giovedì 1 dicembre 2016

ginnica e alchimia



Come insegnarono i Greci e gli Yogi dell'India antica, la pratica ginnica è parte integrativa di quella disciplina dell’essere (formazione poetica integrale) il cui conseguimento ultimo deve condurre la persona all’ottenimento della catarsi.

Volendo considerare l’addestramento fisico avvalendosi di una considerazione propriamente “ermetica”, possiamo scoprire che attraverso una semplice quanto “primordiale” esecuzione ginnica, progressivamente si ridestano in noi sorprendenti intuizioni circa la natura della nostra essenza interiore, così come non si potrebbero ottenere dall’esercizio relativo alla sola speculazione mentale.

In ogni fibra muscolare opera l’intelligenza, intelligenza che possiamo opportunamente definire come “intelletto universale”. Ogni fibra della nostra struttura corporea è propriamente un’antenna ancestralmente predisposta a recepire ed emettere segnali di “frequenze sottili” con l’ambiente circostante i cui centri d’irradiazione e recezione principali nel nostro microcosmo sono costituiti dal cuore, sede della vera intelligenza, (comunemente definito muscolo cardiaco) ed il cervello.

In noi agisce una memoria propriamente sensitiva, che in normali condizioni di salute o in assenza di gravi indigenze è pesantemente anestetizzata dall’adozione del cosiddetto standard di confort  moderno.

Per facoltà sensitiva qui non intendo riferirmi a presunte affascinazioni entusiasmiate o pseudo chiaroveggenti in uso al “misticismo di maniera”, davvero deleterio e che sembra essere caro a una certa espressione di cattolicesimo, il quale, è bene ricordare, di suo nasce già come grave impostura, drammatica contraffazione, del cristianesimo originario. Ugualmente, queste forme di misticismo involuto appartengono a molte altre confessioni religiose degradate nell’attuale degenerazione dei tempi, così come alle nuove correnti di sciamanesimo a buon mercato divulgato in commercialissimi corsi fine settimanali.

Sostanzialmente la contraffazione spirituale espone la persona all’influenza di bassi psichismi, i quali in definitiva, posti in differenti contenuti e contrasti chiaroscurali, sarebbero i medesimi che agiscono nelle fantasmagorie dei videogiochi o attraverso le lusinghe pubblicitarie.

Per una persona ordinaria riscoprire la propria facoltà sensitiva significa innanzitutto poter aderire a quanto la rilega, con estrema semplicità, (ma non facilmente) ad un senso propriamente “felice” del divenire.

La prima sensitività consiste nella prefigurazione dell’archetipo celeste, da cui scaturisce la nostra più intima essenza riflessiva e che l’ego, se mal compreso, tende inesorabilmente a soffocare.

Se ci ascoltiamo con attenzione ci accorgeremo che intimamente siamo fin troppo agiti da una midolla di desideri momentanei, alquanto fatui e accesi più che altro da una fondamentale noia di noi stessi, che ingigantisce l’idea della prosperità e soddisfazione solo esteriore equivocata come il conseguimento ultimo dell’esistenza.

Cosa sia l’io autentico non si può dire, sicuramente non è la sconsiderata e indefinita sovrapposizione di continue fisime, capricci, risentimenti, di basse competitività, invidie, gelosie e cupidigie reiterate a più livelli d’intensità durante l’intero corso dell’esistenza.

Per questo si può affermare che si può essere esteriormente dinamici ma allo stesso tempo completamente addormentati.

Potere personale e sensitività sono idee completamente fuorvianti, il loro significato riguarda unicamente qualcosa di inapprezzabile per la considerazione generale e a nulla servono se non a prepararci virilmente (per virile intendo una ferma quanto limpida devozione ispirata) all’inevitabile dissolvenza che ognuno, prima di quanto generalmente possa ritenere, dovrà affrontare attraverso l’esperienza della morte.

