mercoledì 26 marzo 2014

Drammaticità della parodia




Tutta questa reiterazione simbolica, intessuta obliquamente nella trama degli avvenimenti maggiormente significativi occorsi alla politica nostrana sin dagli albori dell'infame unità d'Italia, ma potremmo considerare anche la stessa rivoluzione francese, la guerra d'indipendenza americana, la rivoluzione bolscevica russa e l'avvento dei totalitarismi nazifascisti in Europa, tutti questi eventi sono stati evidentemente avviati da un unica regia, il cui svelamento dimostra prevalentemente solo l’usurpazione, peraltro definitiva, (definitiva per questa parte di Età umana) di una conoscenza d'ordine metafisico di cui sono stati rovesciati i significati originari. In sostanza, ciò che è stato stravolto è l'insieme di valori attinenti ad una specifica “grammatica operativa”, che attraverso il corso dei millenni ha orientato l’uomo lungo il proprio cammino esistenziale.
Tale capovolgimento parodistico, sovverte il significato simbolico e allegorico di una sapienza che originariamente fu in grado di predisporre l'animo al conseguimento di ciò che si definisce come “seconda nascita”, intesa come estensione sovrasensibile, assolutamente congenita all’uomo, della sua prima nascita materiale. Pertanto, se mai esistesse il fantomatico Ordine della Rosa Rossa, loro o chi per loro, è evidente che non guarderebbero alla Commedia di Dante con l'intenzione di tradurne nella realtà odierna l’essenza del coronamento poetico e simbolico, mettendola a servizio del miglioramento interiore dell’uomo, ma al contrario, tale consorteria segreta, essendosi insinuata di sbieco nella polifonia simbolica della narrazione, opera in seno alla stessa una stonatura che ne scardina i significati interpretativi demolendo i sottili “nessi operativi” attinenti alla vita reale. Tutta questa cospirazione dell’uomo contro la propria identità, sarebbe pertanto la rispondenza esteriore di un maggiore ordinamento (eggregore) dilatato su un piano non comunemente dato dell’oggettività apparente.
In estrema sintesi, tutte le connessioni che intercorrono tra la necrofilizzazione  della cultura, (in ciò rientrerebbe appunto la liturgia oscura della cosiddetta Rosa Rossa) la progressiva disumanizzazione dei luoghi nei quali si vive, la stessa forma involuta di nuova sillabazione semantica (linguaggi di programmazione) in uso per scansionare i frenetici ritmi dell’attuale controllo globale, tutto ciò insomma, si rivolge alla definitiva, o ritenuta tale, manomissione del senso maggiormente autentico della vita, della sua intrinseca ricchezza.
Da sempre le élite spirituali intesero l’esistenza come azione di pellegrinaggio motivata dalla Rivelazione interiore – intendendo appunto l'esistenza come esemplare iter imaginalis – la cui stima, inabissata nelle profondità preistoriche, s'è propagata fino a Dante, il quale asserisce che noi qui siam “nati a formar l'angelica farfalla”.    
Questa non è una visione solo sentimentale, (per solo sentimentale intendo la parola nel suo odierno senso svilente) ma è volontà di sopravvivenza di una tensione interiore intrisa di una particolare quanto remotissima melanconia, individuata appunto da Dante e da Guido Cavalcanti come “gioiosa afflizione” per l’assenza dell’amata, ricordata da Cavalcanti stesso nella ballata “veggio negli occhi de la donna mia”, quale allusione di un interiore rispondenza animica attraverso cui è riconosciuta l’adesione a un itinerario spirituale svolto lungo il corso di più periodi storici e il cui rinnovamento sapienziale risuonò, con sublime struggimento poetico e dunque con il più alto valore iniziatico, in tutto il bacino del mediterraneo proprio nel secolo di Dante. 
In quel secolo fu testimoniato l'ultimo significativo slancio ideale realizzato dall’alleanza felice di più intelligenze sensibili, che onorarono lo specchio interiore di “Donna-Sapienza” da cui scaturisce la stessa Idea divina (la fonte segreta) trasmutante l’essenza finita di un pensiero altrimenti confinato ad essere strumento solo materiale.
Mi riferisco al prodigio dell’immaginazione metafisica, autentico tratto d’unione posta tra le dimensioni della vita e la morte, effettivo ponte questo che non a caso l’odierna cultura dominante intende demolire definitivamente.
Per tornare al rapimento Moro, non può esserci correlazione sensibile tra l’evento stesso e i valori simbolici della Divina Commedia, se non nel senso di un opera di malevola “infiltrazione semantica” che intende corromperne le fondamenta intangibili. 
I mezzi attuativi sono stati i più disparati per ottenere un accuratissima opera di capovolgimento valoriale (propriamente quanto insospettabilmente liturgico e dunque operativo) in grado di obliare l’eredità salvifica pertinente alla conoscenza d'ordine puramente tradizionale.
Per noi, l’unica attuazione possibile dell’insegnamento propriamente cavalleresco, cui è ascrivibile la stessa potenza immaginativa di Dante, è nella controrivoluzione interiore che possiamo incarnare ancora oggi, rivolgendola contro questa subdola forma di nichilismo razionale (pseudo razionalità) imperante. Una controrivoluzione rivolta contro i dogmi di una pseudo scienza che considera come alta conquista il detrimento di senso della materia, diminuita dei suoi molteplici significati e rispondenze sottili fino a ridurla a mera corrispondenza di cause sorde in se stesse producenti effetti altrettanto insensibili. E’ la sottomissione all’oscura verità industriale e mercantile a destituire d'ogni reale merito qualsiasi cospirazione architettata da tali consorterie di potere occulto, auto relegantesi, proprio per questo, dentro un chiuso ambito di sterilità (magia nera). 
