giovedì 12 gennaio 2017

"avvilimento felice"







Nell’ambito della lotta dei valori tradizionali in rotta di collisione costante con la fase ferrica, in diversi momenti storici si sono registrate diverse riprese e rinvigorimenti dello spirito tradizionale.

Quanto attualmente si prefigura invece è un aberrazione appena immaginabile. All’uomo post-moderno sembrerebbe competere una sopravvivenza solo larvale, definita come tale per l’infima qualità del suo sentire interiore, ridotto a traccia di mero calcolo utilitaristico.
L’intelletto si degrada ad essere la triste appendice di un arido sistema digitalizzato, in cui la prodigiosa “facoltà immaginale”, oggi anticipata come qualità antitetica alla funzione assolta di successive sequenze formali, è decretata come “elemento incoerente” e dunque soppressa dalle dinamiche del “rinnovamento"
Inutile insistere sulla desolante povertà strutturale che dovrebbe sostenere i nostri motivi esistenziali.
Lo sgomento a poco serve. Le fonde inquietudini, le tensive e contrastanti oscillazioni dell'animo essenzialmente smarrito di fronte a tanto scempio, se mal “temperate” in realtà andrebbero ad alimentare quell'immane eggregora di assoluto non-senso che attualmente "aleggia" sull'ultima porzione di quest’età, propriamente oscura.

Da questo brodo elettrochimico in cui ci fanno galleggiare è ancora possibile distillare, per mezzo di una condotta essenzialmente retta, l'elemento aureo che occorrerà alla nostra “rinnovata esistenza futura".
“La ricetta è una soltanto: affrontarsi, scendere dentro di sè, scoprirsi; scoprire come in realtà non si agisca, ma si sia agiti, e combattere la propria battaglia per la libertà, l’unica che esista per l’uomo: la signoria su se stesso.
Bisogna “essenzializzarsi” come ci ammonisce Evola: da qui ogni atto potrà ridivenir magico, da qui potrà essere propiziato l’avvento del Nume Pan: egli è morto solo nei cuori di coloro che hanno rinunciato alla propria natura di uomini. Per coloro in cui l’antico Fuoco arde ancora, ancora è avvertibile, la magica Armonia che promana dal flauto del Dio”.
(Rivista “Mos Maiorum”, anno II, n. 2).

L’identità geniale degli elementi, sebbene invisibile, non rimane insensibile ad un particolare "accordo" interiore che possiamo evocare accostandoci “intimamente radicati” ai residui spazi ancora ricolmi di naturale bellezza.
La prefigurazione trascendente riguarda una condizione ineffabile dell’essere che quaggiù ci rimane completamente estranea, quasi non ci appartenesse minimamente.
Quanto di più ignoto e inconoscibile l’uomo custodisce in sé, lì è la sua effettività. Ciò che è consueto e apparentemente familiare come la sua immagine riflessa nello specchio è un puro abbaglio, occasionale momento di sviamento per il quale è inutile porsi il perché, ma fondamentale interrogarsi sul come (procedere).

 
















martedì 10 gennaio 2017

cinque semplici punti



E’ importante provare qui e ora a divenire teurgi di noi stessi, ad accrescere la positiva Suggestione-Tensione, propriamente Splendente.
Il "geniale pathos", un tempo radicato nella formazione spirituale propria al "sentire" arcaico oggi è a noi più prossimo di quanto comunemente non si potrebbe ritenere. La sua tenace idealità giace latente nel fondo di ogni coscienza che aspira alla “chiarificazione”.
Gli elementi naturali benché aggrediti dall’attuale "inquisizione elettromagnetica" ancora possono comunicare, infondere alla nostra interiorità la loro identità propriamente geniale.
E’ imprescindibile il voler riannodare la nostra identità all’essenza geniale degli elementi vitali, ai “numina”.
“Gentili numina”, non indistinta subordinazione a “dii”.
Non culto irrigidito in esteriore “templa”, ma rinvenimento dell’intima “fontes” reperita attraverso il percorso di “luci et nemora” interiori.
Tutto ciò sarebbe davvero necessario per l’avvio del perfezionamento interiore, senza il quale d’ora innanzi sussisteremo solo come misere cavie da laboratorio.
Perché intendere di stazionare lietamente in questo malsano “acquitrino elettro-chimico” realizzerebbe in noi la più triste delle parodie, (a ciò aspirano conseguire i transumanisti ) col personificare nell'uomo vivente quell’infelicissima presenza vitrea di manichini prodotti in serie.




L’espressione concreta della poesia di fronte all’esistenza che scorre via, consiste nell’intuire-accordare valore infinito all’apparente esiguità di ogni istante, (benché l’istante, oggi, sia estremamente contaminato).

