venerdì 26 settembre 2014

I fregi presenti sull'oinochoe di Tragliatella






Mi thesathei : “Io sono l’aurora”

Mi amnuarce : “Io ho generato”



Queste frasi si trovano incise sull’oinochoe di Tragliatella, un vaso funebre manufatto dell’etruria arcaica, (VIII-VII a.C.) ritrovato nel 1878 nella località omonima in zona nord del Lazio, vicina all’abitato dell'antica e illustre Caere (oggi Cerveteri).

Due cavalieri, uno dei quali armato, escono da un labirinto sviluppato in sette corridoi come quello cretese. Alla destra si trova scritta la parola “Truia”.
Questa scena è anticipata da un'altra, raffigurante un offerente e da quattro figure intente nell’atto dell’accoppiamento.

L’offerente, una figura femminile, sembrerebbe introdurre con il gesto della mano destra allo svolgimento delle rappresentazioni che seguono. Sta in piedi accanto quattro pietre, indicanti un sicuro contesto rituale, il cui numero rappresenta l'evidente riferimento alla dimensione materiale stessa dignificata dalla realtà del simbolo.
E' altresì evidente, l’allegoria della generazione: accadimento visibile, il cui significato maggiore risiede nel maggior dominio costituito dalla dimensione invisibile da cui tutto scaturisce. 



I personaggi intenti ad accoppiarsi è come ci dicessero: Noi generiamo; attraverso il labirinto cosmogonico avviamo la perpetuazione della gens.
La prosecuzione della stirpe, che qui sarebbe idealmente congiunta agli eventi della guerra troiana.

Una relazione di parentela non solo fisica, ma spirituale. Il ricordo dell’evento cardine sui cui ruotarono i tempi, e dove, forse per l’ultima volta qui in occidente, la linea dell’orizzonte mitico si confuse con l’accadimento storico. 

Un'altro lato del vaso offre una diversa scena, in cui sette guerrieri armati muniti di scudo, su cui è presente l’effige del cinghiale, muovono solenni, tutti con uguale passo cadenzato, verso il reciproco scambio d’offerte votive che avviene fra tre personaggi; una donna, un uomo e un’altra figura femminile di dimensioni assai ridotte, forse una bambina, o anche un genio tutelare, che fa da testimone recando un altro pegno.
Da notare, il cinghiale è connesso con il ciclo solare, la frenesia riproduttiva maschile e l'aggressività dei guerrieri. La costellazione oggi chiamata dell'Acquario, un tempo era proprio quella del Cinghiale, considerata sede dell'energia mistica e dell'iniziazione, della spiritualità rinnovantesi attraverso il corso delle Ere.

Alcuni studiosi, hanno riconosciuto nella raffigurazione il giudizio di Paride mentre altri negano ogni correlazione con l’episodio stesso.

Le scritte presenti sul manufatto, hanno offerto ugualmente diverse traduzioni, che interpretano il senso delle frasi in significati diametralmente opposti gli uni dagli altri.

Ciò che invece è innegabile, è il riferimento limpido, benché enigmatico, ad una precisa realtà d’ordine iniziatico di cui è emblema inequivocabile il labirinto e il passo ritmato dei guerrieri. Quest’ultimo è una probabile testimonianza figurata del Troiae Ludus, danza marziale nata in Etruria.
Gioventù troiana e siciliana. Tutti hanno i capelli cinti da una corona, portano due giavellotti dalla punta di ferro…(Eneide,555)
Giri e rigiri, di fughe e scaramucce, di difficili passi intrecciati: e un poco si affrontano con i dardi, un poco marciano insieme dopo aver fatto la pace. Si dice che un tempo nella nobile Creta il Labirinto tra oscure pareti racchiudesse un cammino tortuoso e intricato con mille meandri…(Eneide, 585)

Cos’è importante in questo vaso? La sua proprietà puramente immaginale.

