mercoledì 4 marzo 2015

la condizione servile






Il destino dell’uomo peregrinante nel presente Ciclo è quello d’essere aggiogato, di servire.
L’iniziale stadio primigenio, in cui s’identifica lo status aureo della coscienza universale, accomuna uomini e dèi in una medesima natura, connessi tra loro da un sostanziale principio d’uguaglianza che la caducità insita nel giro stesso delle ere non sembrava intaccare: “comuni erano i pasti, comuni i sedili agli dèi immortali e agli uomini mortali” (Esiodo)
Gli uomini della stirpe aurea compaiono prima degli dei olimpici e stanno con Crono in cielo. Vivono beati esenti da affanni, da ansie, immuni al deterioramento muoiono pervasi da un dolce sonno che li coglie al termine di uno sterminato numero di anni, durante i quali hanno sempre conservato il fiore della giovinezza. Trapassando divengono démoni, come li definisce Esiodo nelle Opere e i giorni, essi divengono i benevoli custodi degli uomini, che ispirano loro l’idea di giustizia.
Nell’età aurea, la distinzione tra mortale o immortale ancora costituisce l’essenza di due dimensioni appartenenti ad una medesima identità. La differenza tra uomini e dèi non dipende da una nascita scaturita da fonti diverse, uguale per entrambi è la segreta polla sorgiva, sono bensì le vicende successive che ne differenziano l’identità.
Uomini e dèi in origine, entrambi splendenti, sono purtuttavia soggetti ad una impercettibile quanto inesorabile progressiva trasformazione della propria condizione. Trasformazione, ordinariamente definita come morte. La corruzione agisce con modalità diverse determinate dalla Moira, il destino, che stabilisce per mezzo di un decreto insondabile la parte assegnata ad ognuno.
Dalla perdita della chiarissima condizione iniziale l’uomo non è più libero, la novità cosmica che si afferma è una progressiva diminuzione della sua libertà. Attraverso la caduta/addensamento in strati sempre più grevi dell’elemento universale il tempo avvolge tra spire sempre più strette le generazioni umane, fino all’ultima odierna, il cui avvio principia presumibilmente con il mito esiodeo che tratta del sacrificio di Mecone, quasi l’archetipo dell’atto sacrificale, attraverso il quale s’istituisce la separazione definitiva tra le due sfere, divina e umana: spartire il cibo, infatti, indica comunanza di status sociale, mentre avere cibi diversi istituisce un’incolmabile diversità che sancisce la data dello scontro e dell’ultima trasformazione dell’uomo; che in tal modo inizia la storia attuale, dove il sacrificio - allegoria emblematica connessa al decadimento dei tempi - si evidenzia come significativo atto che consacra, realizzandola la prima volta, la definitiva scissione degli statuti divino e umano. Prometeo vuole ingannare Zeus: sotto un sottile strato di grasso appetitoso nasconde le ossa del bue prive di carne, mentre, avvolta nella pelle e nello stomaco ripugnante, cela tutto ciò che di delizioso ha la bestia. Zeus deve scegliere per primo, il re degli dèi ha compreso l'inganno ma decide di accettarlo privilegiando la parte di grasso e di ossa nascoste condannando così gli uomini:
Mangiando la carne gli uomini firmano la loro sentenza di morte. Dominati dalla legge del ventre, si comporteranno ormai come tutti gli animali che popolano la terra, i flutti, o l'aria. Se provano piacere a divorare la carne di una bestia morta, se provano un bisogno imperioso di nutrimento, dipende dal fatto che la loro fame non si placa mai, rinasce sempre perché è il segno di una creatura le cui forze a poco a poco sono usurate ed esaurite. E’ l’estinzione delle età maggiormente pure, gli ultimi eroi si apprestano a nascere e con la loro sparizione sanciranno il sintomo che l’uomo è definitivamente mutato, essendo diventato una creatura votata alla fatica, all'invecchiamento precoce e alla morte. 
Il Ciclo attuale è dominato da una forma d’inganno multiplo e che potremmo definire come concentrico. Nella sottrazione del fuoco voluta da Zeus per vendicarsi dall’inganno subito, si potrebbe individuare il traslato che dissimula la sparizione di una fiamma affatto solo fisica, bensì, dell’insorgere di un abbaglio maggiore atto a occluderci l’intima percezione della scintilla immaginale, che sola può fattivamente realizzare la nostra identità. Qui si completa la nostra graduale riduzione in schiavitù, determinata dal sostanziale smarrimento della reale coscienza di sé. 
L’uomo moderno e contemporaneo, non comprendendo chi egli sia e tantomeno dove è diretto, si rende fatale strumento di forze a lui fondamentalmente ignote e delle quali diventa inevitabilmente servo.
Incatenati, bloccati, diminuiti delle nostre meravigliose potenzialità immaginali, le nostre vite testimoniano sempre più una sconfitta perenne, alla quale sembriamo sempre meno adeguatamente formati per reagire. La nostra Moira per questo Ciclo si realizza attraverso l’adozione di una dimensione esistenziale assolutamente piatta, di cui è metafora lo schermo luminescente del tablet, che ben figura la nostra condizione di estremo disordine interiore accortamente manipolato. Siamo ben oltre l’idea stessa di sacrificio.
L’età del sacrificio – sacrum facere – si è rinnovata nell’allegoria cristica, i cui atti sanciscono l’ultima reale ri-voluzione di un’anima ridestata in sé, capace di forare le tenebre ispessite dell’età presente. La reale meditazione sul sacrificio è stata distorta dalla dottrina cattolica. La figura del Cristo metaforicamente termina l’età eroica, la cui estensione ideale lambisce significativamente l’alto medioevo per poi estinguersi del tutto.  