lunedì 28 novembre 2016

tenebre diluviali






Sprofondati come siamo nella fase alquanto avanzata di questo densissimo declino fluorescente dei tempi, la falsa chiarità artificiale davvero sembra aver reso del tutto inservibile la saggia lampada dell’antico “cane filosofo”, che per secoli ha rischiarato la riflessione di eletti indagatori delle profondità invisibili celate all’interno dell’uomo.
Oggi inusuali correnti magnetiche trascinano i pensieri e l’identità stessa attraverso imprevedibili rapide dissolventi, dove gli stessi significati del simbolo e congiuntamente dell’allegoria si estinguono come il colore di un tessuto pregiato impropriamente bagnato nella varechina.
L’uomo nuovo che riemergerà da questa traversata massimamente corrosiva che è la modernità, non sappiamo se potrà ancora essere definito propriamente come Uomo o sub-umano; quale infelice sopravvissuto di una manipolazione altamente elaborata ma immensamente squallida, come di fatto è squallido ogni supporto concepito per amplificare l’azione uniformante dell’idea “macchina”.
Originariamente l’idea del “sapere” non a caso è intimamente congiunta a quella di “sapore”, difatti, con sempre maggiore insistenza, ci domandiamo con rinnovata apprensione di quali doti siano forniti gli impoveriti e contaminati cibi per noi predisposti da multinazionali aliene alla nostra autentica integrità. 
Stiamo barattando qualcosa d’inestimabile per aver acconsentito alle lusinghe intorpidenti di “quattro specchietti colorati”.
La “rete” funziona a dovere, le sue finissime maglie sembrano attuare l’ultima battuta di pesca a strascico calata nei fondali animici in cui l’umanità si dibatte da tempo immemore, ancor prima che fosse sommersa dalle acque del castigo memoriale.
Eppure, anche questa dell’ultimo grande Diluvio, forse, è una narrazione ancora incompresa, almeno se non si vuole ignorare l’indicazione contenuta nel vangelo apocrifo di Giovanni, secondo il quale il diluvio autentico non fu di semplice acqua ma di tenebre che, per nulla ritiratesi, ancora sommergerebbero la terra.
Noe' e altri a lui simili, trovarono rifugio non dentro un arca fisica, ma bensì in un luogo luminescente “acceso” internamente alla propria coscienza.
Il demiurgo o pseudo dio Jaldabaoth aveva infatti disteso su tutta la terra una fitta coltre di tenebre: indicazione certa dell’avvio di uno dei periodi maggiormente critici per la storia dell'uomo e tutt'ora in atto.
L'avvio o il preludio all'eta' oscura (Kali-yuga) sarebbe sedimentato nella narrazione stessa del mitico diluvio, quale riverbero dell'aurora opalina che drammaticamente introduce l'Età attuale; la sopraggiunta crisi in cui è instaurato il cupo dominio di una sovrana insensibilità e del conseguente ottenebramento spirituale indubitabilmente sempre più denso e ancora lontano dall’essere rischiarato.
Il capitolo sul diluvio così chiude: "Fu cosi' che tutta la creazione divenne schiava per tutta l'eternita', dalla fondazione del mondo fino a adesso...generarono figli dalle tenebre a immagine del loro spirito; chiusero i loro cuori e dalla insensibilita' dello spirito di opposizione, divennero insensibili fino a adesso".
Forse a noi moderni sfugge che l’ultimo oscuro piovasco diluviale è già iniziato ed è propriamente un’inondazione elettrochimica che ispessisce massimamente la coltre del buio epocale.
La desiderata “innovazione” verso cui tutto è freneticamente proiettato significa solo l’annegamento indistinto di ogni autentica qualità, di ciò che di più nobile e autentico giustifica la nostra permanenza quaggiù. 
Non è cosa vana, seppur apparentemente sembra esserlo, il tentare fino all’ultimo di riappropriarsi di una memoria propriamente “gentile” connaturata alla nostra identità profonda. Per “gentile” s’intende indicare la condizione massimamente favorevole e dunque consapevole, (il più possibile determinata) che una persona possa sperimentare in questa vita.
Ricercare l’ispirazione elettiva nel dominio della macchina e dell’industria sembra sempre più irrealizzabile, ma non ci sarebbe altra alternativa per non abdicare dalla propria “identità poetica”: unica alchimia autenticamente possibile.
Come scrisse Jacques Maritain: “Per poesia intendo non l’arte particolare che consiste nello scrivere versi, ma qualcosa di più generale e al tempo stesso di più primordiale: quella intercomunicazione fra l’essere interiore delle cose e l’essere interiore del Sé umano che è una specie di divinazione (come venne chiaramente compreso dagli Antichi: il vates latino era un poeta e allo stesso tempo un divinatore). Poesia, in questo senso, è la vita segreta di ciascuna e di tutte le arti…”


lunedì 21 novembre 2016

L'uomo è simbolo





L'uomo è simbolo e non mero accadimento biologico.
Come ci ricorda Martin Lings nel suo testo “simbolo e archetipo”, la risposta alla domanda: “cos’è il simbolismo?”, se compresa a fondo, può cambiare completamente la vita interiore dell’uomo.
La maggior parte dei problemi del mondo moderno derivano dal fatto che tale risposta viene volutamente ignorata o sminuita della sua profonda rilevanza. Tuttavia, per quel che riguarda il passato, non esiste dottrina tradizionale che non insegni che questo mondo è il mondo dei simboli, dal momento che non contiene nulla che non sia simbolo.
Una persona dovrebbe quindi almeno comprenderne il significato, non solo perché deve vivere quaggiù, ma, anche e soprattutto, perché senza tale comprensione non riuscirebbe a capire se stessa dal momento che è proprio l’Uomo ad incarnare il simbolo centrale, l’emblema supremo dello stato terrestre.


giovedì 17 novembre 2016

creare è arare interiormente


La persona è realmente tale in quanto “creativa”.
Volendo tralasciare le numerosissime contraffazioni esistenti, essere “creativi” significa essenzialmente aspirare ad apprendere e riscoprire la specifica norma o  grammatica operativa esistenziale atta ad educare, “consolidare”, la nostra “struttura emotiva” immersa nel flusso del divenire; affinché si possa operare (innanzitutto per mezzo del primo strumento che è il corpo) in assoluta empatia con la gravità materiale.

L’obiettivo è quello di dissolvere l’ego, ricavando – qui e ora nella materia stessa – la via puramente universale che altrimenti rimane preclusa nel dominio ottuso della sola razionalità.

Per le età devotamente artigianali, l’oltre vita è illuminato di un sacro chiarore a noi restituito dal manufatto. L’immenso fascino di cui sono intrisi gli oggetti antichi, il “calore” che emanano, costituisce il più veridico presentimento di speranza intagliato nella materia.


