mercoledì 15 febbraio 2017

"nuove" comprensioni





Come notò l’acuto J. Baines, il sapiens, nel realizzare la sua lotta inclemente per l’esistenza, rilascia dal suo peculiare apparato emozionale determinate sostanze immateriali o più propriamente vibrazionali, che potremmo anche definire essere la sostanza interiore di “un distillato emozionale” composto da particolari fervori psichici, i quali, se adeguatamente canalizzati al momento della loro elaborazione, estenderebbero un influsso attrattivo straordinario, recepito da malevoli e parassitarie entità intelligenti del tutto incorporee e preesistenti all’umanità stessa.


Affinché possa essere garantita la nostra “mungitura energetica”, all’élite umana degenerata, che ambisce favorire tali oscure entita', necessita un appropriato, quanto involuto sebbene vetusto, supporto simbolico e allegorico e, dunque, rituale.


Gli ultimi beneficiari di questa antichissima predazione animica sarebbero i cosiddetti Arconti, di cui riferisce la tradizione gnostica, i quali suggono tali umori impalpabili che l’uomo secerna dalle sue emozioni. Attraverso una continua manipolazione psichica ottemperata dai loro servitori terreni (sostanzialmente le religioni organizzate e in particolar modo le tre grandi monoteiste, congiuntamente derivate dalla stirpe abramitica, completamente sottomessa all'obliqua entità chiamata Jahweh. Tali confessioni si dimostrerebbero a tutti gli effetti le migliori garanti del nefasto potere demiurgico e del suo accrescimento nel nostro piano dimensionale ).


Questo soggiogamento intimo dell’uomo, determinerebbe il suo massimo impedimento alla possibilità di rendersi migliore a se stesso, di agire consapevolmente in se stesso, di migliorarsi (leggi purificarsi) nonostante ora debba patire in ogni caso il transito dell’attuale Età oscura.



Dovremmo ritenere qualsiasi rito d’ingraziamento, qualsiasi prece o supplica elevata verso l’invisibile, come la residua estensione “edulcorata” (il più delle volte inconsapevolmente rinnovata) di antichi rituali estremamente cruenti e delle stesse “messe nere”. 


“Prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per tutti voi”, cosi' e' recitato nel momento maggiormente significativo della Messa. Quale corpo si sacrifica e per chi? Quale sangue è allegoricamente versato invitando i fedeli a berne! Per dissetare quale sete? Di quali frequenze diventiamo traduttori inconsapevoli aderendo a determinati riti, concepiti appositamente per stravolgere in noi il senso della spiritualità?


Non importa s’invochi la Madonna o Cristo o San Gennaro o Manitù, tali personificazioni allegoriche fungerebbero unicamente da “traduttori vibrazionali”, assolvendo in ciò ad una sofisticatissima manipolazione invisibilmente orchestrata.


Quando cerchiamo di connetterci in miserevole atteggiamento di supplica a potenze invisibili, ritenute come le misteriose dispensatrici di favori celesti o, ancor peggio, rivolgendosi ad esse nella bassa speranza di favorire beni terreni, in quell’istante abdichiamo dalla nostra più preziosa identità.


L’invocante, mediante una relazione interiore di completa subordinanza, svuota se stesso, ovvero, riversa inaccortamente la potenziale “tensione animica”, la qualità stessa della sua “quintessenza aurifera” nell’immagine sacra, ovvero, cede se stesso alla trappola dell’ineffabile “traduttore emblematico”, sia esso travestito da Cristo o Allah o Krishna poco importerebbe.


Ciò che importa, invece, è che tali raffigurazioni cultuali catalizzano dell’uomo una fondamentale quanto segreta possibilità…anzi, in questa misteriosa necessità che l’uomo ha di relazionarsi con l’invisibile risiederebbe La Sua Reale Possibilità Trasmutatoria: la “crisalide” terrena predestinata ad elaborare l’angelica “farfalla”.

Una possibilità che noi smarriamo per sostanziale  ignavia e disistima di noi stessi, come risultato di un condizionamento dottrinario secolare. Ogni effige divina che preveda da parte nostra un atteggiamento “servile”, sarebbe da ritenere totalmente ingannevole e fuorviante, in quanto sicuramente strumentalizzata da una gerarchia involuta che, più o meno nascostamente, consolida interessi prevalentemente secolari, mentre insegna ai propri adepti il “valore” della “genuflessione timorata” , il "valore" del “servilismo da sacrestia”, di “implorare il perdono per il solo fatto di esistere” “di tacere e obbedire ai voleri imperscrutabili di un dio benevolo ma inesorabile”.


