lunedì 21 novembre 2011

L'enigma della vocalità

















La considerazione propriamente umana dell’esistenza, il nostro attraversamento in questa dimensione dovrebbe realizzarsi per mezzo di un faticoso e sapiente lavoro di scavo, rischiarato dal lume della pura intuizione; un intuizione guidata dall’esperienza di una grammatica operativa idonea ad informare il nostro scambio con la realtà esterna e che prenda l’avvio da fondamenti sensibili, affettivi, puramente sacrali della realtà intesa come un tutto organicamente vivo.

Il mistero del tempo è l’enigma delle frequenze connesse al moto rotatorio della materia, ed in questo la vocalità umana avrebbe un ruolo di relazione non secondario a fronte delle ragioni primordiali del nostro addensamento fisico.
La voce ispirata costituisce, (oggi sarebbe meglio dire costituirebbe) la giunzione armonica perfetta tra il visibile e l’invisibile, poiché il canto originariamente inteso era la pura glorificazione (purificazione) di un insieme indefinito di tensioni ed energie convergenti nello spirito dell’uomo, il cui animo si protendeva interamente nell’aspettativa dello stupore universale.
Stupore attivo, agente, co-creatore della realtà.
L’uomo fu prisma cangiante della natura di cui rifletteva le molteplici suggestioni atte ad animare il cuore del Cosmo; il ritmo dell’esistenza era pervaso di un profondo desiderio di venerazione.

La lingua che giace sotto la volta del palato, in un certo senso, riposa necessariamente sulla forza totale dell’uomo.
L’inaugurazione originaria, presso tutte le culture tradizionali, definiva l’estensione del templum in terra, la purificazione dello spazio da energie-presenze contrarie.

“Templi e luoghi augurali per me siano dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale…”
Queste sono le prime parole che un Augure era tenuto a pronunciare così come tramanda Varrone nel “De lingua latina”.
L’Augure era cosciente del potere creativo del “verbum”, ed è su una simile tensione interiore che i nativi Australiani “aprivano” le proprie vie dei canti.
In origine la parola fu suono profondo diretto nel nucleo stesso della gravità e la seguente codificazione enigmatica dei geroglifici e dei primi alfabeti costituì una riproduzione terrestre dei maggiori caratteri celesti i cui segni ed enigmi sono tracciati dalla disposizione degli astri, sensibilmente partecipi del nostro in-canto.
La paurosa decadenza del linguaggio ridotto a funzionalità bassamente utilitaristica è stato il disfacimento stesso del “dovere di saggezza” dell’uomo, circostanza questa emblematizzata nella proverbiale confusione di Babele in cui la parola, per conseguente discesa ciclica dei tempi, fu sradicata dalla sua funzione eminentemente augurale, essenziale potenziatrice dei timbri naturali amplificati, innalzati, a valore estatico-poetico, ovvero, elevati nella più totale esperienza della vita consapevole realizzata attraverso la percezione del soave stupore; inteso come supporto di chiarezza armoniosamente distesa sulla comprensione delle dinamiche universali.

Oggi la molteplice contraffazione dei segni naturali ha il solo fine di destituire ogni autentica certezza e far smarrire all’uomo la propria verità surrogata, dissimulata da un artificialità estrema, dov’è regola la legge dell’alterazione sconsiderata.
Una realtà violentemente privata di contenuti naturali e riempita di soli significati astratti, (l’astrazione diabolica offerta dalla pubblicità e dalla stessa scansione digitale) un sistema predisposto ad essere abitato da infinite variabili d’incertezza utili a confondere i pensieri ed avvilire i desideri stessi, in cui il disincanto governa le intime apprensioni delle persone.
La teoria fasulla di proposte e consigli per gli acquisti derivati da quel sotto-mondo costituito dalla realtà di mercato, in fin dei conti è solo un sovrano mezzo di disumanizzazione e portatore di una profonda incomprensione del mondo che costringe i nostri atti alla reiterazione di un comune rito-buio, celebrato quotidianamente attraverso l’irresistibile impulso al consumo del superfluo, all’accettazione passiva del preconfezionato.
Le scansioni sonore incoerenti, le acute modulazioni afone dei richiami promozionali, di fredde modulazioni sonore ripetitive, stabiliscono appunto il perimetro avvilente del nostro confinamento, della parodistica trama dimensionale e temporale in cui siamo indistintamente fissati.
Il problema è come poter trascendere la prigionia in cui siamo costretti.
Si auspica non una via di fuga, che è un’errata prospettiva di valutazione, quanto un corretto ri-allineamento delle nostre tensioni interiori; esse vanno esaltate positivamente per mezzo della poesia, nessun altro intimo sentire potrà mai equilibrare, illuminare la nostra presenza nel Cosmo se non l’affermazione della coscienza lirica.

Link a questo post:

Crea un link

<< Home page