mercoledì 4 giugno 2014

del valore emblematico





Secondo il pensiero tradizionale, l’esistenza ha valore in quanto nella funzionalità organica della vita irrompe l’azione ulteriormente vivificante di un bagliore sovrasensibile, e che riconosce essere annodato ai raggi del sole stesso. Emanazione immateriale appartenente ad ogni stella e che infonde all’intelligenza cosciente di sé la comprensione della partecipazione alla vita del Cosmo, intesa come riconoscimento di una qualità estremamente preziosa, idealmente definita col nome di “Grazia”: nei testi poetici della Grecia arcaica, presso Omero e i Lirici la percezione della bellezza, nonché della forza e del retto agire, sono espressioni annodate a quella della luminosità. Ancora nel medioevo la Charis è bagliore luminoso che incanta, quale riflesso di luce vivente e vivificante. La vita, secondo il pensiero tradizionale, è concepita come “dono” e “prova”,  in cui l’azione vivificante della luce consiste nell'evocazione profonda della vita richiamata dentro la vita stessa; intesa come anelito rivolto alla dimensione trascendente. L’esistenza, pertanto, tutt’altro che evento casuale meramente indifferenziato costituisce un effettiva “chiamata” molteplicemente ostacolata nel suo “rinnovamento” da potenze che propriamente si definiscono come oscure. 
Per questo in tutte le discipline iniziatiche d’ogni tradizione, è affermato che nel corso dell’esistenza terrena è decisiva l’esperienza del trascendente, la sua effettiva cognizione, per la quale la persona perviene alla sua “seconda nascita”, dove si attua un ulteriore germogliazione dell’essere; la sua fioritura, consistente nella completa schiusa dell’interiorità all’emanazione splendente della realtà divina. Quest'esperienza vale come l'unica circostanza in grado di amplificare la consapevolezza, obliando in essa la stessa identificazione transitoria dell’io occasionale storicamente incarnato. 
Tale è la sostanza di un riscatto metafisico, che sin dai primordi infonde alla materia incandescente dell’universo la vorticosa attrazione verso la forma stabilita e, congiuntamente ad essa, l’incubazione dell’animo innalzato sulle radici dell'incanto. Meraviglia o Sogno Primordiale custodito dal preavviso della propria identità luminosa ora evocata in profonde oscurità.
L’animo, iniziato al senso del sublime, è remotamente attratto dalla volta celeste, poiché il cielo fa trasparire la sua origine trascendente per mezzo di un’arcana suggestione, propriamente numinosa, che è la forza stessa della pura sacralità. La semplice contemplazione del cielo è essa stessa primissima esperienza religiosa, riguardante il mistero del supremo stupore arcaico: il salvifico stupore arcaico, che rese l’uomo fondatore dinamico del mutevole orizzonte allegorico, e, coincidente ad esso, dell’idea di Cosmo (ordine numinoso) e della sua enigmatica prospettiva, “ermeticamente” intesa come simbolo di “viaggio” e "peregrinazione".
La meraviglia arcaica produsse l'incubazione filosofica (alchemicamente intesa) che noi ancora oggi, nonostante tutto, racchiudiamo e che peraltro, non a caso, è emblematizzata nella stessa riduzione evangelica del ritorno alla fanciullezza estatica, (Vangelo secondo Matteo 18,1-5.10.12-14) senza la quale resteranno precluse le salvifiche  porte dei cieli.
Le regioni siderali preludono, con la loro inaccessibile lontananza, alla perennità della dimensione eterna, cui l’animo è attratto come subisse l’azione di un potente richiamo magnetico, costituito dall’invisibile “centro” dislocato altrove da tutte le masse gravitazionali dei sistemi stellari e giustamente individuato in ogni luogo consacrato.
E’ la volta celeste a costituire il proscenio della profezia racchiudente il mistero di un destino meraviglioso e terribile. 
La tragedia è la consapevolezza stessa della lontananza e dell’azione esercitata sull’animo dal nostalgico richiamo al bene perduto, in cui la percezione o aspirazione stessa all’ineffabile splendore oscurato si proietta attraverso coordinate siderali in cui s’identificano le stesse tracce delle primordiali lotte cosmogoniche narrate dai Miti della creazione. 
Le stelle, quasi viventi fossili luminescenti, segnalano fiocamente gli eventi remoti immediatamente successivi all’imperscrutabile momento cui il tutto proruppe dal nulla. Fluttuanti, in questa parte dell’immenso oceano privo di fondale che è l’universo, le costellazioni sono gli immensi segni grafici di riferimento indicanti parte del tracciato utile a ritrovare il cammino verso la patria perduta e i loro emblemi rammentano all'uomo che ogni cosa per lui acquisisce significato allegorico e simbolico: come in cielo così è in terra.
