mercoledì 17 maggio 2017

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mercoledì 10 maggio 2017

Per una nuova preistoria interiore – Custodi dell’Infinito



Seppur incarcerati in questa sorprendente prigione ideata dagli Arconti, nelle profondità del nostro corpo fisico sedimenta pur sempre il ricordo dell’Assoluto.
Animo e percezione corporea in questa dimensione possono arrivare a formare, sebbene fugacemente, un’unica identità (unione ideale alla cosiddetta coscienza cristica).
Nessun altro significato avrebbe, oggi più che mai, il dedicarsi alla cura dell’esercizio ginnico, se non quello di ristabilire mediante una progressiva e regolare riattivazione delle fibre muscolari (recupero della memoria profonda del movimento) la connessione elettiva a quanto può qualificarsi come il primordiale principio di soavità.
Un principio ineffabile e che, in un certo senso, quaggiù sussisterebbe come la nostra prima occasione di reminiscenza dello stato aureo dell’essere. Quasi una memoria interna alla memoria stessa e compresa come facoltà pre-istintuale, che si potrebbe anche dire essere l’esigua traccia splendente e preesistente alla gravità del Cosmo.

Questa è una prerogativa remota, non comprensibile con il solo intelletto, le cui continue congetture spesso ottundono la vitalità interiore. 
E’ evidente come oggi l’idea di esercizio fisico sia contaminata  dall’edonismo, che occlude la via di accesso alla comprensione di sé. 
Il corpo, sebbene abbia attraversato molteplici diluvi, subito le più disparate manomissioni e che subisce tuttora, dovendo patire e contrastare l’inaudita stretta corrosiva imposta dal giro del tempo attuale, nonostante tutto, questo corpo ancora rimane Luogo iniziatico d’elezione e Tabernacolo dell’Assoluto.
Per tale motivo, malgrado l’attuale contaminazione dilagante, è quanto mai necessario poter rievocare in noi stessi l’originaria memoria splendente – cercare di ravvivare nelle profondità interiori le braci del proverbiale “Fuoco Filosofico”, il cui “calore immaginativo” occorre a distillare dal fermento del “brodo emozionale quell’ “Oro potabile”, d’alchemica memoria, che purifica l’identità da millenarie scorie psichiche – 

è pertanto davvero necessario, come scrive Martino Nicoletti: “…affondare nella fisicità totale del corpo…discendere così da trovarsi faccia a faccia con la propria profonda “zona d’ombra”…toccare il “grado zero” di noi per inabissarsi infine, senza possibilità di scelta, nella nudissima “mineralità” del nostro corpo: quel luogo ovvero in cui non esiste più riparo per noi, per ciò che siamo…”. “E’ il senso di una Presenza Vivente che ci abita come silenzioso, eppur pulsante, “fondo senza fondo” del nostro essere...un centro talmente vibrante, cristallino, forte, eccelso e fulgido da mostrarci, senza mezzi termini, come quello che convenzionalmente crediamo essere il nostro “ego”, in realtà, altro non è che un’opaca larva, una vile ombra, furtivamente intromessasi in questa regione di noi infinitamente viva e sommamente sacra…”




mercoledì 3 maggio 2017

Enigmi della Rivelazione


Il Sommo Michelangelo, nel suo grandioso affresco della Cappella Sistina, a proposito della raffigurazione del peccato originale dipinge l’albero di fico piuttosto che il melo.
L’albero di fico fa parte dell’interpretazione della Bibbia letta in lingua originale, il melo, invece, fa riferimento alla traduzione latina fatta da san Girolamo, il quale applica una visualizzazione dell’idea dell’albero della conoscenza del bene e del male, appunto, “malus”, da cui il rimando al melo .

Nella Bibbia non è scritto che l’albero della conoscenza del bene e del male fosse un fico, ma, poiché i progenitori subito dopo aver colto il frutto compresero di essere nudi, è specificato che si coprirono con foglie di fico.

Nel Nuovo Testamento il mistero dell’albero del fico è presente in tutti e quattro i vangeli (sotto il medesimo albero Buddha ottiene l’illuminazione).
Le stesse origini di Romolo e Remo sono rinsaldate al “ficus ruminalis”, oggetto di grande venerazione nella tradizione italica, così come in Grecia era ritenuto simbolo tanto di fecondità quanto dei mondi sottili e delle cerimonie misteriche.
Quest’albero (al pari dell’ulivo) è il paradigma di una realtà soprasensibile, esprimente il “livello immaginale” in cui operava l’umanità prima della sua ulteriore corruzione ontologica, quando, per usare un’espressione steineriana, le forze conoscitive aleggiavano sull’uomo, adombrandolo dal di fuori ed egli, metaforicamente, si poneva sotto l’albero del fico.
Presso tutte le tradizioni misteriche tale albero indica la chiaroveggenza atavica, la pura connessione intuitiva all’archetipo incorrotto, pertanto, conseguire l’intuizione suprema posti simbolicamente sotto l’albero del fico, significava non essere ancora completamente decaduti alla limitazione imposta da un pensiero solo razionale.