  1. Dialoga costantemente con il corpo e con l’animo (esercizio/ascesi).
  2. Riconosci le cose per quello che sono: l’alchimia consiste nell’arte della separazione, del saper vagliare. Oggi consisterebbe anche nel saper riconoscere tutte quelle circostanze che vanno a provocare una corruzione, propriamente “virtuale”, della nostra essenza invisibile.
  3. Il dominio industriale-consumistico-tecnologico, agisce mediante un rilevante influsso ipnotico che spegne l’autentica esaltazione, (la sacra sublimazione) originariamente una qualità elettiva dell’animo, sovrapponendogli una caricaturale glorificazione esclusivamente egoistica, che in brevissimo tempo riduce la persona alla “completa passività”: intendendo per questa uno svigorimento dell’attenzione superiore della mente.
  4. Questo tipo di nuova passività è mimetica, in quanto può rendere esteriormente attivi – “digitalmente scaltri” – ma intimamente spenti, inconsapevoli, profondamente disincantati: ovvero, incapaci a distillare intimamente ciò che un tempo fu definito come “oro potabile”.
  5.  La nostra adesione acritica a questo stato corrotto di cose, così come la  rinuncia a voler in ogni caso migliorare se stessi (felice disciplina mirata alla progressiva estinzione dell’ego)  rafforza quest’egregora estremamente malevola scatenata sul tempo presente. La “loro” finalità è desensibilizzare la coscienza per annientare lo spirito e, conseguentemente, dissolvere la prodigiosa facoltà della pura autodeterminazione: per questo il compiacimento di se stessi (sia esso “credente” che “nichilista”) va interpretato come una condizione estremamente negativa quanto sterile della persona.  

Ad esempio, questa frase contenuta nel Vangelo gnostico di Tommaso e' quanto mai attuale “Voi dunque siate vigilanti di fronte al mondo e cingetevi i fianchi di grande potenza…” 
L’azione metaforica inerente la “fasciatura della veste” riguarda il consolidamento del primo rivestimento dell’animo, ovvero, della volontà, una qualità inscindibile in questo piano dimensionale dal corpo fisico stesso.
Il lavoro su di sé, dunque, serve ugualmente a “fasciare la carena dell'animo”, serve a consolidare la nostra navicella votiva interiore custodente l’enigma dello spirito.

La corrente che navighiamo è il tempo e presto o tardi ci precipiterà nell’ultimo vortice dell’istante.
L’inevitabile “salto” dovrà auguralmente valicare la profondità fisica del Cosmo, estinguendo qui la nostra identità transeunte: “tutti vanno in un medesimo luogo; tutti vengono dalla polvere, e tutti ritornano alla polvere” ( Ec 3:20).
Ciò che anima questa polvere e che in noi può divenire “disperante grumo di tenebre” così come “policroma tensione estasiata”, “applicazione appassionata”, “contemplazione iridescente”, tale indefinibile essenza appartiene al Meta-Cosmo.

La rammemorazione sublime è l’essenza del mistero congiunto alla nostra coscienza.

Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte,  
/presso di essa si erge un bianco cipresso;  
/a questa fonte non avvicinarti neppure.  
/ Ne troverai un'altra, fresca acqua che scorre  
/dal lago di Memoria (Mnemosyne); innanzi vi sono custodi.  
/ Di': "Sono figlia della Terra e del Cielo stellato, ma la mia stirpe è celeste; questo anche voi lo sapete.  
/ Sono arsa di sete e vengo meno: ma datemi presto  
/ l'acqua fresca che scorre dal lago di Memoria". 
/ Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina,  
/ e allora poi regnerai con gli altri eroi. 
/ Questo è sacro a Memoria, quando sia sul punto di morire.  
In margine si legge: “... la tenebra che intorno avvolge”. 
(Lamine d'oro Orfiche)


giovedì 5 gennaio 2017

“Noctu Incubando diuque” - covando notte e giorno - breve commento alla lettera sul Fuoco Filosofico di Giovanni Pontano



87 – Perché batti il metallo? Nella pietra angolare / soltanto c’è salute, oro e tutte le arti.

103 – Il metallo son io, crogiolo e fuoco lo Spirito, / il Messia la tintura che corpo e anima trasfigura.

(Angelo Silesio: “Pellegrino cherubico”)




Io Giovanni Pontano, ho percorso molti paesi per conoscere qualche cosa intorno alla pietra filosofale, ma girando quasi tutto il mondo ho trovato soltanto degli imbroglioni e non dei filosofi. Tuttavia, studiando sempre e moltiplicando le prove ho trovato la verità; (leggi la giusta ispirazione) ma dopo essere riuscito a conoscere la materia, sbagliai infinite volte prima di trovare la vera operazione e la pratica.
Dapprima incominciai a far corrompere questa materia per nove mesi e non trovai nulla  (meschine attese di guadagno).

La misi per qualche tempo in bagno (immersione volgare nella sola materia, diluizione indistinta nell’aspetto inferiore, degradato, della liquidità) e parimenti errai. La posi per tre mesi in fuoco di calce e similmente operai male (ovvero: eccesso d’intima tensione).

Poi la trattai con ogni genere di distillazione (proiezioni illusorie inferiori) come dicono, o piuttosto sembra che dicano, i filosofi quali Geber, Archelao e quasi tutti gli altri.