Invece, si dovrebbe ritenere il potenziale simbolico che custodiamo, essere attivato positivamente da una valutazione maggiormente consapevole e, per questo, affatto sottomessa a elusive volonta' astratte. Attivazione positiva che implica necessariamente anche il "mandato tragico" stabilito dall’età presente, ma pur sempre rivelato nella sua pienezza realizzativa attraverso un composito percorso interiore di accresciuta consapevolezza; esperito per mezzo di modalità non comunemente date ed estremamente ardue a ricavarsi in un età di relativismo estremo come questa attuale.


L’autentica fierezza di sé è antitetica dalla deleteria autoglorificazione.


L’eminente Verità dei simboli, che sono propri alle primordiali “dottrine misteriche”, il cui nucleo sapienziale, (sapere è assonante a sapore) è bene rammentare, è letteralmente impastato di lievito poetico e costituisce l’essenza di un valore immenso e insieme immensamente “fragile”: un’essenza spirituale incorrotta e perennemente auto-rinnovantesi, il cui "centro" è ovunque e in nessun punto specifico. 
Potremmo definire tale identità recondita dell’essere, come Identità puramente Geniale. Chiarissima “ingenuitas” originaria, che è in grado d'avviare in sé più universi ma, la cui potenza al tempo stesso può subire, e di fatto subisce, occasionali deviamenti di significato che arrivano ad alterarne le indefinite possibilità di manifestazione.

La cosmogonia gnostica, sostanzialmente, narra proprio di questa sopraggiunta alterazione, da cui prende avvio il “vortice irrisolto” della presente creazione, perennemente agita dal desiderio. 
Un desiderio ardente e inappagato, quale impura aspirazione di “sotto-divinità”, qualificate nel Mito come aborti ritorti nella loro stessa incomprensione. 
Da qui originano, come un flusso deviato, la struttura stessa di tempo e materia, a tutti gli effetti scaturita proprio da tale ancestrale contraffazione.  
Dovremmo ritenere l’attuale piano dimensionale estremamente strumentalizzato da forze contrarie alla nostra piena “ideazione”. 

Benché si possa ritenere essere il simbolo della croce come fondamentale per decifrare l’orientamento intimo dell'uomo innestato nella materia e nel "giro delle ere", lo stesso, si potrebbe ugualmente asserire esservi “dietro” al crocifisso, ovvero, dietro ad una certa concezione del crocefisso, non il figlio di un dio, ma un Arconte parassita, che catalizza la speranza attraverso la strumentalizzazione di questo supremo emblema occasionalmente distorto.



Per tali motivi il gesuita Frixeido scriveva nel suo “difendiamoci dagli dèi” : “non dobbiamo invocare nessuno. Non invochiamo nessuno al fine di adorarlo. Non prostriamoci davanti a nessun dio-persona né davanti a nessun dio-cosa per rendergli culto o per celebrare riti”.
Lui asserisce essere deviato qualsiasi culto o rito (cristiano o meno) che preveda la sottomissione intima della persona alla divinità; poiché se una volontà preterumana esige la nostra sottomissione, e' la richiesta stessa in se' ad escludere a priori la natura divina. Se una qualsiasi divinità creduta come tale, ha bisogno della nostra sottomissione allora non è divina, ma solo un’influente contraffazione prevalentemente fantasmica, l'astrusa elaborazione concepita da una sorta di vampiro cosmico. In fondo, che esista la possibilità di strumentalizzare emblemi in sé puri è cosa nota presso le scuole sapienziali di ogni dottrina.
Un conto è l’agire retto, coerente, discreto e amorevole per la realtà circostante, un'altra cosa è la bassa santeria o le diverse “disarticolazioni emotive” causate dalla pratica di una mistica morbosa estremamente deleteria.
La “disciplina felice”, che esperisce i significati dell’essere,  impara innanzitutto a rispettare il mistero divino internato nell’uomo, e riflesso nei ritmi naturali. Spiritualizza i venti e la luce non come se questi fossero delle entità, ma poiché intuisce essersi conservata nel profondo degli elementi naturali stessi, la metaforica sedimentazione aurea di possibili conseguenze “rischiaranti” i motivi dell’esistere  -  dal latino Ex-sistĕre, composto di ĕx = ‘da, fuori’ e "sistĕre" = ‘porsi, stare, fermarsi’ e dunque ‘uscire, levarsi (dalla terra)’, quindi "apparire", appunto "esistere", ma come? Coscientemente, saldamente in sé stessi, mediante il rinvenimento di una relazione remota e misteriosamente instaurata dall’Identità Geniale con gli “effetti ultimi” della sua inevitabile deviazione; realizzata in un “creato” ciclicamente oscillante tra l’ascesa e la caduta.
La facoltà della reminiscenza, promulgata negli antichi Sacri Misteri, a tale inesprimibile fondo iridescente della manifestazione conduceva il Miste, affinche' ne ricavasse i motivi della sua “seconda nascita”.
L’emblema del Cristo contiene in sé la preminente Verità meta-universale, ma proprio in quanto addensato attorno al nucleo più puro dell’incorrotta “ingenuitas” originaria, la sua allegoria può offrirsi a molteplici distorsioni di senso.
Per questa via si spiegherebbe l’impura e indiscutibile solidità storica del Vaticano, non ascrivibile ad una sola “scaltrezza imprenditoriale”.

