martedì 21 marzo 2017

Cristo e l'identità geniale



Gli antichi veggenti scoprirono nei loro cuori il legame – bandhu – del manifesto – sat – nel non manifesto (asat)

(Rgveda ,1.129.4)

L’ideazione cristica, la sua sapienzialità, rivestita metaforicamente del potenziale ideativo della parabola, può rendersi straordinariamente viva in noi. L’allegoria vuole Gesù, essere generato da madre vergine, tale indicazione specifica l’ideazione eminentemente Ingenua connaturata all’essenza divina, (Ingènuus, In + Geno = io genero, genero in me) che è una qualità accortamente riconosciuta come assicurazione di nobiltà d’animo, di schiettezza, di sincerità.

Le origini incorrotte sono proprie all’essere In-genuo, una qualità questa non a caso attribuita a molte altre nascite divine precristiane, le quali, poi, altro non sarebbero che estensioni emblematiche, più o meno alterate, del sublime predicato interiore agente nell’uomo. La prerogativa enigmatica dell’uomo è appunto quella di aspirare a realizzare se stesso, come identità autenticamente libera in sé stessa, (libero da se stesso) successivamente alla “caduta” come identità poeticamente centrata, rinsaldata all’ispirazione splendente; non a caso fu detto: “la verità vi renderà liberi” (Gv, 8.)  
La Verità non è riferibile ad una formula algebrica, quanto piuttosto alla realizzazione di un indicibile sovra-senso portato all’animo da un eminente principio ispirativo.

E’ la completa legittimità sovrannaturale, riferita alla complessiva attuazione umana intesa come effettuale compimento del primo significato simbolico, esemplificato nella figura del Cristo, che rivela se stesso anche attraverso il significativo titolo messianico del “Figlio dell’uomo”.

Tale ideazione immerge la sua memoria in una realtà preesistente ai motivi, peraltro insondabili, di una sopraggiunta corruzione dell’essere e maggiormente solidificatasi nell’uomo attuale – che è sempre “humus” – remotamente pervaso di un'unica essenza puramente intuitiva a cui può ancora pervenire (pur non essendo esente da tormento) per realizzare la perfetta conformità all’originaria virtualità geniale.
L’inganno archetipico compiuto dagli Arconti, costituisce il nostro ostacolo all’ampliamento della piena consapevolezza, proiettata ben oltre lo spettro delle frequenze che addensano l’evidenza del Cosmo, impedendo la perfetta rammemorazione delle nostre Origini; le quali, indubitabilmente, sono da ritenersi come Origini Splendenti e pre-universali.
Quando nel Vangelo di Tommaso il Cristo afferma: “Io sono la luce che sovrasta tutte le cose. Io sono il tutto. Da me tutto è venuto e a me tutto giunge. Spaccate un legno e io sono lì. Sollevate una pietra e lì sotto mi troverete”, tale dichiarazione indica chiaramente il “residuo geniale” internato nel vortice addensante gli elementi fisici della creazione. La sua sussistenza emblematica è appunto intuita nell’ineffabile principio immateriale che anima la carne e che la rende effettivamente cosciente di sé stessa.

Ancora in Tommaso: “I suoi discepoli dissero: Istruiscici sul luogo ove tu sei, giacché per noi è necessario che lo cerchiamo. Egli rispose loro: Chi ha orecchie, intenda. Nell'intimo di un uomo di luce c'è luce e illumina tutto il mondo. Se non illumina, sono tenebre”.

Il Cristo non è entità a se stante, ma, esemplare idealità: radice splendente dell’uomo, ri-connesso alla sua ideazione aurorale (ingenua e geniale) e da ritenere pre-corporea. Tale ideazione è una forza sovrana e assoluta, preesistente allo stesso universo e che in esso misteriosamente fluisce, benché, nel Ciclo attuale dimostri di ristagnare irrisolta negli spazi inesplorati del nostro opacizzato nucleo spirituale.

E’ attraverso la perfetta ideazione di noi stessi, ideazione elevata e svincolata dal nostro sotto-io volgare e, pertanto, è attraverso l’ideazione genialmente cristica, che arriviamo a distendere – In interioritate – la vasta connessione di un insieme simbolico e multiforme, propriamente definibile come lucente, il quale, attraverso la nostra finitezza materiale, prodigiosamente unisce il transitorio al senso dell’immanenza. 
E’ una composita catena di somiglianze e analogie, la cui veridicità acquisisce piena individuazione nella sola nostra sensibilità cardiaca e solo in seguito è trasposta, imperfettamente, alla diminuita comprensione intellettuale.

Si potrebbe ritenere non esserci alcuna autentica facoltà di libero arbitrio, almeno finché rimaniamo insaccati nell'individuazione sviante fornita dall'ego (abile manomissione identitaria operata in noi dai cosiddetti Arconti).

L’ego si radica nell’appagamento di circostanze essenzialmente volgari ed effimere, adorando l'idea di poter acquisire sempre nuovi motivi di gratificazioni spettrali, siano esse materiali o mistiche ma che in realtà si palesano come una sequenza interminabile di trappole emozionali, pretesti di continue dispersioni emotive ed energetiche; tanto nella gaiezza che nella disperazione.
 Il libero arbitrio, in definitiva, consisterebbe unicamente nella sola facoltà di estinguersi a se stessi, agendo in se stessi, operando non per effetto di un’annebbiata determinazione nichilista, ma, con il detergere progressivamente lo specchio interiore del cuore. 