Magia nera è tutto ciò che intende destituire l’uomo di senso, è ciò che lo dequalifica a “sterile manichino”, come nelle pratiche Woodoo, dove l'immagine della vittima è coficcata di spilloni, il cui aberrante traslato macroscopico oggi è esemplarmente costituito dall’invasiva marcatura strategica del territorio ad opera di molteplici antenne, che, congiuntamente al progressivo diradamento delle alberature sempre più malate, stravolgono le linee del paesaggio stagliando i profili inaspriti e avviliti di un nuovo scenario davvero inquietante, assolutamente pervaso di un profondo senso di morte.
Dove fonda la visione metafisica di Dante se non nelle realtà estatiche proprie alla preistoria della veggenza sciamanica? Visione diversificata nell’ornamento espressivo ma a ogni modo immutata nella sua sostanza trascendente.
Con lo scrivere “Tanto gentile e tanto onesta pare”, Dante allude proprio ai misteri dell’anima e alle “mirabili ed eccellenti operazioni” della pura teofania, riferendosi con ciò al passaggio intercorrente tra la contemplazione spirituale alla visione estatica. La realtà allegorica e simbolica cui Dante fa rifermento costituisce di fatto la negazione più radicale dell’attuale sottosuolo occultista capace di esprimere azioni solo erodenti del senso civile. Questa è un impura eversione tecnocratica, la cui evidente finalità è quella di designare il profitto più volgare attraverso una valenza bassamente magica.    
Non può esserci successione tra antico ordine templare e le odierne società segrete o tra i significati ascrivibili al senso originario dell’autentica alchimia operativa e simboli adoperati dall’attuale élite di potere per cifrare il proprio controllo sulle masse. Se noi ora possiamo intuire e apprendere i retroscena simbolici di queste “cronache nere” è perché a breve tutta questa sorta di supermarket dell’occulto avrà svolto a pieno la sua funzione destabilizzante non avendo più nulla da offrire all'uomo-consumatore, decretando nella bulimia dei contenuti rivelati la più totale perdita di senso degli stessi.
Qui torniamo all’ 11/ 09/2001, all’evento cardine su cui ruota l’apertura della Nuova Era, in cui è decaduto l’ordinamento rituale (giuridico-sacrale) stabilito dall’antica regola del tempio e assieme a questo la sua stessa contaminazione operata dalla prima, involuta, massoneria speculativa settecentesca. Decadendo i paramenti ordinativi dell’antica loggia si svelano gli enigmi procedurali. Essi sono stati svelati perché molto probabilmente in realtà non servono più. Chi sostiene vi sia continuità tra potere arcaico e potere contemporaneo forse non valuta appieno la diversa connotazione che la realtà simbolica ha avuto per la coscienza dell’uomo antico e che può avere per l’uomo odierno intimamente spossato, infinitamente disincantato. Ad esempio, sicuramente diversa è la valenza e la comprensione del simbolo dell’occhio che tutto vede nell’Egitto dinastico e nella sua forma di reiterazione degradata stampigliata sulla banconota del dollaro o in una forma ancora più involuta (subliminale e destituita di autentica vitalità) dentro un video di pop music.
Il fatto che i video di Lady Gaga o Rihanna o Jay-Z o chi per loro, siano costellati di simbologie massoniche ciò non costituisce l’indizio vitale di una segreta realtà operativa che intende celebrare se stessa attraverso una nuova, benché avariata, espressione cerimoniale, bensì, molto più probabilmente tali performance costituiscono la premeditata denigrazione di un insieme di riferimenti enigmatici appartenuti a un mondo definitivamente sconfitto, i cui emblemi divelti e svuotati di ogni valenza positiva vengono ora ostentati in una sorta di contro celebrazione configurata con esibizioni patinate e assolutamente pervertite, che ne disonorano o sconsacrano definitivamente la stima residuale. L'unico intento di queste rappresentazioni, è quella di indebolire la coscienza di chi ne rimane sedotto nella finalità di annientargliela.
Chi a vinto chi?    
Benché la degradazione dei tempi avvii la sua accelerazione progressiva sin dalle ultime dinastie sumere (cui risalgono forse non a caso le prime forme di burocrazia) il sentire interiore dell’uomo di tremila o anche settecento anni fa era maggiormente amplificato di quello dell’uomo contemporaneo e, in un certo senso, i suoi riferimenti sapienziali si dimostrano essere prevalentemente impermeabili all’inganno metafisico. Inganno che invece oggi sembra assorbire totalmente la presente umanità. Ciò che ora sussiste è una perfetta usurpazione, rivelata apertamente e assai vistosamente dalla disumanizzazione dell’architettura, dall’ultra contaminazione dell’habitat stesso, entusiasticamente perseguita dall’attuale “progresso” e che lascia sgomenti, nonostante possiamo tuttora conservare un barlume di fiducia nelle luminose risorse ancora affioranti dalle "segrete" della coscienza.    
Ciò che accade al sistema odierno, sembra davvero essere simile all'inabissamento di una nave fallata a poppa per metà già immersa nell'acqua e che, come pervasa di un illusorio gesto di riscossa verso la sorte avversa, si erge a prua ritta sull'attenti sopra i flutti pochi istanti prima di essere inghiottita dall'oscurità.              

mercoledì 19 marzo 2014

Ciò che libera dalla necessità




“qui all’improvviso, mentre avanzavano, parlò con voce umana la chiglia della concava nave, che Pallade Atena ricavò da una quercia a Dodona” 
 (Argonautiche IV 580-585). 

