lunedì 3 dicembre 2012

le dimensioni parallele - Sciamani di Graham Hancock - o nostra ultima malattia


Rammentava Thomas Carlye, nella sua introduzione alla vita del Conte di Cagliostro, che nella vita di ognuno, anche nella più disprezzabile, riecheggia l’antichissima vastità del mito.


“La nostra esistenza è un poema, dotato di tutte le categorie così ben delineate nella poetica di Aristotele, vale a dire di un principio, di uno svolgimento, e una fine; con i dubbi, le certezze, il libero arbitrio e la soggezione al Fato; con il canto elegiaco e il canto di battaglia, il coraggio e la viltà, e con due indispensabili e drammatici elementi: la Pietà e la Paura; soprattutto, con l’inevitabile intervento risolutore delle Potenze Soprannaturali.

La vita dell’uomo è certamente il Poema più grande! Profezia si potrebbe dire con termine più appropriato; poiché nella realtà risiede l’esistenza e il fondamento di tutto ciò che vi fu mai di mitico, immaginato, lodato, rivelato, desiderato dal genere umano; invero la vita dell’uomo ha in sé tutte le Rivelazioni, vere o false che siano mai state, che sono, che saranno.”

Cosa sia il mito non è agevole a dirsi, in eta'  moderna, animi eletti come Goethe e Leopardi, che furono tra i primi ri-valorizzatori dell'antica sapienza, ne esplorarono con animo veggente ed erudito la profondità simbolica; inoltrandosi nel labirinto emblematico della filosofia e della poetica integrale rischiarando il cammino con il lume della pura meraviglia devota.

Questi valorizzatori della dimensione poetica, sebbene sovente anche afflitti da alcuni acciacchi, dimostrarono di riemergere dall’antro iniziatico migliori in se stessi, migliori a se stessi, recando con sé alcuni frammenti aurei della sostanza favolosa; incantevoli testimonianze che condivisero con quella parte dell’umanità pronta ad essere sensibilmente partecipe delle loro intuizioni liriche.

E' a ogni modo certo che le grandi età corali, le età in cui gli uomini sapevano accostarsi saldamente gli uni agli altri per edificare, seppur tra molteplici contrasti, la luminosa verità dei Templi e Cattedrali perfette, che queste Età gia' da lungo tempo siano definitivamente tramontate.

Il cammino allegorico rimasto all’umanità presente, è un percorso inerpicato su un sentiero a strapiombo estremamente stretto, dove se il viandante si dovesse affiancare ad un altro uno dei due precipiterebbe immancabilmente nel vuoto.

Dal nulla proveniamo e al nulla torneremo.

Razionalmente, possiamo solo pallidamente congetturare sull'ignoto da cui siamo scaturiti e in cui prima di quanto non possiamo ritenere svaniremo.

Non saremmo ammassati quaggiù per realizzare delle spente consuetudini, compito della persona desta in se stessa è di ardere intimamente con provata misura, accendersi interiormente e cercare di ricordare chi essa sia.

Del Poema che è l’Uomo una ben piccola strofa è quella che possiamo recitare, prima che il lumino interiore si spenga alla dimensione presente, ma la preziosità del suo barlume è davvero incommensurabile.

Il prodigio consiste nel fatto che noi, “i mortali creature di un giorno”, possiamo dilatarci ben oltre i confini dell’universo visibile avvalendoci della facoltà ispirativa: il subitaneo lampo intuitivo.

Il testo di Graham Hancock “Sciamani”, è indubbiamente un testo significativo.

Si comprende che l’uso di determinate sostanze psicoattive così descritte nel testo sia da considerare come un uso puramente rituale, la sostanza di un ‘pasto sacro’ da consumare in determinati periodi dell’anno in luoghi naturali nella finalità di individuare ‘il varco liturgico’ attraverso un’introspezione luminosa e subordinata all'ispirazione.

L'esperienza del fungo magico dovrebbe essere la scelta di un atto maturo, un atto di pura disciplina interiore non equiparabile a nessun tipo di droga chimicamente sintetizzata in laboratorio, che in realtà rappresentano un motivo di corruzione assoluta.

Ciò che nel testo di Hancock può lasciare perplessi sono i quadri del pittore-sciamano Pablo Amaringo, unica testimonianza pittorica riportata nel testo oltre a più rari esempi di pitture parietali del Paleolitico  (queste si davvero supreme).


Delude il fatto che da parte dello scrittore non c'è stata alcuna analisi sensibile delle immagini presenti nelle raffigurazioni che fanno da corredo al testo. Per esempio, sarebbe stata appropriata una citazione al pittore fiammingo Bosch, e alla sublime arte visionaria medievale che lo precede e che nella storia costituisce l’ultimo tratto di connessione immaginale al sentire interiore dell’uomo arcaico.
Ai nostri giorni se la ricchezza visionaria offerta dall’assunzione delle allucinogene pozioni equatoriali si limita a ciò che rappresenta il pittore Amaringo, allora è di gran lunga preferibile l’effetto che su di noi può avere l’ostia della domenica. L’effetto, in definitiva, è quello di una serra da luna park, la serra finta di un triste baraccone di mostri gommuti e piante di plastica illuminate al neon.
Ciò che si avverte in queste pitture, che sembrano flash allucinati consumati dentro i magazzini di un centro commerciale, è la moderna malattia dell'animo e la sua stessa assuefazione al nuovo stato patologico da cui non dimostra alcuna reale effettiva volontà di riscatto.


