mercoledì 29 ottobre 2014

unità trinitaria internata nell'uomo - del valore operativo




Come ebbe a scrivere Silvano Panunzio, nel decimo capitolo La Triade storico cosmica del testo Metapolitica: l’uomo è creatura regale. Tale regalità si rivela nella stessa struttura morfologica della testa umana, dove al culmine della stessa esiste una sutura chiamata appunto “coronale”. 
E’ noto come il Golgota, luogo della crocifissione emblematica, significhi “cranio” e ugualmente il colle capitolino dell’Urbe “Capitolium” esprima il medesimo significato.
Benché al momento tutto appaia sovvertito, è sempre attuale l’invito rivoltoci dalla Liturgia nel vivificare, in ogni caso, i nostri “segni” interni mediante un rito intimo e silenzioso i cui esiti, inesprimibili sul piano meramente formale, propagano attraverso un dominio di “salvezza abissale” quanto non appartiene alla dimensione dell'ego.
In questo momento di passaggio epocale, il compito maggiormente autentico che ci riguarda tratta d’intuire l’intima struttura delle cose ed agire, cercare di agire ristabilendo interiormente a noi stessi la vivente gerarchia del simbolo. 
Uniformare ad essa la considerazione profonda delle mutazioni cui la vita ci sottopone, senza peraltro aver la pretesa di realizzare alcunché se non l’ideazione di quel sovra-senso mistico e doloroso allegorizzato nella Passione del Cristo. 
Una Passione depurata di tutte le patologie esasperanti quella sorta d'involuta consacrazione della sofferenza fisica, intesa come espiazione dell’originario peccato, il quale, invece, andrebbe inteso come la vorticosa ed inevitabile precipitazione della qualità animica nella dimensione materiale, esemplarmente coagulatesi nell'immagine dell'uomo.

Il simbolo dignifica la materia, l’assialità della Croce infissa sul Golgota è compitata da tre congiunture emblematiche, che realizzano il rapporto discendente-ascendente informante la materia del suo legame con la sfera del trascendente. 

Queste tre congiunture si realizzano attraverso il “Martello” la “Lancia” e la “Corona”.
La Corona sormonta il Capo dell’Uomo-Dio, la Lancia di Longino ne apre metaforicamente il costato-cuore ed il Martello ne ha conficcato i chiodi negli arti. 
Pertanto, dalla base alla sommità della croce, si trovano riunite le tre tradizioni, le tre iniziazioni del mondo arcaico e antico qui riordinate per un ultima volta, prima del precipitoso declinare dei tempi. 

Il Martello esemplifica la tradizione artigiana, le iniziazioni ai misteri del mestiere, la Lancia emblematizza la tradizione regale-guerriera, e la Corona, quella regale-sacerdotale.

Attraverso un cupo nembo di dolore, coralmente elevato dalle tre madri avvolte nei loro manti scuri, l’iniziazione profetica del Cristo - che è l’Uomo predicato del participio divino - riassorbe in sé, mediante un’unità radicale, le precedenti tre.
Conferma di ciò l’abbiamo nell’Antico Testamento, in Isaia con la punizione di Dio contro coloro che attaccano Israele, cosi' si legge in 49:26 “Farò mangiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori, si ubriacheranno del proprio sangue come di mosto". Qui l'atroce profeta rivela il dimezzamento della Tradizione integrale, quando il “Giorno” appena sorto del nuovo Ciclo, avrebbe sempre più deteriorato. 
Come sempre in Isaia XLIV -12 denuncia i falsi fabbri, divenuti ormai incapaci di trasfondere il puro mistero attraverso la loro arte, ma di produrre unicamente idoli svianti. Ciò sta ad indicare l’insorgere della vanità e della mistificazione, che solo la Restaurazione Integrale potrà correggere: “Ecco, io ho creato il fabbro che soffia nel fuoco sui carboni e ne trae uno strumento per il suo lavoro; ed io pure ho creato il devastatore per distruggere” (Is.LIV-16). 
L'interpretazione anagogica deve ricondurre il senso al combattimento spirituale, dunque, alla compiuta iniziazione alchemica dell’Homo faber, il “figlio del fabbro” assurto a “figlio di Dio”, di colui che specificamente alimenta in sé il fuoco sacro e appresta gli strumenti della Grande Opera: la trasmutazione spirituale o perfetta dissolvenza dell’ego. 

