lunedì 14 gennaio 2013

Frammenti di frammenti

Ispirato dalle Muse e foss’anche molestato dalle Ninfe, ponendosi in intimo colloquio con lo stesso daimon personale, per quanto l’età possa essere oscura, l’uomo di ogni Ciclo sarebbe pronto ad un dato momento della sua esistenza (ridestando opportunamente la coscienza) a rendere giustizia ad Eros.
In noi è da sempre operosa un’essenza ineffabile che ci rende mediani tra il mortale e il divino.
Terribile è l’incontro con l’ispirazione pura, la sua incandescenza può mandare l’uomo in deliquio, fondergli la ragione.
Nel Fedro, Platone presenta un approccio all'amore di tipo estatico sciamano, parlando di pura ispirazione, così come d’invasamento divino, divina mania.
Chi scorge una Ninfa emergere dalle acque è destinato al delirio, definito nympholeptous dai Greci e lymphaticos dai Latini.
Lunaticus = desideroso della luna, era chiamato chi cadeva vittima della follia ispirata dalle Ninfe, o demoni del meriggio. 
Teocrito narra come Hylas, il protetto di Eracle cade vittima delle Ninfe che cercano di trascinarlo nell'acqua.
Ma in età arcaica, particolare importante questo, le Muse non erano ritenute capaci di vere e proprie possessioni o invasamenti.
E’ interessante rilevare che fino al V secolo, (età questa in cui nel mondo mediterraneo le statue perdono il loro consolante ed enigmatico sorriso) il poeta-artefice traeva la propria ispirazione dalle Muse senza esserne posseduto o stravolto, colloquiando con esse in lieta familiarità.
Socrate nel Simposio, ad un certo momento del dialogo sfilandosi il velo inizia il vero discorso sull'amore, elevato a delirio amoroso, mania-mana, dono che rende possibile la mediazione tra l'uomo ed il dio, fra il sacro ed il profano.
Mentre nel Simposio la scala amoris è presentata come una sorta di tecnica estatica per trascendere il mondo apparente dei fenomeni, nel Fedro l'amore è presentato secondo una prospettiva più soggettiva e meno fredda.
Nel Fedro, Eros è presentato come mania, come un’effettiva quanto necessaria iniziazione misterica indispensabile alla psiche in tal modo predisposta a congiungere la ragione alla follia, il delirio alla dialettica, aderendo in quest’esperienza al senso più autentico della Conoscenza, che riannoda la vita cosciente al suo maggior senso.
La poesia, dunque, è emanazione del bene universale, essa è luce interna alla luce stessa e primo motivo dell'instaurazione dell'essere con il canto e, conseguentemente, la parola: "Poetare" significa dar nome originario agli dei. Ma la parola “poetica” non avrebbe la sua forza nominatrice, se gli dei stessi a loro volta non svelassero la comune origine con il mortale.
Parmenide si chiede: Come parlano gli dei? Attraverso segni ed enigmi.
I segni sono, sin dai tempi remoti, il linguaggio degli dei (IV, 135)
Ciò che dice il veggente, estatico, sciamano, poeta originario, consiste nel sorprendere questi segni, nel districare i tracciati di intricate vie dimensionali per poi comunicare alla sua gente le modalità di un attraversamento disciplinato e per questo “lirico” dell’esistenza.
L’esistenza attuale testimonia una “discesa” da cui è necessario risalire.
(In ciò, sarei davvero propenso a credere, l’uomo di Neanderthal  fosse migliore di noi, maggiormente robusto e ispirato, più centrato in se stesso e nel Cosmo, qualitativamente più sensibile e non contagiato dalla “depravazione sapiente” )
Il linguaggio poetico è l’unico che può parlare dell’ineffabile.
La forza creatrice del pensiero di cui parla Parmenide, è ben presente nel discorso della dea: infatti lo stesso è pensare ed essere (Frammento 3).
Ancora più esplicitamente, sembrano fare riferimento alla comprensione della coscienza del mondo alcuni versi successivi: “Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero, perché senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare.
E’ infatti la stessa cosa pensare ed essere.
La trama della realtà non è cedevole come burro da spalmare sul pane, e se pensare, sicuramente, equivale a divenire la cosa pensata, credere di poter modificare la realtà meditando con delle candele profumate non costituisce tanto un atto disperato, piuttosto, un insano miraggio di imbecilli ingrati.
Si è –  si diviene   migliori in se stessi attraverso l’accettazione, che non è affatto una mera rassegnazione.
Nella realtà arcaica, una condizione maggiormente pura, ed è importante per noi richiamarci almeno idealmente a tale purezza, accettazione equivaleva a saper intonare-modulare con la voce il canto che legava i particolari aspetti della materia. Non a caso fin nella bassa antichità la modulazione del canto sacro rimase in auge oltre che presso le classi sacerdotali, anche presso le confraternite dedite ai mestieri e a quelle guerriere, aspetto questo, massimamente degenerato oggi negli svenevoli canti dei papa-boys, così come nell’aspetto più oscuro dei ritornelli militareschi o negli stessi cori da stadio.
Nella Tragedia greca era regola il canto, quale ultima propagazione dell’intonazione archetipale, e per i suoi contenuti  da cui muoveva la catarsi, così come nelle iniziazioni ai Misteri e nel racconto rituale dei miti, le verità erano intese come "verità del cuore", essendo quest’ultimo lo strumento principale d’elezione e intonazione, che permette all’uomo di assumere su di sé il peso e il dono delle visioni.
La visione è profezia e apocalisse, poesia, che vuol dire immettersi in una corrente a-temporale, più vigorosa del tempo stesso, in quanto non intaccata dalla sua erosione, benché dal suo flusso possa essere momentaneamente sommersa e determinare in ciò, al di sotto della circostanza storica, una sedimentazione aurea cui può arrivare ad attingere la risorsa segreta dell'essere, elaborando attraverso di essa la propria possibilità immortalante; l'elisir allegoricamente conosciuto come “oro potabile”.
Emblematicamente, il cuore era l’unico organo che gli imbalsamatori egiziani non riponevano nei loro vasi funebri, non rimuovendolo per nulla dal corpo mummificato.
Frammento 4
Rifletti come cose, anche lontane tra loro e da te nello spazio e nel tempo (attraverso il ricordo = richiamare al presente del cuore o anche, accordo del cuore) siano saldamente presenti alla tua mente: infatti, la mente ha attività unificatrice, non divide in parti l’essere né quando esso appare disperso nel cosmo né quando è riunito in un unico ente.