La sua assoluta impunità durante il trascorrere di secoli e secoli, attraversati avvalendosi di un sostanziale inganno spirituale e materiale.



L’apparente impunità morale di molti dei suoi corrotti ministri, l’agio dimostrato da molteplici inquisitori sanguinari, che nella ripetizione ossessiva del nome di Cristo e al grido di “Dio lo vuole” hanno decretato il martirio di genti e intere civiltà.



Dunque, ben prima di Paolo VI il Vaticano (l’arcaico colle dei Vati) alloggiava in sé “entità malevoli”, e, non si direbbe solo già dai primissimi esordi del cattolicesimo perché ciò sarebbe fin troppo ovvio, ma (purtroppo e a malincuore) si deve ritenere, quel luogo infestato fin dalla sua remota fondazione pelasgica. Così come si deve ritenere la preesistente Religione Avita stessa infestata da tali malevoli Entità, la dove esigeva nell’officio del culto tributi sacrificali di sangue e sottomissione. Parliamo sempre di età storiche già avanzate nell’equivoco metafisico predisposto dall’attuale yuga.
E’ la stessa gravità dei tempi a indicarci diversi percorsi interpretativi. Il sapere accademico costituisce un insostituibile sostegno, ma i parametri obbligati del relativismo culturale da cui nasce non possono più esaudire la nostra richiesta di rinnovata consapevolezza. Il lume accademico da solo si rivela debole per rischiarare il plurimillenario e multiforme tracciato esperienziale dell’uomo nel suo rapporto con la “dimensione del sacro”.
Un tracciato peraltro segnato dall’incedere degli eventi, scanditi da un ritmo assolutamente afasico quanto traballante e sempre più lontano dall’equilibrio spirituale.
Ogni intuizione fondata in una coscienza naturalmente orientata al recupero del proprio attributo superiore, può rivelarsi davvero utile a dipanare parte delle attuali tenebre epocali.
Nel fondo cangiante dei Miti cosmogonici possiamo intuire esservi la mutevole apertura ascendente, la proverbiale “porta stretta” dischiusa verso la liberazione, propriamente splendente, e che rimane inconoscibile all’ego qui occasionalmente indossato.


lunedì 13 febbraio 2017

Kairos



Kairos è l’akmé (culmine) dell’atto, istante intemporale nel quale, come una folgorazione, si sperimenta l’essere del mondo. Kairos è la “sommità” della percezione, elevata in ispirazione - inveramento della “forza magica” - vincolata alla purezza del cuore.   
Ispirazione, intesa come superiore qualità d’“ascolto” interiore e, peraltro, è anche da dire che l’idea stessa di “purezza del cuore” è riferibile ad un'etica fondamentalmente estranea alla concezione della “morale” cosi' come oggi e' convenzionalmente intesa.                                       
La purezza (intima chiarificazione) è l’irradiazione stessa del coraggio, senza coraggio non può esservi autentica purezza. Coraggio originariamente compreso, dunque, come realizzata signoria interiore, la capacità di governare l’agone del cuore e di saper gestire i propri conflitti interiori.                                     Questi ultimi, progressivamente esacerbati attraverso la precipitosa discesa dell’uomo nella corrente epocale della degenerescenza. 
Coraggio è cor (cuore) + ago, (agone) dunque, combattimento interiore, solo occasionalmente riverberato al di fuori di sé, nell’unica finalità di annientare l’ombra dell’ego. 
Per tal motivo il sostrato spirituale arcaico associa la rad. ker (cuore) a kar, (karu è il poeta) intendendo essere l’ispirato colui che sperimenta la Conoscenza attraverso l'irraggiamento interiore dell’intuizione. Ispirazione, che puo' essere definita anche “virtù divinatoria”, facoltà elettiva che ci rilega istantaneamente alla sovradimensione del meta-cosmo e, dunque, in un dominio puramente geniale e principalmente estraneo ad una ridotta comprensione delle cose, cui invece puo' sicuramente indurre il proprio ego malamente purificato.