Tale albero riconnette idealmente all’iniziazione originaria, non impostata su di una chiave conoscitiva basata sulla logica, ma determinata dall’intuizione pre-razionale, comunicata per diretta emanazione della preesistente e incorrotta essenza geniale (rivelazione divina).

Nei vangeli il Cristo si rivolge specificamente a tali forze di antica chiaroveggenza, tramite le quali l’essere umano in modo estatico conosce i Sacri Misteri.
Gesù in più di un occasione si riferisceall’albero del fico, perfezionando per mezzo di quest'emblema il senso del proprio mandato spirituale.

L’Evento cristico non si discosta minimamente da quell’unico impianto sapienziale appartenente alla conoscenza tradizionale, preesistente alla Sua Rivelazione simbolica, la quale, è orientata e riferita a precisi moti celesti congiunti al valore di numeri sacri che, fin dall’età paleolitica, sono le stime fondanti le più stabili relazioni con il sacro (Tradizione primordiale).

Si legge in Marco 11,12: “La mattina seguente, mentre uscivano da Betania, Gesù ebbe fame. E avendo visto da lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi si trovasse qualche cosa, ma giuntovi sotto non trovò altro che foglie. Non era infatti quello il tempo dei fichi. E gli disse, nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti. E i discepoli l’udirono”

Questa narrazione da un punto di vista solo esteriore non ha quasi senso, come sarebbe possibile che il Cristo, attorniato da esseri umani allora cosi congiunti alle leggi di natura, non sapesse quale fosse la stagione dei fichi? Diversi esegeti si trovano in evidente difficoltà nel tentativo di spiegare come mai un albero di fico, trovato senza frutti perché non era la stagione giusta, dovesse essere necessariamente maledetto dal Cristo: “La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici” (Marco 11,20).

Qui risalta il senso sottile dell’allegoria, il cui significato è riconducibile a cicli e stagioni cosmiche, le quali, appunto, penetrano l’emergenza epocale (Apocalisse) prefigurata dall’immagine del Cristo, la cui manifestazione giunge come l’avviso del profondo decadimento dell’uomo, dell’estremo crepuscolo di Età o Ere che spiritualmente furono maggiormente salde.

Nella narrazione simbolica, la figura di Gesù il Cristo attua il compimento storico delle esperienze interiori sovrasensibili occorse all’uomo dal momento della sua precipitosa caduta nei vorticosi piani, sempre più opacizzati, della manifestazione cosmica.

Manifestazione, che è anche trama di un (im)perfetto inganno ancestrale, la cui memoria sedimenta in diverse tradizioni misteriche dell’antichità, le quali, intesero di ricondurre attraverso la Gnosi, (Conoscenza) l’animo alla sua Origine superiore; ottenendo il superamento dell’illusione offerta dalla dimensione in cui trova immediata identificazione la realtà fisica congiunta alla sfera psichica (ordinariamente equivocate con l’essere domini assoluti e definitivi).
Cristo preannuncia il sopraggiungere della Notte epocale in cui ora noi viviamo. Egli sancisce il tramonto della Radianza Atavica,  contraddistinta da un “libero”, spontaneo o connaturato congiungimento dell’uomo incarnato alla sfera divina.
Egli si manifesta portando a compimento (chiudendo) l’antica iniziazione, dove l’uomo esperiva attraverso l’equilibrio dell’estasi la propria dimensione sovra-cosmica.
Il recupero della Verità ancestrale renderà nuovamente Libero l’accecato uomo notturno; di quanti ora attraversano la Notte dei Tempi.
Nessun essere umano potrà più cogliere gli allegorici frutti dal simbolico albero del fico, e, nel vangelo di Giovanni si tratta del medesimo mistero espresso nella frase detta dal Risorto a Tommaso: “Beati coloro che senza vedere, saranno convinti” (Giov. 20,29) ovvero, Beati coloro che avendo perso l’antica chiaroveggenza, troveranno ancora la saldezza interiore.

In Luca (13,6) troviamo una parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo, ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose, padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no lo taglierai”.