Nell’esempio dell’arte preistorica le corse, gli slanci, le lotte e metamorfosi tra uomini e animali rivelano l’immanenza di una danza cosmica che è l’urgenza della partecipazione cosciente della vita in sé stessa, nella necessità di proiettarsi oltre se stessa. E’ la rincorsa all’entusiasmo, all’incantesimo, misteriosamente scaturito da una necessità biologica, determinato dalla bellezza, sebbene atroce, delle verità naturali.
Arte è effettivo ordine, effettuale consacrazione puramente Visionaria in cui è dissolta la maschera dell’ego. La reminiscenza di tale persuasione compare nel motivo per cui fino a un dato momento storico l’artefice non usava apporre una firma sulla scultura o opera dipinta, poiché non era la singola persona che doveva essere valorizzata, ma, bensì, l’essenza soprannaturale che ne ispirava l’operato (ad esempio, ancora chi progettò le cattedrali gotiche rimane anonimo).

Determinati simboli, riferiti al patrimonio sapienziale dell’antichità e dei quali noi costituiamo il supporto transitorio ma pur certo, si decifrano in massima parte mediante l’affinamento della sensibilità intuitiva. La loro decodificazione oggi passa attraverso una sperimentazione spesso necessariamente privata, personale, elaborata mediante l’insostituibile ausilio di una “grammatica applicativa” che inevitabilmente si assimila in forma del tutto frammentaria, così come sono frammentarie le vestigia che costituiscono l’inestimabile patrimonio umano fornitoci dal (mai troppo esplorato) passato.

Allegoria per eccellenza dell’ispirazione che eleva il lavoro artigianale a significato di opera è l’insieme delle Muse, generate da Mnemosyne – la memoria.

Suida, storico bizantino del IX sec. nella stesura del suo lessico, scrisse che la parola Musa ha la radicale comune al verbo ricercare; Ri-cercare appunto come causa d’ogni dottrina (una ricerca perseguita mediante l’ausilio dell’utensile, quale estensione sensibile della mano che realizza il manufatto e non per il tramite del congegno o del dispositivo, che invece ne costituiscono la contraffazione estrema).

Creare è etimologicamente attinente a Corpo, nonché a Cerimonia, così come a Cerere, divinità delle messi e della “Ricerca inquieta”, da cui alcuni vollero derivare appunto dal verbo “Cereare” il “Creare”.

Creare inteso nella sua accezione mirabilmente iniziatica e che vale lo spingere innanzi, andare più in la per ottenere la cognizione maggiormente profonda dell’essere.

Per aggiungere qualcosa ancora sull’identità della Musa, Sinesio dopo averci informato che il complesso di tutte le Muse significa specificamente saper fare armoniosa unità d’ogni scibile, aggiunge che il loro “magistero” è canto sacro e arcano, per modo che rivolgersi poeticamente alle Muse vale invocare, così come ricordare, dunque, accordare il cuore all’ingegno; specificamente all’in – genus (da cui il termine ingenuo = incorrotto) del parlare ieratico, che vale “genero in me”: cosa? il Nume celeste.

Nelle sue "Vite parallele", narrando la storia di Licurgo, Plutarco riferisce che gli Spartani prima della battaglia inneggiassero proprio alle Muse ispiratrici, il cui nome, peraltro, deriva dal verbo “myèin”, che significa ‘iniziare ai misteri’, introdurre al segreto delle cose, sensibilizzare massimamente alla poesia universale riflessa nella tragica rivelazione della morte. Inneggiare alle Muse prima dello scontro fatale significa anteporre il bene dell’ispirazione soprannaturale a quello della vita stessa, che se ne è priva perde completamente di valore e senso.

Sempre riferendosi a tale prefigurazione trascendente, Dante poté dire: “ O Muse o alto ingegno, or m’ajutate…”

A cosa l’uomo deve essere aiutato? A cosa deve aiutarsi? Affinché egli possa persuadersi, in ogni istante della sua esistenza, ad effettuare la Scelta e decidere di vivere integralmente la verità dell’Evento.

E’ nel tempo che da sempre si innesta l’Evento: la Rivelazione.

In ogni momento potrebbe rivelarsi l’Evento e quando ci sorprenderà non potremo più fingere, ma, dovremo dichiarare apertamente cosa saremo disposti a diventare; cosa saremo disposti ad essere, a quale essenza vorrà uniformarsi la nostra natura.

Non dimentichiamo che in ogni caso l’uomo sarà chiamato a lasciare le “dimore della notte”.

Si dovranno lasciare le attuali “dimore notturne”, illuminate da freddi chiarori artificiali, per incamminarsi una volta ancora verso la Vera Luce o le tenebre più assolute, assolvendo in tal modo al significato apocalittico dell’epoca presente; verso cui converge il senso di tutte le Tradizioni sacre.

Il significato metafisico dell'Età attuale è mistificato dall’odierno sistema industrializzato, la cui finalità è quella di modellare uomini e donne strutturalmente deboli, buoni da assoggettare a bisogni assolutamente deleteri e intorpidenti, a forme d’appagamento che più sono meschine tanto meglio si rivelano utili ad annientare la consapevolezza e la pura volontà.

Il dominio industriale nei ritmi monotoni e ripetitivi della “produzione” fine a se stessa, sovverte per prima cosa la percezione del tempo confinandoci in un assoluto non-senso cosmico.


Un tempo solo meccanicizzato e concepito in una funzione solo utilitarista da forma ad una società nemica dell’ispirazione.

Un luogo dove ininterrottamente si scandiscono ritmi snaturati, appartiene all’abominevole azione simbolicamente identificata nell’opera disgregante dell’Anticristo.