Finalmente tentai di compiere il soggetto di tutta l’arte alchemica con tutti i mezzi che sono pensabili, che si fanno per via di fimo e del bagno e delle ceneri e per altri fuochi (riti prevalentemente apparenti e dunque inefficaci) di vario genere che si trovano nei libri dei filosofi; ma non trovai nulla di buono. Perciò per tre anni di seguito studiai non nei libri dei filosofi, salvo il solo Ermete le cui parole più brevi comprendono tutta la pietra, per quanto egli parli oscuramente del superiore e dell’inferiore, del Cielo e della Terra.


Il nostro istrumento dunque deduce essere nella materia e non nel primo, né nel secondo e non è fuoco di fimo, né fuoco di bagno, né di cenere, né degli altri fuochi che i filosofi han posto nei loro libri. Qual è dunque quel fuoco che perfeziona tutto dal principio alla fine? Certo i filosofi l’hanno tenuto segreto; ma io voglio rivelare le proprietà di codesto fuoco insieme col compimento di tutta l’opera. La pietra filosofale, (qualità aerea ma concreta benché invisibile, del tutto coincidente al principio ispirativo) dunque, è una e si chiama in più modi; prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte proprietà felici, che per opera dell’altissimo Dio si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco - ovvero: principio immaginale o volontà plastica realizzatrice, diretta oltre il comune senso di benessere o di bene o malattia stessa, ma bensì, di ri-scoperta o ri-volgimento interiore della propria costituzione invisibile riflessa nel corpo esteriore che la racchiude; il quale è da intendere solo come prima officina di vita.

La consapevolezza risiederebbe nella facoltà di discernere in se stessi il cardine attraverso cui si congiungono le porte che serrano l’enigma più fondo. Il lavoro attivo su di sé prevede l’apertura o diaframma attraverso cui l’ineffabile accede nella coscienza: il lavoro, a un determinato momento, deve inevitabilmente coincidere con la traduzione delle immagini.

Traduzione non solo cerebrale ma innanzitutto percettiva e sensoriale. Per noi sviliti post-moderni anche il solo dedicare attenzione al modo in cui si cammina può contribuire a ri-destare progressivamente alcune delle indispensabili facoltà sensibili intellettive altrimenti inesorabilmente anestetizzate.



L’Alchimia o Trasmutazione della materia, consiste nella Concordia del proprio corpo transitorio al senso dell’eterno. Questa premonizione di essenziale fiducia o chiarità per le sorti dell’animo corre tra le cose naturali come il vento attraversa i reconditi significati della Natura. Intendo comprendere nell'idea "natura" la sua eminente gravità, soave e spesso amara, apparentemente contraddistinta da una legge di necessità indifferenziata.

Prosegue lo scritto di Pontano: e chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non ne sa nulla di filosofia, perché ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l’ignorano mai. Perciò ben pochi pervengono all’arte, ritenendo che si debba rimuovere qualche cosa di superfluo e d’impuro.    

Commento: la trasmutazione della materia, pertanto, consisterebbe essenzialmente su di un lavoro effettuato sulle “frequenze”, nella paziente temperanza di trovare armonia nella molteplicità dei ritmi caratterizzanti il susseguirsi delle stagioni esteriori quanto interiori.

L’aberrante anomalia propria alla realtà attuale consiste proprio nella manomissione sintetica delle frequenze naturali, in questo, giustamente è stato più volte osservato, che la dimensione tecnologica sembrerebbe a tutti gli effetti costituire un definitivo attacco all’anima del mondo.


Noi, pertanto, sembreremmo del tutto impediti nello svolgere questo lavoro d’intima rettificazione, desiderando accordarci in un ambiente massimamente impoverito e indebolito nelle sue fondamenta.

Una felice “gravitas” espressiva non può essere supportata da un terreno trasversalmente contaminato. Architettura disumana, onde radio, reti wirless, radioattività, sementi sterili, aria e acqua inquinata, cielo velato da diafane e venefiche griglie strategiche ascrivibili al noto fenomeno efficacemente spiegato come “geoingegneria clandestina” e, sostanzialmente, l’onnipervasiva dimensione industriale, (il cui avanzamento è totalmente indifferente alla vita che la circonda) oggi sembrerebbe vietare categoricamente all’uomo la sua possibilità di “centrarsi” su frequenze vigorose e intatte.

In questo senso lo studio dell’alchimia potrebbe sembrare un semplice vezzo, il vuoto esercizio di un mentalismo ipertrofico.

Eppure la convinzione è che l’Età attuale non abbia ancora raggiunto il suo culmine distruttivo, un margine di libertà interiore ancora esiste, benché, inutile dire, essa sia estremamente esigua.

La facoltà “immaginale” (è un termine coniato da Henry Corbin) può adeguare la nostra interiorità ad una conformazione prodigiosa amplificando il nostro nucleo di consapevolezza.