Ogni divinità è bifronte, trifronte, quadrifronte. Invero, inconoscibile a se stessa è la divinità. Chi progetta, pianifica, attua, realizza, che sia uomo o dio, è inevitabilmente soggetto ad un inesorabile declino di senso di ciò che fa. L’unità di tempo per misurare tale decadimento è relativa, gli Eoni si equivalgono agli anni e questi ai mesi, i mesi ai giorni, i giorni alle ore. Solo l’attimo si congiunge all’eterno. 

Quale sodalizio, quale alleanza, quale dipendenza ci avvince a questa realtà?

E’ indubbio che per orientare al meglio il nostro percorso esistenziale occorre trovare molteplici alleanze, con i nostri simili e con altre essenze geniali, insospettabili, viventi nei luoghi più reconditi del vero, rivelate a noi per mezzo di maschere incomprensibili.

L’atteggiamento sereno, l’allontanamento d’ogni tensione morbosa o infimo desiderio egoistico, qualifica l’intensità della nostra modulazione interiore per la quale attireremmo tali particolari essenze geniali, da tempo immemore instradate prima di noi lungo la via della catarsi e del dissolvimento di ogni inganno.

L’assonanza riguarda l’effetto di una remota legge di corrispondenza, per la quale i simili si attraggono vicendevolmente nel desiderio di amplificare la propria armonia. 
Così è per le api, figuriamoci per le intelligenze massimamente sensibili. E’ una solidarietà profonda come il sincero e semplice sodalizio sonoro del canto gregoriano, derivato dai più antichi patrimoni di conoscenze musicali propri ai cantori guaritori estatici-veggenti del primitivo mondo mediterraneo.  

Nel Timeo è asserito che il Demiurgo foggia le anime umane dai resti della sostanza utilizzata per la creazione degli dèi e a loro volta gli dèi foggiano i corpi fisici grossolani. Affinché l’essenza non si ottenebri nella smodata ricerca dei piaceri o dall’eccessivo sgomento del bisogno, subentra all’uomo l’ausilio di un istinto migliore che gli infonde il senso di una condotta di vita retta (disciplina felice) la quale, tramite l’apprendimento volto alla reminiscenza, desta la catarsi affrancando dalla schiavitù del mondo materiale. Tale padronanza delle facoltà sensitive è assolutamente attinente alla finalità dello Yoga originario, quale esemplare forma di magistero fisico quanto mentale.

La necessità nell’universo è il dominio più forte. La Necessità impone la nostra presenza a questa vita, la nostra interazione con l’inconoscibile e l’insorgenza nella parte più segreta di noi della sete d’infinito.

Nel Fedone 62b si riferisce di una “dottrina segreta”, che riguarda la messa in custodia degli uomini da parte degli dèi. Una custodia che non dovrebbe mai venire meno, perché (ciò è anche inquietante) noi saremmo protetti dagli dèi essendo loro esclusivo possesso. Noi non dovremmo appartenere che a noi stessi e forse nemmeno a noi stessi, dato che in realtà non sappiamo nemmeno chi veramente siamo, figuriamoci appartenere a padroni metadimensionali. Piuttosto, dovremmo tendere a dipanare ogni inganno per tornare a partecipare di un felice riverbero estatico, prerogativa dell’inconoscibile né maschile né femminile (sive deo, sive dea) deposto nell’abissale identità propria alla nostra essenza: è libertà estatica, contemplata dalla cultura sciamanica di ogni autentica tradizione.

In Fedro 274a è scritto che gli uomini ragionevoli dovrebbero prima cercare di compiacere i loro padroni (despotais) che sono buoni, riferendosi agli dèi. Essi sarebbero buoni prendendosi cura del nostro benessere, del loro esclusivo possesso. La consapevolezza di tale asservimento occulto si ritrova, oltre che nello gnosticismo, nel Brhadaranyaka Upanisad: “…Egli (l’uomo) è piuttosto simile a un animale per gli dèi. Invero, come molti animali rendono servizio all’uomo, così ciascun uomo rende servizio agli dèi. Se la perdita di un solo animale ingenera una sofferenza, quanta se ne proverà per quella di molti? Per questo non è gradito che gli uomini sappiano ciò – la possibilità di divenire liberi "– (I,IV,10).

L’immane e vorace labirinto naturale tiene l’uomo vincolato allo stato di necessità, la cui stolta considerazione costringe la vita a stato di cattività, ostacolante la fioritura spirituale che in noi è predisposta a germogliare. La consapevolezza originaria intese nel Risveglio effettivo del Sé, internato nel nostro involucro mortale, il ripristino di un ordinamento spirituale che se realizzato si fa superiore agli stessi dèi.

