lunedì 25 febbraio 2013

L'attuale Ciclo



La tradizione dei cicli di generazioni di uomini riportata da Esiodo è già presente nella spessa stratificazione dei poemi omerici.
Nell’Iliade si trova il passo sulla decisione di Zeus di travolgere la razza degli eroi e sul suo orientamento a alleggerire la madre Terra infastidita dal peso degli umani moltiplicatisi a dismisura; nell’Odissea Penelope chiede al misterioso straniero arrivato a casa sua da dove venga, se da «quercia o da roccia», drys - petra.
Quantunque quest’ultimo cenno non corrisponda con precisione al racconto di Esiodo, l’affermazione fondamentale di Esiodo è che uomini e dei siano stati generati entrambi dalla stessa madre, Gea, la Terra.
Da diversi resoconti mitologici apprendiamo che gli uomini dei primordi sono spuntati direttamente dalla Terra gravida di vita.
Così fu per un Alalcomeneo e per i vari gruppi di gnomi creativi e fallici, fabbri e guaritori ingegnosi, Dattili, Cureti, Coribanti, Cabiri, Telchini, che in corteo accompagnano la Grande Madre.
Dietro ciascuno di questi popoli delle origini mitiche è possibile riconoscere una società segreta maschile di maschere, un Männerbund, una confraternita iniziatica depositaria di una propria gelosa tradizione tecnica militare sapienziale e devota a una visione del mondo nella quale autointerpreta le sue origini.
In unione con il mito si deve pensare anche a una ritualità ; in altre parole, si deve pensare che alla visione della propria collocazione nel mondo si accompagna l’orgoglio del proprio ruolo attivo in esso e la valorizzazione del modello delle azioni e dei gesti fondamentali.
La confraternita di maschere comprende se stessa come la vera umanità e definisce il vero uomo con il proprio nome. Siamo ancora assai lontani da una visione filosofica universalistica o monistica.
La posizione arcaica di un Männerbund di cacciatori assistiti e guidati da un leader sciamanico è pluralista e gerarchica. Il mondo arcaico non è omogeneo, è qualitativamente differenziato fra poteri unici e inconfondibili.
In Omero la comunione esemplare di dei e uomini è quella degli Etiopi e dei Feaci.
Iliade I, 423-5: “Zeus verso l’Oceano, verso gli Etiopi senza macchia ieri partì, per un pranzo; e tutti gli dei lo seguivano...”
Odissea I, 22 s: “se ne andò Poseidone fra gli Etiopi lontani, gli Etiopi che in due si dividono, gli estremi degli uomini, quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce, per essere presente a un’ecatombe di tori e d’agnelli. Là egli godeva, seduto a banchetto...”
Odissea VII, 201-3: “gli dei ci si mostran visibili, quando per loro facciamo elette ecatombi, banchettano in mezzo a noi, sedendo dove noi siamo; e se un viandante, anche solo, li incontra, non si nascondono, perché siamo prossimi a loro, come i Ciclopi e le selvagge tribù dei Giganti.”
In Esiodo: “comuni erano i pasti, comuni i sedili agli dei immortali e agli uomini mortali” (frammento 82 Ratz.)
Uomini e dei non sono differenti per natura bensì per per destino, moira, la parte assegnata.
 Dopo uno stato paradisiaco di comunione e uguaglianza, interviene un ordine nuovo con il distacco e la perdita della condizione iniziale. Da quel momento l’uomo decade e non è più libero.
La novità imposta alla natura, che in quanto tale non può essere mutata, è la sua riduzione in schiavitù. Da quel momento, la moira umana è la servitù.
La morte dell’uomo è il suo divenire servo, incatenato, bloccato.
Un conflitto, un confronto, una lotta: l’esito è l’uomo schiavo.
L’uomo non è servo in quanto uomo, è servo perché ha subito una sconfitta.
Come si vede, siamo lontani dalla visione del destino post mortem di Omero, l’ombra di Achille si lamenta con Odisseo dello stato larvale in cui è sceso e esclama che piuttosto che essere re di uno stuolo di ombre preferirebbe essere l’ultimo dei servi nel mondo dei vivi.
Gli dei gradiscono i profumi della carne cotta... gradiscono che gli uomini li servano.