Esso costituisce un avviso, un monito, rivolto ad ogni anima, operando costantemente e incessantemente attraverso l’enigma simbolico di cui è partecipe (una partecipazione più o meno consapevole) ogni generazione umana. L’esistenza, è intesa come ricerca della consapevolezza, supportata da un remotissimo vincolo instaurato tra verità poetica e conoscenza metafisica, affinché nell’ora maggiormente critica non sia preclusa la suprema regione dello spirito. Mi riferisco al vigore evocativo, che solo può trasmutare la cadenza meccanica del respiro, attraverso il misurato studio di una definita grammatica operativa; oggi messa ai margini della storia.

Sette guerrieri, dunque, preceduti da un vecchio recante in mano non un lituo ricurvo, ma un bastone che assomiglia a quelli dei pastori, degli eremiti, dei Maghi, o dei Druidi stessi. L'uomo reca con sé un legno che fu l’indispensabile estensione sensibile dell’individuale facoltà percettiva, come antenna atta a captare le recondite modulazioni interne ai soffi dei venti, ai raggi del sole stesso, per ottenere cognizione effettiva della maggior purezza che anima il rinnovamento del Cosmo; che infonde il maggior significato ai battiti del cuore e la maggiore estensione all'intenzione devota.

La connessione riguarda la struttura del labirinto sovrapposto alla verità del cuore, la cui forma peraltro il fregio sembra stilizzare.

Labirinto-sole-cuore.

Offerte votive. Sacre alleanze.

Il vaso, pegno funebre, celebra i misteri della generazione e caduta nella vorticosa corrente del divenire.

Tutta l'allegoria raffigura gli atti del divenire celebrandone l'essenziale mistero.
Si rende evidente l'idea del "trasferire", (tramandare) del transitare e del diversificarsi – pertanto, di un procedimento iniziatico - iniziazione da inere = avanzare – avanzare dove? Solo il genuino pathos può rispondere e fornire motivo di salvezza (compito dell’indagine scientifica moderna, non a caso, è disseccare ogni luogo e cosa di autentico pathos).

Qui sul vaso è evidenziata l’importanza del tramandare e della direzione da mantenere, che riconosciamo nello stesso passo-danza dei guerrieri, come inudibile traccia melodica, ma, di cui è ugualmente intuibile l'indicazione sicura e al tempo stesso indeterminata, dove l'equilibrio controllato dei passi assolve alla misura di una deambulazione incerta, che sconfina l'azione dell'uomo nel dominio di ciò che è invisibile e dunque dell'oltretomba. Per questo i guerrieri raffigurati poggiano un solo piede al suolo, dimostrando padronanza di uno squilibrio controllato, di cui è espressione emblematica la danza marziale ritmata, (che ricorda la stessa dei sacerdoti Salii nell'antica Roma) avviata sempre e comunque da una modulazione magica, che nella raffigurazione è presumibilmente captata e scandita dalla figura del Vate tramite il suo bastone "rabdomantico". Egli, tiene entrambi i piedi al suolo, identificando con ciò la propria funzione e posizione.

Una potenza illimitata pervade il vaso. Il cavaliere più avanzato ha per compagno un demone-folletto, identificato nell’immagine di una scimmia. Cosa si può dire che già non possiamo intuire in completa autonomia? Se il cavallo costituisce il sicuro supporto alla conoscenza chiaroveggente, il folletto- scimmia non sarebbe pertanto l’entità umbratile che arriva ad attingere al nostro inesplicabile serbatoio onirico?

Sugli scudi dei cavalieri sarebbe raffigurata una Gru. La gru, oltre ad essere considerata un simbolo d’immortalità essendo sempre descritta in compagnia degli Immortali è anche intimamente connessa ai riferimenti emblematici della narrazione figurata. Omero, per esempio, associò i Troiani alle gru (Iliade, III, 1-6).

