mercoledì 24 agosto 2016



“Molte le cose sconcertanti al mondo, ma più sconcertante di ogni altro essere che si apra faticosamente il cammino sulla superficie della terra è l’uomo”
(Sofocle)

giovedì 11 agosto 2016

metafora








L’assioma esistenziale di Plinio il Vecchio: 
" ramus edomatur meditatione curvandi"
Il senso di questa considerazione è che il ramo varia la propria forma  silenziosamente e lentamente, curvandosi premuto dall’azione macerante di uno sviluppo naturale che, pur appartenendo alla vita vegetale, ugualmente si potrebbe definire come propriamente meditativo e inteso a raggiungere la conveniente curvatura.
Tale è la vita dell’animo, di un animo volto alla comprensione di sé, pressato da molteplici contingenze e accostato ad altre anime dalle quali alternativamente si allontana e avvicina per  costituire l’intrico, spesso irrisolvibile, di una trama esistenziale assolutamente enigmatica, il cui senso sembra destinato ad essere perennemente provvisorio quanto precario.

Un ramo impiegherà lunghissimi anni per slanciarsi robustamente verso la fonte luminosa del sole, il tronco da cui dirama sopporterà periodi di estrema siccità ad altri di piogge torrenziali, sarà provato da impetuosi venti e ristorato da periodi più miti e, attraverso lo svolgimento di una lotta silenziosa e tenace, riassumerà in sé il significato simbolico del martirio e della rinascita.
Dualismo primordiale irriducibile, ineffabile atto conoscitivo sorretto da un principio di dedizione e assorbimento nella finalità di pervenire all’espansione della coscienza oltre la dimensione ordinariamente fisica, ecco il nostro autentico, unico fine.




 
 


mercoledì 16 marzo 2016

insolvibile speranza






“E non tra poco, già ora, anche se non ve ne accorgete, un vortice travolge le vostre anime, che anche mentre cercano di sfuggire non rinunciano ai loro desideri e ora vengono sollevate in alto, ora sprofondate nell'abisso”. (Seneca: de vita beata)


Nell'attuale condizione a noi non rimane che provare di ravvivare un barlume di tenue speranza, di rammemorare la suprema vastità trascendente connessa alle nostre origini splendenti. In ogni caso, dovremmo confidare nell’insospettabile nostra ultima risorsa interiore in grado di poter forare la matrice dell’inganno propriamente definito come Arcontico, ovvero, atavicamente operato dagli Arconti.






L’esercizio della Vita Fiorente consisteva nel cogliere la forza germogliante che si manifesta innanzitutto nel mondo vegetale
Mentre si cammina o mentre si sta all’aria aperta si possono formulare pensieri augurali…La forza augurale in noi si unisce alle forze eteriche-vitali che nell’universo portano crescita.
Questo atteggiamento deve diventare un tratto del temperamento. Ovvero bisogna diventare persone bene-auguranti, innanzitutto col pensiero e col sentimento, quindi come naturale condensazioni delle prime due facoltà, con l’azione.
L’esperienza è connessa anche con il ripetuto esercizio della Venerazione…L’esercizio della venerazione genera per metamorfosi la forza della benedizione.
Si alimenta in tal modo in noi una forza solare che agisce “dall’alto verso l’alto”.