Sarebbe da considerare davvero una leggerezza esegetica voler individuare l’Anticristo in una specifica figura sensibile. Esso non può possedere una semplice corporatura, ma,  nella finzione allegorica, assai più credibilmente rappresenterebbe una modalità interna alla coscienza, sia essa individuale che collettiva, alla determinata relazione che instaura con la materia e a ciò che provoca tale relazione e, conseguentemente, alla sua risonanza con la realtà spirituale. Più propriamente, si potrebbe asserire che nell’epoca attuale, il senso dell’Anticristo è esemplarmente avverato tramite l’efficienza stessa dell’inganno meccanicistico.

E’ l’adesco “produttivo” scatenato sulla storia, evocante la continua minaccia-spettro della “crescita” e che costringe gli individui all’adozione di svolgimenti frenetici sempre più aberranti.

In questo balzano e assolutamente capovolto ordine di cose, ciò che in realtà è massimamente favorito sono gli istinti passivi, il voyeurismo esasperante, il culto di una feroce libertà solo esteriore, dove la “nuova abitudine” rivela più d’ogni altra cosa i deleteri effetti di un subdolo condizionamento avvilente.

I preminenti significati simbolici che possono ancora aiutarci a ritrovare l’orientamento intimo, sono ascrivibili ad una definita “scienza dell’anima” i cui significati, presagiti fin dall’età preistorica, si rivelano come gli effettivi valorizzatori della vita dell’animo e possono, senza alcun dubbio, ascriversi al significato di conoscenza per antonomasia. Conoscenza definita appunto come Sapienza Perenne e che la condizione di “caduta”, occorsa al Ciclo attuale, attraverso la progressiva precipitazione degli eventi ha reso massimamente opacizzata.  

La prerogativa maggiormente enigmatica internata nella natura umana è inscindibilmente connessa alla sua facoltà di poter essere autenticamente creativa – tale facoltà è intesa come la più alta responsabilità dell’uomo – e culmina esclusivamente attraverso l’effettivo superamento del condizionamento ordinario imposto dalla nostra identificazione con l’ego.

Sostanzialmente la Creatività è tutt’altro che una manifestazione meramente ornativa della persona, tantomeno, si realizza nell’attuale parodia informale che è l’esclusivo appannaggio di una pseudo-elité intellettuale che nulla ha da offrire alla crescita interiore dell’uomo.

L'essere “creativi” riguarda la facoltà di pervenire alla nozione maggiormente concreta e ispirata del divenire. Tale significato in appena settant'anni è stato completamente destrutturato, astraendolo dentro il mortifero limbo di un concettualismo fine a se stesso, davvero sterile, artificiosamente esaltato mediante un cifrario pseudo-ermetico completamente arbitrario.

La presunta “arte concettuale” in realtà, attraverso l’alibi della “denuncia” o dell’emancipazione trasgressiva, è parte di quella contro-opera di contraffazione (puramente satanica) che mira a scollegare le persone dai riferimenti intellettivi maggiormente luminosi e che congiuntamente ad altre forme di condizionamenti avvilenti offerte dal progresso, dispone per l’annichilimento della persona.


In arte il cosiddetto “concettualismo” altro non è che uno degli aspetti utili al nostro dissolvimento identitario, il pretesto legittimante l’avvento di un tempo in cui è stabilito un dominio drammaticamente caricaturale e prevalentemente contaminante, in cui agiscono forze assolutamente contrarie alla nostra autentica dignità e libertà.