Una volta rimossa gran parte della sua ossidazione mistica, vi potranno convergere i raggi sovrasensibili della qualità aurea convenzionalmente definita come Grazia, (pura rammemorazione geniale) affinché, estinguendo in se stessi il condizionamento ottenebrante imposto dall’ego, possa ridestarsi la propria legittimità' spirituale. Interiorizzare il fuoco puramente archetipale, (vale a dire la fiamma cristica) per ottenere pieno significato degli esisti che sono ascrivibili alla morte e resurrezione puramente iniziatiche; troppo spesso equivocate nel conseguimento di un ulteriore gratificazione o ulteriore accrescimento della propria identità terrena.
I cosiddetti Felici conseguivano una nitidezza interiore che nulla ha a che fare con l’idea stessa di morale o moralità comunemente intese, casomai, le prime circostanze interiori che realizzavano erano gli effetti di un accrescimento maggiormente sereno della concentrazione mai disgiunta dalla compassione.

La nostra effettività consiste in un puro enigma, un enigma propriamente ingenuo e geniale, devastato, macchiato, indicibilmente gravato da molteplici contraffazioni coagulatesi nell’ombra interiore di un ego che non molla la presa e distorce continuamente il nostro cammino di consapevolezza, alterando la percezione che abbiamo di noi stessi con l’innescare senza sosta capricci variegati, paure, arroganze, mutevoli insoddisfazioni astratte e destinate a non essere mai risolte in se stesse, poiché la loro unica finalità è quella di determinare una continua emorragia emozionale.

Siamo macchine biologiche ed anche scrigni sensibili, custodi (più o meno coscienti) di una forza radiante che appena è bramata subito si dissolve, lasciandoci consumare nella livida impotenza.

Desideri bassi, confusioni interiori costituiscono un vero e proprio delirio, un’autentica febbre emozionale i cui fervori spuri attirano le cosiddette ombre, che succhiano fino al midollo la nostra quintessenza aurifera dispersa dall’intimo smagamento.

La saldezza emotiva è da considerare come l’effettivo involucro immateriale atto a custodire la quintessenza aurifera, e da qui, appunto, nel vangelo di Tommaso, origina l’invito allegorico a cingersi i fianchi di grande potenza.

Disarticolandoci emotivamente, prede di fisime, di morbosità, così come di complessi irrisolvibili e paure profonde, diminuiamo l’integrità della nostra protezione intangibile e di sicuro, dall’oscurità, “qualcuno” arriva a noi insinuandosi tramite l’innesco di un ego non controllato.

Incapaci di ricordare, pertanto, di elaborare l’interiore “quintessenza aurifera” sussistiamo unicamente come parodia di esistenze tristemente ingannate in se stesse.

Per questo, solo nel poter dare effettiva realtà al felice dissolvimento interiore, che l’esistenza diviene esperienza degna di essere vissuta fino alla fine e in cui subentra il pieno valore della ricerca alchemica, della sua essenza puramente geniale, sostanzialmente amara e salutare. Generalmente, ciò che gratifica con troppa immediatezza si offre alle inavvertibili ma sicure strumentalizzazioni attuate in noi dalla falsa coscienza. 

Si svanisce a se stessi dissolvendo da se' ogni aspettativa detta “inferiore”,  cercando di realizzare qui e ora gli effetti di una specie di gioia segreta, infiammata nella comunione che possiamo realizzare con le correnti puramente Geniali e pre-esistenti all'inganno arcontico.

Come riuscirvi è inesprimibile e ciò giustificherebbe anche il parlare astruso di tutti gli antichi trattati di alchimia, volendo questi preservare all’interno di un vero e proprio labirinto lessicale, il significato di un operazione estremamente semplice quanto acutissima, i cui esiti, peraltro, contraddicendo la dottrina dogmatica imposta dalla Chiesa, all'epoca esponevano i ricercatori a rientrare nelle mire della feroce Inquisizione.

Considerando la zona estrema in cui è giunta l’Età attuale, altri motivi per realizzarsi autenticamente sarebbero da considerare a tutti gli effetti come iniquità e trastulli di coscienze distratte o annoiate di se'.

Ognuno è chiamato a risolversi in se stesso, peraltro, dichiarandosi estraneo, seppur attentamente partecipe, alla "macchina" costituita dall’involucro esteriore del corpo fisico.

La via sapienziale dell’alchimia è connaturata al tracciato del Cristo e ad esso si sovrappone. E' una via estrema e disagevole ma, dovremmo considerarla come l'unica percorribile, per nulla facile sebbene estremamente semplice, ed è proprio questa sua estrema semplicità a provocare una sorta di cortocircuito dialettico nella nostra mente indurita dalla razionalità, gravata da fisime e aspettative di affermazione; poiché come rammenta Don Juan al suo adepto, la mente dei Predatori è tetra e barocca e, mediante una remota manipolazione, hanno amplificato in noi la predisposizione alla complicazione congetturale, favorendo così la nostra continua prossimità all’inganno.

In definitiva, ciò che una persona deve essere è, realizzando o non realizzando la propria identità storica occasionale, poi in ogni caso arriva la dissolvenza.
Aspirazione balorda dei transumanisti, coloro che attualmente dimostrano essere tra i più invischiati nella matrice arcontica, è appunto quella di sconfiggere la morte fisica, che in definitiva vale il voler sconfiggere la vita, attraverso una sua fissazione automatizzata. 

Così come l’aspirazione altrettanto deleteria di mistici snervati, consiste nell’assurdità di voler garantire a se stessi la perduranza  della coscienza egoica anche dopo la dissolvenza del corpo fisico, intendendo programmare attraverso improbabili meditazioni la successiva incarnazione. Volendo ostinarsi nell'ottenere un’astrusa estensione della propria identità umbratile, il cui effetto, in definitiva, sarebbe solo quello di amplificare l’inganno arcontico in dimensioni coeve alla nostra presente.  

martedì 14 marzo 2017

quale teologia?


La teologia dell’unico vero Dio è falsa; la teologia dei falsi Dei è quella vera. Questa non è una professione di ateismo così come, fin dall’inizio, vogliamo dire che non concediamo la nostra fede al dio del Pentateuco come Unico Dio Universale poiché lo   consideriamo come uno dei tanti dei minori che, lungo il corso della storia del pianeta, hanno utilizzato gli esseri umani. Sì, il dio cristiano di cui si parla nella Bibbia è esistito, ma non è il buon padre al quale siamo stati obbligati a credere e, ancor meno, il Dio universale, creatore di tutto il Cosmo. E’ semplicemente un usurpatore in più che, come tanti altri simili a lui, pretese di farsi passare per la Grande Energia Intelligente Creatrice di tutto l’Universo.

