giovedì 19 maggio 2011

La spiritualità mediterranea e l'eredità metafisica cristiana










“Eleno spedisce il suo genio ai Mani inferi, offerta e dono.
Giù, porta seco il suo lume, affinché nessuno lo dissolva, se non noi che siamo luce”.
(arcaica iscrizione funebre latina)


L’arcaica religione demetrica, nella sua essenza è una prefigurazione simbolica del mistero della morte e della resurrezione effettuata sotto il tocco della Grazia.
La tragedia greca, assai più tardi del Mito originario, ricerca i motivi redentivi di quel potente richiamo magnetico, del pressante sentore oscuro accomunante l’ebbrezza più alta dell’esistenza sensuale al lugubre disfacimento della morte, riassorbite nell’esperienza più viva del Sacro, attraendo in questo il sentimento della salvezza attraverso il passaggio obbligato della sofferenza e morte.

“Re dei Re – prega il poeta tragico – il trono del quale non ha al di sopra di sé altro trono, beato fra i beati, potenza sulle potenze, che domini su corso del tempo non misurabile, pensiero inattingibile, di cui sarebbe follia solo esplorare gli abissi, volontà irresistibile che attraverso vie e procedimenti oscuri impenetrabili per l’uomo di un giorno vai verso l’esecuzione infallibile dei tuoi arcani disegni, causa suprema, autore di ogni moto nel mondo, salve o Signore”
(Euripide, Ecuba, 884 – 888)

Quattro secoli prima del cristianesimo la tragedia greca riconosce il mistero insondabile di Dio e la necessità di adorarlo e d’invocarlo nel tremore e nel medesimo tempo nella fiducia.

I Tragici, esaltando la tensione primitiva dei misteri arcaici, la sapienza delle origini, produssero prezioso tessuto teologale alla Chiesa che abilmente intessé nella trama della nuova dottrina ricavandone un raffinato ordito misterico disciplinante il simbolo del Cristo cattolico.

Eschilo, Sofocle, Euripide, traggono il loro “materiale” dalle antiche tradizioni mitografiche e da esse distillano il più ricco valore normativo.
Ad un dato momento dell’esistenza, tutta la vita sembra impastata di dolore, di oscurità, di peccato e il dovere preminente dell’uomo è quello di fare della propria sofferenza un elemento d’elevazione, di redenzione, di solidarietà nel dolore che è anche solidarietà nella fiducia e nella gioia.

La tragedia greca è così profondamente impastata di solennità e austerità religiosa, poiché ha tratto la sua più viva ispirazione dalla consapevolezza di un terrificante mistero che avvolge la comparsa della vita umana nel mondo o del suo risveglio o rigenerazione avvenuto con la semina allegorica di Deucalione e Pirra dopo l’ultimo diluvio.

Ciò che eleva la consapevolezza, ci avvisano i tragici, è la poesia, quale arcaico retaggio dell’estasi, dello stupore trascendente evocato nella ritualità misterica eleusina.
Aristotele ricapitolerà questi impulsi formativi della vita interiore nella compassione e nel tremore, così come nell’entusiasmo, quali essenziali moti interiori rivelanti l’attività dell’animo favorito a ricevere l’intuizione divina: da intus-ire = andar dentro – inoltrarsi e comprendere per via di esperienze che sopravanzano infinitamente il mero esercizio dialettico o apprendimento solo intellettuale.

Gli Dèi che giungono a Prometeo nel suo dolore attraverso la visione di Eschilo, sono le antichissime entità animanti la natura e che egli come Titano invoca: esse sono l’etere, le brezze, le sorgenti dei fiumi i cui sotterranei percorsi trovano la via per il cielo o scaturiti in sorgenti celesti quali promanazioni del filo aureo poetico che è prima teologia e verità epifanica rivelante la forza divina operante nell’universo.

Premesso che la Chiesa Cattolica sia unicamente fondata sopra una colossale impostura delittuosamente perpetrata attraverso i millenni per la conservazione di un potere solo materiale e che attualmente testimonia il perverso dominio delle forze oscure nella presente Età, (Kali-yuga) lo stesso, domandiamoci su cosa verta il messaggio cristiano originario.
Esso verte sulla Verità di Amore e dunque dell’Estro, (Estros) sul valore della forza operativa incentrata nella Pietas e nel Furor, che intagliano la traccia concreta di un cammino afflitto nel suo percorso dalla persistente gravità, un attraversamento necessario al cui compimento occorre Mestiere certo e assoluto sacrificio.

Come asserisce Tommaso d’Aquino:

Dove infatti non fu prima terra,
non può seguire la resurrezione della nostra opera.

In alcuni vasi cretesi arcaici si trova scritto Hesus intendendo con questo nome Giove e proprio nell'invocazione mantrica Hesus - Gesù - credo sia ancora possibile trovare una delle chiavi armonizzanti il tempo presente.

I Tirreno-Pelasgi ri-fondarono nel mondo mediterraneo quattro importanti centri oracolari già sacri in età remote e che sono: il santuario di Dodona in Grecia, quello di Pico (o Marte) fondato presso Reate, (l’attuale Rieti) quello di Fauno a Tivoli ed il quarto, di molto anteriore alla fondazione stessa di Roma, presso il fiume Tevere sul monte il cui nome arcaico s’ignora ma che rimane ancora quello che dagli oracoli e vaticini ebbe: Vaticano – Vaticanus da vates canentes.

Di questo avvelenamento morale l’affezione più evidente è rivelata nell’insorgere di molteplici quanto insanabili contraddizioni interiori smascherate dall’empietà che gran parte dei suoi ministri ha nel tempo reso manifesta nonché, dalla volontà di relegare la dignità umana ad un prolungato stato di prostrazione e intima mortificazione che solo l’industrialismo nella storia ha potuto superare in quanto a disumanità.

Nonostante ciò la purezza della spirituale tensione originaria è davvero immensa ed ha permesso che attraverso questo credo si potesse elevare il senso stesso di più epoche attraverso la fioritura prodigiosa e non ancora disseccata di sublimi valori trascendenti, testimoniati, per fare due esempi illustri tra molti, dalle opere degli artefici Cistercensi o dal lume di Dante ed è alla verità indicata da costoro che dovremmo tornare intimamente a tendere, pena un nostro triste dissolvimento.

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