lunedì 18 novembre 2013

Sulle figure allegoriche di Lia e Rachele nell'ultimo canto del Purgatorio di Dante (aggiornamento)






Ciò che attualmente accade sembra superare le nostre aspettative al peggio.

La materia sta dissolvendo i suoi prestigi in una sorta di nulla manovrato da un potere nichilista per derivazione dei suoi contenuti, che sono formati dal nesso di ciò che è più meschino a quanto occorre a suggestionare le nostre menti. I soli voli chimici perpetrati pressoché quotidianamente da aerei non ben identificati nei cieli di mezzo pianeta, oltre a rilasciare veleni offuscano progressivamente e subdolamente il nostro orientamento intimo, ma ciò che disorienta maggiormente è l’indifferenza moltiplicata delle persone, la cosiddetta massa, di cui tutti facciamo parte e tutti oscuramente de-qualificati nel volgare appellativo di consumatori.

Il degrado architettonico precede solo di pochi decenni la deriva di tutti quei pregi che ci qualificano appunto come uomini. L’assuefazione al disumano è quasi completa e questo è funzionale al compimento del giro involutivo previsto per il corso dell’Età attuale, (Kali-yuga) ma nonostante ciò credo sarebbe opportuno, benché possa sembrare apparentemente insignificante, tenere desta la memoria su chi siamo nel tentativo di recuperare la nostra identità meta-storica, come necessaria contrapposizione ad ogni tentativo di condizionamento che mira a livellarci ad un solo significato esistenziale, sia esso materiale (industria-consumismo, produzione sterile) che mistico, (new-age) nei contenuti di una pseudo spiritualità a buon mercato incoraggiante la vaghezza interiore, l’abbandono indistinto, l’indistinta diluizione dei sensi in un nirvana artefatto, pensato ad arte per annullare la Vera e significativa eredità misterica del mondo arcaico e antico, che è l’unica sorgente cui attingere la comprensione della nostra multiforme natura; l’unica miniera da cui estrarre, seppur parzialmente, le modalità operative atte a convertire un cammino esistenziale altrimenti destinato ad affondare in miserevoli imbrogli.

Per caratteristica naturale noi siamo predisposti a fiorire interiormente, a far nascere ciò che Proclo chiama il “fiore dell’essere”, la schiusa del germoglio d’amore che solo porta alla Verità – Alétheia – il cui significato arcaico è letteralmente “non – oblio”, al superamento del fiume Lete.

Ricerchiamo con passione il nutrimento della fede ardente, dell’incandescenza bianca capace di trasmutare la materia elevandola in dimensioni inesprimibili con le sole parole.

Dalla necessità fisica allo stato di Grazia intercorre l’attuazione di un procedimento che prevede l’immersione nella materia e da qui appunto l’idea o suggestione che fa dire a Dante: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura” e dunque dell’esistenza di una specifica “Grammatica operativa” valida a stabilire le fasi che scandiscono un cammino di crescita spirituale ora seppellito dal crollo di più Civiltà e del quale è possibile riesumare unicamente preziosi frammenti di tracciato, utili a rammentarci l’identità, la direzione di uno specifico valore operativo che fu propriamente “artigianale” tanto nella speculazione che nell’operatività.

Qui estendo nel senso più ampio ciò che il termine “artefice-artigiano” significa e che pare essere svanito - cosa questa mai accaduta prima nella storia - dalle nostre manifestazioni di volontà ormai involute a sterili soluzioni concettuali, relegate al senso aberrante di una produzione solo meccanica, il cui significato allegorico rimanda alla più evidente delle manifestazioni sataniche mai occorse e culminata in quel processo di conversione o ulteriore frammentazione o diluizione sintetica della realtà disposto nella nuova era della digitalizzazione.

 Quella che segue è una semplice considerazione su alcuni aspetti presenti nella struttura della Divina Commedia, una valutazione, credo, fatta al lume del buon senso, che spero possa contribuire a rischiarare “le segrete della nostra cripta”.

Altri assai meglio preparati di me ne hanno trattato e altri ancora potranno con maggior cognizione ampliare il senso di tale ricerca.

Dante ri-vela (vela nuovamente) il principio divino e multiforme dell’essenza universale e del labirintico percorso che noi siamo chiamati a svolgere, governati da forze sorde e i primi bisogni materiali provvidenzialmente mitigati o meglio si direbbe convertiti da impalpabili ispirazioni.