(dall’introduzione al testo “Difendiamoci dagli dèi” di S. Frixeido)

Essendo noi maggiormente consapevoli della natura ambigua di tali entità invisibili, con maggior sicurezza potremo attingere al concentrato sapienziale offerto dall’insieme delle religioni antiche; discernendo la contraffazione ontologica connessa ai pregi metafisici originari. Non volendo qui inseguire un facile e riduttivo sincretismo, che, peraltro, andrebbe riferito alla “contaminazione” di riti originari appartenenti ad una qualsivoglia tradizione e sui quali sono innestati arbitrariamente elementi prelevati da altre culture religiose, sostanzialmente estranee al supporto liturgico nativo su cui vanno a confondersi. L’indagine comparativa, invece, dovrebbe assolvere unicamente alla valorizzazione dell’essenziale messaggio salvifico internato nelle storie sacre di tutti i popoli; questo, per individuare quel necessario e immateriale sostegno all’animo dimentico di sé; oggi oltremodo sommerso, ottenebrato, dal crollo di più Ere.
Inoltre, allo stato del disordine attuale, dovremmo ritenere come inefficace qualsiasi forma rituale tradizionalmente trasmessa, costituendo tali riti come un’impalcatura ormai inadatta a sostenere l’attuale criticità – “frequenza alterata” – di un tempo disarmonicamente accelerato.

Peraltro, l’invocazione di qualsiasi entità, così com’era prevista nei riti antichi, è da reputare come una prassi a noi interamente deleteria. Se ad una qualsivoglia ritualità oggi ha senso riferirsi, questa riguarda l’insieme delle modalità private con cui una persona ricerca il proprio ordine interiore, (ordine comunque percepito come trascendente) ricavato dal coltivare una maggiore considerazione del presente vissuto: ovvero, l’estrinsecazione spontanea di una “sommersa” poetica integrale dell’essere, (in massima parte indicibile) affiorante in frammenti intuitivi che orientano l’esercizio continuo di una volontà che guarda alla connessione con la “realtà immaginale” (geniale e splendente). Una ricerca da sempre fortemente ostacolata da molteplici contingenze avverse, ma che oggi è resa ancor più estrema dal repentino e corrosivo avanzamento della cosiddetta “realtà artificiale” e tutto il corollario di feroce disincanto introdotto dal suo dominio.   

Per comprendere appieno la criticità del momento attuale occorrerà necessariamente servirsi di un “parlare assurdo”, avvalersi di un frasario ordinariamente considerato come semplicemente irragionevole, ma che in definitiva, forse, sarebbe l’unico a decifrare l’intuito di salvezza.

L'essenza del messaggio biblico riferisce in ogni caso il suo cuore sapienziale, un ineccepibile valore che s’individua proprio dietro a quei motivi indicanti la natura sovranamente ingannevole del dio veterotestamentario.
Non a torto la visione biblica, considera tutta la creazione fatalmente contrassegnata dalla pena.

L'immane massa universale, fin dai suoi primissimi avvii, costituisce un vorticoso raggrumarsi di ardenti forze dolenti, attraverso le quali soffia lo “spirito vivicante” e che infonde assieme la vita la sua continua mortificazione – sancita con la caduta dallo stato di grazia genesiaco –  alimentandone costantemente il vincolo penitenziale.

Dove la Bibbia indica nell’uomo la sua colpa ancestrale, noi potremmo e dovremmo invece individuare il significato della “indefinibile caduta”, evento situato prima che il tempo fosse avviato e che costituisce il senso della primissima, quanto insondabile rovina ontologica, sperimentata dall’essere e sulla quale s’innestano successivamente ulteriori assurde, ma dovremmo ritenere estremamente concrete, manipolazioni strutturali, subite dall’uomo in differenti fasi della sua cosiddetta “evoluzione”.
Lo “spirito vivificante” biblico andrebbe scisso dalla contraddittoria e obliqua figura di Yahweh, ma chiarito come “identità geniale preesistente”.

Idealità geniale preesistente all’attuale piano dimensionale, il quale, dovremmo ritenere, è sostanzialmente il supporto dell’inganno atavico, scaturito da una contraffazione ancestrale che, nella precipitazione degli eventi propri all’attuale manifestazione, non può impedire alla pura essenza geniale preesistente di filtrare e diffondersi, sebbene in “misura” estremamente esigua, nella matrice stessa dell’inganno, dove, in un certo senso, ne costituirebbe il recondito motivo (possibilità) riequilibrante. 

Tale “quintessenza aurifera” pre-cosmica,  (la pura identità geniale) è diluita nello scorrimento degli avvenimenti universali, essa e' "l’avvertimento", il motivo stesso per cui in noi s’invera la riflessione cosciente e l’ideazione simbolica stessa; occasionalmente distorta per effetto della remota manipolazione arcontita.

Per la Bibbia, la totalità del cosmo geme in attesa della propria redenzione, questa visione, sebbene estrema, sarebbe da considerare davvero giusta.

Da un numero imprecisato di eoni il Cosmo subisce un'afflizione quasi assoluta e che, a tutti gli effetti, sembrerebbe irrimediabile quanto esemplarmente addensata nel suo centro maggiormente enigmatico, costituito appunto dall’uomo.
E' solo dell’uomo la peculiare attitudine di ideare, intuire, patire, presagire, (preavvertire) la trascendenza, essendo sprofondato nel dominio del divenire, sottomesso com’è alla grave determinazione impostagli dalla legge di necessità, dove pur riesce (sebbene occasionalmente) ad innalzare il proprio senso tramite l’ideazione simbolica; che vale la sua rinnovata connessione alle “stringhe” splendenti preesistenti la manifestazione fisica.