Non a caso gli Argonauti emblematizzano il Rinnovamento di un Età.      
Essi  sono i riconosciuti navigatori nel transito di due Ere, gli allegorici veleggianti tra differenti piani dimensionali. 
In loro si vede come la pura intonazione, (accordo poetico inteso come armonizzazione delle frequenze naturali) costituisca la necessaria base preliminare da cui avviare l’impresa.
Questo è evidente nella versione di Rodio e ancor maggiormente nelle Argonautiche orfiche, in cui la gradazione della reminiscenza sciamanica assegna compiuta identità al carattere di Orfeo.
Le generazioni più antiche, nonostante le molteplici contraddizioni proprie della natura umana, poterono in ogni caso ereditare la possibilità di esistere e realizzare (coralmente) un riflesso positivo del principio aureo da cui discende la nostra coscienza, mentre solo l’uomo contemporaneo (totalmente pervaso dalle forze della dissoluzione) ha la piena facoltà di distruggere (peraltro compiacendosi di ciò) il luogo stesso della sua manifestazione; ribaltando il significato del Cosmo in un assoluto dominio di non senso.

Scrive ancora Pontano: "Intendi: Sole = Oro = Zolfo = Anima = Cuore…" (accendi, o sveglia, per meglio dire, nel tuo “cuore” per immaginazione, da non confondere con la vana fantasticheria, il centro del “fuoco”).
Con l'espressione “fuoco filosofico” è inteso una pura elevazione poetica, condizione essenziale d’ogni disciplina autenticamente iniziatica.              
Su tale percezione ruota il senso delle più arcaiche cosmogonie, riferenti del cerchio allegorico inerente la pura riflessione-contemplazione: la compiuta "irrazionalità platonica"; la realtà compresa mediante una vigorosa, pura, consapevolezza di sé e del proprio destino.                                          
Destino coincidente all’Evento della Ri-velazione trascendente, ed è appunto nell’evento che si manifesta, culminando il proprio significato, la verticalità dell’essere, ottenuta per mezzo di una differenziazione stessa delle ciclicità temporali (proprio a ciò ottemperarono gli stagionali riti arcaici dei Sacri Misteri) e, dunque, delle “frequenze vitali” dove nel tempo irrompe la percezione “numinosa” per la quale ogni “zona esterna” al centro non individuato del Cosmo diviene istantaneamente “centro metafisico del centro stesso”.                                                           Questa è l'esperienza maggiormente significativa della coscienza e che propriamente riguarda la “sospensione cardiaca", attraverso la quale possiamo intuire-realizzare l’infinito; quell’infinito che abbraccia ogni cosa e di cui parlarono Anassimandro e i primi poeti-teologi greci e che Aristotele considerò come la più antica espressione di verità conservata dalla tradizione dell’uomo.
Un significato salvifico che è estraneo ad ogni contraffazione e che si attinge solo nell’estasi; nell'interiore "libertà trascendente" (intesa come il culmine di un processo d’intima rettificazione).   



