martedì 26 marzo 2013

della tensione eroica e poetica



Non si potrebbe smentire troppo agevolmente l’asserzione che l’epoca attuale, nonostante l’evidenza meccanica delle molteplici successioni cognite su cui si erge l’ingannevole, (assai infida perché insensibile) realtà del “prodotto” industriale, si presenti, in fin dei conti, come l’età più enigmatica di tutta la storia: qui l’uomo s’è miseramente smarrito molto di più di quanto non fosse smarrito Giobbe immerso negli assalti dei suoi deliqui.
Il delirio di Giobbe è per l’appunto un delirio profetico, dunque, santamente eroico, puramente sacrificale.
Dei maggiori antichi, considero unicamente la traccia o direzione - sensibilmente tramandata - di una tensione interiore, che sostiene l’agire illuminando la vita d’ogni giorno fin nella dimensione stessa del sogno.
Mi riferisco idealmente alla potenza evocatrice del presentimento e perciò, della Visione.
Visione erompente dall’impasto vivo della realtà apparente, in cui fermenta per dilatarsi accrescendo il valore della vita che per essa s’illumina, rendendo il nostro cuore squisitamente tenero, ricolmo di pietà, dunque, massimamente centrato e forte, facendo essere l’esistenza stessa massimamente coraggiosa e valorosa perché invasa di Amore.
La misura immateriale dell’enigma, riguarda l’insolvibile rapporto tra la causa e il sintomo di una condizione che vede l’uomo confrontarsi con una volontà astratta a lui preesistente, stabilmente fondata nell’orbita dei mondi, nel calore delle stelle, materializzata, appunto, dal presentimento ispirato dai simboli e dalla stessa coscienza che ricerca un efficace riscatto da ciò che intimamente la ottenebra.
Lottando con l’Angelo, Giobbe ri-afferma la radianza dell’enigma umano, spandendo attorno a sé il bagliore sacrificale di un intuito innato e originale: il bagliore di una virile e nobile grandezza la cui luce oggi, rischia di spegnersi.
La scienza profana costituisce la propagazione di uno scetticismo letale, per il quale l’adorazione del mistero universale è un atto insensato e conseguentemente, la percezione dell’anima del mondo rimane incomprensibile da una sempre più diminuita sensibilità, irradiata quotidianamente d’incredulità e recise negazioni che la impoveriscono massimamente.
Questo perché il fine malcelato del cosiddetto progresso, è quello di far diventare la persona una sorta d’involucro asservente ad una funzione infima, per la quale ogni idea o evocazione di dignità umana costituisce un pericolo da rimuovere.
Qui, solo su questo significato di rimozione definitiva della dignità, s’innesterà la funzione del microchip che vorranno presto impiantare nel nostro corpo.
I "pastori di anime" disprezzano il gregge dei fedeli e temono il risveglio dell’Uomo, temono il riconoscimento sensoriale del mistero divino realizzato dall’Uomo libero in se stesso, ossia di chi realizza in sé la profondità del mistero sacrificale, che in definitiva riguarda i misteri più antichi allegorizzati in quest’età dal Cristo e dalla stessa rivelazione profetica dell’Islam. Rimuovendo le contraffazioni dall’originarietà del messaggio comprenderemo che solo determinati “esercizi di pietà” possono consentire all’uomo di aprire i cancelli dimensionali interposti tra un Età e la sua direzione metafisica.
La Redenzione dovrebbe essere la nostra unica aspirazione e la Redenzione, in sostanza, significa la più remota e formidabile forma d’eroismo esprimibile nell’universo.
La Redenzione è perfetta intonazione all’eco del Verbo originario, dell’atavica intonazione ora trasmutata in muta angoscia.
Siamo intimamente irrigiditi da un’oscena contrazione della psiche, ibridati con i composti sterili di un globale esperimento che mira a rendere infeconda la nostra presenza alla vita.
Cos’è questo progresso? Una greve offesa della bellezza.
Omaggiamo l’intelligenza poetica. Rendiamogli omaggio fino all’ultimo istante della nostra esistenza. Invochiamo dal fondo di questa tenebrosa profondità l’aura soprannaturale della fioritura spontanea, l’imperscrutabile esigenza di rinnovamento della bellezza annodata alla stessa fatalità del suo appassire.
“Sempre mi assedia questo simbolo o presagio della nostra fragilità, con un’angoscia che si stringe tutta nel punto della fine, senza intravedere orizzonti di rinascita. Omero conosceva una divina serenità dello sguardo che io ignoro: coglieva i ritmi immutabili che scandiscono il ritorno senza fine delle generazioni, la rassicurante certezza che alla morte subentra ancora – in un giro infinito – la vita”.
(Mimnermo)

mercoledì 20 marzo 2013

il Regno di Dio è dentro di noi: escatologia di Meister Eckhart



Donna viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verita”
Vangelo di Giovanni (4, 28-30)

Per chi è rinato nello spirito il suo cuore non si turba neanche se vede uccidere il padre e tutti i suoi amici di fronte ai suoi occhi
Mister Eckhart Sermone (Videte qualem caritatem)