L’intelaiatura ermetica del Poema di Dante emerge dalle esplorazioni che ne fecero Perez, Pascoli, Ricolfi, Rossetti, Valli, ciò che definisce la sostanza del mistero insolvibile è la traccia stessa di un cammino esistenziale lambito da confini metastorici la cui continuità sussiste grazie all’enigma di Amore, forza invisibile ma non insensibile ai nostri atti e che da sempre muove l’uomo all’intuizione della dimensione sovrasensibile.

Nella concezione cristiana di Dante sono escluse la ciclicità e la reincarnazione e tutte le anime purganti bevono ai due fiumi – indubbiamente per il tramite di Matelda – il Poeta come Enea vi reca il suo corpo ancora mortale ma al contrario dell’Eroe troiano, egli beve alle acque di tutti e due per ascendere al cielo.

I fiumi sono l’Eunoè e il Leté, quest’ultimo preso dalla mitologia precristiana, la parola greca che da il nome a questo fiume significa oblio, appunto rendeva le anime “immemori al tutto di sé e d’altrui spoglie d’ogni coscienza e cieche d’ogni lume di cognizione distinta”.

Nel Poema di Dante il Leté fa dimenticare i soli peccati, libera da ricordi tristi, desolanti, le sue dolci acque diluiscono l’amarezza di chi visse nell’errore contribuendo perciò alla perfezione di quella beatitudine verso cui le anime stanno ormai per spiccare il volo (Purg. XXVIII).

Platone – Replub. X, 621 - sostiene che le sue acque fanno obliare alle anime ritornanti nella dimensione materiale la loro precedente incarnazione e questo è un passaggio obbligato per chi intende rinascere a nuova vita; non si può omettere di rilevare una tradizione più antica, risalente ai misteri orfici ed eleusini che informa della sorgente di Mnemosyne = la memoria, che dona il risveglio e lo splendore del lignaggio divino; memoria peraltro emblematizzata dallo stesso melograno sacro a Demetra.

Si rivela essenziale svelare il significato allegorico delle due figure femminili, Lia e Rachele, che appaiono in forma di visione al poeta nell’ultimo canto del Purgatorio.

Esse si personificano come custodi del limes separante il Purgatorio dal Paradiso.

Giovanni Pascoli così scrive:

“Nel Convivio Dante prende, a raffigurarle, le due persone evangeliche di Marta e Maria; nella Comedia, quelle bibliche di Rachele e Lia. In vero dopo la purificazione nel fuoco, egli vede Lia che si guarda allo specchio, e Matelda che ha gli occhi, non più deboli, ma luminosi. Beatrice, d’occhi incomparabilmente vivi, poiché con la vista di essi ella lo alzerà di spera in spera, Beatrice siede con l’antica Rachele.

Ebbene, ecco una esposizione delle vicende di Lia e Rachele intese misticamente.

Le due mogli libere di Giacobbe significano il nuovo testamento dal quale siamo stati chiamati in libertà.

Né sono due a caso. «Sono due, perché due vite a noi sono dimostrate nel corpo del Cristo, una temporale, del lavoro; l’altra eterna, della contemplazione. L’una il Signore rappresentò con la passione, l’altra con la risurrezione.

I nomi stessi di quelle donne ce ne fanno fede. Lia vuol dire laborans, Rachele visum principium, ossia il Verbo dal quale si vede il principio. L’azione della vita umana e mortale, nella quale viviamo ex fide, facendo molte laboriose opere incerti come siano per riuscire a pro di coloro cui vogliamo provvedere, è Lia prima moglie di Giacobbe; e perciò si narra che fosse d’occhi infermi, ché i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro provvidenze.

La speranza invece dell’eterna contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità, è Rachele: ond’ella è ancor detta di buon viso e di bella figura.

Ogni piamente studioso ama costei, e per lei serve alla Grazia di Dio, dalla quale i nostri peccati, anche se fossero come il fenicio, sono fatti bianchi come neve. Ché Laban, cui Giacobbe servì per amor di Rachele, s’interpreta dealbatio»...A questo punto nessuno, credo, dubiterà più.