La vigna è la realtà totale dell’attuale manifestazione (i quattro yuga: tre trascorsi più uno di attesa) dove si attua il mistero dell’Essere. Un riferimento che vale anche per la parabola degli operai dell'undicesima ora, dove l'accento è posto su quelli che per ultimi sono chiamati ad andare a lavorare nella vigna: i chiamati dell’emblematica “ultima ora/Era”.

Ancora, nel vangelo di Giovanni l’albero del fico viene riferito a un essere umano, Natanaele:

“Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui, Ecco un vero israelita in cui non c’è falsità.

Natanaele gli domandò, Come mi conosci? Gli rispose Gesù, Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico . Gli replicò Natanaele, Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!” (Gv 1,47-49).

Natanaele ha compreso che nel Cristo c’è qualcosa di straordinario così come il Cristo sa bene di trovarsi di fronte a un illuminato: “Ti ho visto quando eri sotto il fico” ed è chiaro che la parabola non fa riferimento a circostanze meramente fisiche.
Il Nuovo Testamento riverbera di un invito propriamente splendente e rivolto ad ogni persona di Buona Volontà, esortata a ridestare in sé la sua Forza Primigenia.
Ogni miracolo di cui narra, non ha effetto se prima la persona non assume la convinzione di agire, di attivarsi interiormente, affinché rievochi in sé l’intima potenza trasmutatoria della propria condizione e della quale l’identità Geniale (identità che non è entità) personificata dal Cristo è il tramite ideale (simbolica occasione di risveglio).
“…senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avverrà, ciò avverrà a lui” (Marco 11, 22-23).

L’ottenebramento dei tempi (Kali-yuga) impone d’inaugurare una nuova fase dell’iniziazione, affatto comoda, ma estrema e difficoltosa, ardua come forse non lo furono le precedenti.

L’iniziazione del tempo attuale deve essere in grado di poter ri-partire dagli sforzi del singolo animo, imprigionato in una dimensione sempre più sorda e costrittiva e qui, dunque, risiederebbe il mistero stesso del libero arbitrio.

In ognuno palpita il frammento ardente dell’identità sovrasensibile, ma non tutti sono qualificati a preservarne la preziosa radianza. 

In questo non c’è alcuna svolta evolutiva, almeno secondo la mia infinitesimale percezione, non è come affermò Steiner, il quale nel libero pensare individuava il glorioso salto evolutivo della nostra specie. Se di evoluzione si tratta, casomai, allora, considerando il degrado e disordine attuale, si tratta con ogni evidenza, come precisò Guenon, di “evoluzione regressiva”.

Le sopraggiunte facoltà razionali, il loro estremo irrigidimento, in noi, assolverebbero pienamente a ciò che i paraocchi fanno per i ronzini da traino. Il nostro imbrigliamento è determinato da invisibili cadenze e ciò che quotidianamente trainiamo, è un carico che in realtà non ci riguarderebbe affatto.

La nostra condizione attuale è letteralmente aggiogata ad un’insondabile legge di necessità in cui è sovranamente affermata la più eclatante delle contraffazioni.

Contro ogni principio di contraffazione si erge il simbolo del Cristo, il quale essendo tanto dirompente è stato successivamente decifrato alle masse in una forma diminuita quanto distorta dalle gerarchie, prevalentemente corrotte, che nei secoli ne hanno usurpato la stima, diminuendola, oscurandola col greve e capzioso rivestimento dogmatico.
La Chiesa post-conciliare, attualmente rivestita piu' che mai di beffarda bonarieta', promuove un’immagine completamente banalizzata, quasi del tutto immiserita, sostanzialmente edulcorata quanto sviante dell’enigma Cristo.

mercoledì 26 aprile 2017

Hagakure: o l'essenza della disciplina


“La poesia delle antiche età feconde, ugualmente lo spirito stesso di un epoca è qualcosa a cui non possiamo tornare.

 Esso tende a dissolversi con l’approssimarsi della fine dei tempi.

 In effetti non può essere sempre primavera o estate e ugualmente il sole non può risplendere per l’intera durata del giorno; quindi, anche se desiderassimo ardentemente di riportare il mondo allo spirito degli antichi ciò non sarebbe possibile e l’errore di chi ha nostalgia del passato sta nel fatto che non afferra questo principio.

 Ma ugualmente, coloro che mostrano considerazione solo per la realtà attuale, ricavando eccitamento esclusivamente dalle novità offerte dal presente disprezzando la memoria degli antichi, costoro, dimostrano una comprensione delle cose molto superficiale”.