Come si è affermato nelle osservazioni proposte nel lavoro dedicato al Tempio del Graal e alle sue relazioni con la Gerusalemme celeste (vedi Simmetria rivista 17 http://www.simmetria.org/simmetrianew/2010-06-20-14-54-01/la-rivista/771-rivista-n15.html), si constata una significativa concordanza cronologica tra il movimento spirituale che infiammò la letteratura del Graal e il “fondatore” della mistica renana, ossia Meister Eckhart che, nato nel 1260, moriva nel 1328. Al momento dell’evento era in attesa dell’esito del processo intentatogli presso la corte avignonese di papa Giovanni XXII.
 Si tratta di un procedimento che era scaturito dal rinvenimento nei suoi scritti di alcune presunte posizioni “eretiche”. La sentenza la si avrà un anno dopo la morte del mistico ed è contenuta nella bolla In agro dominico. La condanna papale copriva non tanto qualche suo articolo, quanto piuttosto tutti i suoi scritti con l’evidente intento di depurare la cultura ufficiale dal pensiero del domenicano.
La morte prematura lo fece scampare da una possibile condanna inflitta direttamente alla sua persona, evento cui invece non sfuggì la sua diretta ispiratrice spirituale, ovvero Margherita Porete, autrice dello Specchio delle anime semplici, che purtroppo arse sul rogo. L’esito che scaturì dal tentativo di damnatio memoriae fu però opposto a quello prospettato.
Grazie all’opera di alcuni suoi indisturbati discepoli, Taulero e Suso, e grazie anche all’attenzione posta alla conservazione dei suoi numerosi scritti da parte di un suo estimatore, Niccolò Cusano, l’opera di Eckhart è giunta, seppur mutila, fino ai nostri giorni intatta nella sua problematicità,
In questo spazio dobbiamo individuare il punto di discrimine della “teologia” proposta dal mistico, dal resto della mistica a lui contemporanea in relazione alle tematiche che si sono affrontate nelle considerazioni precedenti dedicate al ripristino dell’illud tempus come concretizzazione al presente della prospettiva escatologica nella dimensione pentecostale. Per far questo una serie di osservazioni ci attende perché stavolta ci muoviamo al di fuori della rituaria e delle sue tecniche e approcciamo il problema da un punto di vista prettamente filosofico.
 Eckhart, considerato il maggior maestro sui temi dell’anima dell’occidente medioevale, nel suo percorso di avvicinamento al divino, si concentra sull’anima, ma non sulle sue “potenze”, diversamente da come accadeva nei percorsi della mistica in auge ai suoi tempi e in quella nei secoli precedenti. L’oggetto del suo interesse è quindi il “fondo dell’anima” della cui inaccessibilità egli accolse in pieno l’essenza proposta nella nota suggestione eraclitea che qui si richiama:"per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il suo lógos". *
Il fondo inesplorabile dell’anima è quindi il centro di tutta la speculazione eckhartiana, perché essa costituisce il solo “luogo” dove si può conoscere Dio, senza ulteriori e diverse possibilità e con tutto quello che comporta il “conoscere” inteso come processo identitario fra due apparenti dissimili che in realtà si rispecchiano uno nell’altro. La “conoscenza” di Dio non può certo avvenire attraverso i sensi, bensì solo per connaturalità, ovvero in quella connaturalità che si stabilisce “diventando” Dio, ovvero un solo spirito con lui, riconoscendo quindi che il fondo dell’anima e Dio sono la stessa cosa.
 In sostituzione di un lento percorso di avvicinamento creaturale, scandito da “tappe” e “stazioni”, a un “oggetto” Dio, che comunque rimane sempre estraneo alla dimensione psichica del praticante e quindi, appunto, pulsione oggettuale finalizzata ad un egoico appetito indirizzato a ottenere “qualcosa”, fosse anche la “salvezza” (gula spiritualis), Dio, in Eckhart, si genera naturalmente e quasi “obbligatoriamente”, esercitando il revulsivo distacco da ogni cosa, annullando ogni volontà propria, compresa principalmente proprio quella connessa alla salvezza, svuotando la mente da ogni cognizione precostituita su Dio. Un procedimentoben noto alla prospettiva metafisica classica. La visio Dei (e oltre) non è un incontro fra creatore e creatura, in quanto la divinità si manifesta in modalità contraria di quello che suppone la pratica religiosa corrente. Qui si invoca l’avvicinamento a un Dio che, alla fine, si chinerebbe misericordiosamente verso l’uomo orante.
L’opposizione a questa visione è in Eckhart intransigente. Per Eckhart in luogo di avvicinare Dio alla dimensione psichica, bisogna piuttosto “allontanarlo” bruscamente da essa, infatti questo “Dio” proviene dalla nostra creaturalità ed è frutto del nostro pensiero desiderante. L’esempio è Cristo nel momento in cui egli si discostò dai suoi “amici”, così il Maestro definì, infatti, i discepoli, perché solo a loro aveva partecipato l’insegnamento del Padre dopo la Resurrezione. Cristo si allontanò da essi per consentire il loro perfetto compimento pneumatico, affinché infine potesse venire a loro lo spirito. E’scritto infatti: “E’ bene per voi che io me ne vada perché se non me ne vado non verrà a voi lo spirito” (V.G. 16,7).
 Silesio, in un distico del suo Pellegrino Cherubico, traduce sottilmente in versi questa necessità:
Io so che senza di me Dio non può vivere un attimo:
se mi annullo deve di necessità esalare lo spirito.
 L’opera del cristiano si compie quindi nel distacco, distacco da tutte le cose, distacco che si trasforma in povertà, povertà non esteriore ma dall’Io, e quindi in gioiosa rinuncia a ogni volere proprio, a ogni sapere proprio, a ogni possesso proprio. A questa conversione subentra lo spontaneo abbandono di ogni superfluità, come il mistico aveva sottolineato, prendendo a spunto il tema della circoncisione, nel suo magistrale testo: Commenti all’antico testamento.