Da dire anche che l’ombra interiore dell’ego, almeno dagli ultimi sei millenni, si sarebbe oltremodo “allungata” sulla profondità dei tempi, per effetto del sopraggiunto crepuscolo degli stessi, (kali-yuga) dove oggi, avviata ben oltre tale crepuscolo, l’Età attuale sembra davvero giunta nel fondo più fitto della "notte cosmica". Tra gli indubitabili segni distintivi dell'Eta' oscura, si distinguerebbe anche la stessa “illuminazione artificiale”, prevalentemente aggressiva e che ci confonde attraverso complessi quanto ostinati abbagli, il cui effetto principale non solo ingigantisce oltremodo l’ombra dell’ego, ma ne moltiplica le rifrazioni sui “modernizzati” piani della nuova realtà, contraddistinta da un'ingannevole caratteristica “innovativa” che la rende sempre più obliqua ed eludente. 
Nell’essenza dell’autentica ispirazione, la quale, peraltro, è il nucleo stesso della Tradizione, spazio e tempo paiono svanire "naturalmente", raggiungendo in ciò il culmine segreto dell’istante. Istante intuito essere la “giusta misura” per la quale l’animo arriva ad ampliarsi in un dominio sovra-universale e comprendere essere questa, e solo questa, la meta del suo attraversamento terreno.
Tale essenza rimarrà sempre inconoscibile al ristretto raggio comprensivo di cui e' dotata la ragione e, sempre per tale motivo, la prerogativa eccellente dell’iniziato/ispirato consiste appunto nel saper conferire alla mente la sua “apertura” sovra-razionale (kairos).

Non a caso, il dominante paradigma odierno è nemico della pura irrazionalità e fa di tutto per parodiarla (incultura pop) nell’intenzione di dissolverla, mentre invece la persona è centrata in se stessa quando si rende puramente irrazionale, ma, in un certo senso, non per questo legittimata ad essere “irriflessiva” poiché si tratta di realizzare comunque la qualità metafisica della “riflessione” e, dunque, a non opacizzarsi intimamente; questo affinché la coscienza possa rendersi effettivo prisma catalizzatore e riflettente la remota purezza originaria.                                                     Come riuscire in ciò oggi costituisce la sostanza del nostro grave Problema esistenziale.                                               L’equilibrio cosmico stesso e' garantito unicamente dallo sviluppo di questa nostra intima facoltà; già il solo interiorizzare tale consapevolezza in un'Età di relativismo estremo come quella attuale è cosa assai ardua.                                                           
Ognuno, operando attivamente in sé, distillando la linfa vitale del proprio kairos dall’ordinarietà del flusso apparentemente indistinto che è il tempo cronologico, responsabilizza la sua presenza a questa vita. Altri valori modernamente attribuiti all’efficienza o alla cosiddetta “presenza”, svincolati da questo principio, in realtà sono falsificazioni che automatizzano, annichiliscono, l‘identità propriamente aurea della persona.    
Fino a un dato momento la struttura delle civiltà antiche offrì, sebbene presentando anch’esse molteplici contraddizioni, tale possibilità elettiva internata nella materia. 
L’anomalia del tutto contemporanea è che il disordine più deleterio e contaminante oggi è mimetizzato da significati quali “innovazione”, “sviluppo”, “progresso”, cui ogni cosa è asservita e profondamente degradata dei suoi originari motivi d’incanto.

L’uomo post-moderno non è esentato dalla sua responsabilità, consistente nella facolta' che ha di rigettare da dentro di sé ogni forzatura convenzionale, ogni malevola sottomissione dogmatica o oscuramento teologico, di smantellare insomma le sovrastrutture razionali e falsamente rassicuranti cosi' come quelle bassamente irrazionali;(ottenebranti superstizioni) rammentandosi del grave “gioco cosmico” in cui si svolge il suo passaggio esistenziale. Fare cio' nel tentativo, alquanto disperato, di poter recuperare l’orientamento vitale che è proprio ad un tracciato aureo “sepolto” e, benché invisibile, in ogni modo durevole per l’estensione stessa del Ciclo attuale.
Necessariamente si dovrà rinnovare il senso di quell’apparizione unica quanto indefinibile di noi stessi e che emerge al di la della propria immagine effimera. L’infelice e volgare modernità, ovvero, la strada a senso unico rappresentata dalla scienza laica e solo utilitarista, benché per noi costituisca un passaggio obbligato, realizza pur sempre l’elaboratissima e assoluta esaltazione impura di ciò che è più nocivo per la vita dell’animo.


giovedì 9 febbraio 2017

qualità del tempo


Ogni autentica conoscenza è da considerarsi come indissolubilmente legata alla cognizione stessa della “reminiscenza”, (orfico-platonica) intima chiarificazione (illuminazione) conseguita dall’animo attivamente e sensibilmente predisposto alla ricerca del Vero.

Per mezzo di tale intuizione sovrasensibile, da sempre l’individuo umano è ricongiunto direttamente alla sua completezza metafisica, (Pleroma) senza peraltro aver necessariamente bisogno della mediazione di oblique autorità ecclesiali.
                               (il Pastor in-fido)

La spiritualità riguarda la vita più segreta e profonda dell’animo e, in questa dimensione, il suo disvelamento non separa la vita materiale dal suo contesto concreto, bensì, conferisce ad esso la maggiore delle possibili solidità.

