lunedì 19 marzo 2012






















I poemi di Omero andrebbero considerati come la testimonianza cosciente della precipitosa e labirintica discesa occorsa all’uomo nell’ultima fase dell’attuale yuga o Età del ferro esiodea.
Ulisse è il paradigma dell’uomo smarrito ma ancora pervicacemente collegato all’essenza di entità benevole preesistenti alla comparsa dell’umanità stessa, egli è il solo del quale Omero fornisce la specifica indicazione riguardo ai colori per alcune fasi della sua navigazione: il rosso per la prora della sua nave, il nero di cui era dipinta la nave successivamente presa per ricondurre Criseide a Criseo, padre della stessa, ed il bianco delle vele issate nel suo viaggio di ritorno.

Questi sono i colori della Grande Opera, presenti nella stessa Divina Commedia, riguardano il senso di un percorso puramente simbolico volto alla purificazione interiore e solo a questa, ora molteplicemente contrastata dall’ingerenza pressante di oscure volontà contrarie alla presa luminosa e salda della vita da parte dell’uomo.
L’antichissimo sodalizio con le Muse definì l’esistenza di un principio lirico animante la vita universale e di cui l’uomo, benché creatura apparentemente insignificante, ne è l'effettivo garante e custode.

Le finalità di quest’immensa “giostra” cosmica sono inesplicabili ma le risonanze interiori che ci rivelano il senso più tetro o luminoso della vita sono esse stesse garanzia di una dimensione etica eminentemente simbolica e dunque multidimensionale, internata nel calore generativo dei mondi e delle stelle come calore del calore stesso.
E’ importante la testimonianza di Erodoto, secondo il quale la guerra di Troia sarebbe stata “falsa”, poiché Elena, per la quale si suppone che fosse stata combattuta, era allora custodita presso Proteo, Re d’Egitto.
Questo perché Paride nel giorno del rapimento veleggiando verso la natia Troia fece naufragio per una tempesta e fu costretto dai flutti ad approdare in Egitto, dove il faraone s’invaghì della meravigliosa fanciulla e la volle tenere per sé.

A Paride venne consegnata un immagine di lei, un quadro, e pertanto i Greci assediarono dieci anni Troia non per riottenere l’Elena reale ma la sua immagine rendendosene conto solo al momento della capitolazione della fatidica città.

Tutta la storia a cominciare dal rapimento stesso, nonché il naufragio, l'approdo in Egitto, vera e propria terra di "consegna" o "travaso" dell'eredità tradizionale offrirebbero diversi spunti interpretativi, ad ogni modo, il senso allegorico verte sull’occultamento di Elena, con la quale andrebbe identificata la Sapienza stessa, intesa non come un ordine di conoscenza profano, ma dell’amore raggiante la comprensione più elevata del Cosmo che ad un dato momento della storia ancestrale si eclissa.
In tale nascondimento, pertanto, si adombrerebbe il mistero più tragico dell’attuale condizione della vita umana, destinata a smarrire per conseguente degradamento ciclico dei tempi il più autentico contatto con la realtà spirituale conservandone appunto la sola immagine, ovvero il mondo fisico della “parvenza”, dell’apparenza ingannevole culminata nella colossale deformità esistenziale offerta dall'attuale parodia.

Lo stesso espediente escogitato da Ulisse per espugnare Troia riguarderebbe il senso eclatante di questo sovvertimento avviato già nella fase avanzata dell’età precedente all’attuale ciclo, ossia, il Dvapara yuga o Età del Bronzo esiodea , popolata di un umanità si vigorosa ma possente e terribile, già dominata dalle Passioni inferiori e l’oscurità.

La meta di Odisseo, paradigma dell’uomo addensato nell’Età oscura, è Itaca – I-thèke = la teca dell’io, dunque un viaggio ispirato da forze trascendenti ma volto interiormente a se stesso, a ricercare la custodia dell'enigma posto nelle profondità divenute massimamente incognite dello spirito umano.
Non è per voler trovare un facile sincretismo che riporto la medesima indicazione di Cristo, il quale ugualmente invita l’uomo a scendere interiormente in se stesso, nella stanza segreta dell’essere, dov'è riposta l'essenza aurea ritenuta inviolabile (e forse a torto) a tutti fuorché all’esperienza numinosa-luminosa della luce divina, che è puro Amore.
Un principio pesantemente offuscato e soffocato già dall’imposizione dogmatica.

La vocale I (Itaca) non solo nella lingua greca esprime l’esperienza oggettiva del raggio di luce, dell’Io in posizione eretta, ovvero verticalmente collegato, ed appunto ìos è freccia: tendendo l’arco Odisseo una volta ritornato in patria, (ritornato in sé) non per esaltazione d’orgoglio vano, (il travestimento da mendicante costituisce una calzante metafora dell'attitudine necessaria per operare efficacemente il lavoro su di sé) trafigge con le frecce l’assedio dei Proci dissolvendo l’impronta oscura che incrudeliva la propria dimora.

Rafforzo in me stesso il senso di una fioritura ardente, sbocciata dalle tenebre, tremula e apparentemente di breve vita (incanto).
Questo è il senso della stessa Rivelazione Eleusina e Cristiana poi, il rinnovato Avvento di una perenne speranza che riguarda l’identità della nostra scintilla divina, più flebile che mai, prossima al suo probabile dissolvimento perché mai come ora dei nuovi Proci, metallici Proci, ne attentano all’integrità soffocandola nel non-senso di cui siamo circondati.
Qualunque esegetica dovrebbe in ogni modo contemplare oltre ogni considerazione penosa e crudele il senso della nostra presenza che è vita universale positiva, alimentata dal calore poetico, affettivo, ragione d’Amore, unico reale Ardore cui è congiunto il senso di ogni reale immensità.
Interiorizzare il senso dell’assedio cui è sottoposta la nostra “cittadella interiore” è interiorizzare la verità di una guerra massimamente opacizzata, scaltramente nascosta, ma quanto mai grave, i cui esiti necessariamente si svolgeranno interiormente a noi stessi.
Destituirci del reale senso interiore è l’unica e reale finalità del sottomondo industriale e tecnologico.



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