lunedì 4 febbraio 2013

La prospettiva eraclitea



Una semplice confutazione, diretta all’essenzialità delle cose.
Plutarco sintetizza la visione eraclitea dell’aldilà con il seguente pensiero: “ la morte è un bene e ci riserba grandi gioie, quantunque l’anima, contro la sua stessa natura, rimanga avvinghiata al corpo per terrore dell’ignoto”.
Il buio della notte non permette di vedere, ma l’uomo, appena liberato dalla tenebra, vedrà, cosa?  La luce che proviene dal sole, centro di emissione e di ritorno delle anime individuali, rivela allo spirito il Vero.
In Eraclito, la suprema divinità viene identificata nel fulgore del sole, così come l’intuizione più arcaica  attraverso l’etica del sacrificio, di carattere estatico-sciamano, operato sulla rivelazione del sole nascente tramandava a riguardo le verità dell’anima mediante la luce che risplende negli occhi.
Eraclito attraverso i suoi frammenti ci rivela a quale natura noi realmente apparteniamo, alla responsabilità che la presa cosciente implica in noi: chi potrà mai nascondersi? (fr.16)
Le stesse Upanishad, asseriscono a queste corrispondenze come delle verità evidenti, postulati dell’anima che nessuno realmente ridestato in se stesso può mettere in dubbio.
Eraclito prima, il Socrate platonico poi non sono lontani da queste supreme intuizioni.
L’Oscuro di Efeso lascia ampi spazi alla possibilità per cui l’uomo possa vedere anche di notte purché accenda l’emblematica fiaccola.
“L’armonia invisibile è superiore a quella visibile” la realtà manifesta poggia sulla tensione di una struttura invisibile, un’ardente necessità universale, peraltro inesprimibile se non attraverso l’estasi, che sola rivela nell’uomo l’ethos metafisico, quale unico supporto sensibile atto a prepararlo alla prova della morte.
Un mondo capovolto come il nostro, governato da volontà nichiliste, ha fatto di tutto per estinguere in noi il valore dell’ethos metafisico, progressivamente sostituito con il culto del più becero edonismo obliquamente favorito dalla realtà dei consumi, nell’esaltazione produttiva regolata industrialmente.
A chi allora vaticina Eraclito di Efeso? A notturni pellegrini (che siamo noi, le generazioni del Kali-yuga) così come a magi, bacchi, menadi ed iniziati; a costoro minaccia il destino dopo la morte, a costoro vaticina il fuoco: perché si iniziano ai misteri in uso tra gli uomini con pratiche sacrileghe.
Per una civiltà decadente è più facile adottare l’idea che il mondo sia  liquefazione e flusso indistinto, per fare di questa considerazione uno scudo e una giustificazione della propria incapacità di offrire alla storia generazioni interiormente salde, capaci di nuotare e scorrere nella trasformazione.
Tutto quest’inquinamento trasversale, fisico ed etico, testimonia la dissoluzione dei tempi.
Moltitudini di persone, grandi masse sono in procinto di sciogliersi e svanire e non possiamo sapere quando sarà il nostro momento, ma nell’attesa il relativismo non ci aiuta, così come non aiuta aspettare il ritorno del fantomatico pianeta Nibiru.
Tutto questo supporto di elettromagnetismo artificiale, d’irraggiamento chimico, questa volontà ostinata d’innestare la vita con freddi supporti nanomeccanici altro non testimonia che il ribaltamento di un inquietudine metastorica che accompagna l’uomo fin dalle sue origini ancestrali.
Spingere la comprensione oltre l’evidenza apparente, con il rischio che la sapienza si perverta calandosi in un pozzo cieco in cui arriva a divorare se stessa, è questa l'essenza dell'attuale giro: Età Oscura. Non sono un fisico ma non è difficile intuire che sotto i laboratori del Gran Sasso è proprio questo ciò che accade.
Eraclito, (prendo per mia l’efficace considerazione di Giuseppe Lampis*) inaugura la riflessione tragica sul destino che ci appartiene nell’eone del nichilismo e della catastrofe dell’umanità. Egli trae la deduzione più rigorosa dalla diagnosi della tradizione delle Ere annunciata da Esiodo.
L’umanità è liquefatta, è irrimediabilmente passiva.
In che maniera potrà vivere in questo Ciclo l’uomo che intuisce e che avverte in sé la necessità di vincere le tendenze che portano alla dissoluzione, all’auto-divoramento?
Chi potrà mai nascondersi? Chi sottrarsi?





* Giuseppe Lampis "Eraclito e l'immortalità" Atopon quaderno 1/2012