mercoledì 2 ottobre 2013

il Nome e l'Intelletto



Noun = nome è assonante a Nous = intelletto.
Molto sinteticamente, l’etimologia di Nous deriva dal verbo "no eo" ossia “io vedo”, che nello sviluppo semantico rappresentato dai poemi omerici, il concetto di “noèin” sarebbe più strettamente legato al senso di visione, veggenza.
Secondo l’originario uso della parola, noèin, indicherebbe come il fiutare del capriolo che "scova" qualcosa, nel senso di "qui c’è qualcosa" ossia, di riconoscimento intuitivo (reminiscenza) cui l’olfatto è intimamente correlato. Il nùs, (nous) consisterebbe nell’immediatezza del trovare, pari a una folgorazione intuitiva.
Il nùs è pensato da Anassagora come una materia finissima che raggiunge e penetra tutto (Fedone). Esso, per così dire, annusa tutto perché è presente in tutto, senza mai essere mescolato con alcuna cosa.
Questi qui riportati sono tutti segni, (sèmata) sparsi, o meglio, disseminati come semi, appunto, sulla via dell'esistenza e noi, talvolta, ne possiamo ancora riconoscere la debole ma pur sempre significativa germogliazione che ancora si rinnova su questa terra contaminata.
In Parmenide, che fu iatromante = guaritore-veggente iniziato al culto di Apollo, il noèin non è inteso in alcun caso come un pensare solo sistematico, ma bensì esso è propriamente inteso come il riconoscere, cogliere, scorgere, scoprire, percepire. 
Nel noèin, si aggiunge al percepire la comprensione interiore di ciò che è percepito. 

Come tale, il noèin sta in uno speciale, intimo rapporto con lo èinai che è dialogo sull’essere: inteso non come mero ragionamento, ma percepito come una devota, quanto profonda, interrogazione in se stessi la cui finalità è la dilatazione della coscienza oltre la dimensione fisica del Cosmo. Il fine è pervenire all’essenza più intima della quiete.
L’importanza che i Greci davano alla parola era grande e colui che era capace di dominarla era considerato in possesso di un dono divino. Dominarla, significava trasmutarla, infondere la trasformazione nel lògos stesso, innalzandone il significato in pura poìesis, che significa contemporaneamente “poesia, canto” e al contempo “azione, creazione”.
Superata la Porta che segna i cammini della Notte e del Giorno, Parmenide si trova catapultato al di là del mondo della logica umana, ed entra nel reame del mito e del paradosso. In quel luogo (o meglio, in quel non-luogo), che rappresenta il raggiungimento dell’ epopteia, il filosofo incontra una misteriosa entità, chiamata semplicemente “la Dea”. In tutto il poema non è mai rivelato il suo nome.
Questa la natura segreta della divinità, della sua emanazione misterica, forza cosciente applicata in terra dove attraverso l’uomo per mezzo del lavoro ispirato giunge a realizzare il senso felice dell'opera, che diviene “creazione”, ossia, punto mediano tra contemplazione e azione. Il progressivo dissolvimento o ribaltamento di tale significato propriamente aureo, offuscato dagli atti massimamente irrituali della società odierna, testimonia la prossimità della fine di un mondo storico. Una realtà che ha originato dalla memoria ancestrale della “caduta” e che ha collegato la necessità dell’idea creatrice all’agire umano, quale unica possibilità di riscatto offerta all’uomo del presente Ciclo.

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