La "Lettera sul Fuoco Filosofico" di Giovanni Pontano.
(versione integrale)
Io Giovanni Pontano ho percorso molti paesi per conoscere qualche cosa intorno alla pietra filosofale, ma girando quasi tutto il mondo ho trovato soltanto degl'imbroglioni e non dei filosofi. Tuttavia studiando sempre e moltiplicando le prove ho trovato la verità; ma dopo essere riuscito a conoscere la materia, sbagliai infinite volte prima di trovare la vera operazione e la pratica.
Dapprima incominciai a far corrompere questa materia per nove mesi e non trovai nulla. La misi per qualche tempo in bagno e parimente errai. La posi per tre mesi in fuoco di calce e similmente operai male. Poi la trattai con ogni genere di distillazione, come dicono, o piuttosto sembra che dicano, i filosofi quali Geber, Archelao e quasi tutti gli altri. Finalmente tentai di compiere il soggetto di tutta l'arte alchemica con tutti i mezzi che sono pensabili, che si fanno per via di fimo, e del bagno e delle ceneri e per altri fuochi di vario genere che si trovano nei libri dei filosofi; ma non trovai nulla di buono.
Perciò per tre anni di seguito studiai non nei libri dei filosofi, salvo il solo Ermete le cui parole più brevi comprendono tutta la pietra, per quanto egli parli oscuramente del superiore e dell'inferiore, del Cielo e della Terra. Il nostro istrumento dunque deduce essere nella materia e non nel primo, nè nel secondo e non è fuoco di fimo, né fuoco di bagno, nè di cenere, nè degli altri fuochi che i filosofi han posto nei loro libri. Quale è dunque quel fuoco che perfeziona tutto dal principio alla fine?
Certo i filosofi l'hanno tenuto segreto; ma io voglio rivelare le proprietà di codesto fuoco insieme col compimento di tutta l'opera.
La pietra filosofale dunque è una e si chiama in più modi; prima che tu la riconosca ti sarà ben difficile. Infatti è acquea, aerea, ignea, terrea, flemmatica, sanguigna, malinconica, collerica, è anche sulfurea ed è parimenti argento vivo. E ha molte proprietà felici, che per opera dell'altissimo Dio si convertono in vera essenza mediante il nostro fuoco.
E chi separa qualche cosa dal soggetto, ritenendo che ciò sia necessario, quegli per certo non ne sa nulla di filosofia, perchè ciò che è superfluo, impuro, sudicio e di rifiuto, insomma tutta la sostanza del soggetto, si perfeziona in corpo spirituale sempre mediante il nostro fuoco. E questo i veri sapienti non l'ignorano mai. Perciò ben pochi pervengono all'arte, ritenendo che si debba rimuovere qualche cosa di superfluo e d'impuro. Ora bisogna dire le proprietà del nostro fuoco e se cioè convenga alla materia, e in qual modo, affinché si trasmuti con la materia. Quel fuoco non brucia la materia, niente separa dalla materia, nè divide le parti pure dalle impure, come dicono tutti i filosofi, ma converte in purità tutto il soggetto; non sublima, come Geber fa le sue sublimazioni, similmente Arnoldo e altri parlando di 1 e di sublimazione. Rende perfetto in breve tempo. E' minerale, acqueo, eguale, continuo, non evapora se non si faccia avvampar troppo, partecipa del sulfureo da altro che dalla materia, disgrega, scioglie, congela tutto e similmente calcina ed è artificiale, facile a trovarsi e a comporsi, senza spesa, o almeno con poca.
Il nostro fuoco è minerale ed eterno, non evapora se non è eccitato oltre misura; partecipa dello zolfo, non proviene dalla materia; distrugge, dissolve, congela e calcina tutte le cose. Occorre molta abilità per scoprirlo e prepararlo; non costa nulla o quasi nulla. Inoltre à umido, carico di vapori, penetrante, sottile, dolce, etereo. Trasforma, non s'infiamma, non si consuma, circonda tutto, contiene tutto; infine è il solo della sua specie. Egli è ancora la fonte d'acqua vitale nella quale il re e la regina de la natura si bagnano continuamente.
Questo fuoco umido è necessario in tutte le operazioni alchemiche, al principio, al mezzo e alla fine poiché tutta la scienza è in questo fuoco. E' alla sua volta un fuoco naturale, soprannaturale e antinaturale, un fuoco alla sua volta caldo, secco, umido e freddo che non brucia, nè distrugge.
E quel fuoco è fuoco con investigazione, con mediocre contributo; e con fuoco languido tutto insieme produce tali equilibri.
E chi legge Geber e tutti gli altri filosofi, se vivesse cent'anni, non riuscirebbe a comprenderlo, perchè soltanto per mezzo della profonda riflessione si riesce a trovare quel fuoco.
Allora si può capire nei libri e non prima.
L'errore dunque di tutta codest'arte è il non trovare il fuoco che converta tutta la materia in vera pietra filosofale.
Studia dunque ivi, perché se io l'avessi trovato prima, non avrei errato infinite volte nella pratica sopra la materia.
Perciò non mi meraviglio se tanti e tanti grandi uomini non arrivano all'opera: errarono, errano, ed erreranno infinitamente perché non posero l'agente proprio i filosofi, eccettuato uno che si chiama Artefio; ma questi dice poco; e se io non avessi letto Artefio non sarei mai arrivato al compimento dell'opera. La pratica invero è questa; si prenda la materia e il più accuratamente possibile si triti con tritura filosofica e si metta al fuoco e la proporzione del fuoco si conduca in modo tale che ecciti semplicemente la materia, la tocchi tuttavia e in breve tempo quel fuoco, senz'altra apposizione di mani, celermente compirà tutta l'opera, perchè putrefarà, corromperà, genererà e perfezionerà e farà apparire i tre colori principali, nero, bianco e rosso, mediante il detto fuoco molteplice; si aggiunga poi materia cruda non solo nella qualità, ma nella virtù.
Sappi dunque cercare con tutte le tue forze questo fuoco e ci arriverai, perchè è quello che compie l'opera ed è la chiave di tutti i filosofi che non hanno mai rivelato; ma se tu indagherai bene e profondamente le cose sante, la proprietà del fuoco la conoscerai e non altrimenti. Io invero ho scritto questo non mosso da pietà, ma per soddisfare il desiderio di tanti. Il fuoco non si trasmuta insieme con la materia, perché non è materia, come ho detto più sopra. Questo dunque ho voluto dire e ammonire i prudenti affinché non consumino inutilmente il loro danaro, ma sappiano così e non altrimenti potranno giungere alla verità.
PER L'ESERCIZIO
Intendi:
Sole=Oro=Zolfo=Anima=Cuore
Prima fatti padrone assoluto delle tue passioni, dei tuoi vizi, delle tue virtù; devi essere il dominatore del tuo corpo e dei tuoi pensieri, poi accendi, o sveglia, per meglio dire, nel tuo "cuore" per immaginazione, il centro del "fuoco"; cerca di sentire dapprima una specie di caloricità lieve, poi più forte.
Fissa tale sensazione nel tuo "cuore".
Dapprima ti parrà difficile; la sensazione ti sfuggirà; ma cerca di mantenerla nel "cuore"; rievocala, ingrandiscila, diminuiscila a piacere; sottomettila al tuo potere; fissala e rievocala a volontà.
Prova e riprova.
Impadronisciti di questa forza e conoscerai il "Fuoco Sacro o Filosofico".
















mercoledì 4 gennaio 2017

Le Argonautiche


E a te, musa agognata, o vergine dalle candide braccia, / io mi rivolgo: ciò che spetta agli effimeri di ascoltare, / tu porta, guidando avanti il carro ben governato dell’amore / devoto.”
(Empedocle)
  


Orfeo è l’allegoria assoluta dell’ispirazione, l’espressione peculiare di una poetica fascinazione connaturata alla gravità fisica degli elementi, coi quali egli instaura proverbialmente una ineluttabile quanto misterica assonanza di frequenza, realizzando in ciò l’enigma insito nel termine stesso Universo, Uni-versus o del tutto volto in uno.

