giovedì 25 giugno 2015

im-potenza dell'uomo contemporaneo


La latitudine della sapienza fende inaspettatamente le nostre case, dimensiona i luoghi privati dei nostri bagni, universalizza la ridotta capienza delle tinozze in cui ci laviamo e dove l’Argonauta domestico ritempra e deterge le proprie insignificanti dolenze, riducendo quanto può, se mai può, vasti smarrimenti esistenziali.
L’intero apparato cultuale dell’antichità non significa nulla se non può sopravvivere ancora oggi in noi, nella nostra individualità estremamente ridotta e smisuratamente profanata.
Il restringimento dell’orizzonte allegorico prelude ad un’imminente implosione della società, inoltre, può esservi  mai una reale definizione dell’idea “orizzonte” se non è implicita in essa la percezione stessa dell’allegoria, connessa al presentimento dell'originaria contemplazione: l’ammirata considerazione per la quale, nella vastità dello scenario naturale, ogni cosa che ricade sotto lo sguardo del contemplante (cum-templum) si definisce, appunto, come primo tempio?

Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi riporta che Socrate, dopo aver letto un testo di Eraclito prestatogli da Euripide, disse: “le cose che ho capito sono meravigliose, credo siano così anche quelle che non ho compreso. Per intendere bene, devi essere come un nuotatore di Delo, per non affogare dentro”, poiché il libro s’intitolava “buon nuotatore”. 
Possiamo oggi rinnovare il senso del “bagno misterioso” nelle coste lottizzate degli impoveriti litoranei moderni? Nelle aule cattedratiche? Possiamo rinnovare l’enigma della funzione rituale connessa al lavacro nei nostri bagni casalinghi? Forse si, ma sembra anche, con ogni evidenza, sia per noi più consona una condizione d'anonima prigionia, più o meno fortunosa, realizzata in questo caotico raggruppamento indistinto che forma la società di massa: che appare come insulsa folla, appesa al declino industriale e indegna d’ogni autentica considerazione.
La società moderna è considerata dai banchieri e capi di multinazionali come una massa stupida, cui si ritiene superflua ogni rispettosa attenzione.
Quei maggiordomi scelti, che sono i componenti dalla classe politica, (i quali in ogni Paese altro non sono se non servitori altamente privilegiati) nel momento di sottrarsi alle domande legittime loro rivolte da giornalisti meno succubi d’altri, che incalzano sulle vistose incoerenze istituite dal mantenimento di privilegi e lussi ormai davvero intollerabili e sussistenti unicamente per nostra provata e massificata impotenza, (appunto anonima e svigorita società di massa) al momento di ostentare un’insofferenza arrogante, oppure, chiudendosi in una sorta di mutismo aristocratico, murato dagli uomini della scorta, tali politici palesano nient’altro che l'insolenza tipica di chi è usurpatore indegno di una carica o mansione di rilievo; che abusa del prestigio conferitogli e che, in definitiva, è fin troppo ovvio notare, essere questo un prestigio solo esteriore, di fatto, assolutamente privo della possibilità di deliberare opere effettivamente utili alla collettività. 
Le sorti della “plebe” sono già prestabilite da corporazioni maggiori, che impongono i ritmi frenetici al "consumo", il quale è connesso all'indebolimento stesso dei corpi e delle anime, dunque, all'impoverimento di senso del divenire stesso.
Unica facoltà concessa allo Stato moderno è quella di uniformarsi piattamente ad interessi essenzialmente privati. “Privato” è participio passato di “privare”…privare chi e di cosa? Privare gli uomini delle risorse dei loro territori, privarli della loro facoltà autenticamente geniale mediante un continuo condizionamento subliminale, (pop-ipnosi) che persuade, come massima delle conquiste possibili ottenibili con la “crescita”, dell’abuso di una libertà solo apparente.
“Privato” e “privatizzare”, in sostanza, vuol dire privare tutti noi, come già accade, della nostra identità simbolica, o meglio, ribaltarne il significato privandoci dei valori autentici, sostituiti con altri del tutto fittizi e, dunque, come conseguente ripercussione sottrarci della nostra saldezza materiale. 
La figura del “cives” è stata seppellita da miriadi di scorie contaminate, al di sotto le quali è fermentata una corruzione epocale da cui è emerso un omuncolo malfermo, l'uomo "nuovo" che è "homo insipiens", corrotto nella psiche, smemorato delle proprie origini, obbligato da un insieme di statuti e codici che costituiscono un'autentica depravazione giuridica e pertanto costretto all’osservanza di normative sostanzialmente aride e assolutamente disinteressate alla sua condizione di autentico benessere.