Il termine palingenesi*, (dal greco palin, «di nuovo» e génesis «creazione, nascita» ovvero «che nasce di nuovo») si adottava per indicare lo stato di aumentata consapevolezza della coscienza iniziata alle verità dei Sacri Misteri, in virtù dei quali la persona realizzava quella condizione massimamente “felice” definita come “seconda nascita”.
Sia per gli orfici che per i pitagorici, questa visione del destino individuale venne a inquadrarsi in una visione necessariamente più ampia che abbracciava la totalità universale.
La palingenesi non denota l’azione di un agente sovraumano che irrompe nella nostra identità più profonda, piuttosto, riguarderebbe la perfetta reminiscenza, che, attraverso un definito percorso preparatorio si accende nell’animo adeguatamente formato e naturalmente predisposto.
L’essenza dei Misteri non mirava tanto a un processo di auto-deificazione, bensì, attraverso l’accrescimento di una consapevolezza superiore che innanzitutto interessava il progressivo ridimensionamento dell’ego volgare, di ottenere la possibilità di una connessione felice = massimamente consapevole, con la verità estatica pervadente l’interezza del cosmo. La capacità di estendere la propria sensibilità oltre i limiti cognitivi stabiliti dalla mente è la prerogativa dell’arte e della poesia, circostanze che non a caso derivano dalla facoltà dell’ispirazione, la quale è connessa alla veggenza/estasi.
E’ la sostanza di un principio drammatico rischiarato a seguito del contatto intimo con determinati aspetti del mondo naturale, per il quale si genera un impeto di straordinaria vitalità che è totalmente estraneo alle aspettative ordinariamente imposte dall’ego. L’euforia dell’iniziato, sostanzialmente, riguardava la condizione maggiormente felice (centrata) dell’essere istantaneamente congiunto ad ogni frequenza vitale portata dagli elementi naturali – egli, appunto, fu detto “risvegliato” in quanto avente la coscienza con-suonante con ogni parte di Terra/Gaia (prima madre).  
La rinascita iniziatica benché origini come presupposto fondante dall’affinamento dei sensi, predispone la persona a travalicare infinitamente la medesima gabbia sensoriale attraverso una suprema intuizione (illuminazione interiore) in grado di elevarci dall’interno di noi stessi.
Illuminazione anche corporea dunque, poiché il corpo mediante l’affinamento dei sensi diviene egli stesso coscienza cosmica.
Questo perché la luce fisica è intesa essere la diretta e maggiormente immediata promanazione sensibile dell’Intelligenza invisibile e, come pura emanazione sensibile, la luce reca in sé la primordiale memoria creativa delle origini splendenti, che sono ineluttabilmente confuse alla manifestazione sensoriale. Ottenere quest’amplificazione dei sensi richiede una specifica formazione o preparazione della persona, ciò sarebbe estremamente necessario affinché la scoria terrena non ottenebri la percezione superiore cui la coscienza è destinata.
La formazione iniziatica, (disciplina felice) verteva innanzitutto sulla capacità di poter tradurre le “frequenze sottili” veicolate dalla Luce Organica, dove l’identità solare diviene prima Luce del Mistero Chiarificante e generativo.
La cognizione elevata riguarda un procedimento intuitivo di “salvezza” basato non solo su una “sofferenza redentiva” poiché a questa condizione deve necessariamente seguire una profonda “beatitudine rigenerativa”. 
Da questa percezione fondamentale si comprende come nelle realtà spirituali nulla può essere imposto ma unicamente evocato, richiamato dalle profondità del nostro essere intrinsecamente avvinto all’anima, che è anima mundi e che rimane sconosciuta a quanti sovrappongono l’immedesimazione narcisistica determinata dalle fissazioni dell’ego; predisponendosi in tal modo ad una completa condizione di schiavitù esistenziale.
Con la qualifica di "filosofo" dovrebbe essere identificata unicamente quella persona non satura di una saccente quanto arida speculazione solo intellettuale, ma, bensì, solo chi è in grado di esperire la radiosità divina dalle emanazioni naturali. Apuleio nella storia dell’Asino d’oro a proposito degli esiti dell’iniziazione racconta l'esperienza dello “scorrere attraverso gli elementi”, intendendo con ciò l’estinzione dell’ego al culmine della fusione estatica con quanto struttura la trama invisibile del cosmo. In questi termini acquisisce di senso la definizione di “stirpe eretta” - non “eletta” - che i seguaci della Gnosi attribuivano a se stessi, poiché il significato dello stare ritto in piedi nell’uomo ha un fondamento metafisico, egli è “antenna sensibile” posta tra terra e cielo e predisposto ad elaborare liricamente/estaticamente le emissioni celesti quanto le correnti telluriche.
Cosa poi è da intendersi come “condizione estatica” sarebbe il tema di un discorso a parte, questo termine si presta a molteplici fraintendimenti, ma, sostanzialmente, volendo definire con estrema semplicità, ottenere la percezione estatica non sarebbe altro che sconnettere l’azione della mente, amplificando in noi il fluire della corrente vitale sebbene tale percezione possa essere contenuta solo in pochi istanti, la finalità è nell'oltrepassare infinitamente la griglia della mente razionale, dilatando nella coscienza la qualità dell'empatia ad una misura e significato di fatto inesprimibili. 
Il nostro fine nell’attuale dimensione, peraltro ormai tale finalità è praticamente inattuabile, sarebbe “soltanto” quello di operare sinergicamente con i ritmi del pianeta, accrescendo mediante una forma d’istruzione sublime la primordiale intuizione d’armonia che in esso respira, dunque, di vivere in appagata reciprocità con il “corpo emozionale” della divinità, individuato appunto nell’identità stessa della Terra (Magna Mater).
Questo è l’effetto di una prefigurazione propriamente “paradisiaca”, che per la persona è necessario poter evocare stando tuttora ancorata nell’attuale dimensione fisica.


 


 
 
 
*Considerazioni desunte dal libro “non a sua immagine” di John Lamb Lash – editori UNO anno 2013-
 
 
 




mercoledì 3 febbraio 2016

nostra ultima odissea









Anticamente erano i “non – iniziati” coloro i quali era manifesta l’assenza di luce interiore. La non – conoscenza, che in ambito tradizionale  e orientale viene espressa col termine Avidya, l’ignoranza (radice stessa di avidità).
L’insegnamento, definito appunto come tradizionale, fu un preciso invito a deporre la propria passività dinanzi alle abitudini intorpidenti, quali elementi di forte ostruzione alla consapevolezza iniziatica. La consapevolezza è consapevolezza della propria libertà, ovvero, la massima amplificazione della prerogativa solo umana di poter trovare pienezza esistenziale attraverso la dimensione transuente. Il piano caduco della manifestazione occasionale offerto dalla materia, in cui si snoda la nostra apparizione e dove si riflette, come in uno specchio d’acqua, la maschera che siamo, costituirebbe, di fatto, l’indizio di una realtà o di più realtà maggiormente profonde e per questo insondabili ad una coscienza progressivamente ottenebrata dal peso dei sensi fisici.  
“Ma tu allontana l’intuito da questa via di ricerca e l’abitudine frutto di molta esperienza non ti costringa a muovere per questa via un occhio che non vede e un orecchio che rimbomba…” (Parmenide: Frammento 7 A).
“Conoscerai la natura dell’Etere e tutti gli astri che sono in esso, e le opere non visibili della pura lampada del Sole rifulgente e la loro origine, e apprenderai le opere della Luna errante, dall’occhio rotondo e la sua natura, e conoscerai anche il cielo sta attorno…” (Frammento 10 A).
Qui l’invito è a estrarre da sé la comprensione, propriamente veggente, attraverso l’educazione della propria sensibilità sensitiva sicuramente evocata da uno stato di crisi che relaziona l’uomo posto di fronte all’ignoto.
L’ignoto è in noi, si potrebbe affermare atomicamente addensato nell’indefinito vuoto in cui “abita” la coscienza e perciò, infinitamente riflesso nelle stesse lontananze siderali.
L’invito che Parmenide rivolse agli eletti del suo tempo davvero sembrerebbe non potersi estendere oltre i confini stabiliti dalla data convenzionale del 2001 – data appunto, individuata sicuramente non a caso da Kubrick, come l’emblematico inizio dell’ultima e più assurda odissea intrapresa dall’uomo del presente Ciclo.   
L’uomo è incarnazione simbolica suprema e assieme infima, immagine proiettata dentro voragini di tenebra e altezze di massimo splendore. Non potrebbe esserci idea di coscienza senza la percezione stessa di un avvenuto oblio propriamente ultraterreno.
Lo smarrimento della propria identità affonda in lontananze temporali prediluviane, ed è appunto nella fatale dimenticanza che accade l’inganno della cosiddetta realtà: inganno o imbroglio culminato nel tempo presente. La presunzione tecnologica getta pieno discredito sul dramma della fragilità umana: fragilità che è tragedia cosmica. L’ignoto rivela connotati spettrali e mostruosi quando la nostra definizione esistenziale trova nuova dimensione o diluizione nell’ordinamento digitale.
Lo sviluppo della sola tecnica e ragione freddamente intese ridimensionano a misura infima le possibilità dell’attenzione cosciente, poiché sovrappongono alle qualità dell’applicazione e riflessione una concentrazione solo cervellotica che è fissazione sclerotizzata per dati di fatto privi di anima. Qui s’inaridisce la sensibilità profonda lasciando libero campo alla sola emotività, deleteria se stimolata e corrotta da molteplici condizionamenti più o meno subliminali.  
Non possono convivere incanto felice, realizzazione dell’Opera, (autentica) e impostazione solo razionale dell’esistenza, con ogni evidenza impoverita e corrosa dall’assetto industriale e ultratecnologico.
Qui prendiamo atto dell’ultimo enigma, del nostro letargo cosciente, dell’estremo pericolo di un ibridazione forzata tra organico e inorganico cui l’umanità intera è sottoposta. 
In un'invocazione ebbra d'assoluto, il grande mistico sunnita Jalàl ud-Dìn Rumi scrive:

