e di profondità abissale, Gesù medesimo, non a caso, fu denominato come Pesce, ed è ormai anche noto come a tale associazione vada riferito un preciso riferimento astronomico, stabilito nel riferimento zodiacale segnato dalla costellazione dei Pesci, in cui trova giusta collocazione la Ri-velazione.
La speculazione dottrinaria, richiamò l’attenzione sul fatto che durante il diluvio universale i pesci non erano stati colpiti dalla maledizione di dio, in tal modo, i nascenti cristiani grazie all’immersione battesimale, rendendosi auguralmente simili ai pesci avrebbero prefigurato la prima circostanza simbolica della loro salvazione.
L’antica sapienza precristiana, benché attualizzandole in forme differenti, si rivelò ben consapevole dei simili significati misterici.

Non volendo qui risalire alla controversa figura anfibia del primordiale Oannes sumero-babilonese, nella mitologia greco-latina i Pesci rappresentano Afrodite ed Eros, che trasformatisi in tali fattezze si tuffano nell'Eufrate per sfuggire alla furia del gigante Tifone (il quale è l’emblema dello scatenamento di forze propriamente oscure). 
In Roma antica, presso il tempio della Dea Atargatis-Derceto, cui Luciano di Samosata (II sec. era volgare) dedicò lo scritto De Syria Dea, riconoscendo a tale divinità attributi propriamente virginali (incorrotti) al pari di altre divinità femminili della tradizione mediterranea, nel tempio a lei dedicato, che sorgeva sul colle del Gianicolo, erano allevati pesci sacri.

A questa divinità, d'origine siriana, nello specifico s'attribuiva la nascita della costellazione del pesce australe, la cui stella più luminosa, Fomalhaut, significa proprio, dall'arabo Fum al Hut, “la bocca del pesce”, la cui posizione andrebbe correlata ad uno specifico momento in cui è compiuto il giro dell’anno terrestre, quando la corsa dell'astro maggiore, assai presumibilmente, va a posizionarsi in un particolare incastro astronomico determinante attraverso la geometria celeste il senso sacrificale di una pura liturgia cosmica, riferita ad eventi per i quali s’individuò l’occorrenza di un’ulteriore richiamo all’immersione (transito) rituale del sole negli abissi universali; (sua inevitabile apnea nelle tenebre) circostanza questa già attualizzata in forma maggiormente evidente nel momento del solstizio d’inverno (dal latino solstitium, composto da sol-, “Sole” e -sistere, “fermarsi”) quando il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l'eclittica, il punto di declinazione minima.
Il candidato ai misteri antichi s’immergeva negli elementi del grande mare simbolico, in cui appunto nuotava come un pesce, riemergendo emblematicamente dalle acque primordiali a nuova vita.

Sappiamo anche che nel santuario di Apollo in Licia i pesci erano specificamente chiamati Orphoi, ed Orfeo stesso fu paragonato ad un pesce, al pari di Bacco che ugualmente fu denominato come tale.

Il Pesce, a ogni modo, è l’emblema della nostra specifica Età storica ed in greco pesce si dice IXTHYC (ichtùs) e, disposte verticalmente, le lettere di questa parola formano l’acròstico assiomatico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.

Il pesce vive sott'acqua senza annegare e nella trasposizione allegorica simboleggia il Cristo – predicato universale custodito dall’interiorità umana – che, immergendosi negli abissi simbolici - entrando dunque nella morte stessa - ne riemerge integro.

L’allegoria subacquea (per gli antichi okeanos è il cosmo stesso) proviene da inequivocabili determinazioni astrologiche, che si rafforzano proprio nel segno celeste sotto il quale è posizionato il transito della nostra Età, riflessa appunto nella costellazione dei Pesci.

Nella figura di Gesù, si volle indicare l’ultimo aspetto di cui si rivestì, attraverso l’allegorica maternità virginale, (che è propria ad ogni concezione sovra umana) il piu' elevato principio di liberta' cui aspira la coscienza, la quale, attraverso un'interiore condizione affatto ordinaria, giunge a rinnovare fino ai margini dell'Eta' maggiormente estrema il prodigioso mistero che appartiene alla dimensione del sacro.

La prima emblematica incarnazione, pertanto, e' propria dell’età del mondo, (Anima Mundi) ed è metaforicamente restaurata dal Cristo, ma, si può affermare, che nel Ciclo attuale sia stata liturgicamente rinnovata ogni 2160 anni, ovvero, quando e' compiuto per intero il passaggio precessionale che vede l’avvicendamento tra loro delle costellazioni, (l’ultimo avvenuto intorno all’anno 107 o 7 dell’era volgare) dove a quella dell’Ariete ha seguito l’attuale dei Pesci. 
                   