Inoltre, volendo fare una comparazione che allude alla scaturigine primordiale da cui tutte le Tradizioni discendono, intendo dire alla primigenia Tradizione Boreale, gli Ostiachi siberiani usavano indossare pelli di gru durante il relativo cerimoniale sciamanico.

Dedalo stesso, l’inventore del labirinto cretese, è anche l’unico che riesce ad uscirne volando d’un volo allegorico che è propriamente veggente, effettuato con quelle stesse ali (forse proprio di gru) che segneranno invece il destino del figlio Icaro.

Comunque sia, l’immagine del volatile stampigliata sugli scudi dei cavalieri fuoriuscenti dal labirinto, è intimamente connessa all’essenza divina femminile di cui la Gru, così come l’anatra, o la colomba, costituiscono le sensibili emanazioni plastiche realizzatrici e che, dunque, a ragione, appartengono all’uscita stessa dal labirinto; inteso esso stesso quale rappresentazione primordiale delle viscere ancestrali della Dea. 
Una sorta d'immobile emergenza pervade tutta la rappresentazione. L’esistenza è un evento immediato, scaturito da un inquietante e altrettanto incantevole legge d’attrazione o simpatia, di cui il primo fondamento è la Magia: recondito magnete universale. 
Qui si delineano peculiari linee di forza, i nessi concreti dell’idea cosciente, la sua glorificazione intagliata nella dimensione materiale e saldata al presentimento dell'eterno inconoscibile, che infonde di sé la compenetrazione fisica, rendendola per questo duplice e triplice, dunque, simbolica. Si rafforza, attraverso la realtà del simbolo la supremazia della modulazione lirica sul dominio della mera necessità, rivitalizzando di una verità maggiore i misteriosi motivi addensanti la sorda voracità insita nelle dinamiche del divenire: quale unico motivo del loro possibile riscatto.       
Quella attuale è “la notte del mondo”. L’avvilente condizionamento di cui siamo oggetto, impedisce l’ideazione di una nostra effettiva consacrazione. L’opera di magia involuta che risponde al nome di progresso, assolve alla diabolica funzione d’infondere nella persona la smania di pervenire ad un potere e libertà solo apparenti, saldandone l’identità ad un agglomerato artificiale intimamente spento ma esteriormente luccicante.
La primordiale conoscenza intuitiva non ha esaurito il suo compito.

Non ci occorrono compiacenti quanto infide esperienze psichedeliche a buon mercato, ma bensì, ci occorre, come l’aria stessa che si respira, la reale estrinsecazione della coscienza pervasa dal lampo geniale e intuitivo, che conferisce ogni ulteriore impulso alla volontà creatrice e alla libera determinazione dell’essere.

L’estasi ordinariamente intesa dalle conventicole new-age, tutt’altro che costituire l’apogeo di un percorso spirituale, rivela solo l’incapacità dell’uomo a vivere nella pienezza della vita Trascendente. L’esperienza spirituale è una traccia indelebile, impressa attraverso la corrente del tempo, è un “solco” arato qui e non altrove.

E’ necessario “arare” la nostra domesticità.

Questo mio, è l’amatoriale, quanto sincero, omaggio all’antica Sapienza mediterranea. Ed è un saluto rivolto a chi sente di appartenere, nonostante tutto, a tale reminiscenza aurea.

In questo ci riconosciamo distanti ed estranei da espansioni simulate, da stolti fanatismi, o miserevoli illanguidimenti, ma avviati alla centratura del cuore, (atavico labirinto) per ciò che sono le possibilità di ognuno, omaggiando quel barlume di memoria in noi perennemente latente e che appartenne in tutto il suo splendore ai migliori tra gli antichi, attraversiamo l'oscurità del tempo presente. Miriamo a coloro che ci hanno preceduto e che furono gli Eccellenti Compassionevoli, dimostrandosi per questo i più saldi, vigorosi e maggiormente ispirati. A cos'altro consacrare l'esistenza?