Considerando l’interezza del Ciclo maggiore e il suo movimento, in cui è compresa la nostra età, come il transito imposto alla sabbia in una clessidra capovolta, è negli ultimi istanti del travaso che tutto sembra precipitare senza forma con maggior impeto e velocità. E’ stato necessario smarrire ogni ordine autentico e sostituirlo con una sua parvenza, derivata dal pensiero post-galileo. In effetti, non c’è nulla di realmente sbagliato o giusto. L’automazione progressiva, prima o poi, dovrà inevitabilmente coincidere con la nostra più completa sterilità animica, ma sarà anche questa solo un apparenza; vi sono stadi maggiormente profondi dell’essere che non sono coinvolti dai turbamenti occorsi alla “parte superiore” della manifestazione, di cui le diverse epoche costituiscono, in un certo senso, il rivestimento esterno sul quale si avvicendano le diverse civiltà.
Qui noi sperimentiamo un addestramento costante, per il quale, in definitiva, benché l’interrogativo affiori spontaneamente alla coscienza, è inutile se non dannoso domandarsi continuamente il perché.
La priorità invece, è poter attingere al flusso residuale, apparentemente essiccato, dell’ispirazione: unica circostanza aurea che può rilegarci all’essenza dell’enigma geniale, senza il quale eccediamo la nostra presenza con una sembianza solo larvale, triste e universalmente smarrita.     

domenica 21 giugno 2015

annotazioni



Una determinata “luminescente tensione interiore” è innata, più o meno connaturata alla nostra identità, il nostro maggior difetto consisterebbe nel trascurarne e quindi, in un certo senso, tradirne la realizzazione; pertanto, ottenebrare ciò che determina la nostra identità maggiormente veritiera.

Dire “personalità” è voler significare un evento sostanzialmente inspiegabile, l’enigma variamente cosciente di una condizione esistenziale incardinata nell’assoluta contraddittorietà e che si afferma illusoriamente tanto al cospetto dell’immensità che nell’angustia di limiti fisici e psichici invalicabili. 

Persona da Per – sonar, che vale, “risuonare a traverso”, qualità sonora recitativa, originariamente preavvertente la necessità del Fato, che la maschera antica, intrisa di prestigi tragici, incarnava nella vastità scenica della rappresentazione propria agli spazi sacri dei teatri (luoghi della catarsi); strutturati dalla sapiente contrapposizione di ombre e luci, dove l’irruzione di suoni repentinamente evocati ridestava nell’animo il tremore e la meraviglia; gli strumenti straordinari per rafforzare l’autocoscienza.
Così distinta dalla caoticità tragica, emergeva come lampo notturno la Catarsi, per la quale l’animo emerge dalle molteplici contraddittorietà dell’esistenza divenendo intima parte della Conoscenza immediata; divinizzazione, elevata sulla trama della vita ordinaria.

Al contrario, oggi, è sempre più evidente come ogni rappresentazione mediata dall’industria dell’intrattenimento massificato, che nei suoi significati essenziali si concepisce come premeditato annientamento della Catarsi, esasperando in elaborati artifici l’assoluta mancanza di naturalezza, attraverso estreme quanto sofisticatissime simulazioni distorce le percezioni dell’anima. E' la contro-realtà perseguita in ricercati espedienti subliminali, che diffondendo un'infida seduzione, propriamente detta oscura, costringono la coscienza alla progressiva riduzione della consapevolezza, ponendola, di fatto, ad una continua mortificazione in cui è palesato il suo grave, se non risolutivo, scacco esistenziale.
Il condizionamento moderno è un linguaggio violentemente demarcato da una metrica rigida, astutamente costruita da sintassi essenziali e subdolamente confidenziali, che esaltano e legittimano la nostra completa obbligazione verso la più assoluta delle artefazioni.
Questo è il requisito del condizionamento pubblicitario e del consenso assoluto che dobbiamo alla mera necessità che esige, attraverso la continua propagazione di un terrore subliminale connesso ad uno sviluppo unicamente meccanico, il perpetuarsi di una malevola allucinazione dissociativa proiettata sulla comunità, che, proprio per tale azione disgregativa, si è involuta nella società di massa modernamente intesa. 