Le forze voraci e irraggianti che definiscono la ciclicità della vita universale, non dovrebbero mai essere scisse dalla loro ideazione simbolica, che è Avvertimento stesso del tempo, della sua recondita “aspirazione” estatico-profetica, cui aderisce il nostro significato maggiormente profondo e connesso al risveglio dell’essere.

Nessun dio valicherebbe la nostra priorità ontologica, ma, per un motivo inesprimibile e di fatto inconoscibile, l’involucro sensibile ed effimero che è l’uomo, custodirebbe anche l'essenza immortale e per tale motivo che, nonostante tutto, può qualificarsi come il legittimo custode stellare dell’esigua emanazione appartenente all’ineffabile potenza radiante e preesistente all’avvio del tempo.  
Noi stessi, dunque, avvolti in questi corpi apparremmo nel Cosmo come opacizzate ampolle, quasi al modo del proverbiale genio della lampada di Aladino sussistiamo come idealità puramente geniali, racchiuse nell’affievolito “lume corporeo” appositamente “predisposto” per distorcere, attraverso il filtro dell’ego, tale essenza aurea, così convogliata verso una finalità sostanzialmente estranea alla sua primissima verità.

In definitiva, noi dovremmo assolvere ad un compito propriamente sovrumano col rivolgere la totalità della manifestazione alla sua identità archetipale.

Quella dell’uomo è un origine composita e che potremmo definire non già edenica ma pre-edenica, poiché non avremmo torto nel diffidare di quel luogo contenitivo che fu il giardino dell'Eden; dove fummo sottoposti alle morbose attenzioni di un’entità pseudo-divina.
I motivi che hanno attirato le brame di questo ente soprannaturale, infinitamente desolato della propria “immanenza”, tanto da aver paradossalmente avvertito l’urgenza di avviare il tempo, nonché, di generare anime così imperfette da necessitare delle sue continue e sproporzionate attenzioni commiste di favoritismi arbitrari scambiati per bontà e oscuri sbocchi di crudeltà estrema; tutto ciò rappresenta la sostanza di una perversione ontologica che solo l'astrusa quanto oscura logica del Dogma riesce a giustificare.

Dio, inteso quale giudice rarefatto e palpitante l’azione umana, in questi termini non potrebbe affatto custodire il senso di ciò che è definito come “libero arbitrio”.

A tutti gli effetti noi soli, vittime di una fenomenale amnesia, siamo i depositari massimamente inconsapevoli d'inesprimibili forze primigenie anteriori alla manifestazione universale stessa.

Il libero arbitrio, se così è lecito definirlo, consisterebbe unicamente nella facoltà di “cadere”, “diluirsi”, nella trappola labirintica e speculativa del Cosmo, dove, attraverso molteplici riflessi di pareti a specchio, gioca con noi il demiurgo; disorientandoci immensamente nei meandri delle Ere.
Il cosiddetto libero arbitrio, dunque, consiste nella sola possibilità evocativa, che è l’interiore innesco nella coscienza della sua rammemorazione splendente e per la quale troverebbe pieno significato l’espressione evangelica: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49-53) pronunciata da un Cristo che non è identità altra da noi, (entità ontologicamente superiore) ma puro simbolo di un predicato interiore ad ognuno, proprio ad ogni coscienza autenticamente svincolata dalle ordinarie connessioni esistenziali, le quali troppo spesso reiterano i motivi su cui è rinnovata la corsa predatoria della mostruosa giostra arcontica; dove gira a vuoto consumandosi senza senso l’inconsapevole esistenza umana.
Il libero arbitrio è l’esercizio costante di una volontà che si può dire essere insita nella volontà stessa e che riguarda l’intenzione di dissolversi a se stessi in se stessi, tramite l’annientamento dell’ego meschino e dunque nella “rettificazione affettiva” di ogni legame precedentemente falsato da aspettative fondamentalmente distorte e malate.
La dove questa rettificazione affettiva non fosse possibile, poiché le distorsioni dell’ego si moltiplicano in ogni coscienza inconsapevole, e non tutte sono pronte allo stesso tempo ad intraprendere un tale lavoro su di sé. Per le implicazioni che questo lavoro interiore comporta, coinvolge il significato più autentico della “guerra interiore”, supportata dalla Grazia. Grazia che puo' dirsi anche Ispirazione o esigua connessione al senso dell’idealità splendente, situata ben oltre una stima bassamente ordinaria dell’esistenza; e solo qui allora troverebbero legittima collocazione le parole: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 34-37).
La nostra è una condizione estremamente difficoltosa, la necessità maggiormente recondita è difficilmente individuabile e qualora fosse individuata, di fatto, rimane inesprimibile se non destinata ad essere irraggiungibile. Essa consiste nella capacità di poter attingere ad un significato immateriale impossibile da esporre, ma se presagito autenticamente può infondere nell’animo il senso di una “seconda nascita”; per la quale la convinzione intima è come si dirigesse oltre se stessa, svincolandosi dalla tirannia imposta dall’ego.  
Solo in tale circostanza che si diviene maggiormente consapevoli, iniziando ad agire sovranamente in se stessi, (initium) rinnovando genuinamente quel senso fondamentalmente amaro e solo occasionalmente soave che è l'esistenza.
Considerando l’estrema corruzione dei tempi, sarebbe solo importante tentare di ordinarsi intimamente, ingentilirsi pervasi di una ferma convinzione proiettata oltre le sorti del corpo e della coscienza stessa; questo nonostante il caos attuale.