Non sarebbe neppure pensabile poter definire ciò che per sua essenza rimane ineffabile. La dimensione sovrasensibile può essere presagita, ma qui rimane inconoscibile fino all’ultimo istante, sebbene alcune preziose simboliche visioni conferiscano l’unica effettiva sostanza al nucleo poetico riguardante ogni significativa espressione umana; accordando ritmo e profondità ai suoi molteplici orizzonti allegorici.

La culminazione del Tempo, il suo maggior significato si manifesta in quell’indeterminata “sospensione poetica” che gli antichi greci definirono “kairos”: la qualità intima del Tempo, la dove culmina l’effetto di un azione riverberata nella vita interiore dell’animo e, dunque, la dove l’istante presagisce, intuisce, l’eterno.

“il kairos che l’uomo ha in sorte è solo una misura limitata”

“il kairos risiede sempre nel punto culminante d’ogni cosa”

(Pindaro)
Kairos svela la qualità del tempo; Chronos la quantità.

L’attuale cognizione ordinaria del “tempo”, dimentica la traccia residuale del suo attributo, specificamente profetico, che nell’universo è intimo ad ogni radianza ed espansione, quale effettivo fondamento appartenente ai primordi della  manifestazione.

Altro aspetto del Tempo è  “aion”, parola che rivela un’indubbia connotazione escatologica e che concerne la durata: in Omero la vita stessa, intesa anche come durata della “forza vitale”. Privare qualcuno dell’aion equivale ad “ucciderlo” (Od. IX 523).

L’aion riferito all’accezione ciclica delle Ere diviene Eone, che sintetizza l’estensione di più Cicli cosmici affatto uniformi, come invece sottenderebbe l’ultimo e definitivo ordinamento del Tempo aggiogato a ritmi monotoni e solo profani, dove il “chronos” realizza appieno una dimensione totalmente sconsacrata, canalizzato da una svilente scansione solo meccanicizzata. 
Il Tempo nel suo fluire non è affatto omogeneo, ma differenziato da rallentamenti e accelerazioni che ne spezzerebbero la continuità, al pari della corrente di un fiume: sagace è la raffinatezza degli antichi Tirreni, che differivano l’una dall’altra la durata fatale dei loro “saecula”.
Oggi, anche se “filtrato”, “sterilizzato”, “sclerotizzato” da monocordi congegni meccanici, la comprensione ultima del Tempo in noi, fondamentalmente, è ancora spiegata dalla facoltà immaginale. L’immaginazione conferisce al tempo la più distesa profondità vitale, anche se, del resto, questa è una facoltà avvilita e in massima parte inesplorata dall’uomo massa videotizzato.

Al suo “stato puro” l’immaginazione può qualificarsi come Profezia e Veggenza, essendo queste "qualità" interne ad ogni originaria radianza, quasi fossero inusuali “anticipazioni” o “sospensioni emotive” presagenti nell’uomo la dimensione sovrasensibile; gravemente confusa nell’instabilità conseguente alla caduta ancestrale. Il progressivo svuotamento dell’esistenza di significati superiori, sarebbe pienamente ascrivibile al suo effetto ultimo.

Eppure, la traccia o collegamento iridescente al bene originario scorrerebbe ancora, sebbene in una forma estremamente diluita, nella corrente snaturata di questo tempo pressoché inaridito.

In ogni caso, la residuale sedimentazione poetica, diluita nel corso dei tempi cosiddetti ultimi, è testimoniata, riferita, dal valore dell’ispirazione. Sebbene fioca, l’ispirazione è l’estensione residuale stessa della facoltà profetica, anticipante nella coscienza luminosi preavvertimenti circa gli esisti di una sua sopravvivenza ultraterrena. 
In questo flusso temporale tali prestigi ispirativi, sebbene estremamente esigui, ancora scorrono così come nell’alveolo di un affluente possono scendere rari sedimenti aurei.

La realtà dunque, è la realtà dei simboli e delle conoscenze simboliche. Il Tempo è la dimensione di un simbolo integrale, dinamico come lo è ogni simbolo. L’attuale società profana è estremamente puntellata di simboli, così come lo erano le civiltà antiche, ma il mondo moderno ha effettuato un completo ribaltamento dei significati e dei valori ad essi congiunti.
Nella civiltà antica i simboli verticalizzavano l’essere, ponendo la “facoltà immaginale”, (immaginazione autenticamente creativa) al centro dei suoi intenti edificativi, costituendone l’effettive fondamenta, mentre nella realtà attuale, la completa inversione simbolica determina l’asservimento indistinto dell’uomo a particolarità estremamente adulterate, confinandolo all’interno di una dimensione propriamente larvale, essenzialmente piatta e abilmente contraffatta in quanto regolata da rispondenze solo meccaniche.
L’allegoria che domina quest’epoca moritura sottende e reitera l’oggettività di una potente sottomissione astratta, che con ogni evidenza il nevrotizzato uomo-massa subisce dimostrando di soggiacere, perlopiù massimamente inconsapevole, alla deleteria e incontrastata dominazione della pubblicità (intesa come propaganda globale di un nuovo nichilismo dinamico, del nuovo dis-ordine tecnologico) e della “seducente” contraffazione pop; il cui scopo primario (peraltro pienamente raggiunto per il giro dell’Età attuale) è appunto quello di falsificare, nella finalità di dissolvere il senso del “kairos”.
L’idea stessa dell’immaginazione è degradata ad effimera dinamica cognitiva, facilmente manipolabile dalla propaganda mediatica per esagerare nell’individuo il suo intimo coinvolgimento nell’appagamento dei sensi solo inferiori.