L’argomento della Comedia è la rinunzia alla vita attiva, a Lia, e l’adozione della vita contemplativa, di Rachele.

Abbiamo osservato che, nella Comedia, la vita contemplativa contiene l’attiva; che, cioè, l’attiva dispone alla contemplativa; che non ha Rachele chi non prende Lia.

E abbiamo veduto che ciò esprime Dante facendo che Lia, quand’esso è nella vita attiva convenevolmente esercitato e purificato, non ha più deboli gli occhi; ché ella si specchia e Matelda raggia...egli (Dante) trovava coincidente con l’attitudine alla vita contemplativa la perfezione della vita attiva? e doveva trovare Lia a specchiarsi come Rachele? e trovava in Matelda gli occhi luminosi di Beatrice?.” (1)



Questi nomi e allegorie conservano un significato strettamente annodato al senso dell’antica Disciplina, pervenirne il senso più intimo vuol dire riannodare l’esistenza alla trama di un tessuto sapienziale per un fine che non è mera erudizione ma che deve convertirsi in calore vitale.

Qui noi possiamo ritrovare parte di quelle modalità operative che ci sono necessarie per contrastare i bassi psichismi siano essi sottili che densi irradiati dall’odierna Grande Parodia, l’attuale Sovversione Acrilica che progressivamente ha reso l’apparato Statale un entità massimamente astratta e demagogica, assolutamente estranea al senso più autentico della Res-Pubblica.

L’avvelenamento sistematico delle idee e dei corpi attualmente è l’unico compito che sembra essere pienamente esaudito dallo Stato (da tutti gli Stati) attraverso l’impiego sempre più massiccio della chimica avanzata, della microingegneria e dell'elettromagnetismo artificiale scansionante i ritmi sconnessi di frequenze massimamente incoerenti o disarmoniche.

Questa materia rimodellata artificialmente sembra non essere più predisposta per accogliere o alimentare la scintilla del Vate, questi nuovi volumi indifferenti alla vita che gli sta attorno non sono idonei a propagare l’eco dell’originaria intonazione.

Il nostro è l’ultimo strenuo - seppur vano sul piano esteriore - tentativo di non cedere all’attuale manipolazione artificiale della vita.

Dante con sublima arte ci avvisa che la maggior fatica per l’animo, una volta aver intuito il senso di realtà superiori, è quella di ricondurre il proprio agire veicolato dal corpo fisico ad una condotta etica capace di onorare la verità umana e naturale e non a caso fa pronunciare a Virgilio, ideale figura di Maestro e Vate incarnante quelle medesime tensioni liriche che fondarono l’identità di Roma nella storia ancor prima del suo dominio militare, i seguenti versi:



“Tratto t’ho qui con ingegno e con arte

lo tuo piacere ormai prendi per duce

fuor se’ dell’erte vie, fuor se’ de l’arte”



Virgilio dice: tu sei fuori dall’erta via, tu sei fuori da ogni arte, e ciò è significativo, poiché l’arte (qui intesa nella sua accezione più ampia) – atteggiamento o predisposizione rituale - è mezzo di cui occorre avere massima cognizione affinché possa compiersi l’opera redentiva e trasmutatrice delle molteplici espansioni e contrazioni dell’animo, convogliate verso un fine inesprimibile, ma ugualmente percepito come sublime e tale soglia o preludio di transito o salto di frequenza è annunciato appunto da Lia.

Costei siede in un prato luminoso dove intreccia ghirlande, un luogo ideale che si riferisce pur sempre alla dimensione materiale, corrispettivo positivo dell’Oscura Selva, a ribadire il fondamento luminoso del Creato.

Lia e Rachele personificano la duplice Via iniziatica, regale e sacerdotale, in cui l’adorazione ravviva nell’intimità della persona il significato dell’operatività ritualmente intesa, di quella Sacra Disciplina necessaria al corretto svolgimento dell’esistenza, ad acuire la percezione del numinoso quale tessitore del Fato e Compositore del tempo, che ci destina per questa via ad accrescere la nostra natura altrimenti destinata a smarrirsi nell’oscurità indistinta allegorizzata dalla Selva dantesca.