giovedì 9 marzo 2017

estrema sintesi

“…gli antichi Romani consideravano l’ora del mezzogiorno il momento che segna il culmine dell’ascesa del Sole nel cielo e dunque, di conseguenza, il momento di inizio della sua discesa; ne segue che il mezzogiorno è un’ora di passaggio, un momento critico. «Da quando scocca il mezzogiorno, gli dèi della luce lasciano il dominio a quelli dell’oscurità!» — sottolineò con enfasi il mio interlocutore. Non solo: mi riferì anche che l’autore latino Servio notò espressamente come questa fosse considerata dagli antichi “l’ora delle apparizioni”: a mezzogiorno, infatti, si poteva sperimentare l’esperienza di cadere in una sorta di trance paralizzante e di scorgere i numi ancestrali…”

I motivi di questa precipitosa discesa ontologica che ci vede coinvolti da tempo immemore non possono essere compresi, tuttavia, possiamo ritenere l’interazione dell’uomo con le cosiddette “potenze invisibili” come un avvenimento reale, benché oggi tale scambio sia perlopiù criptato nei cifrari innovativi cadenzanti l’attuale programmazione della società: un rinnovamento solo apparentemente funzionante ma in realtà, per le dinamiche spersonalizzanti e disumane che implica, è da considerare come assolutamente involuto.
A livello istituzionale, le cosiddette religioni organizzate, vanterebbero l’esclusiva facoltà di poter ordinare e garantire, tramite una loro interna articolazione gerarchica, i rapporti dell’uomo con la cosiddetta sfera divina, avvalorando con ciò la concezione che stabilisce a priori la nostra sottomissione a entità astratte, considerate come indefettibilmente superiori e non toccate dalla degenerazione dei tempi; in quanto agenti in un dominio per definizione situato al di fuori del tempo stesso.  
Ognuno, fin dalla nascita, recherebbe l’intima traccia, peraltro indecifrata, attestante l’avvenuta corruzione spirituale: una sorta di “ammaccatura ontologica”, conseguente alla caduta ancestrale, causa di una menomazione interiore, (fenomenale amnesia) essa stessa intesa come indubitabile effetto della manipolazione arcontica.
Semplicemente, potremmo affermare l’attuale umanità – intimamente scissa ed esteriormente scomposta –  essere il frutto, progressivamente sempre più deteriorato, di un accurata contraffazione; la cui memoria mitica sedimenta negli impasti argillosi di scritture cuneiformi sumere, così come nelle vergate della Bibbia, che dalle prime deriva e così com’è rintracciabile in molte altre narrazioni trattanti la cosmogonia delle origini.
In estrema sintesi, la primordiale diluizione della nostra identità, decantata dentro ampolle Anunnaki, ci avrebbe fatto smarrire l’integrità originaria del corredo genetico di cui eravamo dotati.
Le sue ramificazioni o filamenti, dobbiamo ritenere, in un tempo detto mitico, (età aurea) garantivano l’estensione totale (multidimensionale) delle possibili facoltà cognitive.

L’intervento Anunnaki, peraltro, potrebbe esemplarmente figurarsi come la “seconda” eclatante manomissione subita dall’uomo, la dove l’integrità stessa del suo patrimonio genetico sarebbe riconducibile agli effetti del “primo intervento” subito e reso necessario dall'occasionale rivestimento in “tuniche di pelli”, poiché, dovremmo ritenere, egli preesistendo ancor prima della solidificazione corporea in una forma splendente non necessitava affatto del sostegno offerto dalla minuscola doppia elica, basilare mattone della vita fisica.



Nel Cosmo, basandoci sulle molteplici testimonianze offerte dalla visione (Conoscenza) tradizionale, il divenire stesso non sarebbe affatto univoco, ma, dovremmo ritenere, avere un’estensione indefinibile non per mera vastità chilometrica, ma per sua singolarità multidimensionale.

Con la sopraggiunta interruzione della possibilità di mantenere il contatto con il “flusso ideativo” originario, da cui attingevamo l’inesprimibile integrità trascendente e preesistente alla manifestazione stessa, siamo stati ridotti nella porzione esigua di uno spazio preordinato, ormai reso estremamente angusto nell’era della supremazia tecnologica, che realizza pienamente la nostra condizione di prigionia e che attua, mediante un'ibridazione forzata - preordinata dalla geoingegneria - l’ulteriore “terza manomissione” della nostra identità; ovvero, uno straordinario danneggiamento della minima integrità residua rimasta.

Attraverso una complessa intelaiatura di eventi rispondenti alla legge di causa/effetto, i nostri elusivi “controllori arcani”, non potendo loro stessi pervenire direttamente all’essenza ideativa, (di cui l'uomo, benché gravemente sfibrato, ancora rappresenta lo scrigno sensibile) attraverso tale manomissione archetipale, avrebbero concepito in noi una sorta di doppio ingannevole, innestando una falsa mente sovrapposta alla nostra natia. In noi, dunque, coesisterebbe un diafano gemello oscuro, ordinariamente spiegato come “ego”: solerte custode demente della nostra plumbea dannazione; che è dannazione cosmica e che può essere definita come una fenomenale distorsione di senso dilatata a dimensione cosmica.


Ciò è notoriamente asserito da Don Juan, il mentore di Castaneda:  “Sono stati proprio i Voladores (Arconti) a instillarci stupidi sistemi di credenza, abitudini, consuetudini sociali, e sono loro a definire le nostre paure, le nostre speranze, sono loro ad alimentare in continuazione e senza ritegno il nostro Ego… per mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente!... Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente che è la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene…Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che affligge tutti noi…Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci inaccessibili”.