Nel silenzio che segue al distacco, nell’abbandono della dimensione egoica, ritenuta da taluno satanica, (si veda Vallin: 2012, 12), Dio si genera nel fondo stesso dell’anima, anima che è in relazione identitaria con Dio. In questa condizione, come ben sottolinea Vannini (2008, 109), si ha un ribaltamento della visione del reale che comporta una totale apertura, all’essere, alle “cose”, percepite, per dirla in maniera “eliadiana”, nello splendore della loro luce aurorale, sub specie aeternitatis. Per questa sua impostazione tradizionale, che richiama l’atarassia stoica, Eckhart accoglie, senza alcun disturbo e riserva, le conclusioni di coloro che appella Maestri pagani, ponendoli per sapienza al di sopra dello stesso San Paolo. Questi Maestri erano giunti, secondo il suo pensiero, a una comprensione del divino oltremodo profonda, penetrando oltre il limite paolino del terzo cielo.
Da un certo punto di vista questa riflessione eckhartiana è assai perspicua in quanto il terzo cielo, almeno secondo una certa prospettiva spirituale, segna il confine tra il regione dell’ogdoade, dominio della visione isoangelica e quindi facciale, e il mondo del Pleroma, che è propria del superamento del limite creaturale. Della realtà di questo oltrepassamento Eckhart, nelle sue opere, ci fornirà più d’una indicazione. Osservò Rudolph Otto che Eckhart avrebbe sicuramente inglobato, se lo avesse conosciuto, fra i suoi maestri di pensiero non cristiano, anche Shankara, il filosofo induista sistematore delle dottrine vedantine, come, allo stesso modo, alcune prediche del Buddha somigliamo in maniera davvero impressionante alle osservazioni spiazzanti di Eckhart sulla natura inautentica della realtà.
In termini molto semplificati si può dire che il citato punto di discrimine posto fra la “devozione” mistica “ordinaria” e questa via metafisica (ancorché si parli di mistica), che comporta la mortificazione egoica (da cui l’esortazione morite prima di morire), scandisce lo spartiacque tra un certo modo di concepire il cristianesimo e un altro. Tale discrimine, che caratterizza tutta l’opera del Maestro, è espresso con grande lucidità nel suo Commento al Vangelo di Giovanni, che appare particolarmente acconcio per le specifiche considerazioni contenute nel nostro scritto.
Eckhart coglie in tutto e per tutto l’evidente contrapposizione che c’è tra questo Vangelo (l’unico in cui si parli della divinità di Cristo) e il testo biblico. Qui v’è un Dio quasi funzionale, che generato da una psiche egoica si proietta e amplifica, a similitudine delle cavernicole ombre platoniche nei cieli, apparendo quasi come un gigante centimani, moltiplicatore delle deboli forze dell’individuo. Si coagula quindi un ente che altri non è se non l’estroflessione idolatrica dell’ego.
Questi ha come scopo la realizzazione di superstiziosi piani di dominio sul mondo, come si può in via esemplificativa evincere dalla lettura di alcuni passi della profezia di Isaia (61,5-6) e, altresì, è portatore di un piano di “salvezza” che conferma la creatura nel suo assoluto egoismo naturale, proprio perché tale creatura, sia come individuo, sia quale appartenente a un milieu, si ritiene soggetto meritevole di elezione da parte dell’Ente, in base all’osservanza rigorosa di una meticolosa precettistica morale (si pensi alle sottigliezze dottrinali del Talmud).
Dall’altro lato troviamo la dottrina giovannea del Logos, ove il Logos non è un preesistente cronologico, bensì un principio “ontologico e teologico”, che guida alla nascita dello spirito, nello spirito, ossia nell’interiorità dell’anima nostra (intesa assolutamente come spazio spirituale), secondo quanto narrato nella pericope di Nicodemo. Dio, qui, non è ente oggetto di credenza (fede come “credenza”) ma oggetto di conoscenza attuale in “spirito e verità”.
Eckhart, infatti, condanna senza riserve “i credenti”, utilizzando per questo una delle sue numerose forti espressioni, che potrebbero far gridare allo scandalo proprio coloro alla cui schiera anche il mistico appartiene, quando afferma: “Chi crede non è ancora figlio di Dio”. A coloro che “credono” e costruiscono mitologie del tipo “Dio gioca a nascondino con l’uomo”, egli porge la più penetrante (e forse la più incompresa) delle sue esortazioni affermando: Prego Dio che mi liberi da Dio.
 Un’espressione che esprime in efficace sintesi la necessità di abbandonare una volta per tutte gli innumerevoli travestimenti egoici che proiettano sulla volta uranica la propria meschina volontà di potenza, fosse anche che tali costruzioni scaturiscano dalla lettura del testo sacro la cui fissità va oltrepassata in quanto lo scopo del “libro” è funzionale al passaggio successivo, trasformativo. La lettera, da sola, legalisticamente intesa, uccide infatti lo spirito, mentre nutre il vivente quando è innalzata all’altezza che le è connaturata da un’ermeneutica esclusivamente spirituale.
La soppressione dell’egoismo naturale produce la rinascita dell’uomo come spirito ed è il risultato che stabilisce l’instaurarsi del regno di Dio, regno che è “qui e ora” e che consegue alla morte dell’elemento carnale e psichico. Senza questa generazione del logos nell’anima e quindi lontani dalla grazia, siamo perduti nella “regione della dissomiglianza” e la attraversiamo “come dei morti viventi”, richiamando queste espressioni alcuni concetti esposti all’esordio di questo lavoro da uno smarrito viandante dei nostri giorni.
Non v’è nessuna gradualità nel percorso dell’anima durante la sua esperienza mistica, anche per Eckhart, la generazione del divino non può concretarsi che in una brusca irruzione dello spirito mediata dalla grazia. Sull’attualità del regno di Dio si espresse splendidamente tre secoli più tardi Silesius, che si può ritenere quasi il versificatore di Eckhart. Qui, nel suo componimento Il pellegrino cherubico troviamo delle parole che ricordano davvero da vicino le espressioni del Vangelo di Luca e di Tommaso sul “tempo” e sul “luogo” della venuta del “Regno di Dio”.