Non a caso Labano, che in ebraico significa bianco, è il padre di Lia, riassume in sé il motivo della corrente vitale operante nel Cosmo e dunque della spiritualità nella coscienza umana, della sua necessità convertita nel mondo sensibile, dell’urgenza del fare per realizzare mediante l’arte, dell’agire rituale che innalza o trasmuta il lavoro in Opera.

Nel prontuario delle rad. accado semite che si trova nel diz. etimologico della lingua ebraica restituita al suo fondamento ermetico di F. D’Olivet, alla rad, LB (Labano) è intesa ogni attività interiore generativa, il puro desiderio in atto, il fuoco vitale e nel senso estensivo al segno di tale radicale è relazionata l’immagine stessa del cuore, di tutti quei motivi che riguardano questo centro di vita sede della vera intelligenza e congiunto ad esso il coraggio = cor-ago – cor = cuore – ago = agone, lo spazio rituale adibito alla lotta, allo scontro che ognuno di noi deve sostenere rivolto alle tenebre e ombre interiori.

Lia è la traduzione dell’enigma attraverso il Mestiere, la Poesia – mestiere è assonante a mistero –

LI – LN sottendono ogni idea di coesione, annodamento, legame universale, difatti Lia nella Divina Commedia intreccia gambi di fiori su un prato luminoso, rafforzando in ciò il significato legato a queste due radicali che indicano l’azione sprigionante la potenza divina intesa come movimento vitale interno alla materia, figurativamente riconducibile all’immagine di una perla.

Tale relazione richiama alla memoria lo stesso sostrato teologico dell’antico Iran Zoroastriano, confluito nella sapienza islamica assieme alle concezioni neoplatoniche, dove nel testo sacro Ismaelita dell’Ummu’l-Kitab (2) : “i mari di luce” – chiara allusione all’oceano celeste – si vuole che l’abissale vastità universale celi nelle sue profondità, al pari del mare terrestre, la perla che è emblema del germe igneo traduttore in noi dell’ispirazione sacra e tale fu, benché diversificata, la visione orfica che vedeva l’uomo formato del germe divino impastato assieme le ceneri titaniche.

Così la perla nel mito Ahl-i Haqq, rappresenta il coagulo della forza luminosa e divina operante in noi e appunto così credo sia la Lia in Dante.

Ecco pertanto restituito il senso profondo del nostro stare e della “distonia” che lo stolido, profano ottimismo moderno genera nelle nostre coscienze e che riflette nel nostro agire.

La Tradizione cui fa riferimento Dionigi l’Aereopagita, cui si riferisce l’impronta teologica di Dante, affonda nel limo fecondo della spiritualità arcaica mediterranea, all’intuizione orfica dei viaggi ultramondani che sancirono la definizione di un “aristocrazia mistica” comune a tutta la tradizione ermetica, quale eredità preistorica del mondo sciamanico, formato da molteplici storie e viaggi di anime incarnate partecipi del divino e che necessitano l’attraversamento di questo labirinto terrestre, d’affondare negli inferi già in questa vita e risalirne per compiere il proprio cammino di Conoscenza e perfezione.

(nota1)

Da rilevare, infine, che Dante descrive Lia come giovane e bella, mentre secondo il testo biblico essa era liippis... oculis («dagli occhi malati», Gen., XXIX, 17)

Questo difetto della vista di Lia, scrive Pascoli, fu di principal momento a determinare il significato mistico di lei in comparazione della veggente sorella. Ora Dante raffigura, in sogno, Lia che dice:

Per piacermi allo specchio qui m’adorno: in un atto che è di contemplazione, perché la sua sorella Rachel mai non si smaga del suo miraglio, e siede tutto giorno.

Come mai quest’altra Lia, che è Matelda, quelli occhi che avrebbero a essere lippi, li ha tali che non credo che splendesse tanto lume sotto le ciglia a Venere ...?  (Pur. XXVIII 63 segg)

Così, (commenta sempre Pascoli) la vita attiva sta diventando contemplativa; è già disposta alla contemplazione. Dante ha, con l’esercizio delle virtù morali, acquistata, attraverso il fuoco dell’ultimo peccato, la mondizia della vista. È disposto a vedere. Non è così? È così. Perciò Lia si piace allo specchio e perciò Matelda ha gli occhi luminosi. E Dante, se s’interpreta il simbolo, è Dante medesimo in loro, che ha stenebrato gli occhi infermi, e già è per contemplare.