L’aspirazione ideale, intensamente perseguita attraverso i millenni per mezzo dell'ardente “ragion poetica”, essa stessa quasi guida e magnete della fede, nonché tratto d’unione tra la dimensione onirica e il dominio della durissima necessità materiale, costituisce, per le sue intrinseche qualità sovrasensibili l’estrema preziosità dell’esiguo filo iridescente, (filo d’Arianna) che riannoda nel labirinto costituito da più Cicli il cammino dell’uomo al suo senso maggiormente vero, alla sola emanazione o scaturigine che è varco d’ingresso e assieme d’uscita; promessa stessa di un inconsolabile abbandono. 
Un abbandono che grava la stessa dimenticanza divina, in cui l’ineffabile principio e fine d’ogni Era trovano equivalenza nel rigenerato stupore estatico. Attraversiamo vaste sinuosità millenarie che ordinano, attraverso una prospettiva difficilmente percepibile, la profondità temporale dell’attuale degradazione finora conosciuta.
In questo tratto, (Kali-yuga) è evidente che sia venuta meno la nostra qualità veggente. Unica qualità a riscattare l’uomo dalla schiavitù imposta dalla storia e dal dominio della mera necessità materiale. Per questo la scienza profana può essere considerata di matrice satanica. La scienza è antitetica alla veggenza, all’estasi, al Furor Poetico, a tutti quei motivi insomma che elevano il significato della Civiltà propriamente definita come tale. Il dominio della scienza volgare risiede nell’algebrica e monotona ripetizione. Una monotonia seriale e dissimulata dalla menzogna della cosiddetta “innovazione”, che in realtà costituisce la più triste delle aspettative o prospettive esistenziali mai conosciute dall’uomo.
Noi, ad ogni modo, essendo gli attuali oltrepassanti, per questa perdita dell’autentica qualità profetica rimaniamo privi della necessaria comprensione inerente agli enigmi connaturati alle Essenze e i Fondamenti, e che per tale ragione facciamo a pezzi tutto, disperdiamo, scaviamo senza riguardo. Questa è l’ossessione dell’uomo moderno. 
La sua tara psichica risiede nell’ ottenebramento della qualità veggente, che un tempo gli appartenne per elezione di stirpe e per mezzo della quale poté fondare città quali specchi sublimi del cielo; ora è il tetro dominio contaminante di una fosca volontà di smisurato ed empio comando sulle cose, che caratterizza il punto maggiormente avvilito dei tempi.
Vige la regola deviante di un perfetto anarchismo tecnologico in cui è la triste parodia della bellezza a distinguere la fase estrema del periodo attuale. La degenerescenza perde di controllo identificandosi esemplarmente nell’idea ossessiva di perfezione tecnica e “innovazione artificiale”, d’indistinta “crescita”, che sono circostanze intimamente spente e del tutto prive di Grazia, completamente mancanti della qualità fondante ogni sano rinnovamento della vita. 
Qualsiasi meccanismo automatizzato, per quanto elaborato ed “efficiente” potrà essere, solo per il fatto d’essere causato da una rigorosa funzione algebrica, che impone la simmetrica prevedibilità stessa del suo sviluppo, esso stesso risultato di una soluzione di presupposti ordinariamente seriali, essenzialmente disarmonici e incoerenti, nella volontà di sottomettere ogni finalità a delle esigenze bassamente strumentali, (solo utilitariste) e di ridurre il tutto sperimentato a mera statistica; (mera unità numerica modernamente intesa) solo questo presupposto, che costituisce il nerbo nichilista del controllo e condizionamento industriale della realtà, decreta l’assoluta negazione della Grazia e pertanto, in tale negazione, dell'impossibilità dell'uomo, letteralmente incapsulato dentro una pseudo realtà artificiale, di rendersi effettivamente migliore a se stesso.
Ogni esplorazione scientifica, assolverà sempre ad un’azione "sterilizzatrice", ad un annichilimento programmato e camuffato nei ritmi convulsi di una sovrabbondante e ingannevole produzione meccanizzata, tristemente "normalizzatrice" di ciò che invece dovrebbe costituire l’autentica ricchezza offerta dall'aurea 'imprevedibilità dell'autentico "fare per realizzare", che solo conferisce valore e profondo rispetto al mistero del rinnovamento vita. Indipendentemente da qualsiasi alibi sia dichiarato per legittimare il pretesto invasivo del controllo industriale, la sua reale finalità è quella di una sussistenza automatizzata assurdamente negatrice d’ogni autenticità di scopo e di senso alla vita stessa. Com’è priva di reale senso una copertura artificiale del cielo, soffocante la limpidezza dell’aria e congiuntamente ad essa l’animo: per corrispondenza, anima deriva dalla greca anemos, che è vento, soffio, aria. Ciò che intende manipolare le sementi naturali per renderle “prodotti di laboratorio” assoggettandole ad una sterilità programmata destituisce di reale significato il divenire stesso.  

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