Sterminati dalla guerra cosmica di fondazione dell’(dis) ordine attuale, gli eroi segnano con precisione la quarta stirpe e la loro fine sarà necessaria affinché l’umanità avanzi apparentemente priva di difese nell’età oscura in atto. La somma delle tensioni interiori, delle prodigiose ispirazioni, della sensibile radianza propriamente cardiaca, qualificante l’idea stessa dell’autentico coraggio, doveva essere riassunta in un eroe definitivo le cui vicende terrene sarebbero terminate con un sacrificio consumato sul simbolo basilare: la croce; emblema dell’aderenza estrema che l’attuale razza ferrigna stabilisce con la dura materia e gli estremi disagi ad essa correlati. Dalle quattro assi della croce si diramano le direzioni trascendenti atte a “centrare” nell’universo l’invocazione dell’uomo. Non poteva sfuggire ai Magi la nitidezza astrologica coincidente alla Natività, sincronica con il momento stesso in cui un’età andava collocandosi sotto un differente grado e segno del giro astrale.
Il culmine dell’asservimento è costituito dalla comparsa dell’homo oeconomicus, nella concezione aridamente razionale della mera utilità, ciecamente dominata appunto dal cosiddetto sfruttamento intensivo delle risorse.
L’occhio di Horus stampigliato sul dollaro sancisce la glorificazione oscura del sopravvenuto accecamento. E' nell’età dei Lumi che s’individua la cesura separante l’età antica dalla moderna, dove appunto si ribalta il significato del simbolo stesso, così come nell'evento dell'11/09/2001 s'individua il passaggio della modernità nella sua fase più estrema: il sovvertimento totale.
La vigilanza dell’occhio di Horus, da paradigma di un attenzione solo interiore e qualitativamente veggente diviene l’emblema di un ossessivo controllo inquisitore prevalentemente esteriore. L’occhio di Horus originariamente rappresenta l’eccellente augurio rivolto ad ogni persona di poter acuire la vista nello sconfinamento dimensionale determinato dalla morte. E’ un simbolo retaggio di culture estatico-veggenti pre-economiciste, estranee ad oscuri dogmi monoteistici e costituisce il segno ideale dell’effettiva conquista ottenuta dalla coscienza attraverso l’esercizio di una severa quanto “felice” disciplina, propriamente sciamanica, in virtù della quale il defunto può vedere chiaramente attraverso le tenebre delle illusioni calate sul mondo e sulle dimensioni invisibili ad esso coeve. L’occhio di Horus significa una vista che si estende oltre la percezione sensoriale, è l’occhio della persona trapassata e scrutante i misteri dell’origine splendente. Solo in età moderna avviene il detestabile sovvertimento di significato e l’occhio diviene “entità di controllo che spia la vita degli uomini, delle masse, obliquamente monitorati nelle tenebre (dell’inganno)”.
L’esasperazione dell’occhio vigilante, funzionale agli stessi dogmi ecclesiali, oggi è introiettata e amplificata dalla dimensione tecnologica per mezzo di miliardi di sensori estremamente sofisticati e diversificati per grandezza e forma. L’asservimento ultimo coincide con la prova maggiore cui l’animo dovrà essere sottoposto e consiste proprio nella nostra prossima, imminente, di fatto già attuata, ibridazione con artificiali congegni; sterili apparati impassibili adibiti al nostro “perfetto” monitoraggio.
Inoculano questi dispositivi nascondendoli dietro la paura delle malattie, della necessità di sicurezza, ma tutto ciò non avrà altra funzione se non quella di provare ad estinguere definitivamente l’ultimo barlume autenticamente eroico atto ad illuminare la nostra presenza in questa vita e presumibilmente anche nell’altra; di estinguere insomma quel “predicato celeste” o “impronta di luce propriamente cristica” che da effettiva dimensione e senso all’esistenza. Per questo il pensiero transumanista si trova agli antipodi della spiritualità, poiché vede in questa l’unica reale possibilità di affrancamento che noi possiamo avere dalle infide seduzioni offerte dal sottomondo della macchina, dallo stato di perenne necessità e molteplici fisime indotte che ci riducono ad una percezione miserrima di noi stessi.
Per la religione eroica, cui è ascrivibile l’orfismo, religione che nell’archetipo della morte e resurrezione costituisce il sostrato spirituale del cristianesimo stesso, la meditazione sul sacrificio è una circostanza attiva, che incide profondamente sulle cause interiori dell’uomo stravolgendone completamente gli ancoraggi ordinari con cui cerca di assicurare, peraltro invano, la propria esistenza impermanente. Tanto più gli ancoraggi esistenziali sono costituiti da tenaci legami a meschine ordinarietà, che il venerabile sovvertimento interiore offerto da un percorso propriamente redentivo apparirà come assurdo.    
La cerniera separante la dimensione aurea da quella volgare è costituita dalla condizione di servitù morale, originata dallo smarrimento della memoria, ovvero, dalla perdita di quella facoltà di potersi porre sensibilmente al di fuori del tempo. Rammemorazione è la prerogativa di poter risalire alle sorgenti splendenti dell’idea. La fattiva impossibilità di riuscirvi accredita la nostra condizione servile e determina l’insondabilità stessa della nostra condanna. 
Alla catena rimaniamo perché ignoti a noi stessi.  

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