“O Compagno mio, o mia Caverna, o Amore che il cuore mi divori!

Compagno tu sei, caverna tu sei, Signore! Proteggimi e guardami!”
Per esempio a cosa alluderebbe la diciottesima Sùrah del Corano, meglio conosciuta come Sùrah della Caverna (Sùrah al-Kahf) se non del riferimento ad una Sapienza dormiente occultata nelle profondità maggiormente recondite di ognuno di noi? Di una Conoscenza universale in grado di autosalvaguardarsi nei periodi di maggiore crisi per la civiltà e per la sopravvivenza della nostra identità spirituale?
Questa Sùrah è una delle più venerate dai musulmani e delle più frequentemente recitate nelle moschee durante la preghiera comunitaria del venerdì.
In essa vengono narrate tre vicende, in certo modo l'una all'altra conseguenti. In primo luogo, vi si troverà l'antica leggenda dei “ Settedormienti di Efeso”, una leggenda di origine cristiana ma che, santificata dall'autorità coranica, è entrata stabilmente a far parte della tradizione pia musulmana. Dopo una parentesi dedicata a riflessioni moraleggianti, è introdotta un'altra leggenda, questa volta di origine verosimilmente giudaica, riguardante un viaggio di Mosé verso il “Confluir dei Due Mari” e il suo incontro col misterioso personaggio di al-Khadir (il “Verde”).
Dove per due mari potrebbe intendersi la linea di confine stessa che sancisce l’attraversamento o passaggio di un Età in un'altra o avvicendamento di epoche (ciclo cosmico) in cui si travasa la stessa Conoscenza dell’anima.
Infine, si leggerà la celebrazione del viaggio di un altro singolare personaggio, l'Uomo dalle Due Corna, cui Dio ha affidato il compito di combattere e sconfiggere le malvage popolazioni di Gog e Magog.
Una complessa numerologia è sortita dai “309 anni” (la cui somma è 11) del versetto 25: “Rimasero nella Caverna trecento anni più nove”.

Poiché 309 è l'anagramma numerico del totale delle lettere iniziali isolate del Corano (cioè 903 45 ), così come del nome di Gesù che è lsà = 390.