(Hagakure)




“Nietzche lo aveva sottolineato: quando l’uomo d’azione si mette a teorizzare su se stesso è segno che l’epoca della prosperità volge al tramonto. E’ incontestabile che ciò si addica ai samurai e all’opera di Tsunemoto. Le sue riflessioni sono il frutto della decadenza, non dell’esuberanza vitale. Lo stesso titolo del libro, che evoca un riparo o una copertura all’ombra delle foglie, rammenta la segregazione e l’isolamento, anziché il tumulto della lotta. E’ una intestazione buddhista, in sintonia con la condizione monacale dello scrittore”.*

Yamamoto Tsunetomo, (1659-1721) premette che il suo diario “Hagakure” è una raccolta di “conversazioni leggere nell’oscurità della notte”.

L’oscurità cui allude non riguarderebbe il solo segmento storico in cui visse, dov’è fortemente presagito l’imminente declino dell’era dei samurai, ma, l’evocazione notturna, sottenderebbe a quella stessa metafora crepuscolare congiunta al senso complessivo dell’attuale Ciclo, al suo carattere propriamente oscuro (Kali-yuga).

Una notte, dunque, che è la notte stessa del Cosmo.

E’ la simbolica notte dell’anima, in cui è onorata, pur attraverso la consapevole  consumazione irreversibile dei tempi, l’importanza della permanenza. Una permanenza transitoria che è vigilanza estrema dell’animo. La vigilanza su quanto ne salvaguarda l’integrità, (integrità ermetica) dunque, della stessa ispirazione.

L’Hagakure è un testo che appartiene pienamente  allo spirito del tempo presente, benché scritto nel diciottesimo secolo, esso fu redatto in un momento storico che possiamo individuare come quel margine epocale separante definitivamente l’età antica dall’avvio della condizione precipitosa che caratterizza lo svolgimento dei tempi moderni.
Il codice etico marziale svela la sua preziosa qualità intrinseca nel momento in cui diviene il mezzo per eccellenza della formazione interiore, e può esserlo unicamente attraverso la maturazione della sostanza poetica; che ne rende l’essenza salda e gentile, armonizzando il mutamento alle molteplici contraddizioni di cui è intrisa l’età presente.
Il senso della disciplina celebrato nell’Hagakure, non è inteso nell’avvilito senso moderno, dedotto da una profonda corruzione ideologica subordinante la persona ad azioni sostanzialmente estranee dai suoi significati propriamente umani.

La disciplina modernamente intesa costituisce un capovolgimento del suo senso originario, sostanzialmente asservita ad una visione solo economicista, è imposta in scuole, caserme, centri di rieducazione vari, luoghi di lavoro, dove attua una produttiva svalutazione livellante le nostre intime risorse maggiormente preziose e propriamente umane.

L’idea disciplina fu esemplare fino a un dato momento storico, dove prevalentemente si esplicava  attraverso il discepolato nelle arti liberali, ponendo in esaltazione le caratteristiche maggiormente sensibili ed espressive di cui una persona è dotata.

Sostanzialmente, qui in occidente, possiamo individuare l’evidente aberrazione dell’idea disciplina già nel mondo romano, quando dopo Mario la trasformazione dell'esercito avviò il lungo corso che avrebbe trasformato le istituzioni della repubblica in Principato, ma solo più tardi, agli albori dell’Umanesimo, nel XV sec. quando sono introdotte le prime armi da fuoco, che si compie il completo ribaltamento del significato della disciplina.
Celeberrima è l’invettiva di Ludovico Ariosto, contenuta nella parte finale del canto XI dell’Orlando furioso.
Egli non esita a definire l’archibugio uno strumento diabolico, fabbricato nel mondo infernale, poiché la sua comparsa metteva in secondo piano la cavalleria rispetto alla fanteria corazzata, sottraendo gloria ed onore al mestiere delle armi.

Benché crudele, la guerra cavalleresca era composta di comprovate ritualità, che contraddistinguevano gesti umani esemplari, di coraggio nell'ossequio del codice cortese e tutto ciò le armi da fuoco barbaramente estirparono dal cuore degli uomini; che iniziarono ad essere assemblati in indistinti grumi d’anonimi sparatori, quasi prefiguranti la sopravanzante automazione industriale, assemblati in quegli eserciti di massa che contraddistinguono la nascita stessa degli stati moderni.

Per questo odiernamente la disciplina è una parola che evoca un significato solo costrittivo, in cui la correzione comportamentale è sostanzialmente fasulla, applicata a castighi prevalentemente arbitrari, la cui finalità è unicamente quella di svilire, dissolvere, l’identità di quanti ne subiscono l’azione.