Il "sodalizio lirico” svincola l’uomo dalla miserrima contingenza di un bisogno solo materiale, preordinando in ciò la condizione essenziale alla sua elevazione. La Tradizione, la sua esemplare veridicità, si fonda nella sua essenza estatica, un estasi affatto “facile”, ma che deriva da un metodico percorso preparatorio composto di definite pratiche fisiche e psichiche, i cui graduali avanzamenti andavano a modellare i molteplici tasselli cognitivi realizzanti il significato (significato propriamente iniziatico) di “lucidità superiore” o “accresciuta percezione” che costituiva appunto il basamento estatico proprio alla pura Rivelazione. Questa Disciplina Integrale dell’essere, si dimostra come l’unica circostanza idonea a svincolare l’uomo dai legami meschini e non è affatto un caso che la raffinatissima “rete” stesa dalla cosiddetta concezione razionalista, attraverso la scienza materiale, fa di tutto per asservire con ogni mezzo a sua disposizione la nostra coscienza. La finalità è quella di obbligarci definitivamente ad una condizione di sterile obbedienza, di confinarci dentro un dominio d’imperfetta necessità. La cultura Pop è ferocemente nemica degli stati lirici dell’essere, la pseudo arte contemporanea, (accademia della necrofilia) non a caso, si compiace dell’essere definita come "concettuale" e "informale". Tutto ciò che riguarda l’anelito al pathos e all’organico è dilaniato dalla pressione dissolutiva contemporanea. Questo perché il dominio industriale, ultima probabile estensione del malevolo Demiurgo, teme le persone autonome, centrate in se stesse. Ogni sano cammino iniziatico è stato pressoché dissolto nell’era della sola tecnica e, massima delle aberrazioni, oggi è voler riparare a tale congenita imperfezione, propria a questa condizione di ottenebrata quanto artificiosa necessità, con il predisporre la nostra natura all’innesto, ibridazione con l’artificiale stesso. Decretando con ciò la definitiva sottomissione al disumano. E' una spietata sottomissione al “nuovo disumano” che si sta attuando, perché il fine dell’odierna scienza è sostituire l’uomo naturale con l’uomo macchina, stolidamente obbediente, impotentemente arrapato perché raschiato nella coscienza del puro pathos erotico, dico il sublime pathos erotico, fuoco nobile interno all’animo, che libera nella Visione: “Nel suo profondo viddi che s'interna Legato con amore in un volume Ciò, che per l'universo si squaterna”  (Paradiso · Canto XXXIII, 87)          









  

lunedì 17 marzo 2014

Il cavallo di Troia



Chi furono questi antichi dei? A quale realtà vincolarono l’operato umano? In quale zona del cono d’ombra generato dalla tragica eclissi cosmica che oscura l’attuale Età essi ancora sussistono? Quali dèi? li dèi falsi e bugiardi cui allude Dante? (inf. I,72). Difendiamoci dagli dèi ebbe a sostenere il gesuita Frixeido. La loro natura evoca prestigi contraddittori intessuti di luminescenza e timore, dolore e spietatezza, cara benevolenza e insensibile inganno. Chi ha mai dipanato a pieno l’astrusa verità del Mito?

Atena, definita da Pindaro nella settima Olimpica come “la dea glaucopide” si rivela un’equivoca mediatrice tra l’attività creativa dell’uomo e la capacità d’infondere una pseudo vita a perfetti simulacri. Creature metalliche capaci di esprimere manifestazioni vitali. Quale soffio vitale venne infuso loro, e sopratutto a quale finalità?

Ecco le parole di Pindaro: “accordò la dea glaucopide che in ogni arte valessero con mani eccellenti sui mortali…” riferendosi a Efesto e Dedalo, forgiatori di sagome che parevano scaldate di un respiro proprio.

La "tekne" qualifica l’azione dell’uomo ma esasperata ne sovverte l’identità deformando la consonanza all’equilibrio del tutto con l’imprimere all’alternanza delle successioni naturali una forzatura paralizzante, ribaltandone l’essenza multiforme in una mimesi drammaticamente caricaturale.

Quale gravità addensa la mole del celeberrimo cavallo di Troia?

“Continua, dunque e lo stratagemma del cavallo raccontaci, del cavallo di legno, che Epeo fabbricò con Atena, l’insidia che sull’acropoli portò Odisseo luminoso, riempita d’eroi, che distrussero Ilio” (Omero. Od. VIII 492-495)

A parlare è Odisseo, che trovandosi al cospetto di Alcinoo, invita Demodoco a cantare l’ultima notte della città e a ricordare l’ingresso dell’imponente "inganno cavo", definito secoli dopo da Virgilio stesso come fatalis machina. Sempre nell’Eneide (II 237, VI 515-516) il cavallo è ricordato come apparentemente animato, sembrando avanzare da solo senza ausilio d’azione umana, inciampando quattro volte sulla soglia della città (II 242-244).
Potremmo qui trovarci innanzi ai frammenti di una tradizione orale di cui Virgilio fu partecipe e che nell'ausilio dell'espediente poetico fa rifermento alla memoria remota di un effettiva interazione dell'uomo con tali inconsueti meccanismi statuari, la cui testimonianza mitica è esemplarmente sedimentata nella celeberrima fucina di Festo. 