Se gli uomini smettono di servirli e di mandare a loro verso l’alto i fumi del cotto, gli dei illanguidiscono.
Notiamo che ciò accade con questi dèi, mentre altri dèi, più antichi e più feroci, hanno preferenze diverse.
Nel pitagorismo successivo, la scelta vegetariana (che implica un rifiuto etico dello stato di comunità con il selvatico primordiale) si propone con l’abolizione del sacrificio cruento di togliere il nutrimento agli dei olimpici.
Purtroppo, l’uomo che è insorto e che è stato sconfitto non riconosce più che la perdita del fuoco equivale alla restituzione dello status iniziale, non è più in grado di capire che gli si riapre la via per rovesciare la supremazia dei padroni divini: per lui, si tratta solo di una perdita netta.
Il motivo profondo di quanto succede si coglie andando sotto la superficie.
In che cosa consiste veramente il fuoco che è stato sottratto e che viene recuperato quantunque senza la caratterizzazione liberatoria? (il suo restitutore – Prometeo –  sarà condannato a morire ogni giorno, incatenato all’axis mundi)
Il fuoco, la sua qualità intrinseca applicata al divenire dell’interiorità umana, starebbe dunque a significare la realtà di caratteristiche di ordine non solo fisico, ma primariamente di ordine spirituale per le quali l’acquisizione da parte dell’uomo della fiamma eterea aprirebbe la via – possibilità questa, dischiusa dopo la caduta originaria e dunque dopo l’ottundimento di alcune facoltà sovrasensibili – alla norma dell’interiore trasformazione, dell’opportunità di poter modificare attraverso un percorso di profonda elaborazione sensibile, la propria condizione di finitezza solo materiale.
Il fuoco di Prometeo avrebbe pertanto acceso l’ingegno, la possibilità auto-generante dell’anima immortale, facoltà questa molteplicemente contrastata da intelligenze universali preesistenti alla stessa caduta di Adamo. Intelligenze malevoli che hanno marcato la loro presenza nell’attuale dimensione per mezzo di prodigi contraffatti e avvenuti in tempi remoti.
In questo senso le recenti indagini condotte da Mauro Biglino contribuiscono a dipanare il falso concettuale del “nuovo” applicato alla più sofisticata ultima tecnologia, le cui radici affonderebbero proprio in quel luogo ancestrale di eminente non senso, da cui si propagano le innumerevoli frequenze dissolvitrici delle tensioni luminose preposte all’attuazione del reale progetto divino.
Non si tratta neppure di rifiutare la tecnologia, sarebbe troppo ingenuo questo rifiuto, ma di comprenderne gli effetti profondi che ha sulla nostra psiche e convivere più consapevolmente con essa considerandola per ciò che in realtà è, ossia, l’inevitabile manifestazione della più eclatante delle parodie innestate al presente Ciclo.  
Riferendomi alle tensioni luminose preposte all’attuazione del reale progetto divino, intendo riferirmi alle visioni eraclitee e parmenidee della vita e dei suoi prestigi riverberati – assonanti – nell’animo della persona ispirata dalla “ragione di amore”.
L’iniziazione altro non è che l’opportuno risveglio della parte più sensibile di noi e del suo necessario rafforzamento mediante l’ausilio di una definita disciplina esistenziale, felice disciplina, poiché la sensibilità priva di ogni sana cognizione ci espone a molteplici insidie.
Qui soccorre lo studio di Kerényi (Miti e Misteri): l’uomo, anthropos, è colui che ha la “faccia di brace”.
Il Titano, il figlio del fuoco stellare, il figlio di Urano.
Togliere il fuoco significa togliere la faccia, l’identità, il potere originale, sconfiggere, abbassare, privare, mutilare...
Il rito del fuoco e della morte, il sacrificio, è veramente il centro delle gerarchie cosmiche.
A questo e a null’altro siamo chiamati, anche se ora qui stiamo in essenziale confusione e stordimento spirituale. In effetti solo un principio di catarsi giustifica, assolve, la nostra presenza nel tempo.