mercoledì 8 marzo 2017

La venuta del Re - schegge di leggenda irochese

Orbene — mi raccontò il mio interlocutore — il significato del termine irochese che generalmente si traduce in inglese con la parola “god” (dio) è ben diverso: esso significa, infatti, “controllore”.
Si pensava dunque agli dèi come figure antropomorfe, che “osservavano” e “controllavano” l’umanità da una non meglio definita dimensione parallela.
Dio e “Osservatore” erano, per loro, sinonimi.
Una tribù particolarmente degenerata attirò l’interesse del gruppo di antropologi che accompagnavano il professore: essi si erano allontanati dalla coesione delle comunità principali quando l’uomo bianco aveva iniziato a prendere possesso dei giacimenti sotterranei, nel XIX secolo.
Tale tribù di reietti, che venivano chiamati dalle altre comunità “i figli del Lupo” o “i Lupi”, si considerava la sola custode della tradizione originale, e si vantavano di conoscere miti che le altre comunità, ormai assorbite all’interno di un tessuto urbano più moderno, avevano da tempo scordato.
Secondo uno di questi miti che il team raccolse sul campo, il Sole che vediamo in cielo non è l’unico né il più grande: un Sole più maestoso e radiante calcò i cieli nell’abisso delle Ere cosmiche, in un tempo in cui la Terra non esisteva ancora.
Ma, con l’apparizione del nuovo Sole, i due dèi si scontrarono, e dallo scontro planetario nacquero il pianeta in cui viviamo e il “pianeta del ferro”, vale a dire quello che noi occidentali chiamiamo Marte.
L’Antico Sole, sconfitto dall’usurpatore, venne smembrato in mille pezzi, e formò la fascia degli asteroidi esistente tra Giove e Marte. Tuttavia, la sua “sconfitta” è lungi dall’essere definitiva. Una grossa porzione dell’Antico Sole, infatti, sebbene privata dell’antica luminosità radiante, rimase parzialmente integra e conservò una sorta di luminosità opaca; riuscì infine a fuggire lontano dal Sole e dal sistema solare intero.
In termini astronomici, concluse De Elia, tale corpo planetario, una volta “scalzato” dal nuovo astro eliaco come centro del nostro sistema, si sarebbe modificato di massa e di forma, per poi sviluppare una nuova orbita, allontanandosi dal sistema solare per sprofondare nell’oblio della notte cosmica.
Gli indigeni dicono che tale pianeta, che essi chiamano il “Sole Nero”, procedendo sulla sua eclittica ritorni nel nostro sistema solare ogni ventisei millenni, causando catastrofi planetarie e facendo impazzire tutta l’umanità e gli animali.
Gli iniziati del culto al “Sole Nero” dicono di attendere il suo ritorno, poiché “quando le stelle torneranno al loro posto, gli Osservatori torneranno a dominare su ciò che era loro”, vale a dire sulla materia da cui è formata la nostra Terra, un tempo membra del corpo originario dell’Antico Sole.
Essi sostengono che il loro dio annienterà per sempre il Sole attuale e che da quel momento reggerà da solo i cieli per l’eternità, in un’Era senza termine caratterizzata da una “oscurità nebulosa che tutto avvolge”, in cui non esisteranno più il bene e il male.
Gli adepti chiamano questo evento futuro, a cui rivolgono sempre il loro pensiero durante i rituali, alternativamente la Fine del Tempo e l’ Inizio del Tempo, ma si riferiscono ad esso soprattutto con la locuzione “la Venuta del Re”.


 

giovedì 23 febbraio 2017

del Tempo e frantumi di Lame


L’ideazione simbolica non scaturisce da una circostanza meramente intellettiva, ma, può essere definita come la prima ed esclusiva corrispondenza sensibile scaturita, germogliata, dallo stato di necessità determinato con l’evento ancestrale della “caduta”: la precipitazione dell’Essere nell’attuale trama degli eventi.

Si tratterebbe della progressiva, quanto assurda, diminuzione della pienezza soprannaturale diluita nel labirinto cosmico dei Cicli e delle Ere, avviate e convogliate per mezzo di una incomprensibile configurazione denominata Tempo: invisibile “architettura spiraliforme”, quasi un’intelaiatura astratta e interconnessa da imperscrutabili, quanto mobili, “giunture” che sarebbero veri e propri vortici divoranti e impeti rinnovanti le molteplici successioni fisiche; sulle quali, peraltro, starebbe convergendo ossessivamente l’attenzione “monocola” della moderna scienza satanica.  
Il tempo è un avvenimento invisibile ma evidente, perennemente mutevole, e inscindibile dalla materia. A tutti gli effetti potrebbe definirsi come una inusuale struttura geometrica estremamente complessa, la cui intelaiatura immateriale determina i sostegni della manifestazione visibile.
Il tempo, secondo la visione gnostico-manichea, in un certo senso, istituirebbe il “compromesso”, che è “l’inganno archetipico” attraverso cui la determinazione eterna (l’ineffabile monade soprannaturale) “intensifica” la propria “distorsione di senso”, ripetuta per ogni estensione sensibile caratterizzante appunto l’idea vita.


Dovremmo ritenere la “meccanica occulta” della vita regolata da un’eminente sensibilità simbolica, di cui la vita stessa è esemplare e mutevolissima allegoria e dove la sinergia di più tensioni e attrattive, addensate nell’involucro uomo, determina il valore di un supremo potenziale ideativo predisposto a trascendere infinitamente ogni compito circoscritto nei ritmi naturali.

Tempo e Universo costituirebbero il senso enigmatico di una sovrana rappresentazione simbolica, in cui il mistero maggiormente profondo è realizzato dalla nostra interiorità.

Ogni seme fisico testimonia una “possibilità”, ogni semenza conferma la sopravvivenza della vita che si perpetua attraverso la vita stessa, ma nell’uomo – unico caso in natura – preavverte la possibilità di ideare, di preannunciare per realizzare l’inesplicabile evento di ciò che si qualifica come impossibile. Nell’arco formato tra gli estremi di nascita e morte l’uomo arriva a trascendere il senso del “finito”, che, nello sviluppo dell’ordine di natura, ogni cosa inesorabilmente delimita. 

Ciò che rilega l’identità al nulla, ciò che eleva dall’oblio di una tenebra senza fondo è unicamente l’ideazione simbolica.
Nel Cosmo, per le sue particolarità mutevoli, solo l’uomo si qualifica come “inesplicabile baricentro iridescente”; con buona pace di quanto possa contrariamente sostenere un miope relativismo.