giovedì 10 novembre 2016

la prima qualità quasi dimenticata



L’incoerenza (luminosa incoerenza) è l’unica strada di salvezza per noi percorribile, l’irrazionale positivo in grado di richiamare in vita le prodigiose virtù internate nel profondo della natura umana.
Ars poetica inconscia, spontanea attitudine alla “meraviglia” davvero inestimabile e che accresce il senso di una “fierezza” assolutamente priva d’ogni superbia.
La disposizione interiore per essere “ermeticamente sana”, valorizza le impercettibili assonanze attraverso cui il carisma del corpo – l’uomo si staglia a fronte del cielo stellato come effettivo “carisma” – è orientato da chiarissime suggestioni rivelanti la direzione migliore per onorare lo spirito.
L’ultima nozione di “alchimia residuale” che possiamo concretamente intuire per quest’ultimo segmento di Età, va comunque sperimentata all’interno del “laboratorio economico” che è il nostro corpo. Non può esservi una valida ricerca alchemica senza un innata sensibilità a valorizzare la tensione poetico-ispirativa, la quale, di fatto, costituisce il maggior richiamo alla laboriosità, il maggior invito alla risolutezza, nonché alla premurosa valorizzazione del miglior senso possibile che riguarda la nostra presenza in questa “scivolosa” realtà.
Nelle antiche allegorie, sedimentano velate seppur certe indicazioni circa l’orientamento della nostra provvisoria permanenza nella dimensione materiale, all’interno della quale, in ultima analisi, è fondamentale la domanda: a quali tensioni sceglieremo di sacrificare la nostra interiorità?
Per questo è quanto mai necessario svincolarci dalla limitazione avvilente imposta dalla sola logica, che, in fin dei conti, sarebbe ciò che recentemente è stata riassunta sinteticamente con il termine matrix”: la matrice dell’inganno strutturante la soffocante griglia della pervadente “egemonia arcontica” e culminata con l’attuale istaurazione del dominio ultra-tecnologico.
Mai come oggi sarebbe davvero fondamentale far riemergere dalla coscienza la predisposizione atavica appartenente al mistero intuitivo dell’auto-rigenerazione: autorigenerazione fisica quanto psichica.
Detto in altri termini, aspirare ad immergersi nel flusso, propriamente cosmico, della pura Coscienza Cristica. Un significato questo, assolutamente distante dal “pantano buonista” che oggi sembra esser tanto caro alla Grande Chiesa quanto ai promulgatori del “Nuovo Ordine”.
Ciò che essi principalmente ostentano sono una falsa morigeratezza e una falsa solidarietà.
Per il “piccolo uomo anomico”, (anomico suo malgrado) che in tale sistema di cose è fondamentalmente lasciato solo e abbandonato a se stesso, la possibilità di riscatto è costituita dalla sua capacità d'intima adesione all’autentica Coscienza Cristica.
Per quanto possa sembrare assurdo o impossibile, ciò significa tendere intimamente alla valorizzazione di una rinnovata percezione empatica con il tutto: quel “tutto” che la persona in sé riassume; anelando  all’effettiva liberazione interiore e che nulla c’entra con la mania di una libertà solo esteriore, non a caso assai caldeggiata dalla pseudo cultura pop.
Si tratta di svincolarsi, pur facendone parte, da una subdola forma di lento e progressivo condizionamento avvilente, imposto all’animo dai cosiddetti “parametri normativi”. L’empatia non riguarda un avvilente “timido buonismo” ma, innanzitutto, concerne l’efficace riduzione del proprio ego, cercando, come diretta conseguenza, di ottenere la miglior cognizione sensibile della compassione; senza la quale, in questa società massimamente ingannevole, davvero renderemmo la nostra sorte simile a quella di bestie allevate in cattività.
La compassione autentica, non è un "impuro pietismo", la compassione è una virtù propriamente “marziale”, è intima limpidezza la dove il pietismo invece costituisce una condizione di melmosità interiore.
La compassione è situata agli antipodi del pietismo e riguarda l’esclusivo, quanto unico, esercizio di virilità originariamente intesa.
Gli uomini e le donne dovrebbero nuovamente tendere alla virilità autentica, pena l’indistinto dissolvimento della persona a “mera unità di consumo”. Per questo il cosiddetto “potere” oggi promuove per tutti, indipendentemente da quale che sia la condotta dell’individuo, la lusinga di un “perdono” o “realizzazione” indistinti, ingannevolmente promessi attraverso un’ipotetica “bontà divina” o tramite i “prodigi profani” offerti dalla sola ragione e tecnica. La “loro” mira è quella di alienarci profondamente da quella “tenacia ancestrale” che ha determinato quanto di più forte, saldo, nobile, bello, l’umanità conserva in sé come archetipo di potenziale espressivo: la sua “determinazione primordiale” che, pur racchiusa in un così fragile involucro, ci rende più degni degli stessi dèi.


mercoledì 9 novembre 2016

il simbolo della croce



L’uomo è “crogiolo” vivente, scrigno sensibile custodente l’enigma dinamico che avvia l’idea “esistenza”, invisibilmente addensato da una emanazione ineffabile e, potremmo dire, presagito nella coscienza per mezzo della “radianza sfuggente” di cui l’universo è pervaso.
L’assurdo è la prima norma della vita. L’assurdo ci addensa e ci disgrega, mescolando continuamente la materia in se stessa, animandola di la da se stessa.
L’uomo è simbolo per eccellenza: “Il corpo non è soltanto fisiologia, non solo materia. Esso nasconde i mondi della proiezione metafisica, trattiene le idee, custodisce il nostro geroglifico identitario, nutre le nostre radici, ci dice chi siamo e da dove veniamo, con segni certissimi” (1)
“Mitos”: tra i diversi sensi suggeriti dall’etimologia, troviamo nel gergo ieratico – orfico il significato di “semenza” “seme”, sicché, ogni mito tradizionale racchiude il granello o seme di  verità deposto nel fondo dell’essere. Così almeno riferisce Clemente Alessandrino, facendo derivare la parola “mito” da “metos”, che è appunto “seme”. Tale mistero universale custodito nella parte più remota della nostra conformazione invisibile, peraltro è ricordato anche nei Vangeli canonizzati (Mt 13,1-17).
Da questa metafora del seminare nella persona il germe che produrrà lo sviluppo della sua forza generatrice spirituale, si disse nel linguaggio sacro: in inter – humun, ovvero, per la seconda volta seminate o create; cosa? L’in – itio, il movimento (poetico-ispirativo) generante il principio per il quale si trascende la propria costituzione mortale. Noi per intima costituzione siamo predisposti a presagire l’infinito, vi aspiriamo, e tale impulso è emanato al di la del tempo preesistendogli.
La Ri-velazione per quest’ultimo segmento di Ciclo appartiene in massima parte al Cristo, Egli è il sole, il sole metaforico del mondo, che al pari dell’astro materiale proietta, irradia, i solstizi e gli equinozi nelle quattro direzioni da cui è ricavata la croce che suddivide le quattro parti dell’anno. Gli assi della croce individuano pertanto il centro simbolico attorno a cui ruota la ciclicità del divenire e dal “centro” promanerebbe la gravità imprescindibilmente congiunta alla “sorgente amara” da cui sgorga il flusso stesso del tempo.
L’essenza del sacrificio cosmogonico, rivelata attraverso la discesa dello spirito nella materia, custodisce la genesi dell’universo, nel quale ogni stella costituisce una parte dell’immensa “combustione sacrificale”. Gli atomi che costituiscono la sostanza siderale sono i medesimi che formano la nostra identità, che è riscattata, elevata, da una miseria altrimenti solo mortale.
Ciò che ci eleva è una “suprema intuizione”, che si accende, divampa, come calore del calore stesso nelle profondità della combustione universale e per suo effetto l’attenzione della coscienza si desta in se stessa e verso se stessa.
L’attenzione profonda non è un accadimento scontato o semplicemente ovvio.
Nella liturgia cristiana il monte del Golgota, il luogo emblematico della crocifissione, è identificato quale effettivo perno del mondo, costituendo il collegamento assiale tra gli abissi terrestri quanto celesti.
Già prima di Cristo la croce significò orientamento e salvazione, nonché la condizione prescelta su cui consumare il supplizio dei condannati.
Dall’alto dei promontori gli Auguri etruschi, prima di ricavare i preavvertimenti celesti, tracciavano con il bastone ricurvo (il Lituo) il segno di una croce per l’aria, suddividendo in quattro parti ideali l’estensione del paesaggio. Loro, in un certo senso, “creavano” l’ampiezza emblematica dell’orizzonte, ne “fondavano” la vastità, determinando l’estensione del panorama ad una misura puramente contemplativa di fatto non più circoscrivibile ma ugualmente interpretabile attraverso il linguaggio alato dell’allegoria; attraverso la quale l’intelligenza smette di essere uno strumento solo materiale ed il cosmo è compreso come luogo elettivo di significati superiori.
Ugualmente, prima di fondare una città ne orientavano le aperture attraverso il segno di una croce incisa per terra, usanza poi tramandata ai romani, determinando così uno specchio ideale suddiviso nelle quattro parti dove trovano riflesso simbolico specifiche costellazioni di riferimento atte a ordinare i ritmi del divenire.     

