lunedì 25 febbraio 2013

L'attuale Ciclo



La tradizione dei cicli di generazioni di uomini riportata da Esiodo è già presente nella spessa stratificazione dei poemi omerici.
Nell’Iliade si trova il passo sulla decisione di Zeus di travolgere la razza degli eroi e sul suo orientamento a alleggerire la madre Terra infastidita dal peso degli umani moltiplicatisi a dismisura; nell’Odissea Penelope chiede al misterioso straniero arrivato a casa sua da dove venga, se da «quercia o da roccia», drys - petra.
Quantunque quest’ultimo cenno non corrisponda con precisione al racconto di Esiodo, l’affermazione fondamentale di Esiodo è che uomini e dei siano stati generati entrambi dalla stessa madre, Gea, la Terra.
Da diversi resoconti mitologici apprendiamo che gli uomini dei primordi sono spuntati direttamente dalla Terra gravida di vita.
Così fu per un Alalcomeneo e per i vari gruppi di gnomi creativi e fallici, fabbri e guaritori ingegnosi, Dattili, Cureti, Coribanti, Cabiri, Telchini, che in corteo accompagnano la Grande Madre.
Dietro ciascuno di questi popoli delle origini mitiche è possibile riconoscere una società segreta maschile di maschere, un Männerbund, una confraternita iniziatica depositaria di una propria gelosa tradizione tecnica militare sapienziale e devota a una visione del mondo nella quale autointerpreta le sue origini.
In unione con il mito si deve pensare anche a una ritualità ; in altre parole, si deve pensare che alla visione della propria collocazione nel mondo si accompagna l’orgoglio del proprio ruolo attivo in esso e la valorizzazione del modello delle azioni e dei gesti fondamentali.
La confraternita di maschere comprende se stessa come la vera umanità e definisce il vero uomo con il proprio nome. Siamo ancora assai lontani da una visione filosofica universalistica o monistica.
La posizione arcaica di un Männerbund di cacciatori assistiti e guidati da un leader sciamanico è pluralista e gerarchica. Il mondo arcaico non è omogeneo, è qualitativamente differenziato fra poteri unici e inconfondibili.
In Omero la comunione esemplare di dei e uomini è quella degli Etiopi e dei Feaci.
Iliade I, 423-5: “Zeus verso l’Oceano, verso gli Etiopi senza macchia ieri partì, per un pranzo; e tutti gli dei lo seguivano...”
Odissea I, 22 s: “se ne andò Poseidone fra gli Etiopi lontani, gli Etiopi che in due si dividono, gli estremi degli uomini, quelli del sole che cade e quelli del sole che nasce, per essere presente a un’ecatombe di tori e d’agnelli. Là egli godeva, seduto a banchetto...”
Odissea VII, 201-3: “gli dei ci si mostran visibili, quando per loro facciamo elette ecatombi, banchettano in mezzo a noi, sedendo dove noi siamo; e se un viandante, anche solo, li incontra, non si nascondono, perché siamo prossimi a loro, come i Ciclopi e le selvagge tribù dei Giganti.”
In Esiodo: “comuni erano i pasti, comuni i sedili agli dei immortali e agli uomini mortali” (frammento 82 Ratz.)
Uomini e dei non sono differenti per natura bensì per per destino, moira, la parte assegnata.
 Dopo uno stato paradisiaco di comunione e uguaglianza, interviene un ordine nuovo con il distacco e la perdita della condizione iniziale. Da quel momento l’uomo decade e non è più libero.
La novità imposta alla natura, che in quanto tale non può essere mutata, è la sua riduzione in schiavitù. Da quel momento, la moira umana è la servitù.
La morte dell’uomo è il suo divenire servo, incatenato, bloccato.
Un conflitto, un confronto, una lotta: l’esito è l’uomo schiavo.
L’uomo non è servo in quanto uomo, è servo perché ha subito una sconfitta.
Come si vede, siamo lontani dalla visione del destino post mortem di Omero, l’ombra di Achille si lamenta con Odisseo dello stato larvale in cui è sceso e esclama che piuttosto che essere re di uno stuolo di ombre preferirebbe essere l’ultimo dei servi nel mondo dei vivi.