Mo V imento


Traggo dal sito http://hirpusxwm.blogspot.it/2012/05/mo-v-movimento-5-bravi-massoni.html alcuni passi riguardanti il movimento avviato sul piano mediatico da Grillo e Casaleggio
Il MoVimento 5 stelle è una creatura della Casaleggio Associati; questa è un'azienda di consulenza strategica di Rete per le aziende e che realizza Rapporti sull’economia digitale nazionale.
 Tra i suoi clienti più famosi ci sono Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, e sua caratteristica prevalente è che definisce non tanto la forma di quello che i suoi clienti devono comunicare nella Rete e non, ma quanto il contenuto di quello che bisogna trasmettere agli utenti.
 Il suo legame con la massoneria internazionale è presto detto, questa azienda fa capo alla Enamics, una società statunitense fondata nel 1999, leader del Business Technology Management (BTM).
Questa, a sua volta, è il consulente di potentissime multinazionali (si legge enti paramassonici) come: Pepsico, Northrop Grumman, Dipartimento del Tesoro USA, BNP Paribas, American Financial Group, e la banca d’affari JP Morgan, che rientra nell’impero dei Rockefeller, famosi per la loro palese adesione ai vertici della massoneria – dell’aberrante massoneria moderna - mondiale.
A livello nazionale il legame tra il movimento e la massoneria sembra essere ancora meno evidente (caratteristica della massoneria è operare nell’ombra, mediante enti sociali molto grandi rapportati gli uni agli altri con infinite serie di scatole cinesi), però sintomatici sono il sostegno da parte di alcuni media, in particolare Il Fatto Quotidiano, LA 7 e molte trasmissioni di Rai Tre.
Se poi si analizza la storia di alcuni dei cinque membri che compongono la suddetta azienda, il legame si palesa con estrema franchezza.
In altre parole, il movimento si avvale di una particolare protezione giudiziaria e di una visibilità mediatica molto sospetta, e che sinceramente non ci sarebbe se non ci fosse di fatto la volontà della massoneria nazionale.
Infine, il legame è sottolineato anche dai simboli.
La maggior parte della gente non conferisce elevata importanza ai simboli, ma i massoni sono a dir poco maniacali nell’assegnare, marcare le proprie creature e le proprie azioni, proprio perché non possono mai mostrarsi direttamente come gli autentici autori di ciò che di disumano avviene nella società. Il marchio conferito al movimento in questione gira tutto intorno al numero 5.
Questo in ambito esoterico (direi più specificamente, in quest'ambito di sovvertimento dei valori legati alla funzione del simbolo, per il quale il cinque originariamente è emblema dell'intelletto e dell'opera positivamente ispirata) significa, nell'attuale ribaltamento, un passaggio forzato, movimento (appunto), elevazione ad uno stadio superiore solo parodistico (cioè alla disumanità assoluta).
E nella simbologia del movimento è rimarcato più volte, perché cinque sono le stelle, le stelle sono a cinque punte (storico, tradizionale simbolo per antonomasia della massoneria) e cinque è il numero romano “ V “ messo in evidenza nella parola “MoVimento”; inoltre, l’espressione “Mo-V” è un altro tipico modo di firmarsi della massoneria.