Seguendo questo tracciato dovremmo ri-considerare gli emblemi effigiati sulle carte, dette Lame, dei Tarocchi. Superlative ingenuità ideative, emblematiche connessioni puramente geniali, oggi diminuite all’uso degenere di cui s’avvale un impoverito equivoco divinatorio.

Tali raffigurazioni, in realtà, costituiscono una significativa cripto-testimonianza della Sapienza Perenne, riversatasi in effigi che solo apparentemente sembrano distolte dai fondamenti concreti dell’esistenza. I Tarocchi racchiudono l’enigma cangiante di eccellenti ideazioni simbolico-allegoriche, saldamente congiunte all’immaginazione poetica, (dunque profetica) riguardando i significati superiori celati nell’evidenza della manifestazione universale.


Ad esempio, non sarebbe affatto un caso che le 22 lame maggiori dei tarocchi, compaiano a cavallo tra il XIII e XIV sec. in cui è individuato un rilevante momento di trasformazione nella storia spirituale dell’Occidente.

La 12° lama, detta dell’Appeso, talvolta erroneamente definito come l’impiccato, preannuncia l’arcano di un Cosmo allegoricamente capovolto, ma, in ogni caso, desto in se stesso.

Il fascino delle meditazioni offerte dalle carte consiste nel fatto che queste possono essere prese in considerazione singolarmente, così come, quasi andando a comporre un’orditura enigmatica, ponendone i diversi diagrammi in reciproca relazione.

Tradizionalmente il numero 12 preannuncia il primo Compimento sul piano concreto, poiché 4 X 3 = 12, vale il cubo moltiplicato per i tre piani dell'essere; ottenendo quel medesimo dodecaedro attraverso cui Platone idealizzò i simbolici piani strutturanti l’Universo.

L'Appeso nella raffigurazione originaria, particolare questo affatto trascurabile, è dipinto come ancora giovane d’aspetto, ciò indica che non è ancora giunto all’avanzata maturità; individualmente, come personificazione del microcosmo e, dunque, dei pericoli spirituali connessi ai motivi della persona che transita nel “mezzo del cammin di nostra vita”. Ugualmente, per corrispondenza analogica dei significati ermetici intercorrenti tra “l’alto e il basso”, non sarebbe nemmeno giunta a compimento l’età cosmica che comprende il Ciclo in cui attualmente svolge il percorso l’intera umanità e che la figura dell’Appeso allegoricamente personifica, indicando un transito rilevante della sua ideazione universale.
Il capovolgimento, peraltro, rievocherebbe gli stessi presupposti rituali con cui Odino evoca in sé l’ispirazione sacrificale, attraverso la quale il Cosmo rinnova le prestabilite aperture dimensionali connesse con la nostra interiorità.
Nell’Appeso le gambe incrociate formano il segno distintivo della croce, le mani sono legate dietro la schiena e fanno sporgere i gomiti fuori dal busto, geometrizzando assieme il riferimento della testa un triangolo la cui sommità è rivolta verso il basso, sembrando essere sospeso sopra un abisso.

Questo perché nelle prime versioni dei Tarocchi (le uniche attendibili) la 12° lama non presenta alla base della rappresentazione alcun tipo di suolo, ma il disegno nel declinare il terreno allude chiaramente ad un principio di voragine. Un vuoto, inteso pertanto come la primordiale visuale prospettico-profetica del “ grande baratro”, quale anticipazione stessa di un’ulteriore precipitazione del Cosmo (della coscienza) nel dominio dell’indistinto, dell’oblio, in cui periodicamente si riversa la totalità della vita.

Ciò comunica l’idea dell’inabissarsi e dell’ascendere ciclico della vita e che la geometria idealizza nella figura nell’Appeso individuando, appunto, quel segreto Centro coordinatore costituito dall’intuizione propriamente luminosa e dove significativamente arrivano a convergere coscienza personale e coscienza universale. Avvalorando in ciò il giusto “orientamento immaginale”, indispensabile alla continuazione del Grande Viaggio, intrapreso dalla coscienza oltre i limiti dell’intrappolamento costituito dalla sua manifestazione mortale.

Inoltre, in alchimia, il triangolo sormontato dalla croce, è il segno dello Zolfo, ma qui è capovolto: un capovolgimento che, in questo caso, andrebbe letto non in senso negativo ma come una perfetta sublimazione.


La geometria che descrive la figura dell’Appeso, peraltro, è corrispondente alla 4° lama, quella dell’Imperatore, nella quale ritroviamo medesime disposizioni delle gambe ma “connesse” al terreno e, dunque, al centro di gravità materiale in cui l’assialità della croce afferma, tramite la figura dell’Imperatore, la propria sovranità sulla totalità della manifestazione visibile.
L’Imperatore è la 4° carta, e tale numero sottende la materia, che nella triplice elevazione del suo valore realizza la congiunzione con l’Appeso: quest’ultimo rivela, appunto, un principio di sublimazione, l’ideazione stessa della facoltà puramente irrazionale, compresa essere il principio supremo connessa ai domini dell’animo universale e, dunque, all’esistenza autenticamente consapevole di sé.
L’Imperatore presenta il volto austero di chi è avanzato negli anni, costituendo forse anche il monito di una consumazione precoce subita dall’esistenza materiale e che troppo spesso, avanzata ai margini del proprio dissolvimento, può disattendere il conseguenziale ottenimento della piena consapevolezza.

Per tale motivo dalla ponderatezza dell’Imperatore, per effetto di una moltiplicazione emblematica si eleva il capovolgimento dell’Appeso, inteso come trasformazione elettiva di un dominio altrimenti solo “orizzontale” e perciò estremamente caduco.

Il volto dell’Appeso difatti non compare stravolto, come quello di chi patisce un supplizio, ma dimostra serenità come chi volontariamente ha scelto lo stato della sua condizione.

Egli è ritratto giovane, come in effetti lo sarebbe l’animo rispetto ai limiti transitori prestabiliti per la materia.