L’esistenza del “consumatore”, che, è bene rilevare, è innanzitutto uno schiavo animico, scorre racchiusa tra i massicci argini di un’ideologia ottenebrante che motiva la logica del “progresso”, ideologia nichilista apparentemente invincibile e che obbliga il pensiero all’assuefazione di “conquiste” solo parziali.
La cosiddetta “crescita” è un abbacinante disastro scatenato sui tempi, e, dunque, essenzialmente scatenato sull’anima del mondo, ad invadere e contaminare l'essenza originaria, che si smarrisce impoverendo ogni luogo toccato dalla logica del cosiddetto profitto; causa della pressoché totale estinzione di ogni contenuto autenticamente evocativo.
E’ l’anti reale che si va affermando.
Cosa s’intende per “reale”? reale, è ciò che è maggiore alla sua specie, e che si può intuire non come indicazione quantitativa ma come pura designazione qualitativa. In un certo senso, sarebbe proprio l’ideale maggiormente nobile a determinare l’effettiva gerarchia sensibile ordinante le parti dell’insieme nella cosiddetta realtà.
Qui in occidente, in età medievale le storie della Tavola rotonda e la cerca del Graal o le Gesta di Orlando ad esempio, indipendentemente dall’uso strumentale dei diversi personaggi che ne caratterizzano le vicende, attinenti alle dinastie che le introdussero, (Orlando in Francia con i Capetingi e Artù in Inghilterra con i Plantageneti) rappresentano in ogni caso l’ultima autentica concezione di vita "felice", quale espressione della sublime evocazione corale appartenente allo spirito eroico dell’età antica, allegorizzando in un’articolata scala di valori trascendenti saldamente connessi all’agire umano, che seppur intriso di atroci contraddizioni poteva ancora individuare attraverso la griglia della realtà manifesta i "passaggi" idonei alla realizzazione dei misteri dell’anima.
E’ la Ricerca perfetta, così intesa nella sua accezione tradizionale, per la quale ogni azione si riflette necessariamente nel dominio di ciò che è soprasensibile.
Noi, ancora oggi, non tutti certo, possiamo intuire essere proprio questi riferimenti e non altri, a realizzare la nostra presenza al cospetto dell'Universo. Sono proprio tali relazioni vitali, ed insisto nel dire appartenenti al dominio della Tradizione, detta primordiale, che, inevitabilmente, rimandando alla supremazia dell’irreale, da cui scaturisce la cifra simbolica del valore etico e da cui erompe la radianza propriamente aurea – prodigiosamente immaginifica - che decuplica la nostra percezione intima e dalla quale noi ricaviamo la nostra incomparabile Identità.
Aderendo intimamente a siffatte ispirazioni, bollate dal contorto pensiero cosiddetto “pratico” come sciocche ingenuità, che “distilliamo” l’effettiva autocoscienza, ottenendo la reale emancipazione.  

La realtà investigata nell'esaltazione del progresso e del positivo metodo scientifico, costituisce di fatto un avvelenamento estremo per sua conseguente rimozione della verità spirituale, sedimentata in ogni relazione naturale, dimostrando perciò il capovolgimento completo delle finalità connesse alla dimensione del reale.

Realtà, ha un doppio significato, cui corrispondono i termini latini “realis” e “actualis”; dove l’uno deriva da “res” che vale “cosa” e l’altro da “actus”, atto, e dunque, “realtà”, coincide con il poter realizzare e la possibilità di reagire, “re-actus”. Reagire e realizzare, sono azioni vitali di senso se riferite, nell’attuale contesto di crisi epocale, ovvero, di muovere contrariamente a quanto ora deteriora il senso dei tempi oscurando la coscienza. Il nostro nucleo sensibile potrà reggere all’impeto della distruzione imminente? 
Il nucleo vitalistico-poetico sopravvive ad ogni oblio. 