...Quindi, il rifiuto per la politica tradizionale; la patologica esaltazione delle potenzialità della Rete; la condanna dei media classici (senza però sottolineare l’elevata visibilità che questi gli forniscono, per i motivi precedentemente esposti); il conferire agli organi giudiziari un’importanza assoluta, perché i condannati in via definitiva non hanno diritto di fare politica (come se poi gli organi giudiziari non fossero espressione del potere massonico, invalidando il valore stesso delle sentenze, perché manipolate nel 99% dei casi); sostenere la cosiddetta “energia verde”; l’apertura alla moneta elettronica (che indirettamente significa dire si ai bio-chips), l’esaltazione dei nuovi mezzi di trasporto, sono tutti obiettivi che apparentemente perseguono il bene dei cittadini, ma che nei fatti andranno ad imprigionare l’essere umano, come mai prima, in una struttura assolutamente disumana, obbligando le persone a far parte di un sistema senza il quale non potranno soddisfare nessun tipo di bisogno, se non alle condizioni imposte dal sistema stesso.
Insomma, non vi sarebbero troppe altre considerazioni da fare.
Si insiste sul carattere eccezionale dell’attuale momento storico e della prossima, imminente, ulteriore involuzione dei tempi, aggiogati ad un ordinamento sintetico delle molteplici dinamiche naturali.
Dire massoneria, oggi, significa riferirsi alle forze della controiniziazione, ad una volontà mirante ad annichilire l’uomo per ridurlo a mero involucro.
Le stesse dimissioni del papa, evento scaturito da una lotta interna tra le gerarchie del Vaticano assolverebbero, dunque, a questo imminente ri-ordinamento artefatto delle nostre esistenze.
Non trovo parole più calzanti che queste scritte da J. Evola nel suo “Cavalcare la Tigre”
 In effetti, i testi che ci parlano del kali-yuga (attuale età oscura) e dell’età di Kali, proclamano anche che le norme di vita valide per le epoche in cui, nell’uno o nell’altro grado, erano vive e operanti forze divine, nell’età ultima sono da considerarsi scadute.
In questa vivrebbe un tipo umano essenzialmente diverso, incapace di seguire i precetti antichi; non solo, ma per via del diverso ambiente storico e, se si vuole, planetario, codesti precetti, anche se fossero seguiti, non darebbero gli stessi frutti.
Per questo, vengono indicate norme diverse e viene revocato il vincolo del segreto che in precedenza vigeva riguardo a certe verità, a una certa etica e a particolari “riti”, per via del carattere pericoloso di essi e dell’antitesi che costituivano rispetto alle forme di una esistenza normale, regolata dalla tradizione sacra.
Non sfuggirà a nessuno il significato di questa convergenza di vedute.
In questo, come in altri punti, le nostre idee, lungi dall’aver un carattere personale casuale, si riallacciano essenzialmente a prospettive già note al mondo della Tradizione, quando vennero previste e considerate situazioni generali non normali…quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto.
La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti.
L’essenziale è non lasciarsi impressionare dall’onnipotenza e dal trionfo apparente delle forze dell’epoca.
Tali forze, per essere prive di connessione con qualsiasi principio superiore, hanno, in fondo, la catena misurata. Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine, ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi in un tempo futuro.


