martedì 2 aprile 2013

dell'amore e della morte


Calcando le scene logore di un ideale teatrino immaginario, il folletto macchina, mosso da una curiosa melodia dalla sonorità metallica, si agita in un balletto forsennato. Stando fermo sul posto muove velocemente le gambette avanti e dietro, vorticando contemporaneamente le mani e gli avambracci non staccando mai i gomiti dal tronco incurvato.
Dal retroscena della confusa rappresentazione, in sottofondo, non sapendo bene come, una remota vocetta femminile (presumibilmente una voce anziana) diffonde fiocamente il canto dolente di un singolare ritornello, simile a quello delle nenie di antiche filastrocche:

Son cent’anni che dura il sonno
greve sonno tutti ci colse
presso i cipressi notturni
chi ha mai veduto gioire la luna?

chiara è la luna e lontano si perde la strada
interrotta sul promontorio affacciato sugli abissi del mare
mutato è il confine del bosco
immagine confusa di sogno
son cent’anni che dura il sonno

Questo per dire nulla, la mia è una sorta d’improvvisa, quanto debilitata, suggestione cabirica, è un’impressione marginale protesa sul non-senso dei tempi.

E’ importante ribadire che l’uomo è Mago = magno purificatore, e destituito, come oggi è, di questa sua prima prerogativa si smarrisce nella caligine della sola ragione.

E’ anche bene che ogni giorno si pensi con pensiero lieve alla morte, è un evento magico molteplicemente ingannato da forze a noi contrarie.

Vedevo in un libro la riproduzione di una xilografia della prima edizione illustrata del Decamerone (Venezia1492) in cui Amore e Morte rinnovano la loro sovranità sull’esistenza umana, segnando il destino dei due amanti Simona e Pasquino.
Così come riporta il Boccaccio nella languida ma drammatica novella, (IV.7) dove dopo un convegno d’amore, la morte (greve sonno) è data dal veleno di una pianta benefica del giardino ma contaminata nelle foglie dai miasmi di una oscura bestia immonda.
Qui la Salvia è l’erba purificatrice che porta con sé l’impronta del maleficio. In sostanza, chi attenta alla nostra integrità?

E’ la dimensione magica che satura di drammaticità l’apparizione dell’uomo nel piano universale.

Apparizione, possiamo affermare con certezza, allegoricamente incastonata nel foro della ruota zodiacale determinante il profondo significato simbolico della struttura fisica del cosmo e insieme la sua figurazione spirituale.

L’universo fu avviato, sorretto, dal Verbo. La cosmogonia medievale, il suo pensiero cromaticamente costellato di meravigliose immagini, al pari di un incantevole arazzo finemente intessuto, per mezzo di una mutevole visione d’incanto che è rivelazione stessa dell’anima, intese l’interiorità dell’uomo accesa di tutti i colori dell’iride, come stagliati e innalzati sullo sfondo di un’eterna tenebra.
L’intero universo è transitoria emanazione ardente rinnovata sull’istante infinito.





 

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