giovedì 15 ottobre 2015

il passaggio dimensionale





Appunti prevalentemente desunti dallo scritto: “Solstizio a Lascaux”
Di Antonio Bonifacio


I maggiori antichi suddivisero ritualmente il territorio, testimoniando attraverso l’uso di megaliti che sono calendari cosmici e di pitture “semplicemente misteriose”, realizzate nel fondo di grotte i cui ingressi sono astronomicamente orientati con i solstizi e gli equinozi, nonché a determinati momenti del transito lunare, per affermare che qualsiasi attività umana acquisisce il suo maggior senso quando la cognizione pratica è guidata – letteralmente orientata – dall’incanto.
La suprema singolarità della pressoché incompresa esperienza originaria, induce a ritenere che la “determinazione primordiale” dei cosiddetti primitivi, fu il loro bisogno eminentemente spirituale, e, peraltro, attinente all'eredità di un sacerdozio che già a loro fu estremamente remoto, di affermare il senso e il valore della vita umana attraverso la sua esclusiva estrinsecazione allegorica e, dunque, dell'uomo inteso quale vivente simbolo universale, necessariamente rapportato ad un ordine di riferimento massimamente enigmatico. Proporzione e numero hanno significato compiuto solo se subordinati ad una dimensione di appartenenza superiore o propriamente trascendente.
Ogni considerazione simbolica riguardante l’idea di caverna, emblema stesso del cosmo, in tempi propriamente storici, gravita intorno al racconto di Porfirio sull’Antro delle Ninfe, il testo fondamentale dell’Occidente “pagano” in cui l’autore espone il tema della circolazione delle anime nel cosmo; intendendo con ciò fornire l’esegetica di un enigmatico passaggio dell’Odissea (XIII; 102-112).
In questo commento sono indicate, in riferimento alla collocazione delle costellazioni “tropicali” del Cancro e del Capricorno (il solo luogo dove il sole brilla allo zenith), le due porte zodiacali attraverso cui le anime “entrano” ed “escono” dal circuito della generazione cosmica sotto la cura e la tutela delle Naiadi. La grotta che ospita le loro attività di “tessitura” (intessono stoffe color di sangue per intendere la carne che copre le ossa) si presenta in precisa relazione omologica con il cosmo. Questo circuito di circolazione delle anime è pedissequamente ripetuto nella letteratura religiosa del sub-continente indiano in cui si menzionano le due porte, sempre indicate quali vie per uscire ed entrare dalla caverna cosmica: l’una conduce alla liberazione; l’altra, attraverso la via della generazione, all’ingresso nel mondo.
Non è certo a caso quindi che san Paolo nella sua lettera ai Corinzi, istruendo quella comunità sul tema della Risurrezione, usi la significativa espressione: “in un batter d’occhio… noi saremo trasformati”. Sovente sfugge il più profondo significato di questa frase, alludendosi con essa proprio al repentino passaggio dalla condizione “mortale” a quella dell’immortalità del Regno dei Cieli, ossia dalla percezione del sole visibile alla visione contemplativa del sole invisibile o della sua identità metafisica, la cui manifestazione esteriore rappresenta una frazione infinitesimale della potenza generativa divina che l’ha emanata.
L’evento si produrrà su coloro che sono ancora “viventi” (noi saremo trasformati) al momento del ritorno del Cristo, qui inteso quale perfetto Rinnovatore delle Ere, figura simbolica e conseguentemente allegorica di un predicato che in forza latente appartiene all’interiorità di ognuno, ma che non chiunque può ridestare in sé senza uno strenuo impegno personale. Da qui si comprende il senso della parabola in Matteo 22,1-14, dove l’allegorico abito nuziale sottintende la preparazione alla costruzione del “corpo di luce” che il passaggio in questa dimensione materiale c’invita a fare attraverso l'inevitabile esperienza della morte; quando saremo letteralmente strappati via da noi stessi.. Ogni eventuale e reiterata negligenza personale renderà pertanto impossibile il poter accedere a dimensioni maggiormente pure. Dunque, è proprio nell’impreparazione interiore che trova il suo maggior senso la frase: “come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale?”  “Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”, trovando la sua giusta collocazione in un ambito sapienziale puramente ermetico, dove i servi che legano mani e piedi la persona inidonea sono i medesimi Guardiani di soglia la cui esistenza è testimoniata già in tutte le civiltà arcaiche estatico-veggenti.