Nei primi tre secoli il segno identificativo dei cristiani non fu la croce ma due pesci, eppure, in un certo senso, negli alberi maestri delle navi disposti a croce già i marinai scampati ai naufragi istintivamente preavvertirono in essi un emblema di salvazione, poi avvalorato dai paleocristiani attraverso figurazioni tombali incise su pietra di altre navicelle, i cui alberi maestri intagliati da tremolanti mani devote costituiscono i paradigmi della navigazione dell’anima sugli abissi del divenire.
Presso le culture tradizionali nord americane ogni orante realizza metaforicamente il centro dell’universo nell’atto dell’invocazione emessa alle quattro direzioni del cosmo, poiché nella vastità rotante del Grande Cerchio, non essendo circoscrivibile l’estensione dell’universo, il centro può ricavarsi da ogni luogo in cui s’accende l’ispirazione; dunque, il centro s’individua in ogni sensibilità misteriosamente intonata alla modulazione trascendente del “suono originario”.
La Grande Chiesa estremizzando il significato liturgico dell’orientamento ideale, nell’intenzione di consolidare un potere prevalentemente terreno, decretò impropriamente se stessa come centro del centro stesso. Essa deformò tramite la spessa lente teologica, affatto lucente, la prospettiva esistenziale, l’aspettativa interiore, l’innato senso legittimo appartenente ad ogni animo circa il suo collegamento all’ispirazione primordiale. La Grande Chiesa, attraverso i suoi Dogmi s’è rivelata essere il sicuro strumento d’invisibili influenze contrarie alla vita, infondendo progressivamente nelle coscienze dei fedeli il sentimento nefando di una “costrizione mistica”, di un innaturale senso di colpa, scatenando attraverso i secoli tre disumane Inquisizioni, di cui l’attuale che è la Quarta sono decenni che è praticamente invisibile, obbligando le coscienze all’adozione di una deleteria contrizione, essenzialmente morbosa, profondamente annichilente (così come di una scialba "euforia mistica") reputata come il necessario requisito per ottenere la salvezza dell’anima.
In realtà, nell’accettazione passiva di tale parametro, l’animo è destituito di ogni autentica vigoria.
Attraverso quasi due millenni di storia, prevalentemente sanguinaria nei momenti più significativi del proprio accrescimento, la Chiesa di Roma s'è rivelata essere quasi lo strumento prescelto di quelle “forze disgregative”, che a vari livelli ed estensioni, da sempre intendono condurre l’umanità verso un declino pianificato e che, fin dalla primissima e assolutamente controversa rivelazione mosaica, sembrano voler consegnarci tutti, in guisa di “prescelto gregge”,  agli imperscrutabili appetititi di oscuri pastori d’anime.  





                               



 
(1) Leonello Luca Rimbotti : “La rivoluzione pagana” ed. Ar

giovedì 3 novembre 2016

verso quale dimensione






E’ un gesto inevitabile che tutti adottiamo nell’arco della giornata, ma osservare le persone curve su quelle tavolette fluorescenti che sono i tablet mi rinnova sempre una sensazione di leggero disagio, che si acuisce quand’è usato per giocarci. Particolarmente nei videogiochi l’attenzione è miserevolmente sacrificata al nulla più estremo, le mani sembrano afflitte da un’eccentrica minorazione, la postura è ingobbita senza guadagno d’arricchimento interiore; questa è davvero una perfetta forma di lobotomia volontaria a prescindere dal tempo che ci si perde sopra.

