mercoledì 8 gennaio 2014

Breve annotazione sull'amore platonico e amore cristiano - l'albero e la croce




“Il frassino Yggdrasill / sopporta pene / più di quanto gli uomini sappiano…”
(Edda Oblongata : manoscritto islandese)

L’irrequieto eros platonico aspirando alla verità maggiormente luminosa dell’essere, schiude all’animo il presentimento di un destino sovrumano e avvertito come assoluta certezza spirituale. In questo, l’idealità platonica sembrerebbe essere davvero l’espressione più genuina del Divino nell’uomo, ma, nella successiva rivelazione cristiana, ciò va indubbiamente notato, l’amore non è, come in Platone, l’effetto della nostra imperfezione spirituale, della nostra sostanziale miseria morale e dei nostri bisogni, ma, bensì, l’Amore acquista piena centralità identificandosi con l’effettiva potenzialità dell’essere e l’essenza stessa della sua perfezione. Beninteso anche in Platone l’amore è segno di fecondità spirituale, ma anche e soprattutto anelito imperfetto, elevato sintomo di una recondita privazione, mentre invece per il cristianesimo l’amore costituisce l’effettiva totalità della Manifestazione molteplice, la sua intrinseca perfezione e il principio da cui scaturisce. In Platone, pertanto, il dio non ama per le stesse ragioni proposte dal cristianesimo, per le quali invece esso è propriamente identificato, come principio assoluto di amore stesso: “Deus est caritas” (Giovanni, I epist. IV 8, 16).
Ingenuamente, si potrebbe affermare che nella rinnovata tensione verso il Bene Assoluto, l’idealità cristiana sembrerebbe tornare ad elevare i crediti rasserenanti propri della religione più arcaica, come nell’esempio offerto da Dione-Dodo = Colei che dona, (che dona per amore) intimamente congiunta alla figura di Giove (androginia arcaica) chiamato a Dodona come Naios – dio delle sorgenti (Virtù iniziatrice/battesimale dell’acqua) – dunque, di Colei che offre per amore, che ispirò a fondamento stesso della materia l’identità più profonda identificata nel puro lirismo, emblematizzato dalla Quercia Vaticinante l’oracolare infusione nei contenuti del reale e per la quale l’uomo entra in assonanza con i misteri più assoluti della manifestazione universale.
Il più famoso bosco sacro della Grecia è stato il bosco di Dodona.
Quando il cristianesimo, ormai pervertito in cattolicesimo, corrotto dall’atroce impronta dogmatica diede avvio alla sua nefasta opera di conversione in massa delle popolazioni seguaci della religione avita, tra i suoi primi atti ci fu quello di vietare il culto che tali popolazioni avevano per gli alberi e, conseguentemente, distruggere le foreste sacre. Il concilio di Arles nel 452 d.C. proibiva l'adorazione degli alberi, delle fonti e delle pietre; quelli di Tours e di Nantes, rispettivamente dell’anno 567 e 568, si accanirono contro quelle persone che celebravano riti sacrileghi all'interno dei boschi e contro gli alberi. L'accanimento contro gli alberi durò per gran parte del Medioevo. Carlo Magno, ad esempio, si distinse nell’esercizio di tali crudeli repressioni. I parroci processavano le persone che portavano offerte agli alberi, perseguivano coloro che innalzavano altari sulle loro radici intonando i canti rituali. Il culto degli alberi durò fino al medioevo inoltrato per poi estinguersi definitivamente.
Il dogma dimostrò così di rinnegare l’impalpabile anelito al Bene, di sconfessare l’azione benevola della remotissima emanazione quale fondamenta del Cristo, per la quale è solo la Caritas che comunica l’avvio alla rotazione degli astri, è la Caritas che si pone come centro emanante dell’unica verità che perfeziona il Cosmo dando pieno valore al senso del Divino e dell’umano.