I due alberi che sostengono l’Appeso, così come il tronco trasversale cui è legato, figurano il sostegno offerto dalla forza universale (sono peraltro noti i rimandi alle colonne sapienziali di Jachin e Boaz o agli stessi alberi edenici della conoscenza del bene e del male e della vita).

Ciò che qui maggiormente interessa è il sostegno offerto dalla forza universale, che è il nutrimento interno ad ogni nutrimento stesso, è la sua ideazione puramente geniale, svincolata da ogni paternità dogmatica e connessa ai significati lirico-estatici attivati nella materia (hylé) primordiale. Proprio tale archetipo “lirico” il Mito interna nella sacra quercia di Dodona, dalla quale fu accortamente ricavato lo scafo stesso degli Argonauti; poiché tale ineffabile emanazione, sussistente nelle fibre più intime dell’hylé, costituì l’insostituibile prerogativa utile per ultimare una navigazione ed impresa affatto ordinarie.


Dei rami tagliati nei due alberi ai lati dell’Appeso, dodici sono i mozziconi e che nel numero emblematizzano il giro stesso dell’anno terrestre connesso a quello stesso celeste, allusione alle dodici “stazioni siderali”, aggiogate anch’esse a legge di necessità.
Inoltre, dalla raffigurazione potremmo ricavare l’indicazione augurale riguardante il periodo dell’anno simbolicamente connesso alla scena e individuato nel mese di Aprile, (Aprile dalla “aperir” che è aprire) quale auspicio di effettiva rinascita fisica e soprattutto spirituale. E’ in Aprile che tradizionalmente vengono potati i rami danneggiati dal freddo invernale e, dunque, nella figurazione, ciò costituisce indubitabilmente il rafforzamento del significato che relaziona il capovolgimento rituale dell’Appeso alla rinascita emblematica; poiché nella carta è sotteso il rinnovamento dell’animo.

L’uomo, il suo animo è sospeso tra cielo e abisso, e qui nella carta la figura è connessa al cielo con un arto, ma la sua impotenza è solo apparente, in quanto realizza pienamente la propria ideazione simbolica con la gamba lasciata libera, che non divarica o lascia penzolare scompostamente; alludendo velatamente alla Felice disciplina dell’anima riflessa nella risolutezza stessa del corpo.

Inoltre, come ulteriore indicazione augurale, la gamba destra piegata incrociando la sinistra forma un triangolo con la punta all’ingiù realizzando l’ideogramma alchemico dell’acqua di vita.

Le monete che cadono dal suo giubbino possono emblematizzare la stessa "quintessenza aurea", così come lo “spogliamento” o “sublimazione” dei metalli ordinari; in alchimia la cosiddetta “mutatio metallorum”, intesa come l’interiore trasformazione di metalli allegorici paradigmatici della trasmutazione dell’iniziato.

Dovremmo ritenere l’emblema dell’Appeso come la sintesi di un occulto insegnamento cosmogonico, rivelato nella sua distesa articolazione attraverso un complesso sistema di riferimenti che associa le une alle altre, mediante un cangiante cifrario poetico-allegorico, le 22 Lame Maggiori.

Una commistione simbolica abilmente dissimulata nell’ordinaria concezione del “gioco” e che in fondo, il gioco stesso, altro non sarebbe che un traslato della tragedia umana, della sua ineluttabilità, (il gioco è inscindibilmente legato alla fatalità) e del rinvenimento di quelle facoltà interiori necessarie all’animo per opporvisi.

Un valore questo, concernente l’ispirata modalità operativa che mira a conseguire l’effettivo perfezionamento interiore.           Anche da qui possiamo ricavare quei motivi fondanti il supporto ideativo di cui necessitano le potenzialità, ora estremamente ridotte, dell’umanità attraversante il presente Ciclo.

Nelle 22 Lame Maggiori s’interna parte significativa di quell’essenza sapienziale indispensabile al superamento dell’attuale deriva dei tempi (Kali-yuga).


Con queste carte si può pervenire al senso legittimo dell’autentica “interrogazione divinatoria” o anche “intuizione poetico-oracolare”, intesa come elevazione sottile della coscienza sulle coordinate ancestrali in cui gravitano le Ere. L’unica forma divinatoria ammissibile consiste nella facoltà di poter individuare la “posizione” del nostro stato interiore, del come si relaziona alle profondità del Cosmo e, soprattutto, del come poter rettificare l’eventuale intimo smarrimento.

I Tarocchi si rivelano come indispensabili occasioni contemplative e profonde sorgenti riflessive dove poter immergere l’intuizione, svincolata dalla banalità, del tutto contemporanea, che la vuole confinata in una meschina, quanto angustiata, aspettativa di un presente o di un domani solo egoici.

Nell’assetto completamente involuto di una società massificata e consumistica l’idea del divenire è corrotta in continui pretesti di ansietà. 
La quotidianità, irrigidita nel dominio della sola "tecnica", diventa la ripetizione di un vuoto a perdere: di un vuoto "svuotato" d’ogni principio di saggezza.

L’importanza di determinati emblemi, cui oggi si sovrappongono altri del tutto arbitrari, i quali, benché sembrino offrire comode lusinghe sono unicamente devianti, (pop-ipnosi) e in definitiva, potendo rimuovere dalla nostra attenzione tali abbagli deleteri ci accorgeremmo della sicura permanenza (benche' residuale) di determinati valori emblematici, concernenti l'importanza di un’intuizione suprema, che rilega l’originario principio splendente dell’essere all’ora maggiormente oscura dei tempi.

E’ la reminiscenza stessa di quel dominio elettivo da cui la nostra interiorità sembra essere inesorabilmente separata da tempo immemore e i cui devastanti effetti danno tutta l’impressione di culminare adesso.

In queste carte, sostanzialmente, agisce l’influsso profondo dell’antico monito “conosci te stesso”: che varrebbe anche il “conosciti oltre te stesso”.