mercoledì 31 agosto 2011

Ultraviolenza bianca e dissolvenza del senso tragico























Il disincanto è l’agente catalitico di tutti i trucchi usati per impoverirci della consapevolezza.
Quella subdola forma di ultraviolenza bianca costituita dalla pubblicità, dalla falsa informazione, dal basso condizionamento ideologico, corrode la coscienza attraverso la pacata normalità del “preconfezionato”, si attacca al nostro midollo immaginativo spremendone tutti i canali sensibili, piantandoci al posto della sana aurea immaginazione un amalgama di mortifera assuefazione sintetica guarnita di volgari coloranti.
La propaganda più torva ci domina l’esistenza, è una sequenza di sorrisi formali ebeti ed osceni che rivelano niente altro se non la perdita della presenza a se stessi.

L’oscenità rinnova l’esigenza del consumo, solo ciò che è osceno (benché talvolta l’oscenità appaia insospettabile) può ravvivare nella persona l’impulso di un energia mai del tutto sopita, forte e urlata dal ventre, latrata dai genitali agli strati più bassi dell’io.
Il compito principale dell’attuale Quarto Reich è quello di renderci tutti insospettabilmente osceni, di esaltare e deificare ciò che è osceno perché l’oscenità (tutto ciò che è industriale è intrinsecamente osceno) costituisce l’abdicazione d’ogni principio nobile nell’uomo.
Osceni nel consumo o nello stesso rifiutarsi al consumo poiché gli ultimi studi e progetti invasivi tendono alla composizione di una realtà unidirezionale e digitalmente governata che assorbirà tutto alla sua logica deviata.

Agenti microscopici sono già all’opera per scardinare le fondamenta naturali.
Dovremmo tutti assuefarci ad uno splendore artefatto che ammalia e da nausea al medesimo tempo.
Questo “Nuovo Splendore” non potrà essere messo in discussione, non possiamo mettere in discussione questo offuscante splendore e tantomeno la cura che ci verrà imposta per curare la nausea che ci provocherà.

Il nuovo splendore offusca l’antico e salvifico tragico stupore, scaturito dalla contemplazione dell’armonia cosmica riflessa nell’ordine poetico-etico della vita rimescolata dalle passioni umane.
Vita commossa dall’ispirazione, unica circostanza che muove l’uomo ad agire spinto da un impulso fondamentalmente generoso.
Solo in questo stato di cose risiede il fondamento dell’opera e del vivere civile.
Ragione e tecnica dovrebbero rimanere subalterne al primitivo e tragico stupore.

La Tragedia non è indistinto sgomento, indolente romanticismo, la visione tragica non è confuso pessimismo proiettato sull’esistenza.
Considerando le cose “tragicamente” idealmente mi accordo al più remoto dei canti che ora è sovrastato, disperso dal frastuono d’infiniti motori.
E’ da Eleusi che nasce la Tragedia, da – tragos = maschio caprino e ode = canto; che è l’archetipale, faunesco impulso ferino della vita ingentilita dalla primordiale intonazione lirica suscitante la percezione del mistero nella profonda ombra notturna quanto nella chiarissima luce del Sole.

L’inquietudine poetica è inaridita dalla realtà asettica tecnologico-industriale che ribalta la tragedia in diabolica parodia, cieca rovina, indifferenziato sfacelo, e proprio in questo aspetto immensamente disumano la vita è privata del suo senso più profondo.
Qui trova verità la profezia egizia riportata nel libro dei morti sulla sesta era, quella attuale, identificata come l’età dell’abisso.
Non la morte ma il non-senso, il disfacimento di ogni convinzione etica è la perdizione dell’intero universo, il dissolvimento di ogni iniziazione misterica, lo spegnimento d’ogni pensiero e slancio sublimi accelerano la fine del Cosmo, la fine della sua identità più profonda.