martedì 12 febbraio 2013

Saeculum obscurum



Secondo papa della cristianità fu S. Lino, etrusco di Volterra, e sembra che l’atavica eredità fulgoratoria, la vetusta conoscenza sacerdotale tirrenica, la Sacra Disciplina che da tempo immemore presiede ai ritmi della storia in questa parte d’Italia, (etrusca la fondazione di Roma, come pelasgico-etrusco è il colle dei Vati su cui si erge il Vaticano) sia nuovamente balenata attraverso il fulmine che ieri sera, prodigiosa sincronicità, s’è abbattuto sulla cupola del Vaticano il giorno in cui papa Benedetto XVI annunciava ufficialmente la propria destituzione dal ruolo di Pontefice.
Si dimette perché i tempi nuovi abbisognano di ben altra tempra.
Se riusciamo a rimuovere da noi la griglia sintetica di un tempo concepito solo meccanicamente, (questa della concezione di un tempo solo meccanico, è forse la più grave malia subita dall’uomo e dalla quale sono derivati tutti i guasti del mondo contemporaneo) possiamo dunque legittimamente domandarci se ieri si sia effettivamente chiuso, o stia per chiudersi, un altro “saeculum”.
La lunga successione, mai davvero estinta, dei “saecula” (cognizione sensibile del tempo) scorre parallela, ma sommersa, alla riforma calendariale di Cesare e successivamente di papa Gregorio.
La chiusura di un “saeculum” coincide con una rinnovata qualità di percepire l’esistenza e le dinamiche regolanti i rapporti profondi delle cose tutte e questo, nel nostro caso, possiamo dire può coincidere con l’avvenuta sovversione sintetica o forzatura sintetica operata nelle strutture profonde della materia attraverso l’irraggiamento elettromagnetico, la manomissione nanotecnologia e l’emissione incontrollata di sofisticatissimi agenti chimici.
La cupola sintetica è completata e noi ci stiamo adattando, già da tempo, a vivere con ridottissime possibilità espressive contentandoci di ridicoli surrogati attraverso i quali identifichiamo noi stessi nel presente, rimanendo prevalentemente smarriti se privati degli stessi.
In questo senso le dimissioni del papa, (una sorta di moderno mago nero) scandiscono, dal passaggio epocale sancito ai tempi di Celestino V, l’avvento di una prossima, imminente, crudele riforma ordinatrice delle nostre esistenze.
Il gesto di ieri, lo percepisco come un ulteriore avanzamento della Nuova Inquisizione Sintetica. Questa è raffinatissima e trasversale, di cui ad esempio il MUOS in Sicilia e la Tav piemontese costituiscono solo due piccole, benché gravi, appendici appena visibili.
La destituzione del mandato di Benedetto XVI, viene da sé che non è il frutto di una decisione spontanea, prova altresì la simbolica abdicazione dell’uomo di fronte ai “tempi nuovi”, tempi atroci per i quali sembrerebbe essere vano il mandato metafisico di cui la nostra specie sembra essere investita sin dall’alba dei tempi.
Quando diciamo cattolicesimo, dobbiamo pensare di riferirci ad un mosaico composto di molteplici tessere simboliche, la cui provenienza affonda nella prima Sumer ed il primo Egitto, il cattolicesimo nella sua opera di conservazione ha operato attraverso i millenni l’ulteriore ribaltamento di un ribaltamento già avviato dalle più antiche caste sacerdotali mediorientali pre-cristiane.
Il papa è di fatto Pontefice, dignificazione questa depredata alla figura degli arcaici Re-sacerdoti, e per  valenza simbolica dimettersi da tale mandato implica una risonanza non trascurabile.
Ad esempio, la dimissione di Celestino V sancì il tramonto dell’età d’oro medievale, preludio dell’avvio di una feroce inquisizione, e della consumazione irreversibile di quel "climaterium" temporale, avviato nell’ VIII sec. dopo Cristo, in cui la Civiltà o le Civiltà europea e islamica, ebbero la loro ultima, significativa fioritura; un tramonto questo del tredicesimo secolo coincidente con la revisione dei rapporti tra potere secolare e spirituale.