L’abilità di Epeo è amplificata dalla divinità, affinché lo strumento di morte fosse esemplarmente perfetto attraverso la simulazione di un inganno votivo che confonde, ribaltando un principio di lealtà e fiducia in esordio di distruzione (perfetta dissoluzione) mediante lo spietato artificio. 
Nulla di distante dalle odierne dinamiche stranianti proprie al disfacimento che reca con sé la sovversione industriale, ammantata di una irresistibile maschera seduttiva che dissemina d’infiniti, quanto inconsueti per varietà di dimensioni e forme, cavalli di Troia, i quali, vantano una loro sicura alleanza con potenze invisibili. Le cosiddette conquiste del progresso tutt’altro che celebrare l’omaggio all’identità monocola e miope della sola ragione, in realtà offrono una congerie di sigilli segnici che appartengono a un controllo magico (magismo oscuro) della realtà e che richiamano alla memoria, in forma assolutamente criptica, l’antico adagio massonico di un insospettata ars rethorica (insospettata per il tempo odierno) completamente degenerata, dove l’arte del persuadere fonda la propria forza nella capacità di evocare pure entità spettrali, eidolon, nelle forme più disparate solo apparentemente prive di sospetti legami con la sfera dell'occulto (inteso per tali riferimenti nel suo significato più degenere e oscuro) e che vanno dall’edificio architettonico, all’esempio pubblicitario, alla luminescenza silicea, comunque sempre espressioni associate ad una forma di pornografia subliminale che è necrofila per corrispondenza rappresentativa. Basta prendere atto degli stessi contenuti che sono propri alla cosiddetta “arte moderna”, altro colossale cavallo di Troia insidiante l’integrità della nostra “cittadella interiore”.

Gli esempi poi offerti dal mondo della musica pop – rock – metal – sono molteplici, più o meno evidenti, così come il simbolismo impresso su molta della carta moneta. Emblemi sostanzialmente appartenenti ad una sfera ritenuta per secoli sacra e inviolabile occorrono in realtà al consolidamento di un lastricato infido su cui si snoda il percorso degradante della società post-moderna, che passo dopo passo è letteralmente assorbita dentro un cupo dominio di dissolvenza identitaria.

Esemplare “Dono votivo” all'assediato tempo presente è l’infinitesimale nano elemento.        

Riferimenti vitali




Poiché la verità non è un termine ma un principio, non è un concetto ma una forza che deve agire; e agisce soltanto quando essa può funzionare in un organismo preparato ad essere mosso da essa.



(Aniceto del Massa: Diari)



Cos’è la Verità? Un animo triste, cinico, intimamente spento, difficilmente può ottenerne il senso. Sostanzialmente, potremmo assimilare alla Verità l’idea di Radianza, l'occasione felice di una discreta quanto profonda disposizione devozionale che si realizza in una coscienza ridestata in sé. Ovviamente per “occasione” qui non s’intende un volgare tornaconto personale, ma la sola circostanza per la quale noi arriviamo ad intuire la nostra dimensione dilatata alla realtà del cosmo, coincidente peraltro alla sua stessa indefinibilità, compresa come punto-spazio funzionale al dislocamento di più stati e conseguenti dimensioni.

L’indefinibilità propria alla sostanza incandescente da cui promana la vita, ha bisogno per essere decifrata nell’enigma creativo del nostro essere una particolare relazione di potenza, (forza debole) chiaro influsso cardiaco, identificato nel sentire originario (sottile compattezza primordiale) attraverso l’identità di ciò che è definito come Mana. 
Il Mana può essere definito come l’essenza capace d’imprimere alle azioni un estensione di vitalità e significato proiettati immensamente oltre la distesa stessa del tempo fisico. Anzi, è da dire, ciò è attinente alla progressiva contrazione della remotissima radianza estatica, per cui si determinò l’infelice caduta (progressiva diminuzione di senso) occorsa già all’uomo dell’Età aurea. Esso stesso discendente di coloro che vissero precedentemente all'Età aurea stessa, antecedentemente alla stessa euritmia universale, dunque in un piano dimensionale dislocato ben aldilà di qualsiasi coordinata celeste. Questo, un ordinamento inenarrabile se non attraverso la definizione di età ancestrale propria al tempo del non tempo o età del Grande Sogno, quale definizione, peraltro altamente evocativa, così trasmessa dalle popolazioni aborigene australiane.

Luminescente radice collegante l’animo al suo stato originario sarebbe appunto l’essenza del Mana. Qualità determinante la “limpida trasparenza” quanto la “lucida concretezza” all'animo reagente a tutto ciò che l’attornia per soffocarne la realtà della Visione.