In definitiva, è l’estrema incomprensione di noi stessi a renderci  consumatori perfetti, perennemente inappagati, intimamente distorti, nonché controllati/disorientati (eterodiretti) da una chiassosa ma attentissima propaganda avveniristica, specializzata principalmente nella diffusione di una continua violenza subliminale; dunque, poi inevitabilmente “materializzata” a differenti livelli di grado e intensità.  

Sembreremmo aver smarrito definitivamente il senso profondo con cui l’uomo esperisce la sua relazione sana col mondo. 
Questa che subiamo nel regno della produttività ossessiva è la sistematica riduzione della qualità oggettiva dei dati riferibili all’ambito della nostra percezione sensibile; tanto da rendere le nostre esistenze quasi come fossero intimamente spente. L’estrema limitazione operata dalla cosiddetta “informazione” ai danni della conoscenza effettiva ci rende succubi dei cosiddetti “specialisti”, il cui unico compito, in definitiva, è quello di trasformare la persona e la totalità della vita stessa ad insignificante appendice di un sistema digitalizzato.
La facoltà immaginale è ridotta a sterile supporto di sole operazioni conformate per indurre una comprensione estremamente superficiale (bassamente razionale) dell’esistenza. 
Tale è il “sigillo” configurante la triste società massificata: unico compito e responsabilità del moderno uomo anomico e rimuoverlo intimamente da sé.



martedì 31 gennaio 2017

i cosiddetti "tempi ultimi" (Estratto da: "Le lingue tagliate" di A. Bonifacio)





I Cristiani aspettano che Cristo riappaia tra le nuvole del Cielo, che la Donna dell’Apocalisse partorisca questo misterioso figlio della sapienza, i Sunniti aspettano identicamente il ritorno del Cristo accompagnato dal Madhi, gli sci’iti la riapparizione del dodicesimo Imam, gli zoroastriani Gayomart, i Buddisti Maitreya, gli induisti l’ultimo Avatar…inutile andare avanti è nell’ordine di esaurimento del ciclo che le possibilità si consumino fino alla loro completa estinzione e qualcuno ripristini le condizioni originarie.


Tutto questo perché i tempi ultimi, più dì ogni altra epoca, saranno dominati dal disordine e dall’ingiustizia, oltre ché dall’empietà, e il ritorno “avatarico” dei precedenti “legislatori”, ristabilirà le condizioni auree dell’origine (fatte salve le diverse linee tradizionali su cui non sto qui a disquisire)

Quindi non comprendo che senso abbia parlare di battaglie perse. Chi si fronteggiava?


Forse si allude al trionfo dell’anticristo, ma costui non è esclusivamente un contro cristo, una sua contraffazione parodistica, egli è in primo luogo un ante Cristo  e se la sua venuta, la sua affermazione e il suo trionfo dimostrano l’agonia della Tradizione al contempo ne preannuncino il ritorno, almeno secondo la dottrina dei cicli cosmici.

Se qualcuno cinquant’anni fa ha affermato che questo è “il tempo di cavalcare la tigre” perché “chi cavalca la tigre non può scendere” sarà stato evidente che è ormai inutile cercare appoggi all’esterno, in qualche istituzione per l’aureo motivo che in un’epoca di crolli chi meno s’appoggia meno cade.

Ora però vorrei aggiungere una precisazione. Dopo che ci siamo fatti questo piagnisteo tutto occidentale sul come e perché siamo caduti così in basso, sulla quasi impossibilità di trovare maestri che siano nocchieri capaci di condurci fuori dalle tempeste del mondo, che ci siamo edotti sul kali yuga, l’età del ferro e l’età oscura, sulla corsa sfrenata di Fenrir che, sciolto dai suoi legami, si divora voracemente la creazione e quindi fattici carico di tutte le apocalissi possibili e immaginabili (intese in senso popolare come disastri e non come rivelazioni) un’occhiatina meno etnocentrica al mondo che ci circonda la vogliamo dare?