Grande Opera, il cui senso agli albori dell’Illuminismo è stato sovvertito dall’involuta massoneria speculativa.
Il significato di tutto ciò è lampante, solo attraverso l’esercizio interiore riflesso esteriormente (ascesi) si muove prodigiosamente dal finito animale al senso ineffabile dell’eterno. 

Si parte dal corporeo e dunque dal “laborare” dell’Homo faber, sperimentando il dominio della volontà guidata dalla Grazia e, pertanto, all’agere dell’homo imperans e, infine, all’intellegere dell’homo sapiens, culminante nell’azione “orante” - di colui che intona, che modula l’incanto all’adorazione perfetta dell’homo contemplans -
Quattro gradi dell’ascesa che appartengono al Mistero Cristico, riassumente in sé la perfetta Regalità, la perfezione Sacerdotale e Profetizzante, poiche' egli nell'allegoria e' Figlio dell’Artefice - Fabbro. 

E’ anche interessante notare che il verbo da cui proviene l’espressione evangelica Tékton (figlio) ha medesimo significato di “generare”, “produrre”. 

Nella simbologia biblica il capostipite di quest’ordine di “fabbri” è Tubalcain che, nel mito classico ha attinenza con Vulcano, così come sua sorella Naama sembra ricollegarsi con Minerva, patrona dei Collegia che riunivano gli artefici.

Dante, omaggiando tale memoria sapienziale nel Purgatorio (XXVII-142) al termine del suo viaggio nei dominii inferi e intermediari, prende congedo da Virgilio ricevendone l’iniziazione che gli consente di salire ai Cieli, riassumendo il potere dei Misteri antichi nell’espressione: “perch’io te sopra te corono e mitrio”.

Giova a tal proposito ricordare Luca XXIII-31 dove: “Le donne piangevano per Gesù. Se esse avessero saputo quello che stava per venire, avrebbero pianto per sé stesse. «Non piangete per me», dice Gesù, «piangete per voi stesse», poiché se fanno questo a me, che cosa faranno a voi?”….
“Perché, se si tratta così il legno verde, che ne sarà del secco?” in cui traspare il simbolismo alchimico del Nuovo Testamento che richiama e perfeziona l’Antico: “Perciò tu, figlio d’uomo, gemi con i lombi rotti e gemi con dolore davanti ai loro occhi. E avverrà che quando ti domanderanno: “Perché gemi?”, risponderai: “Per la notizia che sta per giungere, ogni cuore si struggerà, tutte le mani s’indeboliranno, tutti gli spiriti verranno meno e tutte le ginocchia si scioglieranno come acqua”. Ecco, la cosa giunge e si compirà, dice il Signore, l’Eterno” (Ezechiele 21,11s).

Il Legno verde è l’Albero della Vita, il Legno secco è l’uomo decaduto del presente Ciclo. L'uomo che deve pervenire nuovamente alla Grazia perduta, riconquistare la condizione aurea mediante un'opera che e' triplice e della quale oggi a stento ne possiamo appena intuire il senso.  
San Tommaso scrive che l’uomo è fabbro del proprio destino.
Nell’attuale quadro antitradizionale e propriamente satanico, si comprende del perché le cosiddette istituzioni appartenenti a tutti gli Stati moderni abbiano operato per scardinare le tre parti simboliche dell’uomo, scatenando un'immensa congerie di frequenze disarmoniche, amplificate dal dominio industriale e dalla progressiva “digitalizzazione” della realtà, che, per sua prerogativa dissolvente, sancisce definitivamente l’autentico avvento dell’anti Cristo.

Si comprende anche del perché nella seconda metà del 1700, la massoneria speculativa, che alimentò la Rivoluzione Francese, intese porre arbitraria fine, mediante la prima legge approvata dall’Assemblea Legislativa  del 1791, alle antichissime Corporazioni artigianali; usurpandone peraltro i lemmi simbolici di riferimento e svuotandoli di reale senso e significato.

L’attacco all’edificio tradizionale sarebbe culminato nella seconda metà del secolo scorso, con l’avvento massificante dell’insipiente caos contemporaneo celebrato mediante i fasti ferali della cosiddetta cultura pop (finanziata assieme la sua ulteriore deriva “informale” da potentissime lobby) e dello stesso consumo di massa globalizzato.