Il sonno miracoloso può indicare l'unione di essenza a essenza che avviene appunto durante l'estasi mistica.
Una delle interpretazioni allegoriche più interessanti è quella contenuta nel Trattato XXXVIII sulla « Resurrezione » delle Epistole dei Fratelli detta Purità (Rasa'il Ikhwan as-Safà'). In esso si narra l'apologo di un re che ha sei figli, ognuno dei quali identificato con un pianeta e — traslatamente — con uno dei sei principali profeti riconosciuti dal Corano (e cioè: Adamo, Noè, Àbramo, Mosè, Gesù e Muhammad).
Tali nomi o principi sensibili potrebbero riguardare sei livelli costituitivi dell’essere posti dietro l’evidenza corporale della nostra configurazione esteriore. Sei sigilli aurei posti a protezione del mistero che è lo spirito e per il quale si comprende come la narrazione allegorica non possa non contenere tracce di evidente simbologia cosmologica e alchimica, che qui non sarebbe possibile dipanare esaurientemente, ma al di la dei molteplici riferimenti sapienziali si comprende ugualmente bene del perché proprio oggi assistiamo ad un perfetto ribaltamento valoriale dei simboli archetipici che sono appannaggio di ogni Tradizione Sacra. L’elité malevola dominante nel ribaltamento intende scardinare le fondamenta costitutive dell’essere e, con ogni evidenza, dal 2001 in poi, anno dopo anno, l’assalto allo scrigno vivente che è l’uomo sembra farsi sempre più feroce.  
I primi cinque figli del re, dopo aver compiuto imprese diverse, si addormentano di un sonno miracoloso che dovrebbe durare sino al dì del Giudizio. Il sesto figlio (Muhammad), identificato col pianeta Mercurio, ha un compito particolare. Ecco il racconto delle Epistole nell'epitome del noto studioso Alessandro Bausani: “ I Signori delle Stelle si riuniscono nella corte di Marte e ciascuno dei Pianeti (incluso Mercurio) conferisce parte delle sue qualità al futuro principe mercuriale.
All'alba il sàhib annushùr (principe resurrector) scende nel seno materno, vi rimane 40 giorni, viene allattato 20 giorni, cresce e somiglia molto al suo terzo fratello (gioviale) perché Mercurio è fratello di Giove... Il Padrelo fa sovrano di tutti i regni dei fratelli. Governa circa 30 giorni solari. Poi si ammala pel malocchio e rimane malato 1000 giorni lunari. Poi cambia casa, si rimette un po' e va a dormire con i suoi fratelli nella caverna di suo Padre. Giunta l'epoca della congiunzione, il Padre li chiamòe disse: Non è tempo che vi svegliate dal sonno della vostra trascuratezza?
La creazione dei 7 cicli in 6 giorni è finita e domani è il giornodella riunione... Allora i fratelli si svegliarono (e di loro si dice chesiano 7 (e l'8° è il Cane) dal loro sonno di 354 giorni solari e discussero su quanto tempo fossero rimasti nella caverna. Ma poi nascosero il loro segreto, perché ' non c'è conciliabolo di tre in cui Dio non sia il quarto, né di cinque in cui Dio non sia il sesto ' (cfr. Corano, Sùrah della Disputa, LVIII, 7)
Nonostante l'indubbio fascino di queste elucubrazioni, il Corano invita ad arrestarsi al fenomeno di fronte all'inconoscibilità dell'essenza; e l'invito è implicito in tutte quelle pagine del Libro Sacro che sottolineano nella onniscienza del principio sovrasensibile e nella sua provvidenza (o hiktnah') il fondamento stesso dell'ordine (nizàm] cosmologico.
In un capitolo della sua Risàlah, lo sceicco Abduh sembra prendere posizione per una metodologia fenomenologica ancora attualissima: la sua idea è che all'uomo sfugga tuttavia la sostanza assolutamente semplice, così che, pur avendone elaborato numerose leggi fisiche, agli scienziati sfugga, per esempio, “cosa” sia la luceper inciso, al centro di ricerche subatomiche del Cern, l’impressione sempre più evidente è che si lavori nella finalità di profanare tale essenziale mistero da sempre connesso alla vittoria del principio celeste sopra le potenze demoniache e tenebrose e conseguentemente al risveglio trionfale dello spirito.  


martedì 19 gennaio 2016

"Black Star"







Al barlume intuitivo, acceso nella coscienza dalle più remote contemplazione notturne del cielo, le prime ispirazioni rivelarono l’enigma della nostra natura, la percezione stessa della dimensione indefinita su cui eccede l’ampiezza del destino umano.

Gli indizi significativi del presentimento connesso alla coscienza del fato non possono che trovarsi nella facoltà dell’ispirazione: bagliore interiore di un istante, che sola può riunire la coscienza all’indefinita profondità della Trascendenza.

La dimensione del Sacro è saldamente connessa all’ideazione stessa del destino, i cui tracciati enigmatici sembrano celati nelle configurazioni degli ammassi stellari.

Cielo, “Caelum” è connesso a “Coulere” = sottrarre alla vista per mezzo d’un velo, (còl-or è colore) e alla “cl-am” = nascosto, dunque all’idea di “occulto”. Cielo, dalla greca “koilos”, che sottende alla convessità; “ky-tos” è il corpo concavo di un vaso panciuto così come della volta eterea, da cui  “Kyo” = sono gravido, qui inteso come gestazione emblematica in dono alla facoltà della preveggenza, della  splendida Provvidenza, decifrata quale sostegno metafisico del firmamento e salvaguardia dall’abisso indistinto in cui precipitano le Ere, argine stesso dell’oscura voragine che è propria alla dimenticanza di sé e delle proprie Origini.

Per questo il mistero è verticalmente connesso alla volta celeste, per la quale si rivela direttamente la luminosità, la radianza vitale percepita come espressione immediata di trascendenza, la Forma e la Forza maggiormente primordiale per la quale l’anima poté intuire la sua origine infinita.

Luce e colore costituiscono il motivo perenne di un dato immediato, per il quale l’uomo consegue il divenire consapevole della propria esistenza nel cosmo, e, si può comprendere il perché nell’odierna e involuta società materialista la pianificazione standardizzata, imposta dall’età della sola tecnica, (evoluzione regressiva) abbia massimamente sovvertito tali valori sensibili stravolgendone i parametri e ritmi, impostati per attuare un vero e proprio processo di desensibilizzazione di massa, la cui evidente quanto aberrante finalità consiste nel ridurre l’identità umana a mero algoritmo.

E’ la parabola oscura di BlackStar, testamento musicale di Bowie, lugubre teatralizzazione di una legittima speranza capovolta: evidente compiacimento dell’annientamento identitario dell’uomo, convulso nei movimenti, parodisticamente essenzializzato nei ritmi sconnessi di una meccanicità astratta, equivalente di una fonda decadenza e morte indotte dal capovolgimento satanico dell’idea: idea occasionalmente diversificata dalla sola interazione della psiche con invisibili forze oscure.

La “stella nera” è il sigillo abominevole della più terribile e dilagante massificazione mai sperimentata dall’uomo del presente Ciclo, un omologazione feroce e istituita sulla morte-predazione dell’anima.

E’ quasi indubitabile che a breve “i tetri usurpatori della realtà” si rivelino pienamente alla pressoché indifesa coscienza dormiente dell’uomo-massa.



giovedì 24 dicembre 2015

Buio Natale intessuto di esigua speranza



L’imminente Dies Natalis Solis Invicti cosa ci rivela? La disintegrazione conclamata della potenza simbolica propria all’uomo, del suo rovesciamento voluto da un potere post-futurista o anche pop-futurista.

Teniamo a mente che oggi ogni “emergenza sociale” è preordinata, voluta, scatenata dalle oscure classi dominanti che simulano la spontaneità dove di fatto questa è assente.