L’iniziativa cosciente, che definiamo come propriamente geniale, si realizza pertanto nella ragione d’amore, che nutre il significato della miglior presenza a questa vita tenendo vigile l’attenzione al combattimento magico fra l’uomo e le potenze invisibili che lo circondano e verso le quali egli cerca di reagire, nella finalità d’opporsi saldamente al minaccioso processo dissolvitore del proprio splendore interiore: in questa comprensione superiore non si ottengono vittorie per sé.
E’ la realtà di un inesauribile influsso, altamente spirituale, la cui esiguità non è mai stata così tanto evidente, così come ora si rivelano con sempre maggiore evidenza alla nostra attenzione i sigilli oscuri delimitanti la sfera d’azione dell’attuale potere tecnocratico costituito.
Centro di potenza è per tutto l’antico mondo italico lo spazio celeste, il regno della luce.
Schermare il cielo di una fittissima tessitura chimica assolve con ogni evidenza ad un insistente tentativo di rimodellamento della vita, fittamente inoculata di nanoelementi dispersi in quota, nella finalità di ridefinire un nuovo stato di diritto e d’identità.
Si decreta in tal modo un trionfo cupo sull’epoca presente, il consolidamento estremo di un aberrazione apicale impiantata ben oltre la semplice nozione d’immoralità.  
Quotidianamente assistiamo all’orditura aerea di una sorta di velina funebre, che opacizza il cielo e sovrapponendosi al sole tinge tutto di una luce avvilente. Siamo ricoperti da una sorta d'involuto sigillo ermetico. Ciò che è fatto alle sementi agricole, alle piante, agli alberi, di riflesso, questa sterilizzazione funzionale alle ragioni di un profitto essenzialmente necrofilo, sarà prestissimo applicato anche a noi.
Ci dicono con ogni voce e mezzo che l’elemento magico originario è la scoria di un passato ormai superato e sussistente in alcuni come fossile dello spirito, incapace di levitare interiormente elevando l’elemento vitale oltre la considerazione evidente dell’esistenza transitoria. Eppure un granello della nostra considerazione alle cose dovrebbe a ogni modo rimanere ingenua, saldamente ingenua. Il nostro nucleo vitale immedesimarsi ancora una volta, prima che l’attuale sovversione artificiale sia perfettamente attuata, con l’identità stessa dell’uomo delle origini antidiluviane, raffigurante in modo ideale il sole, tradotto nella sua identità geniale, attraverso graffiti sapienti incisi sulla pietra. Noi dobbiamo incidere intimamente a noi stessi, sulla nostra pietra allegorica (interiore lapis) l’idea simbolo di potenza della medesima vitalità intuitiva, coincidente alla stessa rappresentazione astrale della ruota primordiale connessa al rinnovamento luminoso delle Ere.
La presente età (Kali-yuga) chiama ogni coscienza ad esercitare in sé questa suprema tensione d’illusione, benché destituiti della forza mistica originaria è a ogni modo la riflessione viva, la considerazione matura – virile solo perché ispirata – a poter infondere verità effettiva al nutrimento spirituale portato dall’ultimo, esiguo, rivolo di sacralità avita che ancora giunge, può ancora giungere, a lambire la nostra disidratata dimensione interiore.


   



      

   

venerdì 14 marzo 2014

L'identità magica





Essenzialmente, la visione primitiva, che può essere definita come “dinamista”, appartiene al sentire dell’uomo “centrato in sé”, che percepisce se stesso come assolutamente transitorio, ma anche “felicemente” ancorato al nulla luminescente da cui scaturisce la vita. Nulla intessuto di fibre sensibili ed estese per ogni dove nella complessa e multiforme manifestazione universale. La percezione transuente del proprio stare non impedisce e soprattutto non impedì agli antichi popoli di esercitare un’azione efficace, sostanzialmente buona e solida, sul mondo riconoscendo alla propria esistenza una prerogativa assolutamente unica nello scenario del creato e perciò, eminentemente magica. Non s’intende qui per magia le scemenze new age che possono trovarsi in libri come “the secret” o in altre forme di bassa esaltazione propriamente diabolica di stampo crowleyano.

Magia, è qualità profonda dell’essere e, all’essere lucidamente consapevoli del proprio limite, riconoscere in esso l’essenza di ciò che, ad esempio, la spiritualità vedica identifica come Dharma, (legge cosmica) che significa “mettere a fondamento”. La condotta magica, pertanto, non riguarda affatto l’aspettativa deleteria (materialismo spirituale) di modificare il corso degli eventi maggiori cui s’innesta la nostra esistenza, contenuta nei ritmi maggiormente ampi di un determinato Ciclo in cui trova collocazione l’assetto cosmico e conseguentemente il suo significato propriamente simbolico. Piuttosto, la cognizione magica riguarda l’idea esatta di un determinato attraversamento esistenziale (esemplare è la Commedia di Dante, il periplo di Odisseo o l’impresa argonautica) in cui è inverata l’occasione di poter partecipare coscientemente alla potenza emblematica universale, cui è direttamente collegata, formando una cosa sola con essa la coscienza risvegliata in sé, nella persuasione di poter dominare tale potenza pur trovandosi in una condizione di fattiva “impotenza”. 
La radice dell’esperienza s’innesta in un dominio puramente allegorico e la condotta esistenziale, realizzando il significato allegorico e simbolico della propria età, origina l’avvio di un effettivo “combattimento magico” per la sopravvivenza dello spirito del mondo. 
Per esempio, la nostra intima reazione ad un motivetto pubblicitario particolarmente invadente o ad un avvilente condizionamento propagandistico, in effetti già costituisce l’avvio di una resistenza, così come di una resa incondizionata, che si svolge su piani non comunemente dati della coscienza. Per questo la società odierna ha fatto di tutto per poter destituire di senso e credibilità a tutte quelle circostanze occorrenti alla comprensione profonda di quei molteplici meccanismi subdolamente ipnotici, contraffatte abitudini radicate e attrazioni ormai irresistibili, capillarmente esercitate dai moderni strumenti di condizionamento di massa di cui variamente si avvalgono gli stati centrali per la suggestione e il controllo delle nostre menti.  

