lunedì 30 dicembre 2013

La notte cosmica nell'orto degli ulivi


I misteri dello spirito possono considerarsi la felicità della materia? Quale impulso profondo dissuade gli atomi elevandoli in pensiero puro, ispirazione restituita all’attenzione universale? L’immaginazione germoglia nella trepidante sospensione di un’aumentata vitalità ridestata nel profondo della vita stessa. L’universo è permeato dell’imperscrutabile influsso di una rilevante sovracoscienza, (energia è medesima cosa di coscienza) che avvia le molteplici tensioni della nostra anima, come necessità recondita della vita di rivelare se stessa in se stessa, avviando dal nucleo espanso dell’immaginazione profetica ogni possibile estensione poetica della coscienza e le stesse forze demoniche, fluttuanti attorno l’enigma pulsante della nostra umana consapevolezza.   


Non potremo forse asserire che l’uomo rifulge interiormente di una particolare luce che è tutta sua propria? Anima è soprattutto memoria onirica della morte, sua preveggenza, volontà di vedere oltre la morte stessa; debole chiaroveggenza, in cui idealmente si riflettono le danze estatiche degli spiriti più antichi.


Smarrendo il culto per gli antenati, il rispetto dei luoghi da loro consacrati e deputati a custodire la memoria dei non ancora nati, noi abbiamo diminuito ad una misura sempre più insignificante la bellezza del mondo e le brillanti trame dell’anima, rileganti la coscienza all’unico principio utile su cui fonda il nostro effettivo valore esistenziale. La morte è un accadimento fisico ma anche e soprattutto un evento simbolico
Chi svanisce si connette idealmente all’umanità perduta, annodandosi ad un disteso vincolo di dissolvenze inabissate nelle profondità incognite del primo oceano.
Ciò che permane nei fondali del primo oceano come enigma maggiormente profondo è un nucleo poetico, la proverbiale perla di luce, deposta negli abissi dell’essere.   
Privati del sentimento interiore di questa misteriosa immersione sussistiamo come esseri davvero superficiali e disprezzabili.
Nell’attuale Kali-yuga, in un certo senso, essendo nati già nelle oscure profondità inesplorate dell’Eone, dovremmo necessariamente anche aver sviluppato, come i pesci degli abissi, una qual certa facoltà auto illuminante. In tali profondità trova idonea connessione simbolica l’evangelica ora maggiormente tenebrosa in cui e' attuata la persecuzione allegorica.
Questa è l’ora notturna dei tempi, in cui i molti s’addormentano. 
L’ora dell’Avvento (evento interiore) concepito nel grembo dell’istante eterno. L’ora dell’enigma doloroso del tempo e così è inteso nell’attesa della penetrante meditazione cristiana, (svincolata dal credo dogmatico) emblematicamente fondata nell’Orto degli Ulivi.
L’olivo è pianta sacra per le sue segrete qualità ignee, l’olio oltre che a nutrire serviva anche a far ardere le tremule fiammelle di lucerne votive. Odisseo stesso, non a caso, intaglia il proprio talamo, centro ideale della reggia, da un tronco di ulivo.
La valle dei Getsemani (detto anche orto degli Ulivi) divenne  specchio stesso del cielo stellato e tornò ad essere, una volta ancora tramite la vasta ruota delle Ere, il motivo di una profonda agonia e riflessione cosmica, originariamente rivelata all’attenzione umana in un tempo estremamente preistorico e rinnovata, nel suo senso eminentemente simbolico, dal Cristo.


Egli confermò, attraverso la Ri-velazione, la continuazione ininterrotta del dialogo mistico tra l’uomo e l’ineffabile, attuando la “profetica convergenza ardente” dei raggi mistici attinenti alla geometria del grande cerchio zodiacale delle Ere e, dunque, del loro attraversamento da parte di una coscienza ridestata in se stessa. Raggi sfolgoranti, seppur invisibili, riversati nel vaso del cuore per illuminarlo e dissolvere in noi l’illusione della bassa immedesimazione con la figura transitoria dell’io materiale (illusorio) che qui momentaneamente rivestiamo ed esemplificata nel senso dell’invocazione ermetica: sia fatta la tua volontà e non la mia. Non la volontà del falso dio, ma la Determinazione Splendente e preesistente all’individuazione ingannevole in noi instaurata attraverso il dominio di un ego cieco e sordo.
Questo per riaccendere una volta ancora, prima della conflagrazione dei tempi, il significato del grande sacrificio primordiale per il quale l’abisso divenne consapevole della sua precipitazione, assurdamente cosciente d’essere smarrito in se stesso e frammentato tante volte quante sono le anime viventi.
Noi stessi siamo l’abisso remoto in cui continuamente sprofonda il dissidio dell’origine e dove alberga la sua stessa luce; che è Luce Invitta.
Le coordinate celesti devotamente scrutate dai popoli più antichi, circoscrivono il momento dell’avvenuta Rivelazione, che è indicazione certa dell’uscita dal labirinto cosmico.
Così come nel fiore i petali circondano la corolla, analogamente i raggi del cerchio stellare convergono istantaneamente sul prisma invisibile dell’anima, centrandone la manifestazione cosciente (necessità della vigilanza interiore) ridestata al suo maggior senso e dove l’uomo, da ente periferico, diviene prodigiosamente effettivo centro cardiaco della Manifestazione Universale.
L’Avvento simbolico del Cristo trasfigurante, restituisce nuova verità al perduto seme originario e alla stessa resurrezione dell’essere integrale; la cui identità si proietta infinitamente oltre la vorace combustione di miliardi di mondi, sussistendo oltre il completo spegnimento dell’universo stesso.
L’ideazione cristica in realtà è il sentire interiore coincidente col senso più puro della Tradizione, (comprensione virile del Cosmo per mezzo dell’estasi) Canto – Incanto di cui è assoluto nemico lo scientismo attuale, che obbliga ad una attenzione-comprensione sterile e svirilizzata della realtà incardinata in rispondenze solo meccaniche. Il dominio industriale è satanico, mortalmente antitetico all’autentica ispirazione-purezza (vigilanza del cuore).
Possiamo convivere con la tecnologia così come in età antica uno schiavo conviveva con il marchio impressogli dal suo padrone, essa ora significa necessità di sopravvivenza e identificazione, ma l’uomo si realizza veramente solo svincolandosi da certe dipendenze, per le quali, a un dato momento, intimamente non può esservi compromesso possibile.
Da qui la nostra insanabile contraddizione, l’anomalia assolutamente contemporanea, il nostro ulteriore smarrimento che accade dentro lo smarrimento stesso.






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