Per questo si tramanda che alla modulazione del suo canto i fiumi invertivano la corrente, gli alberi dimostravano movenze inusuali come fossero dotati di intenzionalità di moto. Il suo ruolo puramente iniziatico lo rende mediatore sensibile tra cielo e inferi.

“E infiniti / volavano uccelli sopra il suo capo, / e alti fuori dall’onda azzurra /balzavano i pesci al bel canto”

Questo frammento lirico d’Ibico evoca la prodigiosa malia del canto di Orfeo, rivela lo stupore devoto connaturato alla coscienza ridestata in sé, instaurante quella sintonia (euritmia) fra l’uomo e la natura emanata da superiori forze invisibili. La stessa aspirazione realizzerà nell’era cristiana la tensione estatico-veggente di un Francesco d’Assisi. La medesima disciplina meditativa e operativa costituirà il nucleo sapienziale della stessa Divina Commedia, dove la catabasi = “discesa”, il viaggio nell’ombra - anzitutto interiore - e l’anabasi = “risalita” - apoteosi spirituale - contraddistinguono indubitabilmente l’impronta orfico-sciamanica distillata nel pensiero cristiano medievale, che offre molteplici insegnamenti di carattere autenticamente iniziatico; in questo basterebbe anche solo riferirsi alla valenza simbolica delle opere edificate dall'ordine monastico Cistercense  







Orfeo emblematizza la vibrazione-parola-musica che ridesta all'interno della consapevolezza la coscienza amplificata ai primordi inesprimibili dell’immediato. Egli sembrerebbe attingere l'ispirazione direttamente dalla primissima polla sorgiva dell’istante splendente; offuscatasi con la progressiva degenerazione dei tempi.


Istante – instàntem, ovvero, di ciò che immensamente sovrasta –

Mistero-Mistico, Miystes era l’iniziato. Myen significa “chiudere” “serrare” “tacere”, cosa? quella prescienza di “luce sensibile” atta a rischiarare questo senso d’eminente sopraffazione che l’ignoto produce sull’animo e che la ragione non può afferrare ma solo la positiva esperienza intuire.

Orfeo partecipò alla spedizione degli Argonauti e in quest’evento mitico potremmo individuare uno degli eventi cardine su cui ri-fonda la nostra peculiare caratterizzazione esistenziale, che ci vede esseri coscienti di noi stessi.
La spedizione degli Argonauti rinnova il prodigioso sodalizio, non esente da insidie, tra identità geniale degli elementi universali e l’animo umano. L’evento narrato è accaduto in un momento imprecisato della storia remota dell’uomo, presumibilmente successivo al Grande Diluvio e, fondamentalmente, tratta della sopravvivenza del principio lirico dell’essere, dell'ineffabile empatia o principio “aureo” molteplicemente contrastato da forze propriamente oscure.



L’attuale società è interamente rivolta verso il “basso”, ipnotizzata da oscure forze che la spingono in una frenetica corsa verso il suicidio, la Civiltà antica per sua natura fu rivolta verso “l’alto”, fintantoché il volgere dell’attuale Ciclo (Età Oscura) non ne torse il senso all’ingiù ottenebrando la coscienza dell’uomo, oggi perlopiù incapace di trascendere autenticamente un’infelice condizione di finitezza solo materiale.

Per cui appare evidente come spesso gli intellettuali moderni, benché estremamente colti, delle scritture tradizionali sappiano cogliere solo il lato esteriore, il quale, preso di per se stesso, è sviante del maggior senso che racchiude significando in superficie più nulla che poco, mentre al contrario collocato nel suo posto giusto acquista pienamente di valore autentico.




Apollonio Rodio con le Argonautiche (per la cui stesura fu fondamentale la ricerca che condusse nella biblioteca d’Alessandria) compose un capolavoro di narrativa, un poema denso e scorrevole, tanto ricco di immagini e storie chiaroscurate da accesi contrasti di eventi dolorosi quanto soavi e che è paradigmatico della capacità degli antichi d’infondere attraverso la sublimazione poetica l’immenso patrimonio sapienziale su cui fonda l’inesauribile eredità spirituale della Tradizione Avita.
I libri trattano dell’impresa “di Giasone e dei suoi compagni, che erano giunti nel lontano paese barbaro della Colchide, sulla sponda orientale del mar Nero (Georgia), con la nave Argo.

Il loro obiettivo era quello d’impadronirsi e di portare in Grecia il Vello d’oro del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia in quella lontana regione dell’Oriente, di cui allora era sovrano il crudele Eeta.