Meccanizzare le azioni assolve ad una funzione magica, (magia nera) poiché le azioni sono ad ogni grado portatrici di potenza, sia essa oscura che luminosa. La parola è un atto che determina la sostanza della realtà o, la sua corruzione, ad ogni modo essa conserva lo stesso la propria funzione d’esercizio di conferma e di  vincolo assoluto.

L’impronta nichilista ci ha destituito di senso, ci ha fatto perdere quell’intima consapevolezza che intende l’uomo come espressione di un evento vitale supremo nella propria essenza, che è fondamentalmente radiosa e tragica. Il combattimento magico non si è mai arrestato nel corso di più Ere, e prova ne è in età moderna la fondazione massonica degli stati e la coniazione monetaria, sovente costellata di simboli o segni rappresentativi (propriamente magici) ottemperanti a quel millenario processo di sinistro dissolvimento identitario culminato l’11/09/2001, congiuntamente ad esso la pervicace sterilizzazione delle sementi agricole, l’introduzione massiccia della geo-ingegneria e la stessa catalogazione digitale.

L’iniziativa autenticamente geniale è così soffocata, resa desueta dalla considerazione storica effettiva, che, attraverso i suoi “mantra” esecutivi, procede all’azzeramento delle coscienze individuali in favore di un'unica coscienza impersonale globalmente condivisa e assolutamente anti-tradizionale. 
Sostanzialmente, l’artificialità sempre più contaminante e avvilente è ascrivibile ad una perfetta espressione di potenza dissolvente. 
Tutt’altro che essere posto al servizio dell’uomo il regime tecnologico in realtà ne determina la più atroce delle schiavitù. Quest’asservimento totale implica delle ripercussioni estremamente profonde nell’interiorità di ognuno. Il condizionamento deleterio cui siamo sottoposti (essiccamento sotto vuoto delle coscienze) sta producendo il suo effetto atteso (atteso da chi?) a meno che l’intervento sottile di un agente più forte, (sovracoscienza?) sopraggiunga a paralizzarne l’effetto maligno. 
Il progresso, in fondo, forse non sarebbe altro che un’ambigua manifestazione di potenza. Cos’altro rappresenterebbe quest'idea di "progresso" se non una colossale opera di deresponsabilizzazione. Cosa cerchiamo di raggiungere? Con quali mezzi? Superando quali ostacoli? E' un baratro infero quello che ci ingoia se sussisteremo svuotati dell’essenza magica, dello sbigottimento o stupore aureo, di ciò che in definitiva determina la facoltà della partecipazione estatico-creativa alla realtà. Ciò che nel Lazio arcaico fu prerogativa del “potentissimus”, così ricordato da Festo – ordo sacerdotum (L. 198) – espressione numinosa del rex sacrorum, ultima sopravvivenza del rex inauguratus dell’epoca protostorica, esso stesso residuo di una “felice tensione” primordiale che intese la vita come effettiva realtà multidimensionale e le cui estensioni più estreme devono, per forza di cose, necessariamente permanere anche nel fondo più fondo delle nostre anime. Privi di questa meravigliosa possibilità cangiante, avremo l’insignificante consistenza di tristi manichini e come tali verremo fusi nella plastica.  

    