I nomi stessi di quelle donne ce ne fanno fede: Lia vuol dire laborans, Rachele visum principium, ossia il Verbo dal quale si vede il principio. L’azione della vita umana e mortale, nella quale viviamo ex fide, facendo molte laboriose, opere incerti, come siano per riuscire a pro di coloro cui vogliamo provvedere, è Lia prima moglie di Giacobbe; e perciò si narra che fosse d’occhi infermi, ché i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro provvidenze (Sap. IX 14). La speranza invece dell’eterna contemplazione di Dio, speranza che ha certa e dilettevole intelligenza di verità, è Rachele: ond’ella è ancor detta di buon viso e di bella figura.

In pieno Rinascimento, Achille Bocchi nei suoi symbolicae quaestiones, in particolare il commento al simbolo XXIII del I libro e il XXXVI, aiuta ulteriormente a dipanare il senso nascosto dei nostri motivi esistenziali maggiormente reconditi, sui quali appunto è costruita l'allegoria stessa di Lia e Matelda, quando scrive: “L’Arte sapiente gareggia come può con la natura, anzi la vince, purchè la sostengano esercizio ed assidua cura / Come può conoscere la misura delle cose chi non conosce la misura di se stesso? / Chi è mai questa splendente fanciulla dagli occhi lucenti? È l’Arte (che è pura tensione felix). Nulla infatti suscita maggiormente la forza dell’ingegno quanto una consapevole virtù (Virtù reale e assolutamente antitetica all’intendimento del tempo attuale) . Riprendendo dunque l'allegoria in Dante, vediamo Lia seduta su di un prato delizioso mentre intreccia ghirlande fiorite, il suo, di fatto, è un esercizio avvolgente e spiraliforme, per il quale stabilisce il centro vitale del Creato, riflesso nel microcosmo individuale, raffigurato dall'intreccio fiorito che è la stessa cinta allegorica della misura umana riscattata da un senso solo materiale: Ella (lippis oculis) ricerca il Vero, Matelda trova (svela) il Bene. Il Poeta trova dentro di sé la Sapienza, (Beatitudine – Beatrice) non prima d’aver esplorato attentamente il mondo esterno nei molteplici significati allegorici per i quali, accortamente, riconosce il suo fine.

Non è semplice ars, questa che affronta la natura, ma ars docta e conscia virtus; e cioè scienza nel significato eminentemente platonico di conoscenza dell’“uso” e della “naturale costituzione dell’oggetto costruito”. L’artista pertanto è artigiano (artefix) di ciò che appare, non artefice del modello quale solo il Dio è, ma autore di una tra le sue molteplici rappresentazioni.  Esclusivamente attraverso l’intuizione felice (allegorico colloquio con le Muse) può compiersi l’elaborazione dell’opera per la quale si perviene al maggior senso creativo e generativo, (un idea questa assolutamente distante dal significato degradato di "concetto" e "concettuale" modernamente intesi) riuscendo a pervenire (per opera dell'intuizione felice, dunque della chiara reminiscenza) al più antico enigma attraverso cui la divinità opera nell’universo. Il cosiddetto “procedimento artistico” (termine questo divenuto assai ozioso) in realtà riguarda la centratura integrale dell’uomo, il cui corpo esteriore diviene, per usare un espressione della mistica ebraica, effettiva custodia-fodero della virtù, laddove il raggiungimento del Sommo Bene passa attraverso l’azione concreta, l’attività pratica e la fatica (ermeticamente intesa) quale recondita necessità occorsa ai motivi fondanti la nostra discesa nella densità materiale.  

Benché oggi sembriamo fortemente menomati nell’intimo, in cui si rivela l'assenza pressoché completa tutte quelle facoltà trasmutatorie in grado d’infondere il senso più profondo al nostro agire quotidiano, (per questo massimamente scomposto) la coscienza a ogni modo dovrebbe aver comunque presente che la memoria delle Origini affonda nella fertile ricchezza del terreno mitico, dal quale ogni significativa fioritura delle più diverse civiltà apparse sulla faccia del pianeta ha attinto la propria sostanza, disseccandosi miseramente quando alle radici ne è venuta meno la giusta prossimità.   





(2) Ezio Abrile “I fedeli di verità”




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