martedì 26 marzo 2013

della tensione eroica e poetica



Non si potrebbe smentire troppo agevolmente l’asserzione che l’epoca attuale, nonostante l’evidenza meccanica delle molteplici successioni cognite su cui si erge l’ingannevole dimensione del “prodotto” industriale (assai infida perché insensibile), si presenti, in fin dei conti, come l’età più enigmatica di tutta la storia: qui l’uomo s’è miseramente smarrito molto di più di quanto non fosse smarrito Giobbe immerso negli assalti dei suoi deliqui.


Il delirio di Giobbe è per l’appunto un delirio profetico, dunque, santamente eroico, puramente sacrificale.

Lottando con l’Angelo, Giobbe ri-afferma la radianza dell’enigma umano, spandendo attorno a sé il bagliore sacrificale di un intuito innato e originale: il bagliore di una virile e nobile grandezza insita nell'uomo, (preservata nonostante la manomissione che abbiamo dovuto subire dal demiurgo) ma la cui luce oggi rischia di spegnersi.

Dei maggiori antichi, pertanto, considero unicamente la traccia o direzione di una tensione interiore sensibilmente tramandata, che sostiene l’agire illuminando la vita d’ogni giorno fin nell’estensione stessa del sogno; riferendomi idealmente alla potenza evocatrice del presentimento e perciò, della Visione.

Visione erompente dall’impasto vivo della realtà apparente, in cui fermenta per dilatarsi accrescendo il valore della vita, che per essa s’illumina, rendendo il nostro cuore squisitamente tenero, ricolmo di pietà, (che non e' pietismo) dunque, massimamente centrato e forte, che fa divenire l’esistenza massimamente coraggiosa e valorosa in quanto ricolma del senso di Amor.

La misura immateriale dell’enigma, riguarda l’insolvibile rapporto tra la causa e il sintomo di una condizione che vede l’uomo confrontarsi con una volontà astratta a lui preesistente, stabilmente fondata nell’orbita dei mondi, nel calore delle stelle, materializzata, appunto, nel presentimento ispirato dai simboli poetici e dalla stessa coscienza; motivata a ricercare (valore della reminiscenza) un efficace riscatto da ciò che intimamente la ottenebra.

Per il cosiddetto progresso, ogni idea o evocazione della dignità umana costituisce un pericolo da rimuovere. Unicamente su questo significato di rimozione definitiva della dignità, che s’innesterà la funzione del microchip presto innestato nei nostri tessuti; che per questo non saranno piu' ingenui.

I nuovi "pastori di anime" disprezzano il gregge dei fedeli-cavie e temono il risveglio dell’Uomo, temono il riconoscimento sensoriale del mistero divino realizzato dall’Uomo libero in se stesso e soprattutto da se stesso.

Temono colui che aspira di realizzare quanto l’allegoria del Cristo prefigurò accadere nell’uomo smarrito nell’estensione del presente Ciclo, esaudendo in sé la vastità del mistero sacrificale, il quale, in definitiva, riguarda la sostanza stessa del mistero maggiormente antico e che coinvolge l’equivoco più terribile (quello di Amor).

Rimuovendo le contraffazioni dall’originalità del messaggio profetico, comprenderemo che solo determinati ‘esercizi di pietà’ possono consentire all’uomo di travalicare i cancelli dimensionali interposti tra un Età e la sua direzione metafisica.

La Redenzione dovrebbe essere la nostra unica aspirazione e la Redenzione, in sostanza, significa la più remota e formidabile forma d’eroismo esprimibile nell’universo.

La Redenzione è perfetta intonazione all’eco del Verbo originario, dell’atavica intonazione ora trasmutata in muta angoscia.

Siamo intimamente irrigiditi da un’oscena contrazione della psiche, ibridati con i composti sterili di un globale esperimento che mira a rendere infeconda la nostra presenza alla vita.

Cos’è questo progresso? Una greve offesa della bellezza e per questo si dovrebbe omaggiare fino all’ultimo istante l’intelligenza poetica; rendergli omaggio fino all’ultimo istante dell’esistenza, invocando dal fondo di una tenebrosa profondità l’aura soprannaturale della fioritura mistica che è avvinta all’imperscrutabile esigenza di rinnovamento della bellezza unita alla fatalità stessa del suo appassire.

“Sempre mi assedia questo simbolo o presagio della nostra fragilità, con un’angoscia che si stringe tutta nel punto della fine, senza intravedere orizzonti di rinascita. Omero conosceva una divina serenità dello sguardo che io ignoro: coglieva i ritmi immutabili che scandiscono il ritorno senza fine delle generazioni, la rassicurante certezza che alla morte subentra ancora – in un giro infinito – la vita”.

(Mimnermo)


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