Se non avrai prima in te, uomo il tuo paradiso,
in paradiso, credimi, non giungerai mai
Tu dici che vedrai un giorno Dio e la sua luce
Stolto! Mai lo vedrai, se non lo vedi già ora.
 e ancora:
Uomo se proietti il tuo spirito oltre lo spazio e il tempo
In ogni istante puoi essere nell’eternità.
 Qui, come ognun vede, cade ogni schema d’attesa d’origine paolina che “attualizza la perfezione dell’uomo psichico nella realizzazione della visione divina che si attua nell’ogdoade, nella vita futura”, mentre come abbiamo visto, appena all’esordio, Cristo invita la samaritana dell’episodio evangelico a prepararsi immediatamente, perché “adesso” è l’ora.
 Allo stesso modo Paolo, come sostiene Vannini, con un do ut des di carattere inequivocabilmente appropriativo, strumentalizzò la morte di Gesù che da esperienza interiore fu trasformata in fede esteriore e l’attualità epistrofica della crocifissione pneumatica divenne credenza di un ente “altro”, dimenticando, e lo ripetiamo ancora una volta, che l’esperienza religiosa conoscein luogo di credere e si prospetta quindi come gnosi salvifica ossia conoscenza salvatrice.
Ne scrive H. Corbin richiamando, se pur non espressamente, la citata pericope giovannea: “’Conoscenza’ che è iniziazione a una dottrina;‘salvatrice’ perché la rivelazione dei misteri ai mondi superiori, nascosto sotto la lettera delle Rivelazioni divine, non si può completare, né può essere assimilata, senza che l’adepto passi a una nuova nascita, la nascita spirituale” (H. Corbin: 2012, 57).
Non è quindi certo un caso che in luogo della salvezza (di che cosa? Cosa merita di essere “salvato”?), Eckhart abbia chiaro il carattere catartico dell’irruzione dello spirito, espellendo per conseguenza in toto nei suoi scritti il tema della gnosi paolina e del sacrificio redentivo del Cristo sulla croce. Su questo tema, certamente ineludibile nel cristianesimo, si innesta l’argomento della resurrezione pneumatica che merita davvero un cenno ulteriore.
Paolo non parla mai di questa resurrezione, che è invece tema assai diffuso negli scritti gnostici ad essa relativi e nonostante lo stesso apostolo adombrasse nella sua opera la presenza di ulteriori conoscenze riservate, se non segrete, che definisce “cibo solido”. Questo, secondo l’apostolo, è il giusto alimento riservato a chi “già sa”. Si tratta di una categoria di uomini che egli pone in contrapposizione ad altri suoi seguaci di più semplice preparazione e qualificazione.
A costoro, per nutrirsi, è sufficiente l’alimento principiale dei poppanti spirituali, ovvero il latte, almeno fino a quando qualcuno tra loro non apparirà degno di ricevere l’altro cibo. Tuttavia, malgrado i numerosi tratti gnostici presenti nell’opera di Paolo (si veda indicativamente sul tema il libro di Paolo Galiano: Le vie della gnosi), si può ritenere che la conoscenza cui egli ebbe diretto accesso, non sia stata di natura integrale e che essa riguardi i soli misteri della incarnazione e della salvezza psichica. Ciò vale ancor più nella trattazione soteriologica del sacrificio del Salvatore.
Secondo la diffusa prospettiva pneumatica, prima accennata, che si è mantenuta vigorosa e robusta nei primi secoli del cristianesimo, al sacrificio sulla croce di legno e al significato, anche simbolico, che ne scaturisce, si sovrappone un ulteriore simbolismo di carattere pneumatico che, benché attualmente costituisca concezione alquanto misconosciuta, può ritenersi che abbia formato il nucleo centrale dell’insegnamento integrale del Cristo alle origini. Per cui: “questi insegnamenti conducono alla resurrezione nella vita presente nell’ora attuale, in essi è contenuto il puro mistero cristico essenziale, raccolto e trasmesso dalla tradizione apocrifa consegnata e trasmessa da Gesù ai pochi, i quali custodiscono la pienezza della verità del Cristo eterno” (L.M.A. Viola: 2008, 122).
Il tema della croce di legno e della croce pneumatica non è senza relazione con la gnosi templare, appena accennata in precedenza, e a esso facciamo in queste circostanze fugace cenno. Infatti, una delle accuse rivolte ai Templari, durante il celebre processo che portò al loro (quasi) annientamento, li imputava di compiere atti di sacrilegio con finalità iniziatiche. Si tratta di un comportamento diffusamente documentato (anche in fonti extra processuali) che J. Evola, in tempi passati, giudicò indicativo del superamento della cristolatria, anzi il segno di un atteggiamento anticristolatrico (J. Evola:1962, 146-147).
Se ciò avvenne davvero, come sostiene Evola, la sua conclusione potrebbe assumere i contorni di una mezza verità e andrebbe forse acconciamente mitigata. In luogo del possibile rinnegamento di Cristo, il comportamento blasfemo andrebbe piuttosto ricondotto al superamento della mera dimensione psichica propria del cristianesimo “ortodosso”, per approdare a una dimensione pneumatica che richiama il docetismo gnostico, di cui si è delineato qualche possibile tratto in precedenza a proposito della Cavalleria del Graal. Ciò sarebbe almeno in parte dimostrato dalla formula accusatoria impiegata nei processi: “Et post crux portaretur et ibi sibi quod crucifixus non est Christus, sed quidam falsus propheta, depetatus per ludaeos ad mortem propter delicta sua”.
 Qui ci fermiamo perché il discorso docetista ci porterebbe lontano e del tutto fuori tema.
Di seguito, sull’argomento, riprendiamo alcune riflessioni di L.M.A. Viola rielaborandole lievemente. Esse appaiono essenziali per le presenti riflessioni, dal momento che il terreno su cui esse si esplicano è quello della temporalità e atemporalità dell’esperienza del sacro (L.M.A. Viola: 2008, 122).
