mercoledì 26 ottobre 2016

Quale felicità



Nella manifestazione della coscienza, nella consapevolezza di essere qui e ora risiederebbe il cardine attorno cui ruota il mistero della vita.

L’enigma remoto della Sfinge, l’arcano sorriso scolpito sui visi delle statue mediterranee arcaiche e che più discretamente riaffiora ineffabile sul volto stesso della Gioconda leonardesca, non rappresentano forse il felice invito ad una serena percezione dell’ignoto che da ogni parte sovrasta l’uomo? Un invito rivolto “fuori dal tempo” ma attinente ad ogni tempo, affinché ognuno possa realizzare l’auspicabile risveglio interiore? 

E’ evidente come nella persona il significato di poter realizzare la condizione “Felice” di certo non costituisce una vaga aspirazione meramente astratta, prevalentemente legata a labilissime circostanze fortuite, così come la “felicità” non riguarda affatto il feroce ottimismo meramente propagandistico, e nemmeno l’asfissiante contentezza esteriore che caratterizza i riti profani della corsa ai consumi.
La Felicità non riguarda nemmeno quell’inequivocabile sintomo d'artefatta leggerezza di cui si aureola uno scialbo misticismo che è proprio della new-age così come dell’ultimo cattolicesimo.

Pico della Mirandola, nell'introduzione al suo trattato sulla Dignità dell'uomo scrivendo il termine "Felice", asserisce, peraltro molto significativamente, che solo le Arti portano all'uomo la cognizione maggiormente prossima alla Felicità, intendendo così riportare la mente all’originaria qualità del termine “Felice”. Felice nel mondo latino era chi aveva acquisito/conquistato la più alta Conoscenza mediante l’iniziazione ai Sacri Misteri, qualificandosi appunto come “Felix”: “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”, che pressappoco significa: felice colui che ha potuto penetrare nell’essenza delle cose. (Virgilio, Georgiche, lI, 489).

Qualificando come “Felice” una persona, s’intende alludere alla sua presa di coscienza maggiormente profonda, alla sua partecipazione attiva/contemplativa della vita. Il “Felix”, realizzerebbe un’inconsueta condizione di difficile levità interiore, un’insolita commistione di gravezza e soavità, che, come notò il controverso Ciro Formisano, all’apparenza sembra non rendere esteriormente contento chi la realizza.

Non può esservi risveglio della Vir (virilità) senza il risveglio della sincera  compassione (la compassione non è torbido pietismo) congiunta alla devozione autentica, compresa essere come "Ascesi" = "esercizio" segreto costante, sostegno dell'autentica virilità: che è forza intuitiva, volontà ispirata dalla ragione poetica.

Per tal motivo pochi uomini odierni sono realmente virili anche se esteriormente muscolosi o assolutamente determinati nel perseguire i propri interessi, ugualmente si dimostrano assolutamente svirilizzati nell’intimo poiché solo nella ritrovata vitalità dell’animo (ridestato dalle tenebre dell’età presente) il pensiero può farsi “luminescente”, accrescere la sua essenza nella pura meditazione riflessa in azioni sempre più consapevoli, quali rifrazioni o riverberi dell’eterno divino da cui scaturisce la sorgente dell'essere.




Questo per esempio è lo stesso significato della bellissima pittura funeraria nota come il Tuffatore di Paestum, emblema figurato dell’effettivo salto/passaggio tra differenti dimensioni compiuto da un animo preparato, predisposto già in questa vita terrena all'attraversamento dell’inesplicabile fiume allegorico separante la riva dei vivi da quella dei morti.

Fortuita commistione di Vigoria e assoluta fugacità, misterioso connubio di grandezza perennemente avvinta all’infermità: questo è l’uomo esteriore e di ciò sorride il Nume.



Annotava la studiosa Domizia Lanzetta:

“In molti dipinti sono raffigurati uomini e donne che, dall'alto di un qualcosa, si gettano fra le onde. Queste immagini le troviamo tra le rovine di antichi templi o in tombe vetuste, come nella Tomba del Tuffatore a Paestum o nella Basilica neo-pitagorica di Porta Maggiore a Roma. In quest'ultima, una giovane donna spinta da un Erote in un abisso marino. Ad attenderla c'è una arcana divinità acquatica che regge un lungo velo tra le mani. A Paestum, invece, un giovane dall'alto di una colonna si lancia in un azzurro spumeggiante mare. opinione comune che la scena alluda all'entrata del defunto nel mondo invisibile.

Che, per i Greci, il tuffo nell'acqua fosse allegoria del momento di transizione da una ad un'altra dimensione, ce lo testimonia la vicenda di Tespesio di Soli. Narra Plutarco che costui, deceduto a causa di un incidente, dopo tre giorni si risvegli, proprio durante i funerali. Agli amici e parenti che gli si erano raccolti intorno, racconta che, nel momento del trapasso, aveva avuto una sensazione simile a quella che si ha quando ci si tuffa nell'acqua da una barca; dopo di che si era ritrovato in un mondo diverso, caratterizzato da un intreccio di immagini simboliche, come avviene nel corso di una iniziazione misterica.

Tornando al giovane di Paestum, esso ci appare nudo e nell'atto di lanciarsi dall'alto di tre colonne misteriose, ai piedi delle quali ribolle la luminosità azzurrina di un enigmatico mare. Tre colonne, che ci trasmettono l'idea di un tempio o quella di un recinto sacro. Tre colonne delle quali il giovane ha dovuto raggiungere la cima, per compiere la sua palingenesi. E di questa ci invia l'idea, servendosi della immagine di un vertiginoso tuffo.

Nel tredicesimo libro delle Metamorfosi, Ovidio ci propone lo strano mito di Glauco il Pescatore. Si tratta di un mito intriso di tutte le suggestioni e le malie di una dimensione ulteriore, unite al mistero indicibile di una trasumanazione. Quanto al dato geografico dove la vicenda sarebbe avvenuta, serve solamente ad indicare il luogo in cui il personaggio riceve il maggior culto e la più sentita venerazione.

Quanto al tempo, nel quale il fatto si sarebbe verificato, non possiamo che ripetere quel che Saturnino Salustio gli disse: "Ma queste cose non avvennero in nessun tempo, avvengono sempre".

 

 

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