L’anima immersa nella gelida penombra di un intermittente fluorescenza catodica o avvolta dalla tagliente chiarità del neon si dissecca, evapora progressivamente fino a dissolversi in un limbo indistinto, violata nella propria intimità aurorale e immaginativa che invece si valorizza a contatto della luce del Sole, della viva e tremolata penombra di una fiamma di caminetto o di una candela.
Ecco l’abisso quotidiano, l’insospettabile abisso domestico unidimensionale, l’equivoca banalità di sordi ritmi produttivi, di un infida comodità che ci custodisce falsamente.

Il preconfezionato è orrido, ci rende ingrati, ci rimuove quella parte viva e responsabile che integra attivamente – eticamente – l’esistenza al Cosmo.

La nostra Età potrebbe davvero dirsi infelice, triste perché non più tragica. Svuotata del senso più elevato del pathos per il quale l’avvento stesso del Cristo, coincidente al tramonto degli Oracoli del mondo antico, non costituisce un riscatto generico dell’uomo dalla sua condizione di peccato, ma dovrebbe rinvigorire in noi il senso tragico e puramente erotico-eroico della vita attraverso l’atto stesso del Suo rinnovato sacrificio di amore, per mezzo del quale il destino è stato riannodato alla più autentica essenza universale.
Il riscatto operato da Cristo verte sulla forza che l’impronta energetica di amore ancora può infondere ai nostri cuori disallineati col battito ancestrale dell’Universo.

Gesù morente sulla croce nel Vangelo di Giovanni proferisce: “Tutto è consumato” in alcune traduzioni si legge tutto è compiuto, ovvero, il Ciclo sta per chiudere il suo giro.
Cristo investe l’uomo di una responsabilità mai avuta prima. E’ l’invito ad esercitare in noi stessi una suprema tensione d’illusione, di Santa Illusione nel cuore cupo dell’Età nera, di ravvivare in noi la speranza e davvero non vi sarebbe altro da dire.
La presente Età è consumata e qualcosa di incomprensibile sta per accadere.
Ariamo l’allegorico campo interiore nell’ultima ora, (Matteo 20, 1-16) lo ariamo negli ultimi istanti dell’ultima ora e la percezione dominante è che una Potenza oscura domini la volontà di chi adesso detiene il potere e che mira a condurre il gregge dell’umanità attraverso un percorso forzato, convogliandone le molteplici aspirazioni e possibilità dentro un'unica recinzione sintetica, ottenebrandone la consapevolezza nella depressione di un tunnel elettromagnetico artificialmente indotto, collocato al di sotto del transito epocale imminente nella finalità d’impedirci la presa cosciente del meraviglioso.

A questo progetto infame le scie chimiche indubbiamente costituiscono la distesa trama eterea di molte operazioni che hanno come palese obiettivo il controllo della popolazione mondiale in tutte le variabili ed in tutti i suoi aspetti.

Come asserisce Ghigo Battaglia del sito freeskies:
“Concorrono al progetto i media, attraverso i potenti e diffusi canali di emissione visiva ed auditiva di segnali ipnotici e rutilanti e di frequenze mefitiche.
Di fondo ci sono le onnipresenti quanto immotivate ed umanamente assurde guerre locali e la spada di Damocle per eccellenza: una finanza internazionale che utilizza gli strumenti in suo possesso per condizionare il destino di genti che, ingabbiate dagli spietati stati sovrani, languono in condizioni economiche compromesse ed incerte.
Gli stati sono i contenitori esistenziali inutili e dannosi, in grado di manipolare la popolazione fin dalla sua più tenera età con i mezzi più disparati. Si comincia con le prescrizioni di farmaci industriali prima della nascita e si continua con le vaccinazioni e con polveri alimentari dalle sorprendenti componenti chimiche e transgeniche” (che mirano a deprimere la nostra integrità psicofisica).
L’invasività contaminante incontrollata e di fatto incontrollabile di molte operazioni fanno ritenere che già da qualche tempo dei ciechi governino altri ciechi.

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