La crocifissione, morte e resurrezione sulla croce lignea sarebbe quindi di pertinenza della sfera psichica, e andrebbe relativizzata al momento della separazione dell’anima dal corpo. In tal caso sarebbe la parte psichica che risorge, quella cioè formata nell’ebdomade (il primo livello delle progressioni gnostiche, cui segue l’ogdoade e il pleroma), con la quale si accede ai cieli e si può raggiungere la stazione alla destra del Padre.
La croce lignea sarebbe quindi limitata alla dimensione del peccato psichico, mentre la croce pneumatica separerebbe definitivamente il soggetto essenziale spirituale puro, dalla determinazione creaturale, psichica e demiurgica, per restituirlo all’Unità pleromantica. Non è senza rilievo che, se sostituiamo l’espressione determinazione creaturale, psichica e demiurgica, con il termine “Ego” possiamo di nuovo ricondurci a Eckhart, laddove nel sermone dal titolo Hoc est praeceptum meum si legge: ”Di recente, mentre recitavo il Paternoster, che Dio stesso ci ha insegnato, mi venne il pensiero: quando noi diciamo: ‘Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà’,preghiamo con ciò continuamente Dio che egli ci tolga a noi stessi”.
 Questa resurrezione, tutta interiore lo ribadiamo, non si svolge nel tempo non avviene nel futuro perché implica l’immediato arresto di ogni moto temporale alterante nell’Essere. Non potendo avvenire in alcun tempo, non potrà avvenire nel futuro, in qualsiasi futuro.
Ciò sta in perfetta concordanza con i versi silesiani prima richiamati. Alla resurrezione psichica consegue la visio beatifica, mentre la resurrezione pneumatica annulla immediatamente la relazione con la psichicità e la temporalità, l’ente rientra perciò nella divinità per un processo enstatico e per conseguenza l’iniziato pneumatico “se ne andrà nella propria casa, respingendo la sua catena, cioè l’anima” (intesa naturalmente nella parte egoica di essa, volta alle passioni). Anche di questo insegnamento sembra rinvenirsi una forte traccia in Eckhart e per la precisione nel sermone Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum coelorum, nel passaggio essenziale dedicato appunto al senso che si deve dare alla povertà in relazione al distacco.
Il mistico ricorda costantemente come l’uomo povero sia colui che nulla vuole. Coloro che si esercitano motivatamente nella penitenza e nell’esercizio esteriore e non operano “senza perché” restano comunque aggrappati al proprio Io. Eckhart tratta costoro letteralmente da asini, benché essi si sforzino di compiere la volontà di Dio e solo per questo sono giudicati santi dalla collettività. E’ proprio a causa di questo desiderio di fare la volontà di Dio che essi conservano se stessi integralmente, mantenendo in pieno la loro volontà, mentre, per Eckhart, l’uomo davvero povero di volere è nello stesso stato di colui che ancora “non era”, e quindi “naturalmente” privo di attaccamenti, ovvero quando era ancora “Idea” di Dio, concezione che egli riprende da Platone senza alcun imbarazzo.
 Nonostante l’incomprensione che i primi manifestano per le esortazioni evangeliche, egli comunque immagina che a costoro Dio riserverà un posto nel Regno dei Cieli, mentre nulla dice in relazione al destino dell’uomo nobile, colui che realizza la volontà di Dio. A costui il mistico, non tratteggia esplicitamente alcuna determinazione ultraterrena. Questo ci sembra discendere spontaneamente dallo stesso stato di realizzato in vita. Costui, infatti, dismesso l’ego è reso infine imperturbabile per il raggiungimento della condizione della piena dimensione pleromantica. Del resto, per operare un significativo salto pindarico, possiamo leggere in un passo di un testo induista, il Brhadaranyaka, relativo al destino dell’uomo, queste parole:
Un uomo che è attaccato va, insieme alla sua azione, verso quello stesso luogo cui la mente e il suo carattere aderiscono”.
A significare ci sembra che dopo la morte si aprono diversi destini gerarchicamente sovraordinati e questo ricorda fortemente, e lo diciamo in un passaggio velocissimo, i contrasti della mistica ebraica (intesa come Qabbalah e Merkava, ovvero ascensione ai palazzi celesti fino al Trono celeste) nonché della mistica schi’ta e sufi, con le loro rispettive “ortodossie”.
 Al termine menzioniamo ancora Eckhart (dal quale abbiamo una difficoltà personale a staccarci) per un ulteriore conferma dell’attualità della realizzazione:
 Ma se devo conoscere Dio, devo conoscerlo senza immagini, senza mediazione, allora devo assolutamente diventare lui, e lui deve diventare me”, dal momento “che essere vuoto di ogni creatura è essere pieno di Dio, ed essere pieno di ogni creatura è essere vuoto di Dio”-
 Conclusione
Se la fides historica come denunciato da tutti i mistici è fides mortua, si comprende bene il valore catartico che potrebbe rivestire l’insegnamento di Maestro Eckhart nell’attualità, in quanto in suo più diffuso accoglimento aprirebbe a una rinascita della mistica come gnosi. Il complesso della sua opera sarebbe in grado di abbattere le contraffazioni intorno all’anima, proprie della psicologia e della psicanalisi e della loro correlativa titanica e satanica pretesa di “curare” l’anima. Al contempo costituirebbe una reazione salutare allo storicismo religioso e, per conseguenza, alla passività dell’attesa di una salvezza posta nel “tempo” e ormai sempre più al servizio delle elucubrazioni di quello che è stato felicemente definito il “grasso animale sociale”. Per questo, nel contesto attuale, le parole che qui apponiamo di H. Corbin assumono un valore davvero speciale se non vogliamo dire addirittura di auspicio epocale: “Non è solo l’Islam, ma ogni religione a rischiare di soccombere nel sociale e nella socialità. Affronteranno vittoriosamente questo pericolo di certo non coloro che cercano il compromesso con “il proprio tempo”, ma coloro che avranno la forza di essere shohada, testimoni ‘contro il proprio tempo’ testimoni di questo mondo altro e di questo altro mondo annunciato nel contenuto essenziale del messaggio profetico”. (H. Corbin: 2012,53)
Articolo di Antonio Bonifacio