Anche se le molteplici azioni persecutrici non impedirono agli esegeti di valorizzare la stretta relazione tra Albero della vita e croce della passione, in cui l'albero della vita è una prefigurazione ideale della Croce, che anch'essa è posta al centro del Mondo, nello stesso posto in cui fu creato Adamo, morto nello stesso giorno e alla stessa ora del Salvatore, e in cui giace sepolto. L’albero della vita è simbolo di sopravvivenza spirituale allegorizzata nella linfa, immateriale rugiada celeste capace di destare nel cuore di ognuno intimamente predisposto il germoglio d’immortalità. A Odino, legato a testa in giù all’albero Yggdrasil, l’estasi rivela una realtà straordinaria: la sacralità del cosmo e della vita in perpetua trasformazione, il senso enigmatico della vita, basato sui misteri sensibili della morte e della rigenerazione.
« Lo so io, fui appeso/al tronco sferzato dal vento/per nove intere notti/ ferito di lancia/e consegnato a Odino/io stesso a me stesso/su quell'albero che nessuno sa dove dalle radici s'innalzi.
(Edda poetica - Hávamál - Il Discorso di Hár 138-139)
Odino, primo Veggente, è appeso a testa in giù poiché l’attuale ciclo s’identifica con la precipitosa caduta dell’animo nei suoi motivi più gravi, realizzati specificamente nell’attuale manifestazione, dove la coscienza solo per mezzo dell’estasi poetica e profetica può orientare il proprio “inabissamento” ricavando i motivi reconditi della sua elevazione, non a caso, sempre nell’Edda, il primo dei veggenti proferisce:
Guardai in basso/feci salire le rune/chiamandole lo feci/e caddi di là.
Far “salire le rune” significa ridestare in sé (dall’atto del guardare in basso) la qualità veggente, che significa tutt’altro di una mera predizione dell’avvenire. La qualità veggente è saper riconoscere le coordinate spirituali del tempo presente, ottenere cognizione felice della propria misura universale, significato e responsabilità dai propri pensieri e atti, acquisire coscienza della dimensione ontologica dell’essere. Questo il messaggio dell’emblematica discesa enunciato dal Cristo con l’invito a raggiungere l'interiore camera segreta del cuore e ripreso da Dante.
San Pietro stesso, nel simbolo, si vuole crocifisso a testa in giù proprio per rafforzare il senso di questa precipitosa discesa spirituale, in cui l’uomo è proiettato a capofitto nell’addensamento più doloroso e maggiormente mortale.
Pertanto, l’albero è simbolo dell’axis mundi e attraverso i secoli permase la reminiscenza religiosa per la quale la croce è identificata all’albero primordiale, come nello Pseudo Cipriano, il cui poema paleocristiano del III secolo "Carmen de Pascba vel de Ligno vitae" afferma la verità teologica dell’albero-croce come emblema della vita, elevato ed esteso per abbracciare la terra. Presso le sue radici sgorga la fonte battesimale dell’acqua di vita, cui accorrono i popoli per abbeverarsi d'immortalità, riannodandosi in ciò a culti maggiormente primitivi:
“Di lì si muove il viaggio verso il cielo, attraverso i rami di quell'alto albero. Questo è il legno della vita per tutti i credenti…”
Oppure, in un'altra antica omelia pasquale: “La croce gloriosa del Signore risorto”
è l’albero della mia salvezza eterna.
Di esso mi nutro, di esso mi pasco,
nelle sue radici effondo le mie radici,
nei suoi rami mi distendo.
La sua rugiada mi inebria,
il suo spirito, come soffio delizioso, mi feconda.
Alla sua ombra ho posto la mia tenda,
e ho trovato riparo dalla canicola.
Per i suoi fiori fiorisco,
dei suoi frutti mi delizio e mi sazio…
Queste considerazioni si pongono al margine estremo del pensiero tecnico, anzi, da esso sono dissolte. L’attuale ordinamento acceca la Visione e con essa la nostra unica possibilità di reale Crescita.   

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