mercoledì 12 marzo 2014

La tredicesima fatica d'Ercole





Non per mero “amor di mistero”, ma per trovare effettiva risposta alla percezione tragica dell’esistenza che una persona rivolge l’attenzione ai significati profondi della Tradizione. Il senso ultimo della nostra presenza a questa vita è destinato a sfuggire in un progressivo svilimento di senso se non arriva a corrispondere all’identità stessa della persona l’indizio certo della realtà ispirativa, che ne qualifica il senso maggiormente profondo, ridestando ciò che è proprio dell’evocazione interiore. 
Intendo dire di poter ottenere consapevolezza dell’essenza “volatile”, consistente nella prescienza remota di un bene spirituale di cui l’uomo è fattivo custode e garante. Ciò richiede un attitudine alla perseveranza, ad una tenacia spesso destinata a rimanere  inapprezzata ed esclusivamente finalizzata alla "mistica fioritura" dell’essere, una fioritura del tutto imprevedibile quanto inesprimibile e riguardante un intima risorsa fino ad ora sopita.
La sintesi di ogni storia sacra, di ogni mito cosmogonico intessuto di atroci contraddizioni è che l’esistenza cosciente, di fatto, è una pura quanto strenua lotta per l’anima del mondo e che per tutta la durata della vita ci deve impegnare costantemente. La cultura ( termine oggi divenuto ozioso) riguarderebbe in realtà l’atto stesso dell’aratura, una tenace aratura del culto alla divinità ignota, o meglio, alle essenze geniali che hanno determinato la “solidificazione” della coscienza nell’occasionalità mortale che assai precariamente rivestiamo. Benché esista l’inganno, sia esso “arcontico” o “involutamente massonico”, il nostro nucleo remoto è addensato attorno ad un principio che a tutt’oggi rimane inviolato.
Noi, che siamo involucro, scrigno incerto, sotto la pressione di molteplici agenti dissolutivi essenzialmente composti da agenti aggressivi elettrochimici, nonché da subdoli condizionamenti psichici, diradiamo progressivamente i sostegni della nostra impalcatura invisibile decentrandone la gravità remota da un orbita spirituale che in realtà è l’unica a stabilizzare l’anima attorno il suo segreto centro coordinatore.   
L’esistenza è una lotta, una lotta spietata, scatenata soprattutto dentro di noi…un combattimento perenne in cui gli ostacoli esteriori sono puri emblemi che richiedono solo la nostra volontà e il soffio impalpabile della Grazia per essere convertiti in qualcosa di più ampio, di maggiormente degno. L’incomprensione degli ostacoli può arrivare a deformarci la psiche. Siamo chiamati a comprendere le cause profonde dell’esistere e con sempre meno compromessi se vogliamo uscire da questa dimensione migliori in noi stessi. L’esistenza è innanzitutto preparazione alla morte. Dove verterebbe altrimenti il mistero della salvezza dell’anima se non da una consapevolezza originaria e dimenticata di bene ideale posto oltre la dimensione miseramente materiale? Questa è una conoscenza istintiva, attiva in noi da tempi propriamente definiti come ancestrali, dove la cosiddetta preistoria dell’anima non è affondata nelle confuse lontananze di un passato primordiale e concluso per sempre…no…essa è perennemente agente, perennemente imminente, nonostante l’addensamento del tempo attuale (età oscura) impedisce di percepirne chiaramente la luce.
Il fluire della quotidianità non è forse una sorta di corrente eterica, forzatamente vincolata dentro un alveo di perfetta imbecillità e inganno convenzionale costituito prima dalla religione e poi dall’idea stessa di progresso modernamente inteso? Si può ugualmente intuire che nel greto di questo fiume che è il tempo ancora sedimentano esigui prestigi aurei, nonostante l’Età dell’oro sia tramontata da più ere, piccolissime parti iridescenti d’umanità ancora brillano sullo sfondo oscuro dell’epoca presente. 
La compassione, la solidarietà umana, il senso stesso del dovere (non egoisticamente assolto) dico l’aspirazione al bene e al senso stesso di Redenzione cosmica, questi sentimenti, queste aspirazioni sono forse estranee ai motivi maggiormente reconditi per cui il sole stesso è incandescente? L’incandescenza delle stelle non assolve forse alla massima delle aspirazioni universali e assieme ad esse la nostra idealità al bene? Non sprigiona ogni cosa da una medesima natura ugualmente contrastata da forze incoerenti massimamente scatenate nel periodo storico attuale? L’incandescenza sarebbe il più puro delirio divino rivelato alla materia. Infinitesimale nucleo poetico della realtà incandescente, cui fa eco ogni fioritura germogliata nel grembo del luminoso, arcano, dono della riflessione d’amore, che è pure folle speranza (assolutamente irragionevole speranza) di riverberare un po’ di questo furore d'amore da coscienza a coscienza.  Ogni circostanza interposta alla condivisione matura del "Furor" costituisce il motivo di una deviazione tanto più maligna quanto maggiormente estremo è il suo effetto di eliminare dalla memoria l'effetivo Ricordo di chi eravamo.
La vita associata in vincoli di reciproca lealtà, regolata da Riti vivi e infusi nella trama della materia e del tempo per dignificare la loro sostanza scaturita dalla matrice divina svincolano l’uomo dalla meschinità della mera sopravvivenza, restituendo al significato più ampio della vita l'intera esistenza.
L’età materialista riduce per sua impronta nichilista ogni valore metafisico a evanescente ricordo, a sterile nozione inattuale o residuo mal compreso di riferimenti spirituali che sono ritenuti incapaci di esercitare qualsiasi azione significativa nella sfera interiore. 
Al contrario, oggi, proprio oggi, al nuovo sorgere dell’estrema età artificiale, per comprendere chi siamo sarebbe necessario avvicinarsi il più possibile – impresa tra le più ardue – alla dimensione primitiva, in cui sono deposti i germi di concezioni che sono tutt’altro di stolte ingenuità in uso a popoli vissuti al cosiddetto “stato di natura”. Termine quest'ultimo, estremamente riduttivo e coniato dalla nostra “civiltà” a tutti gli effetti estremamente involuta a società tecnocratica. Un nucleo individuato attorno l'essenziale condizione di perenne nevrosi che contraddistingue l’aberrante complessità produttiva, totalmente incoerente, propria al mondo industriale.  
La tredicesima fatica d’Ercole propria all’uomo post-moderno consiste precisamente nel risveglio interiore della sua realtà immaginale (espansione magica) che è la proiezione verso l’alto spiegata dal Poeta come: “…attender certo de la gloria futura” (Dante; Par. 25-69). Tensione sensibile di riscoperta dell’interiore passaggio a dimensioni sovraumane, da contrapporre alla malevola volontà che intende semplificare -plastificare, il mistero dell’uomo ad arida prestazione performante e sterile catalogazione di dati statistici.