* Questa è la traduzione che s’incontra correntemente, tuttavia quella proposta da G, Colli è ancor più “obliqua”. Eccola: “I confini dell’anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppur se percorrerai tutte le strade: così profonda è l’espressione che le appartiene.”
(da G. Colli: La sapienza greca, vol. III, Eraclito)

Bibliografia:
Henry Corbin: Nell’islam iranico, vol.1°, Mimesis, 2012
Meister Eckhart: Sermoni tedeschi, Adèlphi. 2007.
Meister Eckhart: Commenti all’antico testamento Bompiani, 2012.
Meister Eckhart: Commento al Vangelo di Giovanni, Città nuova,1992.
Jiulius Evola: Il Mistero del Graal, Ceschina, 1962.
Marco Vannini: La morte dell’anima, Le Lettere, 2008.
Marco Vannini: Prego Dio che mi liberi da Dio, Bompiani, 2010.
L.M.A. Viola: Israele Cristo e Roma vol. III, Victrix, 2007.
Geoges Vallin: Via di gnosi e Via d’amore, Victrix, 2012.

http://www.simmetria.org/simmetrianew/

giovedì 14 marzo 2013

il Bianco e il Nero




Dall’ordine ecclesiastico più oscuro emerge la figura più “rasserenante”. Il primo papa bianco gesuita della storia, poiché è noto che il Generale dell’Ordine dei Gesuiti è anche definito come “papa nero”.
Al medesimo ordine dunque apparterranno il Bianco e il Nero.
Al momento di apprendere che il nuovo papa era Argentino da subito il pensiero è andato all’infame dittatura di Videla e di quale sia stata la posizione dell’allora monsignor o cardinal Bergoglio. Adesso non saprei, ma di certo era totalmente aderente al ruolo della chiesa, che rispetto al tiranno Videla fu di certo massimamente obliquo, ambiguo, costituendo in un certo senso quasi un’ombra nell’ombra stessa della dittatura; come dire, conciliata a un atroce silenzio.
E’ anche da dire che non può non impressionare benevolmente il saluto profondamente umano che Francesco I ieri ha rivolto alla folla acclamante radunatasi in Piazza San Pietro.
Sorprende l’amabilità della figura di Bergoglio, totalmente contrastante con il perfido aspetto di Ratzinger.
Questo significato propriamente umano, carico di una profonda empatia, di cui l’immagine dell’attuale pontefice si riveste e da cui emerge un barlume di speranza, che ad ogni modo sappiamo essere solo un abbaglio, in un certo senso, costituisce la drammatica caricatura della pervicace ostinazione dell’uomo stesso, la sua determinazione (qui è la spietata determinazione della chiesa) di edificare, nonostante la prevaricazione di forze universali a lui avverse, l’ideale Arca di Salvezza, di poter riuscire a fendere i flutti sempre più corrosivi del tempo attuale rafforzando le fiancate logore della propria allegoria.  
Cos’è questa Chiesa? Cos'è il pontefice? Essenzialmente l'emblema di un raffinato inganno.
E’ appunto su questo gioco rinnovato delle parti, sulla presunta prerogativa di rinascere dalle proprie ceneri come l’eterna Fenice mitologica, che la Chiesa da duemila anni consacra il proprio mandato (stabilito da un effettiva appropriazione indebita: la falsa Donazione di Costantino) consolidando nei secoli la sua immensa egemonia per la quale furono necessarie tre palesi e spietate Inquisizioni, nell'ultima di queste sappiamo, non fu estranea la regia gesuitica.
Ugualmente, saluto con animo sinceramente commosso Francesco I, la sua parodia redentiva malamente innalzata su una complementarità simbolica antichissima: la conciliazione zoroastriana del bianco e del nero, la loro reciprocità che determina i mutevoli valori chiaroscurali cadenzanti il moto (illusorio moto) delle Ere.
Le Ere, sulla loro vastità ora si ergono assai precariamente le molteplici religioni del pianeta, qui in Occidente, nel suo centro simbolico che è Roma, il pontefice ri-emerge, rinnovellato quasi da un “bagno filosofico” tornando a rendersi maggiormente umano e trovando perfetta rispondenza, per la sua identità gesuitica, nel proprio gemello nero, rappresentato non solo dall'attuale Generale dell'Ordine, ma da tutto il trascorso storico aberrante che dalla fondazione ne scandisce l'infame operato*attraverso un trasversale gioco di specchi oscurati, o di lenti allegoriche, prima d'ora mai sperimentato nella lunga storia ecclesiastica. 