Vogliamo assumerci la forte e chiara responsabilità che “nel fardello dell’uomo bianco” che abbiamo assunto (?) nei confronti dei popoli “senza” scrittura o altrimenti “in via di sviluppo” (leggasi predazione incontrollata), nonché animisti (senza concetto monoteistico di Dio) c’è forse anche la consegna non della civiltà (?) ma della mela avvelenata che li ha velocemente intossicati fin quasi portando taluno di essi all’estinzione (la popolazione autoctona di Cuba praticamente suicidatasi in massa).

Vogliamo anche ipotizzare che in questa mela avvelenata ci sia anche quell’ingrediente che qui tanto si compiange d’aver perduto e cioè la “vera” “religione” di cui tanto accusiamo i nostri tempi di essere priva.

Perché una cosa è evidente; noi possiamo disquisire quanto ci piace sull’età ultima, e leccarci le ferite della nostra infelice condizione, ma l’età ultima a questi popoli “senza”, l’abbiamo portata noi, non se la sono procurata da soli, non è nata all’interno delle loro culture.


Per quello che ci suggerisce la lettura di alcuni classici come Schuon per gli Indiani dell’’America settentrionale, Reichel Dolmatoff per il “cosmo amazzonico”, Bruce Catwin per gli aborigeni australiani abbracciando così due continenti e “mezzo”. Questi popoli vivevano la dimensione spirituale delle loro esistenze in maniera diffusa e ripartita fra tutti i membri della comunità.

Il problema della fede e i suoi tormenti non li hanno mai sfiorati. L’”africano”, se si legge Griaule, parlava correntemente con i suoi morti, che erano i suoi antenati e pensando di essere lui il morto da vivo solo apparente, indirizzava tutta la sua esistenza nel tentare di raggiungere questo status di antenato che gli consentiva di essere vivo da “morto”, una volta rinsecchito nella tomba.

Non era “fede” nella resurrezione dei morti, era prassi quotidiana.

F. Schuon ha trovato, tra gli Indiani del nord ovest americano, identica complessità teologica, tanto che in qualche punto del suo libro egli sembra addirittura suggerire quasi un paradosso, ovverosia che il vero cristianesimo sia quello indiano, proprio per la pregnanza che il simbolismo della croce assume presso queste tribù con cui era entrato in relazione profonda e simpatetica. Mi taccio sulle vie dei canti australiani e sulle nefandezze etniche compiute nei loro confronto fin in tempi recentissimi.


Ora la riprova che questo “modo di vita” fosse giusto lo ricaviamo dal fatto che, prima di esser infestati dal mondo occidentale, questi popoli, oltre a dichiararsi “felici” (la città di Dio non sta solo in cielo evidentemente) erano in grande salute e qualora si fossero di colpo estinti per un accidente del destino, forse non avremmo neanche saputo della loro esistenza perché non avevano spostato un sasso dall’ambiente in cui vivevano, forse perché ogni sasso, ogni essere, alla fine, è teofania di Dio (è un residuo metafisico secondo la bella definizione di Nuccio D’Anna) e non può essere usato/ spostato / eliminato senza il suo permesso.

Purtroppo, e per farla breve, noi abbiamo avuto la disgrazia delle scienze sociali (tutte fallimentari) e dell’evoluzionismo (idem) che avrebbero avuto la pretesa di spiegarci, in termini puramente umani, come funzionavano le società altrui e come avremo reso prossime alla perfezione le nostre.

Il risultato (catastrofico) è sotto gli occhi di tutti


giovedì 26 gennaio 2017

Haiku o la poetica del sereno furor



Silenzio.

 Graffia la pietra

 un canto di cicale

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L’erba estiva!

È tutto ciò che rimane

del canto dei guerrieri

(Basho)





“La mia scuola poetica è quella in cui ci si ispira al furyu e sostanzialmente il furyu è qualcosa che si oppone al mondano.

Esso scaturisce dal rifiuto di quel mondo comune in cui si colloca la quotidianità sociale. Aderire a ciò, divenire furyujin (uomo furyo) innanzi tutto, significa rendersi espressione di un puro distacco, dunque, disporre rettamente il proprio cuore e allontanarsi dal mondo”. 

Questo è il pensiero di Matsuo Basho, poeta nipponico del XVII sec. e massimo esponente di quella forma espressiva lirica denominata “haiku”: componimento poetico che, come fu osservato da un acuto pensatore occidentale “racchiude ciò che vedete, ciò che sentite, in un minimo orizzonte di parole”.
Con immensa ingenuità trovo interessante l’assonanza del termine “furyu” al nostro “furor” –  “furia” che, ugualmente ad esso e' considerata una qualità inscindibile dal valore poetico.

Odino è il Veggente pervaso dal Furor. Si ritiene che il nome del dio derivi da una radice protogermanica wod - che nei suoi esiti designa l'ebbrezza, l'eccitazione, il furore, il genio poetico. Alla base della parola vi è la radice indoeuropea wat – intesa come “soffio, ispirazione”, da cui sarebbero scaturiti il latino vates “poeta ispirato” e il protoceltico watus = poesia profetica.