Il cosiddetto “progresso” è uno sfuggente campo di alacre sterminio i cui confini sono estesi alla stessa circonferenza del globo. La parola “crescita” è il  mantra che agglutina le masse umane, scardinandole da ogni equilibrio sano e corrispondente all’idea stessa di umanità, sulla quale, in ultima analisi, vediamo trionfare una subdola opera di persuasione subliminale che annichilisce la psiche.

L’attenzione della massa è “monocola”, la massa per sua composizione non può essere attenta, è come una sorta di ciclope elettrochimicamente sedato. L'attenzione dalla massa modernamente compresa è pari ad un faro spento orientato nel cuore di una notte propriamente cosmica, (Kali-yuga) dove nel singolo è quasi del tutto assente la cognizione di cosa sta diventando o chi vorrebbe realmente essere, avendo delegato ai cosiddetti “specialisti” il delicato compito di “riformare” l’esistenza.

In questo dominio della sola tecnica e ragione l’uomo diventa una sorta di insulsa “appendice nervosa”, virtualmente saldata ad un arido sistema digitalizzato che lo regola, controlla, normalizza, decifra all’interno di una “nuova realtà” che, di fatto, è irrimediabilmente contaminata e profondamente spenta in se stessa: è questa e non altro l’essenza del celebrato “progresso”: un dissimulato dominio puramente satanico.

lunedì 31 ottobre 2016

poiéin



Nel mondo antico, un particolare tipo di fervore spirituale elevò l’uomo attraverso l’estasi poetica. Particolare estrinsecazione di stupore o meraviglia, temperata da un solido senso concreto del “fare per realizzare”, che è appunto la “poiéin” = “comporre” “fare”.
Nell’hylé: “materia prima o primordiale”, fu individuata l’azione di una remota fluttuazione sensibile per mezzo della quale i diversi significati trovano reciproca interconnessione, rivelando alla nostra coscienza l’esistenza di un accordo interiore naturale riportato nella meraviglia per la cosa creata.
La sacra quercia dodonea, da cui non a caso fu ricavato lo scafo degli Argonauti, emblematizza tale misteriosa qualità “lirica” per la quale il legno muto si faceva vaticinante di responsi oracolari, comunicati mediante un’ineffabile melodia che trova l’eco maggiormente profonda nell’intonazione di Orfeo: il Rivelatore per eccellenza, il sommo valorizzatore dell’occasione segreta dell’animo, per la quale la realtà intera perviene al suo massimo significato; costituito appunto dall’illuminazione poetica.
A questo stesso significato si riconduce il ramo aureo virgiliano, anch’esso estensione dell’hylé primordiale che Enea deve svellere con le sole mani e a che riesce a trovare, rettificando il proprio smarrimento nell’intricata selva-hylé, unicamente attraverso l’ispirazione oracolare. Ugualmente tramandano i miti nordici della fondazione del Cosmo, come Odino, il cui nome significa “veggente”, sia la divinità “menomata” che realizza l’orientamento all’interno di più dimensioni cosmiche unicamente attraverso una follia propriamente luminosa.

Odino è appeso all'albero cosmico della conoscenza, lo Yggdrasill, un frassino, anch’esso dunque estensione dell’Hyle primordiale, che è supporto emotivo – il supporto attraverso cui l’emozione educa e corregge se stessa trascendendo la sua natura ordinaria – di una “combustione lirica” che ristruttura, ri-ordina, l’articolata manifestazione universale che altrimenti rimarrebbe profondamente spenta in se stessa. E’ il fervore ispirativo dell’animo chiaroveggente, positivamente entusiasmato dalla contemplazione estatica del tutto, dunque, di un animo perfettamente orientato all’interno di se stesso nella finalità di dirigersi oltre se stesso, percorrendo gli infiniti mondi interiori nell’incessante ricerca dell’abissale fondamento del divenire.
A nessun altro riferimento confluisce la struttura etica dei grandi poemi dell’antichità, totalmente pervasi di una misteriosa apprensione di riscatto, permeati di una dolorosa quanto ancestrale “mancanza” da cui origina l’idea stessa di “fatica iniziatica”.


Su questa qualità ardente dell’animo l’uomo centra la propria identità, non altrimenti.
Qui solo possiamo ottenere il maggior significato della nostra esistenza, sebbene possa sembrare massimamente ridotta solo in tali riferimenti troviamo il fondamento dell’assurdo, il “sacro assurdo” che ci anima e che l’avvilentissimo pensiero moderno intende disperdere, deformare, mortificare, imbustandoci tutti all’interno di una soffocante e contaminata realtà preconfezionata che è nemica dell’autentico ordine. L’ordine è solo sovrasensibile altrimenti non è ordine ma solo una deleteria forma di necrofilia istituzionalizzata.

 

mercoledì 26 ottobre 2016

Quale felicità



Nella manifestazione della coscienza, nella consapevolezza di essere qui e ora risiederebbe il cardine attorno cui ruota il mistero della vita.

L’enigma remoto della Sfinge, l’arcano sorriso scolpito sui visi delle statue mediterranee arcaiche e che più discretamente riaffiora ineffabile sul volto stesso della Gioconda leonardesca, non rappresentano forse il felice invito ad una serena percezione dell’ignoto che da ogni parte sovrasta l’uomo? Un invito rivolto “fuori dal tempo” ma attinente ad ogni tempo, affinché ognuno possa realizzare l’auspicabile risveglio interiore? 