Nessuna entità-dio ci perdona o accusa. Casomai l’inganno “dimensionale” è davvero dietro l’angolo. Evidentemente il percorso di salvezza è estremamente più arduo di quanto gli imbonitori del gregge umano hanno interesse a far credere.
Esiste l’idea di “salvezza”, che è congiunta al momento stesso di una coscienza che arriva a riflettere se stessa nella premonizione del suo destino, inscindibilmente connesso all’istante della morte, in effetti, in ogni istante noi attraversiamo l’ignoto, poiché ignota è l’origine e altrettanto ignota la fine.
La Salvezza escatologica, riguardando il destino ultimo dell’essere è pertanto il momento culminante dell’esistenza che, attraverso una lettura opportunamente “pneumatica” dell’allegoria, non sarebbe da intendersi in un futuro meramente temporale, quanto piuttosto riguarda un’escatologia al presente perenne. Un presente scardinato dalla malevola concezione di un tempo aridamente meccanico ma di un vissuto esperito nel “qui e ora” e ciò, dovrebbe valere, almeno come possibile riferimento ideale di coloro che seppur smarriti nelle molteplici contraddizioni dell’Età attuale, intimamente sentono di dover essere nonostante tutto i legittimi figli dell’istante – istante chiaroveggente –  
Di coloro insomma, che riescono seppur “imperfettamente” d’identificare nel presente il riflesso dell’eternità.
Del resto, sempre richiamando l’assimilazione allegorica del Cristo al Sole, intendendo il sole quale emanazione tangibile dell’intelligenza sovrasensibile, e per la quale la Ri-velazione del Cristo si allinea attraverso il concepimento stesso voluto dalla narrazione canonica, dove l’equinozio di primavera lo vede generato nel grembo di Maria per essere generato al solstizio d’inverno, in cui la sua stessa morte e risurrezione avviene intorno al solstizio di primavera.
Così analogamente nel Mahabharata (XIII, 96) non senza ragione sta scritto: “Il sole di Mezzodì si arresta per un attimo che corrisponde alla metà di un battito di ciglia”, o altrimenti “sta a Mezzodì per il tempo di un battere d’occhio”.
Come si vede anche qui c’è la menzione del momento atemporale in cui il Sole sosta in cielo, prima di prendere il suo corso discensivo.
E’ sempre un complesso quanto vasto materiale cosmografico a permeare i fondamenti della Tradizione diversificata attraverso molteplici storie sacre, dove ogni volta, ad ogni rivolgimento epocale, generazioni di “tessitori spirituali” riannodarono fino a un dato momento, ormai esauritosi per l’attuale Ciclo, le intuizioni luminose maggiormente remote al significato enigmatico che presiede all’inevitabile rinnovamento dei tempi.
Le intuizioni astronomico-simboliche strutturano il patrimonio disperso della coscienza, dove sul piano fisico il sole coincide con l’idea stessa di Coscienza, quale effettiva “Apertura” o “Porta” sensibile, il cui superamento è ineludibile per accedere al “regno dei cieli”. Un passaggio cui si perviene dopo un pericoloso viaggio, propriamente iniziatico, che traghetta dalla dimensione peritura del divenire a quella dell’essere.