Avremmo bisogno di un segno autentico, ora smentito alla storia dalla concezione meccanicista e solo utilitarista dell’esistenza.

Un segno propriamente agente, come quello che guidò l’azione degli artisti del primo Rinascimento. Un segno certo, in grado di rimettere in primo piano la più alta idealità umana svincolata dalla mortifera logica dominante, fautrice di un dominio produttivo sostanzialmente incentrato sull’ultraviolenza.

Nell’attuale stato di cose l’uomo-Cristo è atrocemente menomato, incapace di conferire una dimensione consona alla propria tragedia si smarrisce nel fondo di un dolore esistenziale percepito come senza senso.

L’uomo-nuovo profanamente inteso è un ibrido massimamente infelice, tristemente incapace di rimettere in scena l’idea-ispirazione del corpo.

Il corpo, che è corpo mistico, è rinnovato dal primordiale Grande Sacrificio cosmogonico, riemerso in forza di una coscienza che ricerca la realtà, per quest'Età il Cristo appunto, che ri-crea la vita attraverso lo sguardo e l’azione attenta. Cristo è il ridestato in se stesso, il paradigma della condizione propriamente Felice che appartiene all’uomo verticalmente connesso, ovvero, di colui che può individuare i nessi sottili annodanti l’esistenza al proprio destino trascendente, e che dunque decifra l’azione significativa di quanti ancor prima lasciarono traccia evidente in testimonianze sensibili.

Sono anni che l’idea di Rinnovamento è intimamente spenta.

La standardizzazione “pop” è un sigillo nero impresso sulla memoria e preclude ogni possibile aumentata comprensione di sé, riguardando appunto un formale quanto fosforescente livellamento esistenziale, sancito dalla “conquista” di una libertà solo esteriore e dunque di una "libertà povera", quale gratificazione del miserrimo individuo-consumatore che attraverso l'esercizio della stessa, sancisce esclusivamente la condizione della sua inequivocabile schiavitù animica.

L’esistenza umana non si realizza nel campo pubblicitario o nella cosiddetta “ricerca scientifica”, o estremizzando la facoltà della sola ragione, queste sono menzogne che legittimano il consolidamento di una tirannia mai conosciuta prima.

Noi acquisiamo senso ed effettiva "ragione" riuscendo a coltivare l’interiore giardino officinale del pensiero simbolico, tradotto creativamente nell’esaltazione della Dignità dell’uomo, “liturgicamente” conscio di sé e del suo posto nel Cosmo.

I Greci antichi insegnarono che la Conoscenza coincide con l’evento interiore della reminiscenza, l’uomo è centrato quando traduce effettivamente gli eventi che scandiscono i ritmi della storia, qui intesa come “storia sacra”, che è Evento Perenne, ri-attualizzato nelle vicissitudini interiori di ognuno sinceramente predisposto a comprendere.

Storia sacra che non è mera rappresentazione di fantasiose o pietose scene blandamente educative, ma, attraverso l’estensione dell’intelligenza ad opera dell’impulso enigmatico costituito dalla Pietas che è Misericordia – la Misericordia autentica è propriamente Virile – si comprende come gli episodi della storia sacra siano gli “specchi” ingranditi su cui si riflette l’immane allegoria universale, riconoscendo congiuntamente ad essa il mistero stesso della condizione assunta dal Cristo, della Sua difficile condizione propriamente umana: di colui che risale ai primordi “infondati”, di colui la cui veggenza o radianza del cuore sconfigge l’oblio più fondo dove precipitano il calore e la gravità di più universi.

 

 