   

E’ una fiamma dolorosa il sole, barbaglio di raggi distillanti esigue quantità di Grazia.


Ricercar comunione con i principii sempiterni, che noi stessi nel profondo alberghiamo, camminando nella vastità delle Ere, dimentichi e storditi tra pene e più rare gioie, uniti alla meraviglia da un vincolo segreto e indistruttibile.
D'ogni antica opera, ci appartiene la tenerezza, deposta a fondamento della gravità.

sabato 25 ottobre 2014

BLACK OUT: “spaventevoli notti” e “spaventevoli giorni” della smarrita umanità residua.



Sfugge ad ogni considerazione ciò che sta accadendo. Una manciata di secondi e tutto sarà già stato e ciò che sarà stato rimarrà illeggibile; inutile a sapersi. 
L’anima non sarà più vestita e ancor meno che nuda si mostrerà decapitata.

Precipitosamente e furiosamente, l’Età è sottratta alla riflessione del libero pensiero.

Tutti, indistintamente, siamo esaminati con nuovi e sconosciuti parametri, la realtà intera, consegnata alla menzogna ufficiale del fatto compiuto.

Tutto il presente è bonificato, irradiato, da circostanze necessarie che attuano l’inevitabile impoverimento - deterioramento dell’identità.

La storia, d’ora innanzi, per virtù della tecnica, sussisterà nell'assurda “spaventevole sosta dell’istante accelerato”, centrifuga dissolvente dell’anima decapitata.  




























.

giovedì 16 ottobre 2014

Origini



Attraverso il multicolore respiro della vegetazione, ogni Primavera la Dea Madre presiedeva al rinnovamento della vita, in cui a cadenze cicliche era celebrato il rito del Ver Sacrum: liturgia migratoria che interessava le popolazioni arcaiche della penisola italica. Tramite l’interpretazione di segni emblematici recati da animali (corvo, lupo, cervo, picchio, cinghiale) che erano espressione visibile della volontà divina, i nuclei migratori ricevevano indicazioni certe sulla direzione del loro peregrinare.

Alcuni presumono, che in tempi remotissimi, vi furono altre migrazioni partite dalle coste dell’attuale Toscana e Lazio, originate da tragiche necessità dovute ad immani catastrofi naturali. Il fondatore stesso di Troia, Dardano – colui che istituì, o nuovamente estrinsecò agli albori dell’attuale Ciclo, i Misteri Samotraci – alcuni storici antichi lo soprannominavano Hesperoten; ovvero, colui che proviene da Hesperia – odierna Italia –

Forse, sono proprio tali migrazioni preistoriche che diedero impulso alle stesse civiltà cretese e fenicia. Gli antichissimi Pelasgi, chiedendo responso a Dodona, la benevola Dea Madre, ottennero la risposta di tornare ai luoghi remoti delle proprie origini; precisamente nel centro geografico della nostra penisola, oggi Rieti. Qui si trovava il lago di Cotilia – oggi scomparso – su cui galleggiava un isola sacra, che il soffio dei venti trasportava da una sponda all’altra.
Così come, Virgilio – Eneide III, 96 – attingendo a vetuste memorie, narra che giunti all'isola di Delo, i Troiani interrogarono l'oracolo di Apollo; e questo ingiunse loro di tornare all'antica terra d'origine: “Cercate l'antica madre” (antiquam exquirite matrem)

Qui ci riferiamo alla notte del concepimento della nostra Età storica, la cui prefigurazione scaturisce dalla distorsione di un “sogno ancestrale”.
Agli inizi del IV millennio Creta instaurò, nelle Cicladi nell'Egeo e nel Mediterraneo orientale, la propria supremazia. Iniziò l'epoca che gli storici definiscono della "talassocrazia cretese". Essa durò, più o meno, tra il IV ed il III millennio a.C. (vale a dire che si evolse in piena età del bronzo). Della talassocrazia conservarono memoria gli egiziani che conobbero i Cretesi col nome di "Keftiù" (i famosi "popoli del mare").
Creata alla fine del IV, la talassocrazia fu perfezionata nel corso de III millennio a.C.
Verso l'inizio del 1000 a.C. la potenza Cretese ebbe un improvvisa quanto rovinosa battuta di arresto. Due ne furono le cause: da un lato un rovinoso terremoto (probabilmente l'esplosione di Santorini) che distrusse i "Palazzi"; dall'altro la calata dei dori invasori (che avevano già distrutto, tra l'altro, la civiltà micenea).
Ciò premesso, vediamo come il mito trattò questi avvenimenti storici travasandoli nella narrazione mitica.
Narra la mitologia che Zeus, fu colpito dalla bellezza della ninfa Europa. Decise di farla sua e per ottenere il suo scopo assunse le sembianze di un bellissimo e candido toro bianco e, in questa veste, si presentò dinanzi ad Europa.
Questa fu incantata dalla visione e senza sospetto, si sedette sul suo dorso ed il toro non ebbe certo difficoltà a rapirla conducendola, attraverso il mare, fino a Creta, dove la possedette.
A Creta Europa partorì Minosse, il leggendario re che affidò a Dedalo l’ideazione del Labirinto, nonché direttamente collegato anche alla grande impresa argonautica diretta verso la Colchide, poiché tale re fu padre di Giasone.