Nel mito Odino è solo quando ritrovandosi appeso a testa in giù all’albero cosmico, ebbro, dunque, “felicemente ingenuo” ridefinisce gli orientamenti “celesti” del nuovo Universo.
Odino non sarebbe da considerare come un entita' a noi esterna, ma piuttosto come il predicato interiore in ogni coscienza indirizzata al risveglio. Egli è Colui che regge, cosa? il Cosmo e dunque l'animo, sostenendo profeticamente l’asse su cui trovano intersecazione più piani dimensionali (medesima metafora seppur in diverse accezioni la ritroviamo nella figura del Cristo Pantocratore = di Colui che regge con forza).


Tali figure sono identità simboliche latenti in ogni coscienza intenzionata a ri-evocare in sé la forza numinosa da cui promana l’effettiva consapevolezza di sé. Questo nulla ha a che vedere con un principio di esaltazione volgare o di facile fervore psichico. Anzi, interiorizzare ciò estingue ogni deleterio entusiasmo legato all’auto-glorificazione.

In realtà noi saremmo un "niente", un "contenitore di vuoto" addensato da fugaci necessita'; al più, potremmo consideraci custodi evanescenti del Mistero e per questo essere grati al Principio ineffabile che ci anima e che ci rende coscienti d'essere una "pura illusione" occasionalmente solidificata.  

Per riconnettersi alla pura Identità Geniale la maschera dell’ego va bruciata.

Ogni persona che aspira all’interiore “chiarificazione” nella sua insignificanza inizia a determinare se stessa come effettivo pilastro del meta-cosmo in cui dovrà riversare la propria essenza. Essenza che è assolutamente estranea all’identità psichica dell’io storico qui incarnato.

Il Furor, che è veemenza, impeto, passione, da sempre è considerato inscindibile dalla conoscenza poetica e veggente. Di questa furia ispiratrice è scritto negli Oracoli Caldaici e nell’Iliade, che non a caso inizia la narrazione invocando la Musa per tradurre l’ira, la furia.

Nella tradizione alchemica la misurata regolazione del “furor” (lampo ispirativo che accende internamente alla coscienza il proverbiale fuoco filosofico) è la prima qualità richiesta all'operante.

Ciò troviamo riportato con grande forza evocativa nel secondo Frammento degli Oracoli Caldaici: "Completamente rivestito del colmo di una luce risonante, armato anima e mente di una forza come spada tricuspide, getta nel cuore il simbolo della molteplicità come un grido di guerra- - - - -non aggirarti per canali di fuoco disperdendoti, ma concentrandoti".
Sostanzialmente, estinguere questa concentrazione interiore, supremamente poetica e del tutto priva di significato per l’attuale ordinamento involuto, (notte dei tempi) è il compito assolto dall'azione corrosiva di forze propriamente definibili come contro-iniziatiche e che intuiamo essersi occultate nella chiassosa e degradante congerie appartenente al variegato mondo-pop, nonché nell’odierna sistemazione digitale e nell'idea stessa della cosiddetta "innovazione" unicamente guidata dalla ragione e dal profitto.

il Furor è la preziosissima qualità ardente dell'animo, la favilla lirica da cui esso avvampa scaturisce da quel radiante nucleo vitale posto oltre i domini della vita stessa. L’allontanamento dal meta-cosmo, l’ancestrale esilio dalla Celeste Patria perduta: solo la memoria di tale consapevolezza da forma e sostanza compiuta alla nostra identità puramente Tragica. Nella persona è la presa di consapevolezza della propria sacralità, appunto riflessa nell’identità tragica, che consente la sua unica possibile “elevazione” sul dolore.

L’identità Tragica oggi è rovesciata dall’attuale disordine tecnicistico, estremamente diminuita nella prevalente esistenza impotente e piagnucolona dell’uomo-massa video-condizionato, consumatore-demente poiché dimentico di sé e delle proprie Origini.  

Il Furor sarebbe poi anche la prima qualità umana massimamente temuta dai cosiddetti Arconti, poiché se ben governato permette di "fondere" gli sbarramenti di questa prigionia cosmica.

Dunque, ciò a cui invita la poetica di Basho non tratta di un generalizzato e sdolcinato "effimero risveglio poetico", ma, di fatto, è l’invito a realizzare una perfetta quanto “felice insignificanza”, rinsaldata all'Identità Geniale.

Identità Geniale preesistente agli elementi naturali che ne sono animati.

Inoltre, in India nell'antichissimo testo sacro delle Upanishad si richiama all'attenzione costante da esercitare nell'attuale piano dimensionale, poiché si trova scritto: "con ogni sforzo occorre purificare questo pensiero...si diventa ciò che si pensa, questo è l'eterno mistero".