giovedì 5 novembre 2015

irrigare prati di plastica



L’effimera transitorietà costituisce per noi un passaggio obbligato nel presente Ciclo.
Dimentichi di noi stessi e delle nostre origini, con ogni evidenza sembriamo aver smarrito l’autentico senso della presenza a questa vita; ma, in ogni caso, la vita è la realtà, una realtà di fatto misconosciuta quanto sottovalutata nelle sue molteplici diramazioni sensibili.
In tempi nemmeno troppo distanti, l’uomo propriamente “fortunato”, il cosiddetto “felice”, qui inteso esclusivamente nella sua ideazione iniziatica e, dunque, il “Felix”, esaudiva la possibilità di una connessione maggiormente armonica con l’effimera parvenza, percepita come il supporto provvisorio di un’intuizione veramente suprema.
Tale intuizione è connessa all’ulteriore sopravvivenza–trasfigurazione dell’essere, della sua identità profondamente occultata nella coscienza e rivelata pienamente solo dopo un determinato percorso di risveglio interiore, che già in Età relativamente antiche era massimamente ostacolato dall’identificazione esclusiva che la persona instaurava con l’io storico occasionale.
Il corpo è solo “involucro” e “maschera”, la cui dissolvenza irrimediabile e determinata nell’esperienza della morte fisica acconsentirebbe di nuovo alla diluizione eterica dell’essenza “volatile” e ineffabile che l’ha animato durante la sua permanenza nella dimensione fisica.
Giovinezza, vecchiaia, veglia, sonno, vita e morte, non sono che i diversi aspetti di una realtà universale unica, per la quale la personalità umana, letteralmente immersa nell’istante mutevole, si rivela come forma transitoria emanata dal “fuoco purissimo” nel corso delle sue incessanti trasformazioni.
E’ la primitiva quanto perenne concezione dinamica dell’universo, scrutato per millenni da astronomi-veggenti che nei segni celesti distinsero gli intervalli dei ritmi assonanti all’intonazione sovrumana, inudibile ma ugualmente percepibile, pervadente il tutto e che orienta sensibilmente la coscienza al significato profetico dei tempi.
La dimensione simbolica della luce offerta dalla combustione celeste del sole, il diafano tremolio delle notti stellate dai cui tracciati mobili in tempi remoti si codificò l’idea stessa di “Grande Anno”, definiscono la progressione di un’effettiva Liturgia cosmica che, di fatto, è inscindibile dall’idea stessa di coscienza.
In un certo senso si potrebbe affermare che il tempo stesso principia, è avviato, dalla Profezia. Senza la virtù profetico-veggente non esiste effettiva percezione del tempo, ma, casomai, permane il fluire indifferenziato di una transitorietà propriamente spettrale, monotona, che riversa il divenire in un limbo di dissoluzione indistinta, in cui l’esistenza si riconosce come priva di scopo e significato autentico.
Per questo, presso tutte le culture tradizionali, idealmente, l’uomo delle origini è qualificato come il Vivente – colui che è centrato in sé e quindi centrato nel Cosmo per mezzo di una gravità affatto solo materiale, che lo intaglia sensibilmente nell’Universo qualificandolo come simbolo vivo per eccellenza – .
Tale considerazione fonda nella residuale esperienza estatica delle religioni primordiali, dove lo sciamano attuava la pratica esistenziale dell’estasi “dolorosa”, in cui non era un dio a "possedere" il suo spirito, quanto piuttosto era la sua "anima" stessa a immergersi in realtà coeve, seppur invisibili e altrimenti inaccessibili vivendo esperienze straordinarie separate dal suo corpo.
Per noi post moderni realizzare l’essere sembra una pura utopia, viviamo esistenze del tutto scombiccherate anche se in apparenza ordinate, appiattite e incrudelite nostro malgrado da un ovvietà sovrana che deforma, perverte, ogni cosa costretta in un preconfezionamento univoco.
La natura del male domina inequivocabilmente ogni modello di società massificata, ed in ultimo, la tanto auspicata e cosiddetta “società dei consumi”. Per “male” s’intende un sostanziale dominio di tristezza, instaurato con la simulazione della semplicità, pertanto, nella simulazione della spontaneità dove questa di fatto è assente; in sostanza, la contraffazione imposta da uno sviluppo solo industriale è menzogna che determina gli esiti della drammatica parodia in atto, che per affermarsi sotto le mentite spoglie di un doveroso modello di “emancipazione sociale” in realtà si rende espressione dello scatenamento programmato di una violenza insensata.
La “nuova” matrice della violenza contemporanea è insensata e non potrebbe essere altrimenti, poiché volge la sua attuazione verso una finalità deleteria quanto perversa, costituita dalla malsana volontà corrosiva che è propria alla logica del profitto industriale la cui finalità è quella di “plastificare” il mondo; ovvero, di attuare un disfacimento propriamente “sintetico” dei luoghi e della memoria, estirpandone ogni germoglio di sano rinnovamento.
L’ultraviolenza capillarmente diffusa, costituisce un presupposto d’irrimediabile tristezza, che letteralmente fonda nella bruttezza strutturale ogni possibile ampliamento degli stessi tessuti urbani, rendendoci per questo fondamentalmente tutti disadattati, anche se inseriti in contesti produttivi.
L’uomo contemporaneo è l’infelice per antonomasia, costretto com’è a dover metaforicamente annaffiare dei fiori di plastica e tale scena davvero sembra esemplificare il nostro rapporto con l’ideazione spirituale, quanto iniziatica, dell’esistenza.
La conoscenza tramandata dai molteplici frammenti di più scuole sapienziali non occorrono a questa “nuova realtà” e, peraltro, sembrano davvero rivelarsi quasi del tutto inutili quando cerchiamo di ri-attualizzarli all’interno delle nostre “ridotte domesticità”.
Ogni cosa in questo nuovo dis-ordine, deve comunque essere funzionale ad una concezione aridamente dinamica del divenire, che è massimamente ostile a quei valori propriamente “gentili” appartenuti alla cosiddetta “classicità”, così come all’ultima fioritura spirituale qui scaturita con la breve affermazione della civiltà dell'Umanesimo.
La società di massa, per sua concezione, disattende massimamente l’insieme di quei valori umani ritenuti come le condizioni basilari, quanto imprescindibili, da cui muovere alla fattiva conoscenza di sé.  
Il dominio dell’artificialità estrema costituito da una feroce meccanizzazione ossessiva, la fredda prevedibilità di sistemi informatici del tutto indifferenti alla vita che catalogano e che li circonda, nonché, la disarmonia stabilita da continue contaminazioni chimiche e nucleari e da molteplici emissioni elettromagnetiche artificialmente prodotte, corrode progressivamente nell’uomo l’intima tensione mistica e iniziatica e, dunque, congiuntamente ad essa il senso poetico, puramente artigianale, pertanto, allontana l’unica nostra possibilità d’instaurare un solido legame affettivo con i luoghi in cui viviamo; d’instaurare con essi un vincolo autenticamente geniale naturalmente connesso alla virtù ispirativa trascendente.

·       il senso poetico è totalmente estraneo all’idea miseramente riduttiva che negli ultimi tempi ha inteso relegarlo a una mera astrazione inconcludente. Per un adulto, il barlume poetico è generalmente considerato alla stregua di un languido vezzo o mera eccentricità, quasi fosse un residuo inverosimile dell’età infantile. L’ideale poetico diviene pertanto un’aspirazione vaga, se non quando uno smarrimento deleterio e del tutto estraneo alle dinamiche pratiche della vita quotidiana; almeno così come oggi la quotidianità è ordinariamente intesa. In realtà senza poesia non è realizzabile alcuna  “trasmutazione”, non può esservi reale vigore e autentica presa di coscienza.

giovedì 15 ottobre 2015

il passaggio dimensionale





Appunti prevalentemente desunti dallo scritto: “Solstizio a Lascaux”
Di Antonio Bonifacio