La religione cretese più antica che era fondata - come è naturale - sul culto della "Dea madre" (vale a dire la "fertilità") che era una divinità propria di provenienza anatolica ("Ku-ba-ba", poi "Ku-be-le" e infine Cibele).
In secondo luogo la società della civiltà del bronzo era di tipo patriarcale, innestandosi sulla preesistente struttura matrifocale, dove si afferma l'autorità di una divinità maschile che si configura come enigmatica e splendente, quanto oscura forza "fecondatrice".

Ino, figlia di Kadmos, nutrice di tale emblematica potenza fecondatrice, il cui furore è plasmato nel mito di Dioniso, invasa dal furore del dio, uccide e si uccide.

Pertanto, segno rappresentativo della manifestazione di queste civiltà remote, in cui vorticò con misurata proporzione l’orrido e il senso del sublime, non poteva non essere il Labirinto. Emblema del presentimento di una crisi destinata ad amplificare lo smarrimento dell’uomo, incamminato nelle profondità del Ciclo cosmico rinnovato attraverso un percorso incognito, tanto nell’attraversamento materiale che in quello spirituale, annodato alla dissolvenza post mortem. 
Labirinto e Ascia bipenne costituiscono il traslato di un medesimo significato - lirico e marziale - che rimanda al regno ctonio della Dea Madre.

Per l'uomo arcaico e antico ri-congiungersi alle origini, voleva dire padroneggiare lo strumento indispensabile allo sprofondamento-inabissamento, che determinò attraverso la precipitazione vorticosa delle sostanze la gravità stessa, e con essa la danza delle Ere replicata attraverso le movenze stesse dei corpi uniti nel girotondo sacro. 
Nell'eseguire questo, come accade nella rievocazione del tragico mito indonesiano di Hainuvele - anch'esso prefigurante la connessione ancestrale con il labirinto - donne e uomini formavano in alterna successione una spirale a nove giri e che durava nove notti. Hainuvele, mentre danzava fu uccisa e sospinta nella fossa – che è il mundus stesso, collegante la terra alle regioni infere – dove è proprio in questa sua morte che la vita si rigenera, assieme l’inganno stesso annodato alla sua “necessaria” illusione.

L’archetipo è il labirinto connesso alla dimensione materiale, che le generazioni degli uomini, le une dopo le altre devono attraversare per arrivare alla regina degli inferi che li destinerà, in ragione del concepimento genitoriale, all'esistenza terrena…questa dunque è una reminiscenza primordiale comune a tutto il mondo primitivo, ed è ciò che è anche raffigurato anche sull’Oinochoe di Tragliatella, dove si riflette parte del mito stesso di Hainuvele, di colei che “è stata” danzata sotto terra, o con altre parole: è stato il labirinto danzato a condurla sotto terra…è evidente la connessione tra morte e nascita. "E non è di poca importanza che proprio questa connessione venga fissata da una danza" - Karl Gustav Jung e Kàroly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia , Torino, Boringhieri, 1972, p. 183.