E’ un’assenza totale di reale tensione redentiva, è la tristezza che immancabilmente pervade ogni sottrazione di sensibilità da una significativa visione, così ridotta a rigida catalogazione d'immagini freddamente sovrapposte, che rappresentano una pallidissima imitazione, peraltro malriuscita, di un’esperienza che intuiamo essere ben più significativa.


Nell’età antica i contatti degli uomini con la realtà sovrasensibile generava soprattutto motivi di fioritura delle Civiltà, che subordinavano le proprie edificazioni ad un ideale di sostanziale armonia e poesia, oggi, basta considerare le periferie dei centri urbani o qualsiasi altro innesto architettonico, è l’incubo a dominare la volontà edificativa.
Quella che Hancock descrive puntualmente, non sarebbe tanto l’aldilà comunemente inteso, quanto la realtà di dimensioni eteriche configurate per rivelarsi più come una sorta d’inganno mistico steso ad arte dalle ‘potenze del sottomondo’, (Arconti della dottrina gnostica) piuttosto che una visione chiarificatrice dell’aldilà.




Bosch, pittore alchimista, sperimentava su di sé le diverse pozioni che da sé preparava assieme i colori, e, attraverso la rappresentazione di deformità allegoriche, seppe comunque infondere nel mostruoso i motivi di una realtà puramente elettiva nella quale la nostra sensibilità trova istintiva adesione riconoscendosi nel sostanziale motivo affrancatore di una dimensione allucinata si, ma ancora artigianale e poetica.
Il mistero che affiora dal grottesco simbolico dell’arte antica è reale perché commovente nella sua magia di attirarci negli esiti di un’incubazione spirituale prodigiosa, che, seppur carica di valenze talvolta morbose queste sono ugualmente pervase di una importante tensione redentiva. Una tensione puramente spirituale in grado di conferire la più elevata concretezza all’astrazione evocativa dell’arte.




La stessa pittura bizantina, ad esempio, benché convenzionalmente definita come piatta, ma piatta non è affatto, gli anonimi artefici anonimi che la definirono seppero infondere nelle loro astrazioni volumetriche l’aura melanconica assieme la gioia sommessa di un ideale canone di bellezza enigmatico. I volti rappresentati nei mosaici bizantini esprimono inquietudine mista a rasserenamento, come fossero pervasi da una felice allucinazione che, attraverso tutte le sue possibili deformazioni, precisa l’effettiva tensione spirituale di cui era intrisa l’umanità di quell’epoca immensamente visionaria.







Nei dipinti del Paleolitico,affatto rozzi, si avverte l’azione della medesima potente visione redentiva, questo indipendentemente dai riferimenti sapienziali che ne giustificano la realizzazione.


Nel fondo preistorico delle caverne dipinte, i motivi simbolici sono narrati per mezzo di figure vive, scosse dall’inquietudine di un’indicibile Rivelazione della cui sacralità e pathos ogni osservatore sensibile è perennemente partecipe, quasi pervaso del medesimo stupore ancestrale.


Tutti questi animali ritratti come se galoppassero nell’aria e le figure teriomorfe che a loro si confondono, sono gli attori di drammatiche metamorfosi, dipinte assieme a soggetti di corpi d’uomini distesi e trafitti, a ricordarci che la vita è sostanziale dolore temperato da un principio estatico latente nella coscienza, la cui sostanziale incomprensione costituisce il motivo primario su cui è fabbricato l’ottundimento sensoriale dell’uomo cavia-consumatore contemporaneo.

L'immane cosmogonia primitiva è appena decifrata ed è in ogni caso chiaramente percepibile l’importanza simbolica che rivela costituendo quasi il cardine su cui si apre la maggiore estensione della vita universale, ed emoziona per la fresca e spontanea esecuzione realizzativa congiunta al più grave dei motivi esistenziali.

Le sublimi pitture preistoriche testimoniano una fervente devozione e assieme un lieve, segreto, ma importante inno ai misteri della vita.
Dalle dettagliate visioni descritte da Hancock, peraltro estremamente credibili, emergere uno stupefacente apparato dimensionale sostanzialmente oscuro, una coeva o più coeve realtà invisibili popolate di esseri morbosi e predatori, che nuotano dentro un composto energetico vischioso e pungente.
E’ la narrazione di un deliquio sensoriale continuamente insidiato da parassiti energetici spettrali. Il varco sovrasensibile sarebbe cinto da una sorta di jungla eterica che è il dominio trasversale pervaso d'indistinte figure arcigne o stranamente buffonesche, popolato da bizzarri manichini pseudo tecnologici.
Dalle testimonianze di tutte queste migliaia di sperimentatori lisergici, di tutti questi innumerevoli addotti, sembra non emergere nessuna significativa fioritura poetica, nessun moto di resurrezione eroica dalla bassezza infima in cui è affondata la presente età. Cosa appaiono? Filamenti fosforescenti, conati di nausea, freddi serpenti, inquietanti Troll o Grigi che fanno a pezzi le persone addotte, le manipolano a loro uso e consumo.
L’analogia tra le abduction e le narrazioni dei viaggi sciamanici è sorprendente, estremamente veridica, ma è proprio questa estrema veridicità a turbare intensamente.
Il messaggio di Hancock anche se non è nichilista non offre spunti concreti per la nostra liberazione effettiva e pur criticando le considerazioni di una scienza positivistica ne sposa il paradigma ingannevole più evidente, che è quello dell’evoluzione.
L’attuale processo di normalizzazione delle anime, che sembra voluta dalla nuova ‘inquisizione elettromagnetica’, passa attraverso il detrimento intimo della nostra possibilità lirica. A livello subliminale il condizionamento mediatico opera per diffondere un sovrano disincanto principalmente contenuto nei motivi seduttivi della dilagante pop-ipnosi.