Fondamentalmente, l’idea di disciplina è stata subordinata all’impronta meccanicista imposta all’esistenza, realizzando con ciò il suo traviamento esemplare, dove l'individuo deve assoggettarsi ad un ripetitivo principio d’astrazione, che ne diminuisce il valore ad infima unità da statistica. 
Si devono adottare automatismi irrigiditi e intimamente spenti anche se esteriormente possono sembrare dinamici.

La disciplina non serve per “scattare sugli attenti”, effetto estensivo dell’avvilente condizionamento subito dai noti cani Pavloviani.
Essa, invece, sarebbe pura Dottrina Felice. Una modalità di formazione integrale esclusivamente iniziatica, il cui significato si concretizza mediante l’esercizio costante, che è il progressivo affinamento di una rilevante intransigenza rivolta in se stessi, nella sola volontà ispirata di rettificare i propri vizi e debolezze; in buona sostanza, di voler estirpare da sé il proprio ego inferiore.
La disciplina, dunque, così è intesa nell’Hagakure, vissuta nella sua accezione originaria. Una modalità atta a valorizzare la dimensione dell’animo e, pertanto, inscindibile dalla virtualità poetica; sublime quanto severa e che, come ogni germogliazione vitale, è considerata essere da tutte le Civiltà antiche come la prima ed unica circostanza etica della realtà universale.
Il nucleo vitale dell’Hagakure è fondato sulla valorizzazione della Compassione e della Poesia, poiché non può sussistere autentica disciplina senza ispirazione.

Solo l’ispirazione accende nell’uomo la facoltà dell’attenzione superiore, pena l’inesorabile detrimento delle migliori facoltà, pena la sua fonda disumanizzazione, che vale il dissolvimento dentro un nulla nichilista.

La disciplina è qualità solo alchemica, è Liturgia intimamente vissuta, immutabile nell’essenza ma molteplicemente diversificata nelle sue manifestazioni esteriori dallo spirito del tempo e del luogo in cui si svela.

L’autentica disciplina è rito beneaugurante il rinnovamento della quotidianità, quale azione autonoma di ri-avvicinamento dell’uomo alla primigenia norma di consonanza e incanto che avvince la vita al fascino universale.

Scegliere, come detta l’Hagakure, tra la vita e la morte quest’ultima in ogni caso, è un traslato che sta a significare il morire innanzitutto al proprio ego, morire quotidianamente a noi stessi, per potersi dare ininterrotte possibilità di miglioramento. L’atroce modalità del suicidio rituale (Harakiri) così come fu contemplata nel codice etico del Seppuku, non viene negata, ma la norma non fu esclusivamente quella, altrimenti lo stesso testo dell’Hagakure non avrebbe mai visto la luce.
Tsunemoto, samurai egli stesso, ammette di aver errato molte volte nel corso della vita e scelse la morte in se stesso, una morte metaforica, divenendo nell’ultimo periodo della sua vita monaco. Con ciò, ossequiò la norma guerriera che intende lo scontro più arduo da sostenere essere quello condotto interiormente dentro noi stessi. E’ da qui che ricaviamo il senso più autentico della Guerra interiore,  come nell’esempio fornitoci dall’Islam, con la definizione di Guerra Santa, o della Jihad propriamente detta, la quale, è noto, che al di la d’ogni distorsione e strumentalizzazione di cui ultimamente è stata oggetto, significa esclusivamente intraprendere un cammino d’intima rettificazione: apertura del cuore allo splendore sovrannaturale, instaurando un sovrano principio d’identità e virile fratellanza con ogni vivente.
Cammino interiore che si rivela essere pieno d’insidie quanto di difficili ostacoli, tanto da meritare appunto la definizione di Grande guerra intrapresa dall'uomo contro le sue ombre interne, contrapposta a quella piccola, che rispetto all’altra è meno significativa e rivolta invece contro i nemici esteriori.
Finalità dell’Arte (integralmente intesa e non come una svilita soluzione ornativa) è quella di acquisire un senso superiore della coscienza, elevata per mezzo dell’ispirazione, il poter conferire una sistematicità operativa al proprio agire quotidiano, che progressivamente, anche e soprattutto attraverso un’apparente insignificanza, innalza il significato della coscienza avvicinandola quanto più possibile allo stato di Grazia = Oro Potabile (proverbiale trasformazione del piombo in oro).
Il senso dell’arte, dunque, della disciplina, fu considerata una qualità puramente veggente, (dono delle Muse) ravvivato nel profondo di noi stessi dall’intima consapevolezza di una prescienza di luce avvertita essere posta oltre la dimensione fisica. Tale cognizione propriamente Numinosa è patrimonio di ogni tradizione.
In merito a ciò Plutarco, nella sua “Vita di Licurgo”, pone evidenza sul fatto che Sparta, all’acme della sua espressione guerriera, considerasse essere proprio l’ispirazione e niente altro il bene fra tutti maggiormente prezioso e, difatti, il loro capitano prima della battaglia intonava il Peana dedicandolo non al dio della guerra, ma, bensì, alle divine Muse ispiratrici e solo a loro. Poiché senza l’immersione della persona nella corrente vitale dell’ispirazione, che potremmo dire essere la traduzione interiore della qualità veggente insita negli elementi naturali e negli stessi elementi costituenti il nostro corpo, - il cui impulso rilega l’esistenza al suo principio trascendente, dove trova l’unico fondamento valido - quando viene a mancarne il senso la sopravvivenza fisica, la vigoria stessa del corpo, la malattia come la guarigione, smarriscono di autentico significato.
Gli spartani inneggiavano alle Muse perché le Muse preludiano a stati di coscienza aumentati, (veggenza della poesia) la parola Musa scaturisce dal verbo myèin, che significa “iniziare ai misteri”, avviare al segreto delle cose, ovvero, alla poesia universale riflessa nella tragica rivelazione della morte, la quale è passaggio, preludio, dell’ulteriore fioritura dell’essere ampliato nella dimensione eterna.

