mercoledì 19 marzo 2014

Ciò che libera dalla necessità




“qui all’improvviso, mentre avanzavano, parlò con voce umana la chiglia della concava nave, che Pallade Atena ricavò da una quercia a Dodona” 
 (Argonautiche IV 580-585). 

Ogni divinità è bifronte, trifronte, quadrifronte. Invero, inconoscibile a se stessa è la divinità. Chi progetta, pianifica, attua, realizza, che sia uomo o dio, è inevitabilmente soggetto ad un inesorabile declino di senso di ciò che fa. L’unità di tempo per misurare tale decadimento è relativa, gli Eoni si equivalgono agli anni e questi ai mesi, i mesi ai giorni, i giorni alle ore. Solo l’attimo si congiunge all’eterno. 

Quale sodalizio, quale alleanza, quale dipendenza ci avvince a questa realtà?

E’ indubbio che per orientare al meglio il nostro percorso esistenziale occorre trovare molteplici alleanze, con i nostri simili e con altre essenze geniali, insospettabili, viventi nei luoghi più reconditi del vero, rivelate a noi per mezzo di maschere incomprensibili.

L’atteggiamento sereno, l’allontanamento d’ogni tensione morbosa o infimo desiderio egoistico, qualifica l’intensità della nostra modulazione interiore per la quale attireremmo tali particolari essenze geniali, da tempo immemore instradate prima di noi lungo la via della catarsi e del dissolvimento di ogni inganno.

L’assonanza riguarda l’effetto di una remota legge di corrispondenza, per la quale i simili si attraggono vicendevolmente nel desiderio di amplificare la propria armonia. 
Così è per le api, figuriamoci per le intelligenze massimamente sensibili. E’ una solidarietà profonda come il sincero e semplice sodalizio sonoro del canto gregoriano, derivato dai più antichi patrimoni di conoscenze musicali propri ai cantori guaritori estatici-veggenti del primitivo mondo mediterraneo.  

Nel Timeo è asserito che il Demiurgo foggia le anime umane dai resti della sostanza utilizzata per la creazione degli dèi e a loro volta gli dèi foggiano i corpi fisici grossolani. Affinché l’essenza non si ottenebri nella smodata ricerca dei piaceri o dall’eccessivo sgomento del bisogno, subentra all’uomo l’ausilio di un istinto migliore che gli infonde il senso di una condotta di vita retta (disciplina felice) la quale, tramite l’apprendimento volto alla reminiscenza, desta la catarsi affrancando dalla schiavitù del mondo materiale. Tale padronanza delle facoltà sensitive è assolutamente attinente alla finalità dello Yoga originario, quale esemplare forma di magistero fisico quanto mentale.

La necessità nell’universo è il dominio più forte. La Necessità impone la nostra presenza a questa vita, la nostra interazione con l’inconoscibile e l’insorgenza nella parte più segreta di noi della sete d’infinito.

Nel Fedone 62b si riferisce di una “dottrina segreta”, che riguarda la messa in custodia degli uomini da parte degli dèi. Una custodia che non dovrebbe mai venire meno, perché (ciò è anche inquietante) noi saremmo protetti dagli dèi essendo loro esclusivo possesso. Noi non dovremmo appartenere che a noi stessi e forse nemmeno a noi stessi, dato che in realtà non sappiamo nemmeno chi veramente siamo, figuriamoci appartenere a padroni metadimensionali. Piuttosto, dovremmo tendere a dipanare ogni inganno per tornare a partecipare di un felice riverbero estatico, prerogativa dell’inconoscibile né maschile né femminile (sive deo, sive dea) deposto nell’abissale identità propria alla nostra essenza: è libertà estatica, contemplata dalla cultura sciamanica di ogni autentica tradizione.

In Fedro 274a è scritto che gli uomini ragionevoli dovrebbero prima cercare di compiacere i loro padroni (despotais) che sono buoni, riferendosi agli dèi. Essi sarebbero buoni prendendosi cura del nostro benessere, del loro esclusivo possesso. La consapevolezza di tale asservimento occulto si ritrova, oltre che nello gnosticismo, nel Brhadaranyaka Upanisad: “…Egli (l’uomo) è piuttosto simile a un animale per gli dèi. Invero, come molti animali rendono servizio all’uomo, così ciascun uomo rende servizio agli dèi. Se la perdita di un solo animale ingenera una sofferenza, quanta se ne proverà per quella di molti? Per questo non è gradito che gli uomini sappiano ciò – la possibilità di divenire liberi "– (I,IV,10).

L’immane e vorace labirinto naturale tiene l’uomo vincolato allo stato di necessità, la cui stolta considerazione costringe la vita a stato di cattività, ostacolante la fioritura spirituale che in noi è predisposta a germogliare. La consapevolezza originaria intese nel Risveglio effettivo del Sé, internato nel nostro involucro mortale, il ripristino di un ordinamento spirituale che se realizzato si fa superiore agli stessi dèi.

Il "sodalizio lirico” svincola l’uomo dalla miserrima contingenza di un bisogno solo materiale, preordinando in ciò la condizione essenziale alla sua elevazione. La Tradizione, la sua esemplare veridicità, si fonda nella sua essenza estatica, un estasi affatto “facile”, ma che deriva da un metodico percorso preparatorio composto di definite pratiche fisiche e psichiche, i cui graduali avanzamenti andavano a modellare i molteplici tasselli cognitivi realizzanti il significato (significato propriamente iniziatico) di “lucidità superiore” o “accresciuta percezione” che costituiva appunto il basamento estatico proprio alla pura Rivelazione. Questa Disciplina Integrale dell’essere, si dimostra come l’unica circostanza idonea a svincolare l’uomo dai legami meschini e non è affatto un caso che la raffinatissima “rete” stesa dalla cosiddetta concezione razionalista, attraverso la scienza materiale, fa di tutto per asservire con ogni mezzo a sua disposizione la nostra coscienza. La finalità è quella di obbligarci definitivamente ad una condizione di sterile obbedienza, di confinarci dentro un dominio d’imperfetta necessità. La cultura Pop è ferocemente nemica degli stati lirici dell’essere, la pseudo arte contemporanea, (accademia della necrofilia) non a caso, si compiace dell’essere definita come "concettuale" e "informale". Tutto ciò che riguarda l’anelito al pathos e all’organico è dilaniato dalla pressione dissolutiva contemporanea. Questo perché il dominio industriale, ultima probabile estensione del malevolo Demiurgo, teme le persone autonome, centrate in se stesse. Ogni sano cammino iniziatico è stato pressoché dissolto nell’era della sola tecnica e, massima delle aberrazioni, oggi è voler riparare a tale congenita imperfezione, propria a questa condizione di ottenebrata quanto artificiosa necessità, con il predisporre la nostra natura all’innesto, ibridazione con l’artificiale stesso. Decretando con ciò la definitiva sottomissione al disumano. E' una spietata sottomissione al “nuovo disumano” che si sta attuando, perché il fine dell’odierna scienza è sostituire l’uomo naturale con l’uomo macchina, stolidamente obbediente, impotentemente arrapato perché raschiato nella coscienza del puro pathos erotico, dico il sublime pathos erotico, fuoco nobile interno all’animo, che libera nella Visione: “Nel suo profondo viddi che s'interna Legato con amore in un volume Ciò, che per l'universo si squaterna”  (Paradiso · Canto XXXIII, 87)          









  

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