Per tale motivo, in riferimento all’Ichtys, le persone da poco convertire al Cristianesimo erano definite come “pesciculi”, quali emblemi della trasformazione divina.
Non è irrilevante notare come la posizione astrologica della presente Era, quella appunto posta sotto la costellazione dei pesci, nel mondo antico fu considerata un transito estremamente significativo quanto arduo per l’uomo del presente Ciclo, dove è a rischio la sua stessa sopravvivenza. 
Quest’ultima da intendere non come una circostanza solo fisica ma soprattutto spirituale.

A ciò sembra alludere il celeberrimo passo contenuto nel testo del Libro dei Morti egizio (trascritto in età alessandrina benché il testo originario sia da ritenere assai più antico) dove è affermato: “Calcolando e tenendo in debito conto i giorni e le ore propizie delle stelle di Orione e delle Dodici Divinità (costellazioni) che le reggono, ecco che esse congiungono le mani palmo a palmo, ma la sesta fra esse (appunto l’attuale Età posta sotto i Pesci) pende sull'orlo dell'abisso…”.
A questo verso sembrano far eco diversi passi degli apocrifi, sia del nuovo che del vecchio testamento, quando in essi si allude alle “acque nere”, alle tenebre diluviali menzionate nel più noto apocrifo di Giovanni, quale evidente allusione all’aspetto oscuro della presente Età, (Kali-yuga) la cui percezione è sostenuta anche dalla visione apocalittica di Baruch siriaco, in cui il Leviatano  (mostro paradigmatico dello scatenamento di oscure forze incoerenti) determinerà, al culmine della sua azione nefasta, l’esaltazione stessa dell’identità splendente che egli intende estinguere.

Tale rinnovata esaltazione è posta sotto l’egida del Messia, che, ri-emergendo dalle tenebre abissali, in cui sembra essere definitivamente smarrito il complessivo mistero della vita, restaurerà il perduto ordine trascendente.

Si ribadisce la natura eminentemente simbolica del Salvatore, il quale tutt’altro che essere un’entità estranea alla nostra identità, piuttosto, ne prefigura l’idealità maggiormente profonda.

Un principio talmente remoto da essere insondabile e, di fatto, percepito come Superiore.

L’abisso, dunque, è un puro smarrimento ontologico, a fronte del quale ogni possibile evento cataclismatico esteriore risulterebbe davvero come irrilevante, poiché la precipitazione degli eventi trova la sua piena attuazione drammatica nell’evenienza di un profondo dissolvimento identitario, il quale, una volta realizzato, deforma la coscienza ad imitazione larvale di se stessa. Una metamorfosi involuta, rispetto alla quale ogni altro tipo di sopravvivenza ordinariamente fisica, ritrovandosi svuotata di ogni facoltà elettiva, perderebbe di reale significato.

Non è tanto la minaccia dell’asteroide o del pianeta x o altre catastrofi naturali a dover preoccupare l'uomo contemporaneo, quanto, piuttosto, è l’assalto inaudito mosso alla sua interiorità da forze recondite, scatenatesi proprio nel tempo attuale e della cui gravità pochi realmente s’avvedono. 
Solo questa circostanza costituisce la vera emergenza planetaria, conferendo la maggiore autenticità al senso apocalittico del tempo presente.
Qui prende pieno significato l'esortazione di Paolo contenuta nella lettera agli efesini (6:12) quando afferma:                                      
“La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”

Per questo, come qualcuno ha giustamente fatto notare, dalla nascita di Gesù - la quale è un'epifania simbolica, ed è proprio per tale motivo che possiamo riconoscerla come estremamente veridica - l'epoca attuale, di fatto, è entrata nella fase culminante dell'emergenza; poiché, dal momento della Rivelazione in poi, l'Apocalisse avviene ad ogni istante, realizzandosi attimo dopo attimo nell'animo di ognuno. 
L'Apocalisse, in un certo senso, è congenita al respiro stesso dell'uomo e questo accadrà fino alla consumazione definitiva del presente Ciclo - la cui estensione temporale, peraltro, non è possibile identificare con esattezza.

In ogni caso, dovremmo essere certi, che la nostra fondamentale idiozia ancora custodisce una prerogativa puramente geniale, di cui l’identità emblematica del Cristo ne rappresenta la memoria originaria, centrata non su sole qualità ordinariamente morali, ma, piuttosto, determinata sull’inesprimibile tensione etica di un principio ardente che contraddistingue le prodigiose facoltà sopite del nostro animo; il quale, se non fosse così tanto inebetito e paralizzato, potrebbe incenerire fin da subito le sbarre dimensionali dell’attuale prigione arcontica, in cui è segregato da tempo immemore.