Qualsiasi cultura guerriera antica possedette un carattere propriamente ed esclusivamente iniziatico.

Solo l’uomo moderno ha pervertito il senso esistenziale, avvalendosi di sempre più complicati e degeneri meccanismi artificiali con cui mortificare se stesso e l’ambiente, perdendo di vista il fine ultimo del proprio passaggio terreno nell’urgenza perversa di plastificare assieme la vita la morte stessa.







*(nota) da: “un samurai buddhista e la sua fortuna” di Leonardo Vittorio Arena come introduzione all’Hagakure ed. BUR minima, anno 2003

giovedì 20 aprile 2017

l'essenza dei fiori




“Chi non intuisce (la bellezza di) un fiore in ogni forma è un barbaro.

Chi non possiede un animo delicato come un fiore è una belva”

(Matsuo Basho)





“La terra lagrimosa diede segreto rifugio al picciol seme,
nel cui primo germoglio il vento balenò luce vermiglia,
e cari e lucidi lapilli gemmarono nell’animo
il sovralume dell’angelica intuizione,
riflessa in chiare acque
mormoranti la remota liturgia del ritorno,
scendendo giù di pietra in pietra
giunsero a dissetare il viandante stanco”.
(anonimo)



In mezzo a tanta contaminazione ed estrema deriva dei tempi, ora germoglierebbero in noi anche i possibili, insospettati, albori di una “nuova preistoria”, (preistoria interiore) che vale  l’individuazione del segreto stupore o, ugualmente, della remota apertura della coscienza al “prodigio minimo”; scaturito dalla rinnovata meraviglia per le evidenze naturali. Una circostanza questa, prevalentemente inverosimile per l’attenzione nevrotizzata dell’uomo post-moderno.

E’ il rimanente stupore per ciò che ordinariamente  non sembra più evocare la spontanea relazione liturgica con la realtà, la quale, in definitiva, è la sola circostanza per cui l’uomo può dignificare la sua partecipazione alla vita.

Il Fuoco evangelico (Luca 12,49-53) è il medesimo Fuoco Filosofico di alchemica memoria, ed è unicamente ravvivato dai soffi distesi d’ingenui quanto profondi stupori.


La Meraviglia è il mantice che alimenta il calore ermetico di una ricerca destinata a procedere oltre una mera individuazione solo psicologica e, dunque, destinata a sopravanzare infinitamente se stessa.

Per estensione dei significati multipli connessi alla dimensione simbolica, la Meraviglia è anche la stessa “rugiada celeste” o Grazia, per la quale l’attenzione amplia i suoi significati e la forza si fa propriamente eroica (casto eros).


E’ la medesima intelligenza sovra-cosmica che opera in noi e negli elementi naturali circostanti, benché loro siano animati ad un differente grado di manifestazione. E’ la sovra-coscienza che infonde nell’animo il senso di un abbandono profondo, temperato di una serena fiducia per le recondite potenze naturali; per lo splendore del sole sovrastante un cielo limpido in cui spirano dolci venti primaverili.