Mia convinzione è che oggi, con sempre maggior urgenza, ognuno è chiamato ad essere pontefice di se stesso.
La levatura di un Celestino V non è quella del Pastore tedesco Joseph Ratzinger, che probabilmente passerà alla storia (se a breve ancora vi sarà una storia) per aver prima protetto la pedofilia dei preti nel mondo, tutt'altro che denunciandoli quando doveva farlo. Offrire scuse tardive su un reiterato comportamento aberrante e non più nascondibile per l'eclatante evidenza con cui s'è rivelato, non costituisce un merito - Ratzinger anni fa, prima di essere Benedetto XVI implementò il Crimen Solicitationis invece di abolirlo, avocando a sè tutti i casi di pedofilia per poi passarli sotto silenzio, dando asilo e protezione ai preti criminali invece di denunciarli - e per aver poi perso l'occasione per dimostrare al mondo che l'anima della Chiesa di oggi è diversa da quella dei preti pedofili che l'hanno macchiata in modo vergognoso.
Con il suo comportamento vile ed ipocrita, Ratzinger l'ha macchiata oggi almeno quanto l'abbia fatto in passato ciascuno di loro.
Nel 1980*, quando era cardinale, mandò in “terapia” un prete pedofilo della sua arcidiocesi di Monaco. Ma il modo di affrontare questi reati è stato lo stesso ovunque: far giurare alle vittime che non ne avrebbero parlato con nessuno, spedire l’autore degli abusi a “ripulirsi” in una clinica, trasferirlo in un’altra parrocchia e, soprattutto, non raccontare niente alla polizia. Non è un caso se l’insabbiamento ha funzionato nello stesso modo in tutto il vasto dominio della chiesa cattolica. Era un sistema ben studiato, con degli obiettivi chiari.
Il rapporto Murphy sull’arcidiocesi di Dublino, del 2009, lo conferma: «Mantenere il segreto, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della chiesa, preservare i suoi beni». Perchè i vescovi, che non erano mostri e che presumibilmente si consideravano modelli di bontà, hanno scelto di mandare i preti pedofili nelle parrocchie pur di non mettere un cattiva luce la chiesa? La risposta è di una semplicità brutale: perchè potevano farlo. E’ un esempio chiarissimo del fatto che troppo potere corrompe. Nelle società e nelle comunità cattoliche, questo potere è pervasivo. Implica l’idea che i cattolici e i preti appartengono a una casta speciale, e che questa casta non è soggetta a legge civile.
Così come sul finire degli anni '90, il vescovo Maciel potè contare sulla protezione del cardinale Sodano e sulla benevolenza di Ratzinger - allora capo della Sacra Congrega - per evitare che il suo scandalo finisse sulle pagine dei giornali.
Una volta informato ufficialmente delle accuse Ratzinger – che gestiva tutti i casi più importanti di pedofilia nella Chiesa - avrebbe dovuto intervenire immediatamente per fare accertamenti e poi eventualmente sospendere padre Maciel. Invece fece di tutto per “stallare” il processo burocratico all'interno del Vaticano, riuscendo a non arrivare mai al fondo della questione.
Soltanto dopo la sua elezione a papa, Ratzinger fece rimuovere l'ormai ultraottantenne Maciel, senza comunque dichiarare ufficialmente i motivi della sua rimozione.
Troppo poco e troppo tardi, dissero indignati i rappresentanti delle vittime di Maciel.
Ed ora che Ratzinger aveva l'occasione per rimuovere definitivamente le ombre di ambiguità che gravano sul suo operato, si è categoricamente rifiutato di incontrare le vittime di Maciel nel suo viaggio a città del Messico. Se c'era qualcuno che nutriva dei dubbi sulla genuinità del “pentimento” espresso in passato da Ratzinger per i preti pedofili, ora può tranquillamente confermarli per sempre.





