mercoledì 12 marzo 2014

La tredicesima fatica d'Ercole





Non per mero “amor di mistero”, ma per trovare effettiva risposta alla percezione tragica dell’esistenza che una persona rivolge l’attenzione ai significati profondi della Tradizione. Il senso ultimo della nostra presenza a questa vita è destinato a sfuggire in un progressivo svilimento di senso se non arriva a corrispondere all’identità stessa della persona l’indizio certo della realtà ispirativa, che ne qualifica il senso maggiormente profondo, ridestando ciò che è proprio dell’evocazione interiore. 
Intendo dire di poter ottenere consapevolezza dell’essenza “volatile”, consistente nella prescienza remota di un bene spirituale di cui l’uomo è fattivo custode e garante. Ciò richiede un attitudine alla perseveranza, ad una tenacia spesso destinata a rimanere  inapprezzata ed esclusivamente finalizzata alla "mistica fioritura" dell’essere, una fioritura del tutto imprevedibile quanto inesprimibile e riguardante un intima risorsa fino ad ora sopita.
La sintesi di ogni storia sacra, di ogni mito cosmogonico intessuto di atroci contraddizioni è che l’esistenza cosciente, di fatto, è una pura quanto strenua lotta per l’anima del mondo e che per tutta la durata della vita ci deve impegnare costantemente. La cultura ( termine oggi divenuto ozioso) riguarderebbe in realtà l’atto stesso dell’aratura, una tenace aratura del culto alla divinità ignota, o meglio, alle essenze geniali che hanno determinato la “solidificazione” della coscienza nell’occasionalità mortale che assai precariamente rivestiamo. Benché esista l’inganno, sia esso “arcontico” o “involutamente massonico”, il nostro nucleo remoto è addensato attorno ad un principio che a tutt’oggi rimane inviolato.
Noi, che siamo involucro, scrigno incerto, sotto la pressione di molteplici agenti dissolutivi essenzialmente composti da agenti aggressivi elettrochimici, nonché da subdoli condizionamenti psichici, diradiamo progressivamente i sostegni della nostra impalcatura invisibile decentrandone la gravità remota da un orbita spirituale che in realtà è l’unica a stabilizzare l’anima attorno il suo segreto centro coordinatore.   
L’esistenza è una lotta, una lotta spietata, scatenata soprattutto dentro di noi…un combattimento perenne in cui gli ostacoli esteriori sono puri emblemi che richiedono solo la nostra volontà e il soffio impalpabile della Grazia per essere convertiti in qualcosa di più ampio, di maggiormente degno. L’incomprensione degli ostacoli può arrivare a deformarci la psiche. Siamo chiamati a comprendere le cause profonde dell’esistere e con sempre meno compromessi se vogliamo uscire da questa dimensione migliori in noi stessi. L’esistenza è innanzitutto preparazione alla morte. Dove verterebbe altrimenti il mistero della salvezza dell’anima se non da una consapevolezza originaria e dimenticata di bene ideale posto oltre la dimensione miseramente materiale? Questa è una conoscenza istintiva, attiva in noi da tempi propriamente definiti come ancestrali, dove la cosiddetta preistoria dell’anima non è affondata nelle confuse lontananze di un passato primordiale e concluso per sempre…no…essa è perennemente agente, perennemente imminente, nonostante l’addensamento del tempo attuale (età oscura) impedisce di percepirne chiaramente la luce.
Il fluire della quotidianità non è forse una sorta di corrente eterica, forzatamente vincolata dentro un alveo di perfetta imbecillità e inganno convenzionale costituito prima dalla religione e poi dall’idea stessa di progresso modernamente inteso? Si può ugualmente intuire che nel greto di questo fiume che è il tempo ancora sedimentano esigui prestigi aurei, nonostante l’Età dell’oro sia tramontata da più ere, piccolissime parti iridescenti d’umanità ancora brillano sullo sfondo oscuro dell’epoca presente. 
La compassione, la solidarietà umana, il senso stesso del dovere (non egoisticamente assolto) dico l’aspirazione al bene e al senso stesso di Redenzione cosmica, questi sentimenti, queste aspirazioni sono forse estranee ai motivi maggiormente reconditi per cui il sole stesso è incandescente? L’incandescenza delle stelle non assolve forse alla massima delle aspirazioni universali e assieme ad esse la nostra idealità al bene? Non sprigiona ogni cosa da una medesima natura ugualmente contrastata da forze incoerenti massimamente scatenate nel periodo storico attuale? L’incandescenza sarebbe il più puro delirio divino rivelato alla materia. Infinitesimale nucleo poetico della realtà incandescente, cui fa eco ogni fioritura germogliata nel grembo del luminoso, arcano, dono della riflessione d’amore, che è pure folle speranza (assolutamente irragionevole speranza) di riverberare un po’ di questo furore d'amore da coscienza a coscienza.  Ogni circostanza interposta alla condivisione matura del "Furor" costituisce il motivo di una deviazione tanto più maligna quanto maggiormente estremo è il suo effetto di eliminare dalla memoria l'effetivo Ricordo di chi eravamo.
La vita associata in vincoli di reciproca lealtà, regolata da Riti vivi e infusi nella trama della materia e del tempo per dignificare la loro sostanza scaturita dalla matrice divina svincolano l’uomo dalla meschinità della mera sopravvivenza, restituendo al significato più ampio della vita l'intera esistenza.
L’età materialista riduce per sua impronta nichilista ogni valore metafisico a evanescente ricordo, a sterile nozione inattuale o residuo mal compreso di riferimenti spirituali che sono ritenuti incapaci di esercitare qualsiasi azione significativa nella sfera interiore. 
Al contrario, oggi, proprio oggi, al nuovo sorgere dell’estrema età artificiale, per comprendere chi siamo sarebbe necessario avvicinarsi il più possibile – impresa tra le più ardue – alla dimensione primitiva, in cui sono deposti i germi di concezioni che sono tutt’altro di stolte ingenuità in uso a popoli vissuti al cosiddetto “stato di natura”. Termine quest'ultimo, estremamente riduttivo e coniato dalla nostra “civiltà” a tutti gli effetti estremamente involuta a società tecnocratica. Un nucleo individuato attorno l'essenziale condizione di perenne nevrosi che contraddistingue l’aberrante complessità produttiva, totalmente incoerente, propria al mondo industriale.  
La tredicesima fatica d’Ercole propria all’uomo post-moderno consiste precisamente nel risveglio interiore della sua realtà immaginale (espansione magica) che è la proiezione verso l’alto spiegata dal Poeta come: “…attender certo de la gloria futura” (Dante; Par. 25-69). Tensione sensibile di riscoperta dell’interiore passaggio a dimensioni sovraumane, da contrapporre alla malevola volontà che intende semplificare -plastificare, il mistero dell’uomo ad arida prestazione performante e sterile catalogazione di dati statistici.        

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