La luce del sole è pura emanazione sensibile intessuta di una remotissima qualità propriamente veggente e, anche se chimicamente offuscato, egli comunica in ogni caso alla nostra interiorità il senso profondo di un addestramento costante, (esercizio/ascesi) sostanzialmente puro benché estremamente residuale e fiaccato della sua primitiva tensione estatica.

L’addestramento è inteso come reminiscenza stessa di una rinnovata ierosofia, stabilizzata ai margini opalini e barcollanti del nostro tempo spiritualmente rarefatto.


Nel Giappone antico, durante l’era Fujiwara (VIII-XII sec. E.v.)  un’estrema importanza aveva il culto per i fiori e della natura in tutti i suoi aspetti.

L’importanza magica data al succedersi delle stagioni sembrò davvero trascendere gli accadimenti legati alle vicende politiche e umane. L’imperatore raggiungeva l'apice del proprio significato col presenziare alla ricorrenza stagionale della fioritura dei susini, alla quale tutto il seguito della corte, sospendendo ogni altra incombenza si recava in sentito pellegrinaggio, accampandosi con centinaia di tende ai margini dei boschetti fioriti per attenersi ad una settimana di pura contemplazione; realizzando con ciò l’incubazione poetica*.   

Nulla, in effetti, sembrerebbe presentarsi più severo e soave dei fiori.

Ogni fiore è emblema di una resistenza puramente eroica e anche nostalgica metafora di circostanze perdute, connesse agli ineffabili richiami che la vita misteriosamente rivolge a se stessa, in se stessa.

E’ il sentimento nostalgico della bellezza e stato di Grazia perduta, connaturata ai più profondi interrogativi dell’animo.

Ogni fioritura rivela l’indefinibile significato della forza, della sua emanazione evocativa maggiormente pura, (olfattiva e cromatica) a cui ogni coscienza sensibile prima o poi avverte la necessità d’ispirarsi per rinsaldare e rinnovare la propria identità sfuggente.


La schiusa policroma dei germogli è simbolo della forza gentile, della virtù autenticamente marziale, (armoniosa fermezza) esprimendo il valore universale della pura tensione estatica attinente alla stessa determinazione primordiale, che in noi moderni è appena percepibile mentre nei fiori costituisce una felice tensione costante, benché transitoria.

Nei fiori agisce il principio di una inesplicabile trasmutazione ardente, in cui confluiscono, solidificandosi, radianze siderali frazionate nelle infinite policromie naturali di una realtà che solo in apparenza si dimostra vorace e sorda, ripiegata finitamente in se stessa**.

Tutto il corollario prismatico delle fioriture, in ultimo, converge all’attenzione del cuore, dove può schiudersi l’immateriale seme idilliaco, l’interiore fioritura poetica (senso autenticamente profetico del divenire).

La poesia è la fioritura interna alle fioriture stesse e germoglia sulle vette interiori dell’uomo, dove si elevano i significati di un divenire altrimenti piattamente ossidato nelle intermittenze monotone di un tempo effimero, ora più che mai sclerotizzato in artefatte scansioni ripetitive, stabilite  nei ritmi incoerenti della produzione industriale e, per questo, predisposte ad essere profondamente spente in se stesse, inesorabilmente contaminanti.






*(nota)

La civiltà dei Fujiwara costituisce un eccezione storica unica. Antecedente a quel Giappone guerriero di No, dei Daimio e dei Samurai che la travolsero all’acme della sua espressione, costituiva un esempio di governo realmente illuminato, dove il benessere sociale raggiungeva tutti i ceti della popolazione e le donne avevano una posizione insuperata di privilegio, vantando diritti uguali a quegli degli uomini per quanto riguarda l’educazione e la proprietà.

La poesia, riflessa in ogni aspetto della quotidianità, era ritenuta il primo motivo giustificante l’esistenza dell’Impero.

L’incubazione poetica muoveva le dame di corte, fragili e risolute, ad affrontare incuranti del freddo i rigori delle crudi notti d’inverno, che trascorrevano all’aperto per poter meglio contemplare i riflessi della luna sui rami spogli ricoperti dalla brina.  

Le innumerevoli poesie tracciate quotidianamente a Palazzo su fogliolini sparsi, quasi eguagliavano il numero delle foglie cadute dagli alberi. Composizioni liriche che evitavano accuratamente la monotonia della rima, brevi folgorazioni intuitive attraverso le quali l’esistenza era rinsaldata al suo maggior significato.