E’ evidente come nella persona il significato di poter realizzare la condizione “Felice” di certo non costituisce una vaga aspirazione meramente astratta, prevalentemente legata a labilissime circostanze fortuite, così come la “felicità” non riguarda affatto il feroce ottimismo meramente propagandistico, e nemmeno l’asfissiante contentezza esteriore che caratterizza i riti profani della corsa ai consumi.
La Felicità non riguarda nemmeno quell’inequivocabile sintomo d'artefatta leggerezza di cui si aureola uno scialbo misticismo che è proprio della new-age così come dell’ultimo cattolicesimo.

Pico della Mirandola, nell'introduzione al suo trattato sulla Dignità dell'uomo scrivendo il termine "Felice", asserisce, peraltro molto significativamente, che solo le Arti portano all'uomo la cognizione maggiormente prossima alla Felicità, intendendo così riportare la mente all’originaria qualità del termine “Felice”. Felice nel mondo latino era chi aveva acquisito/conquistato la più alta Conoscenza mediante l’iniziazione ai Sacri Misteri, qualificandosi appunto come “Felix”: “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”, che pressappoco significa: felice colui che ha potuto penetrare nell’essenza delle cose. (Virgilio, Georgiche, lI, 489).

Qualificando come “Felice” una persona, s’intende alludere alla sua presa di coscienza maggiormente profonda, alla sua partecipazione attiva/contemplativa della vita. Il “Felix”, realizzerebbe un’inconsueta condizione di difficile levità interiore, un’insolita commistione di gravezza e soavità, che, come notò il controverso Ciro Formisano, all’apparenza sembra non rendere esteriormente contento chi la realizza.

Non può esservi risveglio della Vir (virilità) senza il risveglio della sincera  compassione (la compassione non è torbido pietismo) congiunta alla devozione autentica, compresa essere come "Ascesi" = "esercizio" segreto costante, sostegno dell'autentica virilità: che è forza intuitiva, volontà ispirata dalla ragione poetica.

Per tal motivo pochi uomini odierni sono realmente virili anche se esteriormente muscolosi o assolutamente determinati nel perseguire i propri interessi, ugualmente si dimostrano assolutamente svirilizzati nell’intimo poiché solo nella ritrovata vitalità dell’animo (ridestato dalle tenebre dell’età presente) il pensiero può farsi “luminescente”, accrescere la sua essenza nella pura meditazione riflessa in azioni sempre più consapevoli, quali rifrazioni o riverberi dell’eterno divino da cui scaturisce la sorgente dell'essere.




Questo per esempio è lo stesso significato della bellissima pittura funeraria nota come il Tuffatore di Paestum, emblema figurato dell’effettivo salto/passaggio tra differenti dimensioni compiuto da un animo preparato, predisposto già in questa vita terrena all'attraversamento dell’inesplicabile fiume allegorico separante la riva dei vivi da quella dei morti.

Fortuita commistione di Vigoria e assoluta fugacità, misterioso connubio di grandezza perennemente avvinta all’infermità: questo è l’uomo esteriore e di ciò sorride il Nume.



Annotava la studiosa Domizia Lanzetta:

“In molti dipinti sono raffigurati uomini e donne che, dall'alto di un qualcosa, si gettano fra le onde. Queste immagini le troviamo tra le rovine di antichi templi o in tombe vetuste, come nella Tomba del Tuffatore a Paestum o nella Basilica neo-pitagorica di Porta Maggiore a Roma. In quest'ultima, una giovane donna spinta da un Erote in un abisso marino. Ad attenderla c'è una arcana divinità acquatica che regge un lungo velo tra le mani. A Paestum, invece, un giovane dall'alto di una colonna si lancia in un azzurro spumeggiante mare. opinione comune che la scena alluda all'entrata del defunto nel mondo invisibile.

Che, per i Greci, il tuffo nell'acqua fosse allegoria del momento di transizione da una ad un'altra dimensione, ce lo testimonia la vicenda di Tespesio di Soli. Narra Plutarco che costui, deceduto a causa di un incidente, dopo tre giorni si risvegli, proprio durante i funerali. Agli amici e parenti che gli si erano raccolti intorno, racconta che, nel momento del trapasso, aveva avuto una sensazione simile a quella che si ha quando ci si tuffa nell'acqua da una barca; dopo di che si era ritrovato in un mondo diverso, caratterizzato da un intreccio di immagini simboliche, come avviene nel corso di una iniziazione misterica.

Tornando al giovane di Paestum, esso ci appare nudo e nell'atto di lanciarsi dall'alto di tre colonne misteriose, ai piedi delle quali ribolle la luminosità azzurrina di un enigmatico mare. Tre colonne, che ci trasmettono l'idea di un tempio o quella di un recinto sacro. Tre colonne delle quali il giovane ha dovuto raggiungere la cima, per compiere la sua palingenesi. E di questa ci invia l'idea, servendosi della immagine di un vertiginoso tuffo.

Nel tredicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio ci propone lo strano mito di Glauco il Pescatore. Si tratta di un mito intriso di tutte le suggestioni e le malie di una dimensione ulteriore, unite al mistero indicibile di una trasumanazione. Quanto al dato geografico dove la vicenda sarebbe avvenuta, serve solamente ad indicare il luogo in cui il personaggio riceve il maggior culto e la più sentita venerazione.

Quanto al tempo, nel quale il fatto si sarebbe verificato, non possiamo che ripetere quel che Saturnino Salustio gli disse: "Ma queste cose non avvennero in nessun tempo, avvengono sempre".