mercoledì 6 febbraio 2013



Ci nutrimmo
Gorgo pianse
risuonarono i bronzi
degli eroi misuratori di abissi
i ritornanti dalle oscure soglie
perfetti custodi dell’uomo
abbagliato dal lampo
sopraffatto dall’onda

lunedì 4 febbraio 2013

La prospettiva eraclitea



Una semplice confutazione, diretta all’essenzialità delle cose.
Plutarco sintetizza la visione eraclitea dell’aldilà con il seguente pensiero: “ la morte è un bene e ci riserba grandi gioie, quantunque l’anima, contro la sua stessa natura, rimanga avvinghiata al corpo per terrore dell’ignoto”.
Il buio della notte non permette di vedere, ma l’uomo, appena liberato dalla tenebra, vedrà, cosa?  La luce che proviene dal sole, centro di emissione e di ritorno delle anime individuali, rivela allo spirito il Vero.
In Eraclito, la suprema divinità viene identificata nel fulgore del sole, così come l’intuizione più arcaica  attraverso l’etica del sacrificio, di carattere estatico-sciamano, operato sulla rivelazione del sole nascente tramandava a riguardo le verità dell’anima mediante la luce che risplende negli occhi.
Eraclito attraverso i suoi frammenti ci rivela a quale natura noi realmente apparteniamo, alla responsabilità che la presa cosciente implica in noi: chi potrà mai nascondersi? (fr.16)
Le stesse Upanishad, asseriscono a queste corrispondenze come delle verità evidenti, postulati dell’anima che nessuno realmente ridestato in se stesso può mettere in dubbio.
Eraclito prima, il Socrate platonico poi non sono lontani da queste supreme intuizioni.
L’Oscuro di Efeso lascia ampi spazi alla possibilità per cui l’uomo possa vedere anche di notte purché accenda l’emblematica fiaccola.
“L’armonia invisibile è superiore a quella visibile” la realtà manifesta poggia sulla tensione di una struttura invisibile, un’ardente necessità universale, peraltro inesprimibile se non attraverso l’estasi, che sola rivela nell’uomo l’ethos metafisico, quale unico supporto sensibile atto a prepararlo alla prova della morte.
Un mondo capovolto come il nostro, governato da volontà nichiliste, ha fatto di tutto per estinguere in noi il valore dell’ethos metafisico, progressivamente sostituito con il culto del più becero edonismo obliquamente favorito dalla realtà dei consumi, nell’esaltazione produttiva regolata industrialmente.
A chi allora vaticina Eraclito di Efeso? A notturni pellegrini (che siamo noi, le generazioni del Kali-yuga) così come a magi, bacchi, menadi ed iniziati; a costoro minaccia il destino dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco: perché si iniziano ai misteri in uso tra gli uomini con pratiche sacrileghe.
Per una civiltà decadente è più facile adottare l’idea che il mondo sia  liquefazione e flusso indistinto, per fare di questa considerazione uno scudo e una giustificazione della propria incapacità di offrire alla storia generazioni interiormente salde, capaci di nuotare e scorrere nella trasformazione.
Tutto quest’inquinamento trasversale, fisico ed etico, testimonia la dissoluzione dei tempi.
Moltitudini di persone, grandi masse sono in procinto di sciogliersi e svanire e non possiamo sapere quando sarà il nostro momento, ma nell’attesa il relativismo non ci aiuta, così come non aiuta aspettare il ritorno del fantomatico pianeta Nibiru.
Tutto questo supporto di elettromagnetismo artificiale, d’irraggiamento chimico, questa volontà ostinata d’innestare la vita con freddi supporti nanomeccanici altro non testimonia che il ribaltamento di un inquietudine metastorica che accompagna l’uomo fin dalle sue origini ancestrali.
Spingere la comprensione oltre l’evidenza apparente, con il rischio che la sapienza si perverta calandosi in un pozzo cieco in cui arriva a divorare se stessa, è questa l'essenza dell'attuale giro: Età Oscura. Non sono un fisico ma non è difficile intuire che sotto i laboratori del Gran Sasso è proprio questo ciò che accade.
Eraclito, (prendo per mia l’efficace considerazione di Giuseppe Lampis*) inaugura la riflessione tragica sul destino che ci appartiene nell’eone del nichilismo e della catastrofe dell’umanità. Egli trae la deduzione più rigorosa dalla diagnosi della tradizione delle Ere annunciata da Esiodo.
L’umanità è liquefatta, è irrimediabilmente passiva.
In che maniera potrà vivere in questo Ciclo l’uomo che intuisce e che avverte in sé la necessità di vincere le tendenze che portano alla dissoluzione, all’auto-divoramento?
Chi potrà mai nascondersi? Chi sottrarsi?





* Giuseppe Lampis "Eraclito e l'immortalità" Atopon quaderno 1/2012