L'insignificante Argonauta domestico dovrà rivolgere interiormente la propria attenzione, aspirando all’originarietà di una percezione appena avvertita, ma ad ogni modo energica e vitale, preziosa come nient’altro può essere e che è riferibile all’ideazione stessa dei “misteri del cuore”: inteso quale metaforico “scrigno” o “caverna”, eletto custode della memoria avita, intimamente correlato alla disposizione stessa degli elementi cosmici…

mercoledì 3 giugno 2015

essenza dei Miti e smarrimento dell'istante - a ogni sincero cercatore inquieto dedico -


Le scie chimiche (sostanzialmente veleni più o meno elaborati e premeditatamente rilasciati dagli aerei) opacizzando la volta celeste si connettono al culmine del sovrano smarrimento raggiunto dall’Età presente, prefigurando l’assoluto sovvertimento metaforico della natura divina internata nella manifestazione naturale e della quale è stravolta la sublimità; elevatezza che fino a pochi decenni orsono era ritenuta inalterabile da parte dell'uomo.

Nel nitore del cielo è realizzata l’attenzione suprema della verità chiaroveggente. Nelle celesti e incontaminate profondità diurne quanto notturne, l’uomo ricavò la maggiore estensione dello sguardo sensibilmente proiettato nell’istante cangiante.

(qui una pertinente riflessione)


I Miti riguardano l’immensità di una potenza agente in ogni dove e, soprattutto, ad ogni momento riguardano il mistero dell’istante presente. La Manifestazione della vita è calore ardente di una combustione sensibile, che batte, freme, nelle mutevoli profondità delle proprie masse cosmiche.
Cosa insegnano gli archetipi della Ri-velazione? Che la materia, la sua gravità, è un canto rappreso, una modulazione solidificata attorno un nucleo di enigmatica afflizione.
La gravità, dunque, è inudibile canto e assieme divino grido disperante: un’invocazione afona addensata nel primordiale Nulla cangiante e preesistente all’identità stessa dell’Universo, in cui attingono sostentamento le nostre più profonde estensioni sensibili.
In quest’inconcepibile e “addensato nulla” siamo chiamati a riscattare la nostra identità simbolica, a comprenderne la figurazione allegorica, poiché l’uomo è tale solo nella fattiva volontà di spiritualizzare il proprio evidente significato mortale. Di poter ricavare da questa miserrima finitudine un ulteriore significato, che è propriamente enigmatico e santamente ermetico, nonché, inconoscibile fino alla fine dell'esistenza.
Una persona cosciente – realmente cosciente – a null’altro dovrebbe assolvere in questa vita se non di Risolvere, riassumendoli per ampliare verso un unico significato trascendente, i molteplici emblemi della sua caducità fisica, elaborando all’interno di sé l’ineffabile accrescimento della propria identità, – identità propriamente luminosa ed estranea ai radicamenti voluti dall’ego – di provare a far ciò in ogni caso, fino alla consumazione del tempo, fino alla fine del suo tempo.
L’Opera consiste nell’evocare alla coscienza una remotissima possibilità d’intima elevazione, che forse è improbabile ma pur sempre chiaramente intuibile e se privati di tale intima possibilità redentiva evocata nel profondo di noi stessi, o anche rifiutando di coltivarne il germoglio intuitivo, presto o tardi finiremmo col soccombere sotto il peso di concetti  aridi e di sottometterci vilmente ad un idea di ordine falsificato che ci verrà imposto da quelle forze che ora obbligano la realtà verso la sua inesorabile automazione.
Tuttavia, permane ancora la radianza remota e splendente ed è connessa all’enigma del nostro significato più profondo, possiamo e dobbiamo intuire tale primordiale facoltà estensiva della coscienza coltivando in noi una sana esaltazione della consapevolezza.
Il senso dei Miti è massimamente offuscato e, almeno  apparentemente, assolutamente inattuale...l'idea pratica dell’arte è completamente svuotata del suo senso profondo e, come nella favola della Bella Addormentata, giace in stato comatoso. Chi oggi detiene il potere dimostra, con ogni evidenza, di lavorare alacremente per scardinare gli ultimi residui di bellezza rimasti nell’intenzione d’instaurare un nuovo regno di totale alterazione artificiale. L’automazione ossessiva qui è intesa come effettiva celebrazione dell'avvento dell'Anticristo – la visione industriale come principio distruggente la Theosis – mi riferisco all'essenza simbolica del Cristo che nulla, o assai marginalmente,  ha a che vedere con l’uomo crocifisso dogmaticamente ostentato dalla corrotta chiesa cattolica.
L'autentica tensione interiore spirituale riguarda l'istante. In pratica, di quanto si conserva nel cuore come massima idealità, poiché tale idealità coincide con le relazioni vitali che instauriamo con il mistero universale; e connessa ad esse l'idea stessa di destino.
Chi deteneva il potere nelle età antiche, pur offrendo esemplari esempi di crudeltà e le molteplici contraddizioni che sappiamo, alcuni tra questi potenti, a ogni modo riverberati dalla Grazia si posero realmente il medesimo interrogativo, lo interiorizzarono davvero, facendosi espressione agente della preservazione della Bellezza nel mondo, intendendo quest’ultimo come effettivo “altare” del tempio maggiore che è il Cosmo. Tale levatura adesso purtroppo è impensabile.
E’ la determinazione primordiale la nostra prima ed ultima ricchezza intuitiva di salvezza. Ad essa si annoda la definizione stessa di “destino”, scaturita come consapevolezza dell’enigma, il quale si rivela all’interno dell’istante. 