Presso ogni latitudine le danze primitive si svolgono in cerchio e a spirale. E’ la semplice e profonda rievocazione della ciclicità cosmica cui l’uomo, fino a un dato momento della sua presenza, fu saldamente connesso. La terra su cui si viveva era compresa essere un effettivo altare cosmogonico, dove si “arava il culto” alla divinità incognita. Pur con una diversa modalità, riuscendo a svincolarci da un ferale razionalismo, dovremmo tornare ad essere pienamente coscienti del nostro destino; tornare a conferirgli una dimensione puramente mitica, comprenderne la traccia melodica assieme la presenza vivificante dell'enigma tragico e risplendente.


venerdì 10 ottobre 2014

Cristo e la liturgia del Cosmo



Questa è una sorta d’evocazione, attraverso cui cerco di rinsaldare le radici della coscienza nel terreno archetipico dell’Allegoria. E’ il campo “immaginale”, sovrastato dalla stessa “prima” immensità celeste, dove scintillanti ruotano i segni e le linee più antiche della creazione. E’ risaputo che questa sia la distesa in cui germogliano i misteri dell’animo.
Qui in particolare, l’attenzione è andata al passo evangelico della Domenica delle Palme, in cui si celebra l’ingresso di Gesù nella città santa di Gerusalemme.

L’evangelista Marco, introduce la sezione dei capitoli 11-13, narrando l’ultima settimana di vita del Messia, e dunque, della Sua Passione e Morte (capitoli 14-15).

Il testo, rende evidente la traccia di un’espressiva opera simbolica, o profetica, ornata di chiare reminiscenze veterotestamentarie, le quali, nel trattare l’ingresso messianico in Gerusalemme, scandiscono l’evento in cui si attualizzano i diversi periodi rinnovanti il Mistero della vita universale. Ad esso sono collegati tre fondamenti: quello della necessità, quello dell’urgenza insita nel mutamento e l’ultimo, nella garanzia di fede.

Cosa si dovrebbe intuire prima d’ogni altra circostanza particolare? Che la figura del Cristo, è l’emblema stesso dell’essenza sensibile operante nella totalità dell’Universo. Tale essenza s’interna e convoglia nell’incessante rinnovarsi del tempo; o meglio, di ciò che arriva a determinare l’alveolo stesso in cui viene a scorrere la corrente del tempo. L’emblema del Cristo, in un certo senso, è la figurazione antropomorfica dell’Aion stesso, dell’ancestrale emanazione scaturita dall’ineffabile principio ispiratore della vita e che ne regola l’espansione cosciente attraverso un Era definita.
Vita, duplicemente incardinata sui perni dell’atrocità e della levità. La mirabile costruzione allegorica, è tanto più autentica proprio perché non affonda nella sola e nuda interiorità umana. Essa riguarda la pertinenza dell’inesprimibile essenza geniale, o propriamente divina, permeante le molteplici emanazioni universali e il cui il riflesso transitorio, che è l’uomo, (enigma cosciente) trasparisce ai raggi del sole come fosse prisma vivente addolorato e radioso (felix). L’uomo è uno "specchio vivente", in cui si riflettono i segni enigmatici del cielo e della terra.

Il senso delle cose è soggetto a continua mutazione; il tempo, è la dimensione che in sé contiene infinite dimensioni possibili, e passaggi stessi ad altre ulteriori possibili estensioni. Gli antichi vissero effettivamente in un'altra dimensione da quella odierna. La tessitura degli eventi, trascolora su questo labile supporto che è lo scenario, ormai logoro, della rappresentazione propria all'attuale Ciclo. L’impoverimento del senso di un Età, prefigura l’estremo logoramento dell’intero periodo maggiore in cui si realizza l’immenso Sacrificio Cosmogonico.

La nostra determinazione e identità si mostrano nello svolgimento di questo sacrificio, che è appena intuibile e la cui azione invita la coscienza all’attenzione costante per l’Evento, ad essere per l’Evento mediante la Vigilanza del Cuore. Per questi reconditi motivi, la nascita di Gesù non poteva non essere rivelata da una precisa congiunzione astronomica e astrologica, decifrata dall’attenzione sapiente dei Magi. E prima, per lo stesso motivo, l’annunciazione della natività non poteva non essere veicolata alla Madre da un entità geniale.

L’ora della Rivelazione, è un’ora propriamente crepuscolare, (sia essa alba o tramonto) è un sigillo impresso in un momento del transito di due Ere.