La difficile spedizione era stata imposta a Giasone da Pelia, re di Iolco in Tessaglia, a cui Giasone aveva chiesto la restituzione del trono che Pelia aveva strappato ingiustamente a Esone, padre di Giasone.

Nel corso della navigazione l’equipaggio dovrà oltrepassare le “Isole danzanti”, dette anche isole Cianee o Simplegadi, rupi scoscese su cui rimbomba il flutto dell’ azzurra Anfitrite: i Beati le chiamano Rupi Erranti: immagini allegoriche dell’inevitabile e arduo passaggio in s’cui imbatte la vita umana ad un momento dato del suo viaggio di conoscenza dell’anima.

Solo una nave marina riuscì a passarle, Argo, da tutti cantata, tornando da Eeta.



   

La sostanza dei miti è un “metallo” duttile e sembra predisposto ad adattarsi alle più varie interpretazioni.

L'essenza aurea ricompare sempre al di sotto lo spesso strato di sedimentazione depositato dalla corrente millenaria, inattaccabile dalla ruggine del tempo al suo recupero restituisce l’insieme del prestigio ispirativo (oro potabile) valevole a rinsaldare la vitalità dell’animo in grado di pervenirvi.

La vena aurifera del Mito, situata in un luogo indistinto della luminescente “geografia” universale è avvicinabile solo in virtù della nostra predisposizione sensibile. La sua profondità è immensa e allegorizzata dagli stessi abissi marini solcati dalla nave Argo, fabbricata con il legno vaticinante della quercia dodonea che è emblema stesso dell’Hylé primordiale, fondamento lirico della materia prima.

Il canto di Orfeo riguarda la stessa intonazione archetipale risonante per tutto l’Universo, le cui variazioni di tono addensano a vortice nuclei di materia predisposta a divenire spazio di manifestazione e reminiscenza, territorio d’esperienza Sacra continuamente eroso dal mare del tempo.

E' l'interezza del Cosmo racchiusa nel cerchio emblematico del vasto e rarefatto orizzonte allegorico, nella cui vastità si smarriscono le ampiezze di Ere difficilmente misurabili. Diluvi e cataclismi leggendari dividono le Età, destinando le più antiche all’oblio in cui naufraga la memoria dell’uomo e della sua essenza puramente geniale.

La storia periodicamente diviene dimentica di sé, vittima di una straordinaria amnesia da cui prenderà nuovamente avvio un nuovo Ciclo che si sovrapporrà all'altro precedente.

Tutto nell’attuale dimensione sembra svolgersi in un andamento spiraliforme ascendente o discendente.

Dall'oblio, quella sorta di nucleo spento che tutto ingoia dissolvendo, solo l’avvenimento dell'ispirazione non può essere annientata.

Ecco il motivo del Canto universale, prodigiosamente accordato dall’identità geniale dell’universo all'impresa degli Argonauti.






E’ la ruota stessa del tempo la macina di un mulino che raffina l'ineffabile essenza predisposta a sostentare la vita, rinnovando il nutrimento dei germogli intuitivi interni ai suoi ritmi. 

Cosi' come i fiori si schiudono ad ogni nuova stagione dal corpo delle piante, in ugual modo nelle coscienze si apre la particolare fioritura emblematica della reminiscenza. Non a caso nei Sacri Misteri nulla era insegnato se non predisporre l’interiorità alla rammemorazione intuitiva delle proprie origini splendenti.   
Successivamente alla “caduta” la Nostalgia contraddistingue l’impronta ancestrale della vita, di tutta la vita.
Analogamente, in tempi moderni, il poeta di Recanati dà libero corso alla nostalgica voce profetica quando si riallaccia a memorie antichissime contemplando la natura fino a perdersi in essa:
«… tra questa/immensità s'annega il pensier mio: /e il naufragar m'è dolce in questo mare».
Egli ricompone in questo modo la cesura che lega l'uomo al mondo.
Perché l'infinito di Leopardi si ricollega all'antico Apeiron, che si identifica col «semitico 'apar (polvere, terra), accadico eperu, biblico 'afar» e che insieme all'acqua originaria intrisa dello spirito divino rappresenta la sostanza materiale costitutiva dell'universo, dalla quale nascono e alla quale ritornano gli esseri *.
Ogni fioritura fisica o metafisica (la poesia è la fioritura dell’uomo) affonda le sue radici nel desiderio nostalgico di un bene perduto, di aprire la vita ad un suo maggior significato altrimenti solo materiale.



Il numero dei Cicli o di più fioriture cosmiche lo conservano per noi i Miti.


E’ una distesa d’acqua postdiluviana quella oltrepassata dagli Argonauti.

Vita oltre la vita.

"Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo".
(Paradiso XXXIII, 94-96)


E’ solo nella riscoperta della Verità Poetica che noi possiamo riannodare i motivi dell’esistenza alla sua reale dimensione.
Riconnettersi al flusso di una corrente sacrale dove la vita acquisisce il suo significato più elevato e smarrisce di senso inaridendosi quando ne è separata.
In quest’ardente ricerca di Conoscenza poetica noi possiamo identificare nelle Argonautiche il tempo di un Età che risveglia se stessa, che torna a respirare la luce precedentemente smarrita da una di quelle eclissi cosmiche periodiche che sembrano estinguere la vita stessa dal mondo.
La nostra speranza di salvezza non risiede nella sola tecnica e ragione, ma nella riscoperta di una definita Tensione Aurea interna all’essere, che nulla ha a che vedere con la vaghezza indistinta di una sbiadita astrazione mistica, sempre più spesso ambiguamente propagandata dalle svilite religioni dei tempi ultimi quanto dalle pseudo dottrine New Age.

“…e restavano immobili, tendendo le orecchie all'incanto,
tale malia il poeta aveva lasciato dentro di loro”.
“Coi lunghi remi
fendevano l'acqua con forza, e verso sera
seguendo i consigli di Orfeo, approdarono all'isola
di Elettra, la figlia di Atlante, in modo che conoscendo
nelle amabili cerimonie i misteri segreti,
navigassero poi con maggior sicurezza nel gelido mare.
Di questo non dirò altro; rivolgo il mio saluto
all'isola ed ai suoi dei, che ebbero in sorte
i riti sacri che a noi non è concesso cantare”.
(Apollonio Rodio: Argonautiche, Libro I)
**Orfeo canta accompagnandosi con la cetra, e gli animi di tutti si acquetano (1,494-515).
E' ancora il suono del suo strumento a scandire il ritmo dei remi (1,540) ed è il suo canto a Celebrare Artemide, mentre i pesci, ammaliati, seguono la nave (1,569-79).
Nelle Argonautiche di Apollonio, dunque, il ruolo di Orfeo è soprattutto quello di cantore, ma in qualche caso è la sua scienza delle cose divine a giovare agli Argonauti, come quando, all'avvicinarsi degli eroi assetati, le Esperidi diventano polvere e terra: Orfeo comprende il prodigio divino e, pregandole, riesce a ottenere l'indicazione di una fonte (4,1407-18); o ancora quando la nave Argo cerca invano una via per uscire dal lago Tritonide, finché Orfeo ordina di offrire agli dèi del luogo il tripode di Apollo, e allora si avvicina il figlio di Posidone, Tritone, che si presta a mostrar loro il passaggio (4,1546-59).



Rispetto all'opera di Apollonio Rodio, che ne è il modello, nelle Argonautiche orfiche il ruolo di Orfeo acquista un rilievo straordinario, a detrimento di tutti gli altri personaggi.
Ciò che soprattutto lo contraddistingue è la forza del suo canto accompagnato dalla musica, e a questa forza è strettamente legata la capacità di incantare.
Al momento del varo, gli eroi non riescono a trascinare in acqua la nave insabbiatasi e trattenuta da alghe secche.

Orfeo (248-73), ispirato dalla madre, compone un canto: esorta gli eroi a tirare la nave verso le onde e, rivolgendosi alla nave stessa, le chiede di ascoltarlo; questa scivola in mare.
Dinanzi al pericolo delle rocce Cianee è particolarmente evidente il legame che unisce la bellezza del canto alla capacità di incantare qualsiasi cosa: Orfeo conosce la pericolosità di queste rocce, descrittegli dalla madre Calliope.
Mentre gli eroi remano con ardore, Orfeo cantando incanta le Cianee che si staccano l'una dall'altra; l'abisso del mare ubbidisce alla cetra e alla sua voce divina, e la nave passa.
Il canto di Orfeo è determinante anche in un altro episodio. Già in Apollonio (1,902-11), quando gli Argonauti si dirigono verso l'isola delle Sirene, incantati dalla voce di queste, Orfeo li trattiene intonando un canto veloce, in modo che gli orecchi dei compagni rimbombino di questo suono, e la sua cetra vinca la voce delle Sirene (4,891-919 ).
Ma, benché questa risulti indistinta, Bute si getta in acqua. 



Anche nelle Argonautiche orfiche (1268-90) le Sirene con la loro voce melodiosa affascinano i mortali, facendo dimenticare loro il ritorno.
Gli Argonauti vorrebbero accostarsi, e Anceo si sta già dirigendo verso il promontorio, quando Orfeo, ispirato dalla madre Calliope, canta un inno sul conflitto fra Zeus e l'Enosigeo.
Non solo salva tutti gli Argonauti, ma, udendolo suonare, le Sirene sono prese da tale stupore che interrompono il loro canto, gettano via gli strumenti musicali e si tuffano in mare, tramutandosi in pietre.
Il ruolo di cantore e di incantatore fa rivestire ad Orfeo anche il ruolo di consigliere, poiché essendo più di altri ispirato è di conseguenza il più idoneo ad individuare i periodi e ritmi, la gradualità operativa del percorso da svolgere e a Samotracia, infatti, persuade gli eroi a farsi iniziare ai misteri degli dèi, perché per ogni navigatore la partecipazione a questi riti è salutare (464-70).**
Note* / **
*Zakhor-Ricorda.
Alle scaturigini della scrittura (poetica)
di Clemente Condello
**Gabriella Ricciardelli
Ordinario di lingua e letteratura greca, Università La Sapienza, Roma.