Dall’originaria facoltà chiaroveggente, che determina la stessa qualità creativa interna alle relazioni vitali instaurate dall’uomo con il Cosmo, dalla sua intuizione, possiamo ricavare la nostra principale stabilità esistenziale, realizzarla attraverso il senso di un “felice dovere esistenziale”.

La fondazione stessa di Roma, che è la città in cui vivo, è un evento epifanico realizzato attraverso il significativo agire rituale compiuto da due buoi, uno bianco e uno nero, trainanti l’aratro che circoscrisse un perimetro affatto solo materiale. Il cerchio che solcarono, s’innesta nel medesimo giro cosmico delle Ere, di cui il "mundus" (la buca votiva in cui furono gettati i pegni augurali) esemplifica il perno ideale su cui ruota l’intero universo…intendo dire il foro-cardine, attorno al quale si rivela l’identità del nulla balenante e dal quale scaturisce la vita; già gravida dell’originale chiaroveggenza, che infonde rilucente dimensione all’istante.
E’ dall’istante chiaroveggente che la coscienza ha acquisito la propria riflessione ed estensione consapevole, accendendosi a se stessa.
Dalla chiaroveggenza scaturisce la poesia, solo dalla chiaroveggenza possono derivare l’arte e la poesia e non certo dal supporto solo materiale fornito dall’intelligenza comunemente intesa.
La chiaroveggenza, benché oggi il termine sia estremamente equivocabile, riguarda una limpida e assieme enigmatica premonizione intuitiva del proprio mantenersi svincolato dalla mera necessità – padrone di una serena visione connessa a stati prefiguranti una condizione di vita posta oltre la dimensione fisica – per accreditare la direzione di un percorso puramente e “pragmaticamente” ascendente.
La chiaroveggenza è l’impulso divino internato nella radianza universale, non appartiene alla sola mente dell’uomo, essa è oltre la mente. Chiaroveggenza è dunque la totalità della manifestazione universale, ed in essa, come asserisce Plotino, la coscienza s’immerge come una rete nel mare.
Tale prescienza di luce, costituisce la più eccelsa forma di comunicazione che diverse dimensioni possono instaurare le une con le altre, pertanto, questa sensibilità sensitiva non solo risiede nella nostra coscienza ma si moltiplica in miliardi di combustioni stellari, che sono altrettante combustioni sensibili.
Tutto il cosmo è davvero una sorta di fornace lirica e la poesia, appunto, è l’unica circostanza che può rilegare l’istante all’eterno.
La poesia autentica è multidimensionale. Se io avverto un’ispirazione e un sentimento di levità, questi non possono essere estranei all'identità profonda del sole e delle stelle. Sole e stelle sono fioriture ardenti e fremono come noi ma ad un altra intensità di coscienza, che ora ci rimane inesplicabile ma ugualmente immaginabile.
E' nella prefigurazione della percezione di destino, inteso essere posto oltre la dimensione fisica, che germoglia la creatività. Ogni lavoro sublime l’uomo possa realizzare è determinato da questa premessa, che include implicitamente in sé la premessa identitaria stessa dell’eroe: figurazione emblematica riassumente in sé la suprema realtà dell’ispirazione, quale effettivo guardiano dell’istante infinitamente cangiante.  Noi siamo abbastanza distanti da tali idealità.
Nel Rinascimento italiano l’uomo vi si accostò molto, sembra per un ultima volta nella corsa, ormai precipitosa, degli eventi che definiscono il Ciclo attuale (Kali-yuga).