I maggiori antichi suddivisero ritualmente il territorio, testimoniando attraverso l’uso di megaliti che sono calendari cosmici e di pitture “semplicemente misteriose”, realizzate nel fondo di grotte i cui ingressi sono astronomicamente orientati con i solstizi e gli equinozi, nonché a determinati momenti del transito lunare, per affermare che qualsiasi attività umana acquisisce il suo maggior senso quando la cognizione pratica è guidata – letteralmente orientata – dall’incanto.
La suprema singolarità della pressoché incompresa esperienza originaria, induce a ritenere che la “determinazione primordiale” dei cosiddetti primitivi, fu il loro bisogno eminentemente spirituale, e, peraltro, attinente all'eredità di un sacerdozio che già a loro fu estremamente remoto, di affermare il senso e il valore della vita umana attraverso la sua esclusiva estrinsecazione allegorica e, dunque, dell'uomo inteso quale vivente simbolo universale, necessariamente rapportato ad un ordine di riferimento massimamente enigmatico. Proporzione e numero hanno significato compiuto solo se subordinati ad una dimensione di appartenenza superiore o propriamente trascendente.
Ogni considerazione simbolica riguardante l’idea di caverna, emblema stesso del cosmo, in tempi propriamente storici, gravita intorno al racconto di Porfirio sull’Antro delle Ninfe, il testo fondamentale dell’Occidente “pagano” in cui l’autore espone il tema della circolazione delle anime nel cosmo; intendendo con ciò fornire l’esegetica di un enigmatico passaggio dell’Odissea (XIII; 102-112).
In questo commento sono indicate, in riferimento alla collocazione delle costellazioni “tropicali” del Cancro e del Capricorno (il solo luogo dove il sole brilla allo zenith), le due porte zodiacali attraverso cui le anime “entrano” ed “escono” dal circuito della generazione cosmica sotto la cura e la tutela delle Naiadi. La grotta che ospita le loro attività di “tessitura” (intessono stoffe color di sangue per intendere la carne che copre le ossa) si presenta in precisa relazione omologica con il cosmo. Questo circuito di circolazione delle anime è pedissequamente ripetuto nella letteratura religiosa del sub-continente indiano in cui si menzionano le due porte, sempre indicate quali vie per uscire ed entrare dalla caverna cosmica: l’una conduce alla liberazione; l’altra, attraverso la via della generazione, all’ingresso nel mondo.
Non è certo a caso quindi che san Paolo nella sua lettera ai Corinzi, istruendo quella comunità sul tema della Risurrezione, usi la significativa espressione: “in un batter d’occhio… noi saremo trasformati”. Sovente sfugge il più profondo significato di questa frase, alludendosi con essa proprio al repentino passaggio dalla condizione “mortale” a quella dell’immortalità del Regno dei Cieli, ossia dalla percezione del sole visibile alla visione contemplativa del sole invisibile o della sua identità metafisica, la cui manifestazione esteriore rappresenta una frazione infinitesimale della potenza generativa divina che l’ha emanata.
L’evento si produrrà su coloro che sono ancora “viventi” (noi saremo trasformati) al momento del ritorno del Cristo, qui inteso quale perfetto Rinnovatore delle Ere, figura simbolica e conseguentemente allegorica di un predicato che in forza latente appartiene all’interiorità di ognuno, ma che non chiunque può ridestare in sé senza uno strenuo impegno personale. Da qui si comprende il senso della parabola in Matteo 22,1-14, dove l’allegorico abito nuziale sottintende la preparazione alla costruzione del “corpo di luce” che il passaggio in questa dimensione materiale c’invita a fare attraverso l'inevitabile esperienza della morte; quando saremo letteralmente strappati via da noi stessi.. Ogni eventuale e reiterata negligenza personale renderà pertanto impossibile il poter accedere a dimensioni maggiormente pure. Dunque, è proprio nell’impreparazione interiore che trova il suo maggior senso la frase: “come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale?”  “Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”, trovando la sua giusta collocazione in un ambito sapienziale puramente ermetico, dove i servi che legano mani e piedi la persona inidonea sono i medesimi Guardiani di soglia la cui esistenza è testimoniata già in tutte le civiltà arcaiche estatico-veggenti.
Nessuna entità-dio ci perdona o accusa. Casomai l’inganno “dimensionale” è davvero dietro l’angolo. Evidentemente il percorso di salvezza è estremamente più arduo di quanto gli imbonitori del gregge umano hanno interesse a far credere.
Esiste l’idea di “salvezza”, che è congiunta al momento stesso di una coscienza che arriva a riflettere se stessa nella premonizione del suo destino, inscindibilmente connesso all’istante della morte, in effetti, in ogni istante noi attraversiamo l’ignoto, poiché ignota è l’origine e altrettanto ignota la fine.
La Salvezza escatologica, riguardando il destino ultimo dell’essere è pertanto il momento culminante dell’esistenza che, attraverso una lettura opportunamente “pneumatica” dell’allegoria, non sarebbe da intendersi in un futuro meramente temporale, quanto piuttosto riguarda un’escatologia al presente perenne. Un presente scardinato dalla malevola concezione di un tempo aridamente meccanico ma di un vissuto esperito nel “qui e ora” e ciò, dovrebbe valere, almeno come possibile riferimento ideale di coloro che seppur smarriti nelle molteplici contraddizioni dell’Età attuale, intimamente sentono di dover essere nonostante tutto i legittimi figli dell’istante – istante chiaroveggente –  
Di coloro insomma, che riescono seppur “imperfettamente” d’identificare nel presente il riflesso dell’eternità.
