martedì 24 maggio 2011

Altri significati inerenti l'Hyle e il Fuoco incorporeo


“…essi (i poeti) ricorrono alle favole non per nulla, o per dilettarsi, ma perché sanno che è contraria alla natura una sua esposizione aperta in ogni parte, perché, come essa ha sottratto l’intelligenza di sé ai sensi comuni degli uomini, con vario modo di coprire le cose, così ha voluto che i suoi segreti siano trattati dai dotti per mezzo di favole. In tal modo gli stessi misteri delle favole stanno nascosti nel profondo, affinché neppure a coloro che li hanno raggiunti, la natura si mostra nuda di essi; ma mentre soltanto gli uomini eminenti sono consapevoli, con l’aiuto della sapienza, del vero mistero, gli altri si accontentano (di ciò che vedono)”
(Macrobio: Somnium Scipionis di Cicerone)






Svanisce nell’uomo solo biologico la verità dell’ora segreta e le case, le strade, i volti delle persone, gli oggetti tutti divengono come cose profondamente spente, cupe e amare, senza senso.
Felice chi esala l’ultimo respiro avendo alimentato nel proprio petto la verità spirituale di una fede ardente.





l Fuoco centrale non è il Sole visibile e fisico, ma quello invisibile e metafisico, le città tirreniche e romane erano edificate attorno un fuoco sacro.
Presso ogni cultura tradizionale la casa è la riproduzione ideale del Cosmo
Il Cosmo inteso come luogo del meraviglioso, allegorico e poeticamente – liricamente - illuminato nella sua porzione domestica dal focolare della casa, dove il fumo elevandosi al cielo definisce l’orientamento dell’Asse comunicante il passaggio ordinato dai regni sensibili a quelli intelligibili.

Fuoco di Amore che è Eros, da cui trova corrispondenza il termine Ara, l’altare sacrificale sul quale brillava la fiamma dei sacri riti.
Macrobio nei suoi Saturnalia, rende evidente che in diversi passi dell’Eneide, Virgilio attesti di come la parola sola non può costituire rito sacrificale a meno che chi prega gli Déi non afferri anche l’altare con le mani:


“ lui che così pregava e teneva le are udì l’onnipotente”


“ con tali detti pregava e teneva le are”


ed ancora:


“tocco le are e chiamo garanti i fuochi e i numi”


Ciò potrebbe costituire un ulteriore indizio riguardante la natura profonda del rito, che si dimostra efficace solo se coniugato ad un atto estremamente concreto – che vale il metodo – dall’Arte applicata ad ogni aspetto dell’esistenza e simboleggiata proprio dal gesto di toccare la base tangibile dell’Ara, intesa come estensione dell’Hyle, solitamente tradotta con materia, (antica madre) e che nel significato originario voleva dire “legna da ardere” in riferimento al simbolismo del metafisico – poetico - Fuoco centrale, alimentato dal “limite infiammabile”, che è la misura aurea o regola della Sacra Disciplina.





Hyle è l’antica Selva e per estensione lo stesso Ramoscello aureo cantato nell’Eneide, così come nella visione arcaica è il legno con cui è costruita l’immensa nave sferica celeste, ugualmente l'Hyle è la stessa Quercia vaticinante di Dodona dalla quale si ricavò la nave degli Argonauti.




L’Ara costituisce il tramite tra l’officiante e la divinità e toccarla obbligatoriamente durante il rito, rafforza l’idea attestata anche nell’avvertimento rituario che la Sibilla rivolge ad Enea, di svellere il ramoscello d’oro esclusivamente con la mano.
A ciò, si ricollega la figura stessa del centauro Chirone, che fu il Maestro di tutti gli Eroi dell’epopea greca, quale insuperabile istruttore manuale, poiché in greco Chiron vale mano.

E’ il modo di “agire” che dignifica l’uomo, poiché si agisce conformemente a ciò che si prova e si comprende.

Pertanto, fu inevitabile che nelle storie sacre dell’India vedica così come nell’allegoria cristiana il Padre e il Figlio fossero “falegnami”, quali custodi e restauratori dell’Armonia* primordiale.


 

*Armonia dalla greca Armòzein = connettere, collegare, derivanti dalla rad. Ar = aderire, unire, disporre.
Armonia era il termine tecnico con cui i falegnami arcaici indicavano la giuntura di due porzioni lignee tra loro.

(desunto da: "La filosofia dell'arte cristiana e orientale" di Ananda K. Coomaraswamy)

lunedì 16 maggio 2011

Estratto dalla "Filosofia occulta" di Cornelio Agrippa (1533)

Democrito, Orfeo e molti Pitagorici, dopo aver indagato con grandissimo zelo i poteri delle cose celesti e le nature di quelle inferiori hanno sostenuto che tutto è pieno di Dèi, e non senza ragione, dal momento che non c’è cosa alcuna, per quanto largamente dotata di poteri, che, priva dell’aiuto divino, possa essere contenta della propria natura.
I suddetti filosofi chiamavano Dèi i divini poteri diffusi nelle cose: Zoroastro li denominava seduttori, Sinesio attrattive simboliche, altri vite, altri ancora anime, e da questi dicevano che dipendessero le proprietà delle cose.
Infatti, è proprietà esclusiva dell’anima diffondersi da una materia in altre cose, intorno alle quali agisce, come l’uomo estende il suo intelletto alle cose intellegibili, e l’immaginazione alle cose immaginabili.
Questo è ciò che intendevano dire, quando sostenevano che l’anima può uscire da un ente ed entrare in un altro, quindi incantarlo e impedirgli di agire, come il diamante impedisce al magnete di attrarre il ferro.
Ed essendo invero l’anima il primo mobile, e, come dicono, muovendosi spontaneamente da se stessa, ovvero, poiché il corpo è di per sé incapace di moto, in quanto materiale e assai corrotto, rispetto all’anima, sostengono allora che c’è bisogno di un mezzo più eccellente, tale, cioè, che non sia quasi più corpo, ma già quasi anima, o che non sia quasi anima, essendo già quasi corpo, per mezzo del quale, insomma, l’anima possa essere unita al corpo.
Immaginano, dunque, che questo mezzo (di veicolo) sia lo spirito del mondo, che chiamiamo quinta essenza, poiché non deriva dai quattro elementi, ma da un quinto, ulteriore, e superiore ad essi.
Tale spirito, quindi, è necessariamente assunto come mezzo, grazie al quale le anime celesti possono penetrare nel più grossolano dei corpi, largendoli doti mirabili.
Questo spirito assume, nel corpo del mondo, la stessa forma che prende nel nostro corpo umano; come infatti i poteri dell’anima nostra, attraverso lo spirito, sono infusi nelle membra, così il potere dell’anima del mondo, grazie alla quinta essenza, si espande in ogni cosa.
Non c’è niente, nel mondo intero, che manchi della scintilla della sua virtù, e tuttavia essa è soprattutto infusa in coloro che hanno maggiormente attinto a questo spirito; viene assorbita anche attraverso i raggi delle stelle, fino al punto in cui le cose si rendono conformi agli astri.
Mercé questo spirito, dunque, tutte le proprietà occulte si propagano nelle erbe, nelle pietre, nei metalli e negli esseri animati, tramite il sole, la luna, i pianeti e stelle soprastanti.
Tale spirito può invero giovarci maggiormente, quanto più lo si saprà separare dagli altri elementi, o almeno, quanto più sapremo fare uso di quelle cose, che sopra tutte abbondano di esso…