Per ri-fondare l’attenzione nella coscienza degli uomini, si rende necessaria la trasposizione allegorica, il significato universale traslato nella grandezza espressiva pertinente a figure sensibili, che sono in grado di reintegrare il senso etico, la potenza, l'identità geniale stessa al dolore in cui s’annoda la fragile apparenza, elevandone il principio transuente in componimento tragico e trasmutando, per la sua azione, l’essenza di ciò che è transitorio in eterno. La geometrica stabilità poetica della Madre Dolorosa, è una composizione piramidale, in cui arrivano a convergere o ugualmente da cui si sprigionano, o anche, al cui vertice trovano unione inesprimibili Potenze precosmiche. Queste, infusero nel cuore dell’Uomo il senso della Meraviglia, l’ispirazione geniale, che lo sciolse da legami solo materiali convertendo la violenza, insita nell’esigenza di sopravvivenza, (l’intelligenza stessa quando smarrisce la prossimità al bene, si perverte in violenza insensata) in ferma determinazione che partecipa l’intima natura al senso del trascendente.

La veridicità del messaggio di Cristo, la sua preminente autenticità, fonda proprio nel fatto che esso è una perfetta costruzione allegorica, ruotante attorno un preminente nucleo simbolico di Salvezza. Questo, nonostante la cupidigia degli uomini attraverso i millenni, abbia stravolto il significato originario della Ri-velazione, deformata con un filtro ideologico utile a consolidare quelle medesime forme di potere oppressivo, falsamente paterno e in realtà mostruoso, che il messaggio portato dal Cristo in realtà intese rinnegare. Si tratta di ravvedere la coscienza, mediante un percorso di ascesi, dall’inganno epocale che contraddistingue la fase avanzata dell’attuale Età oscura.   
Non ha davvero senso ricercare prove storiche del passaggio terreno del Messia. Esso, di fatto, è perenne e scaturisce, rinnovandosi come lampo d’intuizione maggiore, nel palpito ardente universale cui noi siamo intimamente correlati; solidamente strutturati quando ne realizziamo l’identità alla sostanziale radianza.
La convinzione, è che noi siamo diretta emanazione di una Virtù trascendente per la quale ogni significato accidentale occorso alla nostra “caduta spirituale” perde d’importanza. Vi sono state cruente battaglie per la sopravvivenza dell’anima nella storia del Cosmo, forse la più cruenta accade proprio ora. Esseri ostili, agenti su piani non comunemente dati della realtà, agiscono dietro quinte rarefatte della scena primaria che a noi sembra essere come l’unica. Arconti, Demoni o Alieni, poco importerebbe sapere molto sulla loro identità una volta che s’è interiorizzato il nostro compito di responsabilità: la custodia dello scrigno evanescente e inviolabile, che preserva la nostra identità. Questo è il motivo della contesa, e che ci rende i protagonisti di un remotissimo assedio immateriale.

La Gerusalemme in cui entra Gesù non è la Gerusalemme storica. Essa è il supporto allegorico, riferente il ritorno dell’uomo nelle sue multiple profondità, di natura affatto meramente psichica, ma di realizzazione multidimensionale. La città interiore è fondata a specchio del cielo, assialmente orientata verso la sua apertura metadimensionale, e riguardante il rinnovato consolidamento dello spirito attraverso le volute dei Cicli che attraversa in sé stesso, fuori se stesso ed oltre se stesso. E’ una follia necessaria, che infonde il maggior significato alla Ri-velazione.
Si legge in Marco 11,2 che Gesù scelse di salire su “un asinello sul quale nessuno è mai salito”. “Essi condussero l’asinello di Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi…”
L’asino è la cavalcatura emblematica. Presso le culture microasiatiche, la Persia e dunque presso i Caldei, (Magi) era l’animale messaggero di morte, intesa come ineluttabile rinnovamento delle cose. i Greci lo collegavano anch’essi con la fine delle cose mettendolo in correlazione a Saturno, dunque alla gravezza, alla materia oscura in cui è realizzato l’isolamento necessario all’incubazione. Dioniso, radioso e terrificante, i Sileni ebbri e savi, lo usavano come cavalcatura prediletta. Esiste, tra l’altro, (nota Marius Schneider) fin dalla più remota antichità, correlazione strettissima tra il suono cupo del tamburo e il raglio disperato dell’asino, entrambi testimonianti la vibrazione sonora di un richiamo estremo, che invoca profondamente le forze mortali rigeneratrici del Cosmo. Per tale via, possiamo comprendere meglio il nesso iconografico che vede Cristo crocefisso in corpo di uomo con testa d’asino. Immagine questa, non necessariamente (o per nulla) blasfema, bensì, raffigurante un eminente simbolo sacrificale, poiché al disperante raglio asinino, invocazione di una materia inesorabilmente prigioniera in se stessa, gravata di dolore e vuota di speranza, è stato associato il grido altissimo di Gesù sulla croce al culmine estremo della Sua Passione terrena.