*http://nwo-truthresearch.blogspot.it/2011/04/i-gesuiti-sono-dei-mostri-e-sono-gli.html

martedì 12 marzo 2013

Saturno, la clessidra, le Quattro Età dell'umanità


L’albero della vita è in sostanza l’universo stesso, maestosa pianta  ramificata le cui radici attingono nutrimento dalla ricchezza di un particolare “sottosuolo”  e le cui fioriture e fruttificazioni si svolgono periodicamente lungo il corso dei 71 cicli cosmici, (mahayuga) formanti una giornata (manvantara) durante la quale crescerà fino a divenire albero possente, per poi essere di nuovo inghiottito dal “sottosuolo” che la nutre, riassorbito dunque nella più fonda notte dell'universo. (Qui un esaustiva spiegazione http://www.pitagorici.it/forum/viewtopic.php?f=44&t=1160)
Secondo il calendario Indu siamo attualmente nel 5112 dell'Era Kali, primo mahayuga (l'insieme dei quattro yuga) della settima giornata (mahavantara) dell'attuale kalpa o giorno di brahma.
Alla fine di questo yuga (Kali-yuga) mancherebbero circa 415.000 anni umani.
Attualmente siamo, per il calendario indu, nel settimo manvantara del kalpa detto appunto varāha o cinghiale.
Questa immagine, quella del Cinghiale che si getta negli abissi per salvare la Dea perduta -voce o verbo o conoscenza, condizionerà tutta la manifestazione dell'attuale ciclo.
Mancano ancora sette giornate (manvantara) prima della notte di brahma.
L’Età aurea, da sempre collegata ad un periodo idilliaco è anche chiamata Satya yuga, dove Sat significa “essere”  “verità” “realtà” ed è indicativo il fatto che la radice Sat si ritrovi nella tradizione latina dell’età di Saturno che notoriamente è congiunta alla memoria di un periodo felice.
Dall'esame delle fonti, risulta che Saturno (tralascio volutamente ogni parallelo alla mitologia greca) era al tempo stesso la divinità rappresentante l'agricoltura, la civiltà, il benessere e le leggi, ed uno spirito infero e funesto.
Quest’ambivalenza, a prima vista contraddittoria, riporta il mito di Saturno su autentiche basi religiose, esprimendo lo stadio primitivo della religiosità da cui nasce il tema mitologico dell'eroe colonizzatore.
La doppia natura del dio trova la sua traduzione nel mito del re latino (egli è accolto esule da Giano e diviene con lui il primo re dei Latini, da cui discenderanno in tre generazioni Pico, Fauno e Latino, re eponimo), e nella data della sua festa, che è collocata al 17 dicembre, cioè anteriormente alla data del solstizio: dunque, in quella posizione allegorizzante la primordiale anticipazione dell'ordine germinativo emblematizzato nel Lazio dalla corsa rituale dei Lupercalia in onore di Faunus, stabilita nell'ultimo mese dell’antico calendario numano, cioè in una data che realizza i presupposti per il rinnovamento annuale.
Il dio si presenta quindi nel doppio aspetto di personalità benevola e funesta, che è proprio di colui il quale, per fondare le condizioni umane, deve muovere da uno stato antecedente all'ordine.
Affermandosi in seguito quale eroe dell'agricoltura, che è alle origini delle condizioni civili (Verg., Aen., viii, 314 ss.), e quale iniziatore dell'età dell'oro.
Nicola Turchi, il noto studioso di religioni avite della prima metà del secolo scorso, annota che la grafia più antica del suo nome è Săĕturnus, come è attestato dall'orcio votivo con su scritto Saeturni pocolom (sec. III a. C.; Corp. Inscr. Lat., I, 2ª ed., 449).
Gli studi recenti di etruscologia applicata alle origini romane tendono tuttavia ad escludere questa etimologia qualificata "popolare" e a far venire Saturnus (cfr. Voltur-nus) dal dio etrusco Satre, attestato dal fegato bronzeo di Piacenza, che sarebbe l'eponimo della gens etrusca dei Satre o Satria: tesi che in sé stessa non è da escludere a priori, sebbene sia più probabile che Satre sia il rendimento etrusco di Saturnus: essa merita ad ogni modo conferma in quanto non spiega l'arcaicità latina di questo culto in Roma.
Questa arcaicità è attestata dall'epiteto di pater dato a Saturno: Saturnus pater in Lucilio (framm. 21 Marx) e in talune iscrizioni; dal carme della vetusta corporazione latina del collegio sacerdotale dei Salî.
 La diffusione dell'astrologia babilonese nel mondo mediterraneo durante l'epoca imperiale, come a tutti gli altri dei, diede anche a Saturno un aspetto astrale identificandolo con il pianeta omonimo e anche con il sole notturno, e facendogli assumere caratteristiche diverse da quelle originariamente preavvertite nel mondo italico.
Secondo questa “nuova” interpretazione astrologica si spiega perché Servio (Ad Aen., I, 729) afferma che presso gli Assiri Bel sia detto Saturno e Sole e che nello Zervanismo il Tempo indeterminato (Zervan Akarana) sia detto saeculum e Saturnus .
La correlazione di Saturno alla clessidra unisce questa figura alla sovranità stessa del tempo, dove la clessidra*, appunto, emblematizza efficacemente l’idea di unità di tempo collegata alla manifestazione di un Ciclo Cosmico racchiudente le Quattro Età.
Appena capovolta la clessidra manifesta l’inizio del ciclo (satya-yuga) nel quale, benché lo scorrimento del tempo sia presente e la sabbia inizia a fluire nell’ampolla inferiore, sulla superfice non sembra avvertibile alcun significativo cambiamento, la materia appunto sembra immutabile.
La realtà di una tale situazione, ci appare sotto il segno della permanenza e i granelli di sabbia sembrano situati nello spazio e non in un tempo in grado di modificarne lo stato in maniera davvero significativa, del pari nell’Età dell’Oro, dove l’invecchiamento e la morte delle persone non sembrava incidere sulla situazione di un mondo che sembrava installato in una permanenza paradisiaca, dove il cosmo, pur rinnovato dai cicli temporali, non era alterato in modo ineluttabile dal tempo stesso.
Come nella superfice di una clessidra appena capovolta il piano è uniforme, così nell’età aurea coincidevano tempo e trascendenza, equilibrio armonico garantito dalla perfetta corrispondenza della realtà al simbolo divino. Ma, via via che la sabbia continua a scorrere, la situazione stessa del compartimento superiore viene a modificarsi ed il tempo, conseguentemente, arriva ad assumere un nuovo significato: oggi è evidente la precipitazione dei tempi congiunta a una forma di pensare essenzialmente schizofrenica.
*Desunto da Cicli cosmici: Tradizioni e religioni di Moreno Neri – pubblicato sulla “ la rivista dei Dioscuri Ottobre-Dicembre 2012