Del resto, sempre richiamando l’assimilazione allegorica del Cristo al Sole, intendendo il sole quale emanazione tangibile dell’intelligenza sovrasensibile, e per la quale la Ri-velazione del Cristo si allinea attraverso il concepimento stesso voluto dalla narrazione canonica, dove l’equinozio di primavera lo vede generato nel grembo di Maria per essere generato al solstizio d’inverno, in cui la sua stessa morte e risurrezione avviene intorno al solstizio di primavera.
Così analogamente nel Mahabharata (XIII, 96) non senza ragione sta scritto: “Il sole di Mezzodì si arresta per un attimo che corrisponde alla metà di un battito di ciglia”, o altrimenti “sta a Mezzodì per il tempo di un battere d’occhio”.
Come si vede anche qui c’è la menzione del momento atemporale in cui il Sole sosta in cielo, prima di prendere il suo corso discensivo.
E’ sempre un complesso quanto vasto materiale cosmografico a permeare i fondamenti della Tradizione diversificata attraverso molteplici storie sacre, dove ogni volta, ad ogni rivolgimento epocale, generazioni di “tessitori spirituali” riannodarono fino a un dato momento, ormai esauritosi per l’attuale Ciclo, le intuizioni luminose maggiormente remote al significato enigmatico che presiede all’inevitabile rinnovamento dei tempi.
Le intuizioni astronomico-simboliche strutturano il patrimonio disperso della coscienza, dove sul piano fisico il sole coincide con l’idea stessa di Coscienza, quale effettiva “Apertura” o “Porta” sensibile, il cui superamento è ineludibile per accedere al “regno dei cieli”. Un passaggio cui si perviene dopo un pericoloso viaggio, propriamente iniziatico, che traghetta dalla dimensione peritura del divenire a quella dell’essere.
Questo concetto (sole-porta) dovrebbe essere ben familiare in Occidente, almeno prendendo in riferimento la frase del Cristo nel quale egli afferma “Io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvo, entrerà e uscirà, e troverà pascolo”(GV 10,9) come, allo stesso modo, è significativa l’altra espressione in cui si afferma “io sono la Porta non si giunge al Padre se non per mezzo di me”. Al Cristo, “porta stretta” e, insieme, “cruna dell’ago”, e conseguentemente “simplegade”, si sovrappone, altresì, l’immagine solare del Cristo. Si vuole qui richiamare, affinché il cerchio delle relazioni si chiuda, la costante assimilazione, tra questi e il sole e in particolare con il sol iustitiae come altresì, più indirettamente, con il sole stazionario. Si tratta di quel sole che sta sempre allo zenith la cui vista, preclusa all’uomo comune sottomesso alla legge della dualità, è propria del realizzato che ha oltrepassato i due “corni del dilemma” ed è nella pienezza dei tempi. Sotto questa “luce” ben si esplica l’espressione bernardiniana che definisce Cristo come solstizio eterno. In conclusione: Cristo si qualifica direttamente come porta e indirettamente come sole e per conseguenza, giunta la pienezza dei tempi, il sole si fa stazionario.
Si può ritenere, anche in base alle brevi considerazioni finora svolte, che tale prospettiva mitica, abbondantemente concretata da testimonianze di epoca storica, possa essere retrodata fino al tempo di Lascaux e alle grotte approssimativamente coeve ad essa idealmente collegate che, con essa, condividevano uno dei quattro caratteristici orientamenti solari.
Tutte le varianti allegoriche che conosciamo possono essere considerate come adattamenti prodotti dalle contingenze dei tempi storici: le simplegadi, tra cui passano gli argonauti nel mito del vello d’oro; il castello rotante della letteratura celtica; la porta dell’”apriti sesamo” del racconto di Aladino nella raccolta di novelle conosciuta con il nome Mille e una notte, ebbene, tutte questo pullulante materiale veste di carne nuova un augusto scheletro che parrebbe davvero risalire al paleolitico.
Naturalmente tutte queste versioni “storicizzate”, mantengono un sottofondo comune costituito precipuamente dalle difficoltà di un attraversamento. Superando un passaggio pericoloso costituito da “porte” o “scogli cozzanti” il predestinato, finalmente, giunge in una “terra celeste” nuova e meravigliosa. Qui tutte le opposizioni vanno a coincidere, i contrasti a elidersi, il decorso del tempo a cessare per giungere a un’acronica fissità in cui gli eventi “sono”.
L’evoluzionismo non ci spaventa. Le possibilità “intellettuali” dei frequentatori di Lascaux erano anatomicamente identiche alle nostre, poi, si aggiunge, qui non si nasconde affatto la personale e totale adesione al sintetico concetto guénoniano condensato nell’espressione “evoluzione regressiva”. Esso, nella sua stringatezza, ben esprime quale sia il grado di sapienza dell’uomo moderno, in ordine a specifici temi dello spirito quali: salvezza, liberazione, etc.. Fatto nostro questo concetto osiamo immaginare che le possibilità spirituali di questi piissimi antenati “cavernicoli”, fossero tutt’altro che inattive, questo per essere eufemistici, come contrariamente lo sono nell’uomo contemporaneo, vero fantasma d’esistenza rispetto a chi ci ha preceduto.
Siamo nettamente avversi al dogma, ormai irrimediabilmente corticalizzato nella coscienza dei più, che vede nel progresso materiale, nell’economia e nell’economicismo la religione finale dei tempi (l’economia sia il nostro destino!) e la ragione di vita dell’umanità tutta, perché dalla soddisfazione economica discenderebbe, a cascata, la possibilità di godimento di tutti gli altri piaceri ad essa ineludibilmente concatenati, ciò è il limite orizzontale della presente specie umana.





L’IMMAGINE DEL POST RAFFIGURA IL “CARRO DEL SOLE”. sono il carro solare di Trundholm (Danimarca) appartenente all’antica età del bronzo scandinava.
La rappresentazione del sole su un carro va dunque dalle regioni nordiche a quelle orientali. E con molte variazioni: la più nota è quella della “nave solare” ovvero il sole viene portato su una nave che percorre il mare celeste, anziché su un carro. Si può citare qui la divinità baltica di Saule (=sole) che naviga su una barca d’oro, e viene rappresentato da una rosetta, una ruota o cerchio suddiviso da una croce.