Gli dei gradiscono i profumi della carne cotta... gradiscono che gli uomini li servano.
Se gli uomini smettono di servirli e di mandare a loro verso l’alto i fumi del cotto, gli dei illanguidiscono.
Notiamo che ciò accade con questi dèi, mentre altri dèi, più antichi e più feroci, hanno preferenze diverse.
Nel pitagorismo successivo, la scelta vegetariana (che implica un rifiuto etico dello stato di comunità con il selvatico primordiale) si propone con l’abolizione del sacrificio cruento di togliere il nutrimento agli dei olimpici.
Purtroppo, l’uomo che è insorto e che è stato sconfitto non riconosce più che la perdita del fuoco equivale alla restituzione dello status iniziale, non è più in grado di capire che gli si riapre la via per rovesciare la supremazia dei padroni divini: per lui, si tratta solo di una perdita netta.
Il motivo profondo di quanto succede si coglie andando sotto la superficie.
In che cosa consiste veramente il fuoco che è stato sottratto e che viene recuperato quantunque senza la caratterizzazione liberatoria? (il suo restitutore – Prometeo –  sarà condannato a morire ogni giorno, incatenato all’axis mundi)
Il fuoco, la sua qualità intrinseca applicata al divenire dell’interiorità umana, starebbe dunque a significare la realtà di caratteristiche di ordine non solo fisico, ma primariamente di ordine spirituale per le quali l’acquisizione da parte dell’uomo della fiamma eterea aprirebbe la via – possibilità questa, dischiusa dopo la caduta originaria e dunque dopo l’ottundimento di alcune facoltà sovrasensibili – alla norma dell’interiore trasformazione, dell’opportunità di poter modificare attraverso un percorso di profonda elaborazione sensibile, la propria condizione di finitezza solo materiale.
Il fuoco di Prometeo avrebbe pertanto acceso l’ingegno, la possibilità auto-generante dell’anima immortale, facoltà questa molteplicemente contrastata da intelligenze universali preesistenti alla stessa caduta di Adamo. Intelligenze malevoli che hanno marcato la loro presenza nell’attuale dimensione per mezzo di prodigi contraffatti e avvenuti in tempi remoti.
In questo senso le recenti indagini condotte da Mauro Biglino contribuiscono a dipanare il falso concettuale del “nuovo” applicato alla più sofisticata ultima tecnologia, le cui radici affonderebbero proprio in quel luogo ancestrale di eminente non senso, da cui si propagano le innumerevoli frequenze dissolvitrici delle tensioni luminose preposte all’attuazione del reale progetto divino.
Non si tratta neppure di rifiutare la tecnologia, sarebbe troppo ingenuo questo rifiuto, ma di comprenderne gli effetti profondi che ha sulla nostra psiche e convivere più consapevolmente con essa considerandola per ciò che in realtà è, ossia, l’inevitabile manifestazione della più eclatante delle parodie innestate al presente Ciclo.  
Riferendomi alle tensioni luminose preposte all’attuazione del reale progetto divino, intendo riferirmi alle visioni eraclitee e parmenidee della vita e dei suoi prestigi riverberati – assonanti – nell’animo della persona ispirata dalla “ragione di amore”.
L’iniziazione altro non è che l’opportuno risveglio della parte più sensibile di noi e del suo necessario rafforzamento mediante l’ausilio di una definita disciplina esistenziale, felice disciplina, poiché la sensibilità priva di ogni sana cognizione ci espone a molteplici insidie.
Qui soccorre lo studio di Kerényi (Miti e Misteri): l’uomo, anthropos, è colui che ha la “faccia di brace”.
Il Titano, il figlio del fuoco stellare, il figlio di Urano.
Togliere il fuoco significa togliere la faccia, l’identità, il potere originale, sconfiggere, abbassare, privare, mutilare...
Il rito del fuoco e della morte, il sacrificio, è veramente il centro delle gerarchie cosmiche.
A questo e a null’altro siamo chiamati, anche se ora qui stiamo in essenziale confusione e stordimento spirituale. In effetti solo un principio di catarsi giustifica, assolve, la nostra presenza nel tempo.