                                         
 (graffito di inizio del II secolo trovato sul Palatino a Roma)


E’ l’eredità preistorica del mondo estatico e veggente a riversare i propri significati liturgici nell’emblema del Cristo; che agli inizi di una nuova Era, nuovamente sottomette le forze cieche e laceranti che operano in seno alla materia, sconfinando per questo in diversi ordini e gradi di realtà.
Non si può ignorare l’accortezza dell’avviso che ci viene fornito dalla narrazione quando dice: “un asinello sul quale nessuno è mai salito”. E’ proprio il carattere cosmogonico dell’allegoria a traslare nel simbolo asinino la gravità stessa della materia, continuamente rigenerata nel corso delle Età in cui, attraverso ogni passaggio precessionale, è necessario aver ragione dell’originaria modulazione che fornisce, attraverso la manifestazione concreta delle cose, come estrema possibilità dell’animo per intonarsi all’accordo (in-canto) perduto.
Per questo discepoli e seguaci rivestono il dorso dell’asino dei propri mantelli. Il mantello esprime l’indispensabile, ciò di cui l’uomo ha bisogno esteriormente che interiormente. Con l’azione di ricoprire l’animale si definisce una specifica intenzione, la volontà di disponibilità a cooperare per l’avvento, o restaurazione, del Nuovo Regno, il cui senso trova compimento nel controllo delle potenze disgreganti, delle forze caotiche svincolate dal sovvertimento occorso alla Macina del Cielo.

Nell’Antico Testamento difatti il mantello rappresenta l’emblema di un regno (come si legge in Re 11:29-32) e in un altro passo, la trama di cui il mantello è formato svolge lo spirito profetico congiunto al mutamento dei tempi (in Re 19:19). L’identità profetica riguarda il significato dell’uomo, della sua posizione rispetto al tutto che lo sovrasta e che egli stesso contiene.

Nel Nuovo Testamento, in Giovanni il mantello/tunica riassume la figura dello Spirito che Gesù comunica alla Sua morte e sempre in Giovanni (19:23) è l’indivisibile unità dello Spirito che ricevono.

Il mantello è l’intreccio cangiante della realtà, e come nel senso materiale i fili della sua trama sono verticalizzati dall'ordito e poi tesi sul telaio, dove il loro numero determina la larghezza del tessuto, così nella dottrina dell’universale, il numero delle rivoluzioni celesti determina la misura dei Cicli in cui si rende necessario per l’uomo ri-attualizzare la propria identità spirituale. E’ il “mantello celeste”, su cui sono istoriate le tappe del misterioso cammino dell’animo.

Non avrebbe altro senso il fatto che all’ingresso in Gerusalemme, (Mc. 11:8) la folla si sottomette a Gesù riconoscendolo come proprio Re, se non per il motivo che gli uomini si ravvedono per aver dipanato la caligine offuscante la loro reale identità; per la quale riconoscono il significato profetico dell’Età, il significato dell’Evento e dell’inganno del sottomondo. Per questo quanti toccano il “mantello” del Messia sono risananti nei corpi, divenendo essi stessi figure della vita realizzata in sé.

In un certo senso, non avrebbe davvero importanza determinare l'esistenza storica del personaggio di Cristo, poiché il Cristo autentico e perennemente agente è la coscienza stessa universale; la geniale identità luminescente, che si realizza come presenza interposta tra noi e la nostra stessa ombra, talmente intima da esserci estranea. L’invito più significativo rivoltoci dal "Cristo allegorico", consiste proprio nella discesa che dobbiamo compiere nella “stanza del cuore”, poiché è qui che la “terza” essenza dell'essere (o quint’essenza alchimica) trova il suo motivo di reale effettività. E' proprio in questa vertiginosa discesa che l’abisso interiore trova sostanziale identità con ciò che nell’universo è maggiormente elevato; poiché le dimensioni si annullano e con esse noi, attraverso l’estinzione dell’ego volgare, diveniamo iridescente Nulla.