lunedì 11 marzo 2013

Le quattro Età


Per approfondire ulteriormente il tema delle Età dell'umanità, annoto per accenni, quanto attesta la tradizione induista in merito alla suddivisione delle diverse Età cosmiche, consapevolezza questa, parimenti riflessa nella stessa concezione esiodea delle quattro Età abbinate ai metalli: Oro, Argento, Bronzo, Ferro – quella attuale –
Il tempo è una trama duttile, il suo fluire, di cui è allegoria lo scorrere del fiume, benché regolare nel suo corso non è, come il fiume stesso, uniforme per tutta l’estensione della sua misura.
Platone, con una mirabile osservazione sensibile, nel Timeo, definisce il tempo come l’immagine mobile dell’eternità.
Nella concezione induista vi sono mahakalpa, alternantisi con i mahapralaya, formati da sette kalpa (i "mondi" delle etnie maya e hopi), alternantisi con i pralaya e sono i giorni e le notti di Brahma.
Un kalpa é formato da quattordici manvantara, le età dei manu (progenitori dell' umanità), che é formato da settantuno mahayuga contenenti quattro yuga ciascuno e che sono krita o sathya, treta, dvapara e kali.
Per le nostre reali coordinate cosmiche noi ci troviamo nel settimo manvantara, nel quinto mahayuga e alla fine del quarto yuga; dunque dire che noi siamo nel quarta età (maya), quinto sole (aztechi), quarto mondo(hopi) e settimo manvantara (indù) o ciclo del ferro esiodeo, non é contraddittorio, ma si riferisce a suddivisioni diverse dello stesso calendario universale.
Ovidio canta l’età dell’Oro nelle sue metamorfosi, paragonandola idealmente ad una eterna primavera, dunque l’età d’Argento sarebbe l’estate, la Bronzea l’Autunno e quella del Ferro l’inverno.
Come recitano i testi indù: “Quando regnano l’inganno, la menzogna, l’inerzia, il sonno, le malefatte, la costernazione, il dolore, la confusione, la paura, la tristezza, questo è chiamato Kali-yuga che è solo tenebroso…”
Cui fa eco ancora Ovidio, nelle Metamorfosi, narrando dell’Età del Ferro: “ D’improvviso, in quest’epoca di tempra peggiore, irruppe ogni empietà; fuggirono il pudore e la sincerità e la lealtà, e al loro posto subentrarono le frodi e gli inganni e le insidie e la violenza e il gusto sciagurato di possedere. Si spiegavano le vele ai venti che il marinaio ancora conosceva appena (chiara allusione all’andare avanti in nome di un progresso che intimamente non ha reale cognizione di sé) i legni che a lungo erano rimasti sugli alti monti danzarono sui flutti sconosciuti. Sul suolo, prima comune a tutti come la luce del sole e l’aria, con cura l’agrimensore tracciò lunghi confini. E non soltanto si pretendeva che la terra, nella sua ricchezza, desse messi e alimenti, ma si discese nelle sue viscere, e ci si mise a scavare i tesori, stimolo al male, che essa aveva nascosto vicino alle ombre dello Stige. Così il ferro pernicioso e l’oro più pernicioso del ferro furono portati alla luce: ed ecco, compare la guerra, che combatte con l’uno e con l’altro e squassa con mano insanguinata armi crepitanti. Di rapina si vive…”
Vi fu il diluvio di Satyavrata o Vaivasvata tra il mahayuga precedente e il nostro e vi sarà un incendio universale alla fine del nostro manvantara.
mahakalpa
kalpa (giorno di Brahma)
manvantara (regno di un Manu)
mahayuga
19.880.000.000 (?) mahakalpa (100x2 kalpa)
99.400.000  (?) kalpa (14x2 manvantara)
3.550.000 (?) manvantara (71 mahayuga)
50.000 (?) mahayuga o chaturyuga (4 yuga)

che si risuddividono in:

krita yuga: dove la parola krita significa 4
treta yuga: treta significa 3
dwàpara yuga: dwàpara significa 2
kali yuga: dove invece solo la parola kali significa: oscuro, tenebroso dando per sottinteso il suo valore numerico che è pari ad 1

rapporto, questo essere certo di 4-3-2-1, ossia l’inverso della Tetrakys pitagorica 1+2+3+4 = 10 e non a caso posta a misura ideale delle dinamiche universali.
Ho messo i punti interrogativi tra una durata temporale e l’altra poiché il conteggio esatto degli anni non può essere certo, la dove s’individua la durata dell’ultimo yuga in 5160 anni, forse si erra per stima di difetto.
Ciò che è sicuro e riportato dalle rispettive tradizioni Orientale e Occidentale, esse stesse diramazioni dell’unica Primordiale, la durata di ogni sotto periodo (yuga) è di 3/4 la terza, 2/4 la seconda, 1/4 la quarta rispetto alla complessiva durata della prima, dove il trascorrere del tempo non è quasi avvertibile nella dimensione materiale.


http://www.altrogiornale.org/news.php?extend.6071.1