Gli argini lirici che edificarono, per qualche secolo riuscirono a convogliare felicemente il flusso del divenire, ma in ultimo non poterono impedire all’inevitabile tracimazione dei tempi di travolgere ogni cosa, estinguendone quasi completamente la memoria.


Il nascente Shogunato travolse la mite e preziosa civiltà Fujiwara, (Heian) disperdendola come uno sciame di farfalle è disperso dalla furia dell’uragano. I semi poetici lasciati produssero ulteriori fioriture nei secoli seguenti, trovando terreno fertile nell’etica adottata dai Samurai maggiormente sensibili, da coloro che autenticamente seppero rendersi espressione vivente della Via, (Bushido) interiorizzandone la luminosa ricchezza esistenziale, pur agendo all’interno di una realtà prevalentemente votata all’oscurità e dominata dallo spirito della guerra.

Si potrebbe affermare che la parabola storica di tale spirito è idealmente chiusa da Yukio Mishima.






**(nota)

La luce è qualità vitale puramente estatica. La qualità estatica (da non confondere con un ordinario deliquio dei sensi) è il residuo della Sovra-coscienza splendente e preesistente ai domini dell’attuale manifestazione.
L’estasi è avviata nella sinergia instaurata dalla nostra coscienza con un principio ineffabile, i cui impulsi sussistono remotamente in noi e che qui, per praticità, è definito come la preesistente e sovrastante Coscienza puramente Geniale.
Essa preesiste all’universo, il quale, semplificando, sarebbe stato preordinato con l’intento di tenerla fuori, ma il Demiurgo non poté arginare la potenza emanativa di tale splendente Sovra-Coscienza, che continuamente filtra attraverso la trama dell’inganno archetipale instaurando segrete relazioni coi motivi reconditi del nostro superiore istinto di Salvezza.
Istinto superiore peraltro occluso dall’attuale impronta nichilista dei tempi e rallentato dalla stessa identità dell’ego, che sostanzia la permanenza dell’animo nell’equivoco primordiale.
La Sovra-Coscienza, nell’attuale dimensione, agisce come perfetta intuizione, che anticipa il possibile nostro scioglimento spirituale dall’inganno ontologico stabilito dal Demiurgo e dagli Arconti.
Tale essenza, puramente ingenua-geniale, è anche definita come “coscienza cristica”, intesa come predicato interiore ad ogni uomo ma che non da chiunque può essere esperita.
Il torto delle cosiddette “religioni organizzate ufficiali” è l’aver progressivamente destituito l’uomo della sua responsabilità spirituale, relegandone la salvezza ontologica al giudizio arbitrario di obliqui ed elusivi potentati celesti.
Ritenere che Cristo/Dio sia un entità altra da noi a cui rivolgere continui preci affinché Egli, mosso a compassione dalla nostra avvilente condizione servile, si decida ad accogliere le nostre miserevoli istanze, ci confina nei bassifondi mistici dell’equivoco voluto dalle malevoli Entità.
Tale preordinazione devozionale, dovremmo ritenere, rientra pienamente nel quadro predisposto dal Grande Inganno Cosmico, di cui è cornice ogni religione che prevede la subordinazione dell’uomo a qualsivoglia divinità.
In quest’ottica si comprende del perché la luce fisica stessa, oltre a veicolare piccolissima parte dell’ancestrale quintessenza aurifera, divenendo il simbolo di stati maggiormente puri dell’essere, al contempo, proprio per l’insieme offerto dal suo spettro di frequenze, costituisce anche il primo supporto di cui si avvalgono le forze oscure che orchestrarono l’Inganno remoto, i cui effetti deleteri dimostrerebbero di culminare nel tempo attuale.
Per tale motivo nel pensiero tradizionale la pratica dell’estasi non fu mai disgiunta dall’esercizio delle Sacre Discipline, in quanto uno stato di coscienza alterato che impedisce allo spirito di esercitare la propria sovranità si rivela sempre come estremamente pericoloso per l’integrità dell’essere. 
Con ciò non si tratta di perseguire una fasulla auto-divinazione, quanto invece, tale considerazione implica la necessità di accogliere una comprensione il più possibile estensiva dell’inestimabile predicato interiore di cui siamo custodi.
Custodi evidentemente distratti, gravemente in ritardo  sull’emergenza dei tempi, di cui è emblema augurale l’idealità stessa del Cristo: una sovranità immateriale a noi talmente intima da esserci pressoché sconosciuta e che, in un certo senso, pur appartenendoci non ci riguarda affatto, essendo completamente estranea al ristrettissimo ambito di comprensione di cui l’ego è fornito.