Questo concetto (sole-porta) dovrebbe essere ben familiare in Occidente, almeno prendendo in riferimento la frase del Cristo nel quale egli afferma “Io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvo, entrerà e uscirà, e troverà pascolo”(GV 10,9) come, allo stesso modo, è significativa l’altra espressione in cui si afferma “io sono la Porta non si giunge al Padre se non per mezzo di me”. Al Cristo, “porta stretta” e, insieme, “cruna dell’ago”, e conseguentemente “simplegade”, si sovrappone, altresì, l’immagine solare del Cristo. Si vuole qui richiamare, affinché il cerchio delle relazioni si chiuda, la costante assimilazione, tra questi e il sole e in particolare con il sol iustitiae come altresì, più indirettamente, con il sole stazionario. Si tratta di quel sole che sta sempre allo zenith la cui vista, preclusa all’uomo comune sottomesso alla legge della dualità, è propria del realizzato che ha oltrepassato i due “corni del dilemma” ed è nella pienezza dei tempi. Sotto questa “luce” ben si esplica l’espressione bernardiniana che definisce Cristo come solstizio eterno. In conclusione: Cristo si qualifica direttamente come porta e indirettamente come sole e per conseguenza, giunta la pienezza dei tempi, il sole si fa stazionario.
Si può ritenere, anche in base alle brevi considerazioni finora svolte, che tale prospettiva mitica, abbondantemente concretata da testimonianze di epoca storica, possa essere retrodata fino al tempo di Lascaux e alle grotte approssimativamente coeve ad essa idealmente collegate che, con essa, condividevano uno dei quattro caratteristici orientamenti solari.
Tutte le varianti allegoriche che conosciamo possono essere considerate come adattamenti prodotti dalle contingenze dei tempi storici: le simplegadi, tra cui passano gli argonauti nel mito del vello d’oro; il castello rotante della letteratura celtica; la porta dell’”apriti sesamo” del racconto di Aladino nella raccolta di novelle conosciuta con il nome Mille e una notte, ebbene, tutte questo pullulante materiale veste di carne nuova un augusto scheletro che parrebbe davvero risalire al paleolitico.
Naturalmente tutte queste versioni “storicizzate”, mantengono un sottofondo comune costituito precipuamente dalle difficoltà di un attraversamento. Superando un passaggio pericoloso costituito da “porte” o “scogli cozzanti” il predestinato, finalmente, giunge in una “terra celeste” nuova e meravigliosa. Qui tutte le opposizioni vanno a coincidere, i contrasti a elidersi, il decorso del tempo a cessare per giungere a un’acronica fissità in cui gli eventi “sono”.
L’evoluzionismo non ci spaventa. Le possibilità “intellettuali” dei frequentatori di Lascaux erano anatomicamente identiche alle nostre, poi, si aggiunge, qui non si nasconde affatto la personale e totale adesione al sintetico concetto guénoniano condensato nell’espressione “evoluzione regressiva”. Esso, nella sua stringatezza, ben esprime quale sia il grado di sapienza dell’uomo moderno, in ordine a specifici temi dello spirito quali: salvezza, liberazione, etc.. Fatto nostro questo concetto osiamo immaginare che le possibilità spirituali di questi piissimi antenati “cavernicoli”, fossero tutt’altro che inattive, questo per essere eufemistici, come contrariamente lo sono nell’uomo contemporaneo, vero fantasma d’esistenza rispetto a chi ci ha preceduto.
Siamo nettamente avversi al dogma, ormai irrimediabilmente corticalizzato nella coscienza dei più, che vede nel progresso materiale, nell’economia e nell’economicismo la religione finale dei tempi (l’economia sia il nostro destino!) e la ragione di vita dell’umanità tutta, perché dalla soddisfazione economica discenderebbe, a cascata, la possibilità di godimento di tutti gli altri piaceri ad essa ineludibilmente concatenati, ciò è il limite orizzontale della presente specie umana.





L’IMMAGINE DEL POST RAFFIGURA IL “CARRO DEL SOLE”. sono il carro solare di Trundholm (Danimarca) appartenente all’antica età del bronzo scandinava.
La rappresentazione del sole su un carro va dunque dalle regioni nordiche a quelle orientali. E con molte variazioni: la più nota è quella della “nave solare” ovvero il sole viene portato su una nave che percorre il mare celeste, anziché su un carro. Si può citare qui la divinità baltica di Saule (=sole) che naviga su una barca d’oro, e viene rappresentato da una rosetta, una ruota o cerchio suddiviso da una croce.