mercoledì 9 novembre 2016

il simbolo della croce



L’uomo è “crogiolo” vivente, scrigno sensibile custodente l’enigma dinamico che avvia l’idea “esistenza”, invisibilmente addensato da una emanazione ineffabile e, potremmo dire, presagito nella coscienza per mezzo della “radianza sfuggente” di cui l’universo è pervaso.
L’assurdo è la prima norma della vita. L’assurdo ci addensa e ci disgrega, mescolando continuamente la materia in se stessa, animandola di la da se stessa.
L’uomo è simbolo per eccellenza: “Il corpo non è soltanto fisiologia, non solo materia. Esso nasconde i mondi della proiezione metafisica, trattiene le idee, custodisce il nostro geroglifico identitario, nutre le nostre radici, ci dice chi siamo e da dove veniamo, con segni certissimi” (1)
“Mitos”: tra i diversi sensi suggeriti dall’etimologia, troviamo nel gergo ieratico – orfico il significato di “semenza” “seme”, sicché, ogni mito tradizionale racchiude il granello o seme di  verità deposto nel fondo dell’essere. Così almeno riferisce Clemente Alessandrino, facendo derivare la parola “mito” da “metos”, che è appunto “seme”. Tale mistero universale custodito nella parte più remota della nostra conformazione invisibile, peraltro è ricordato anche nei Vangeli canonizzati (Mt 13,1-17).
Da questa metafora del seminare nella persona il germe che produrrà lo sviluppo della sua forza generatrice spirituale, si disse nel linguaggio sacro: in inter – humun, ovvero, per la seconda volta seminate o create; cosa? L’in – itio, il movimento (poetico-ispirativo) generante il principio per il quale si trascende la propria costituzione mortale. Noi per intima costituzione siamo predisposti a presagire l’infinito, vi aspiriamo, e tale impulso è emanato al di la del tempo preesistendogli.
La Ri-velazione per quest’ultimo segmento di Ciclo appartiene in massima parte al Cristo, Egli è il sole, il sole metaforico del mondo, che al pari dell’astro materiale proietta, irradia, i solstizi e gli equinozi nelle quattro direzioni da cui è ricavata la croce che suddivide le quattro parti dell’anno. Gli assi della croce individuano pertanto il centro simbolico attorno a cui ruota la ciclicità del divenire e dal “centro” promanerebbe la gravità imprescindibilmente congiunta alla “sorgente amara” da cui sgorga il flusso stesso del tempo.
L’essenza del sacrificio cosmogonico, rivelata attraverso la discesa dello spirito nella materia, custodisce la genesi dell’universo, nel quale ogni stella costituisce una parte dell’immensa “combustione sacrificale”. Gli atomi che costituiscono la sostanza siderale sono i medesimi che formano la nostra identità, che è riscattata, elevata, da una miseria altrimenti solo mortale.
Ciò che ci eleva è una “suprema intuizione”, che si accende, divampa, come calore del calore stesso nelle profondità della combustione universale e per suo effetto l’attenzione della coscienza si desta in se stessa e verso se stessa.
L’attenzione profonda non è un accadimento scontato o semplicemente ovvio.
Nella liturgia cristiana il monte del Golgota, il luogo emblematico della crocifissione, è identificato quale effettivo perno del mondo, costituendo il collegamento assiale tra gli abissi terrestri quanto celesti.
Già prima di Cristo la croce significò orientamento e salvazione, nonché la condizione prescelta su cui consumare il supplizio dei condannati.
Dall’alto dei promontori gli Auguri etruschi, prima di ricavare i preavvertimenti celesti, tracciavano con il bastone ricurvo (il Lituo) il segno di una croce per l’aria, suddividendo in quattro parti ideali l’estensione del paesaggio. Loro, in un certo senso, “creavano” l’ampiezza emblematica dell’orizzonte, ne “fondavano” la vastità, determinando l’estensione del panorama ad una misura puramente contemplativa di fatto non più circoscrivibile ma ugualmente interpretabile attraverso il linguaggio alato dell’allegoria; attraverso la quale l’intelligenza smette di essere uno strumento solo materiale ed il cosmo è compreso come luogo elettivo di significati superiori.
Ugualmente, prima di fondare una città ne orientavano le aperture attraverso il segno di una croce incisa per terra, usanza poi tramandata ai romani, determinando così uno specchio ideale suddiviso nelle quattro parti dove trovano riflesso simbolico specifiche costellazioni di riferimento atte a ordinare i ritmi del divenire.     

Nei primi tre secoli il segno identificativo dei cristiani non fu la croce ma due pesci, eppure, in un certo senso, negli alberi maestri delle navi disposti a croce già i marinai scampati ai naufragi istintivamente preavvertirono in essi un emblema di salvazione, poi avvalorato dai paleocristiani attraverso figurazioni tombali incise su pietra di altre navicelle, i cui alberi maestri intagliati da tremolanti mani devote costituiscono i paradigmi della navigazione dell’anima sugli abissi del divenire.
Presso le culture tradizionali nord americane ogni orante realizza metaforicamente il centro dell’universo nell’atto dell’invocazione emessa alle quattro direzioni del cosmo, poiché nella vastità rotante del Grande Cerchio, non essendo circoscrivibile l’estensione dell’universo, il centro può ricavarsi da ogni luogo in cui s’accende l’ispirazione; dunque, il centro s’individua in ogni sensibilità misteriosamente intonata alla modulazione trascendente del “suono originario”.
La Grande Chiesa estremizzando il significato liturgico dell’orientamento ideale, nell’intenzione di consolidare un potere prevalentemente terreno, decretò impropriamente se stessa come centro del centro stesso. Essa deformò tramite la spessa lente teologica, affatto lucente, la prospettiva esistenziale, l’aspettativa interiore, l’innato senso legittimo appartenente ad ogni animo circa il suo collegamento all’ispirazione primordiale. La Grande Chiesa, attraverso i suoi Dogmi s’è rivelata essere il sicuro strumento d’invisibili influenze contrarie alla vita, infondendo progressivamente nelle coscienze dei fedeli il sentimento nefando di una “costrizione mistica”, di un innaturale senso di colpa, scatenando attraverso i secoli tre disumane Inquisizioni, di cui l’attuale che è la Quarta sono decenni che è praticamente invisibile, obbligando le coscienze all’adozione di una deleteria contrizione, essenzialmente morbosa, profondamente annichilente (così come di una scialba "euforia mistica") reputata come il necessario requisito per ottenere la salvezza dell’anima.
In realtà, nell’accettazione passiva di tale parametro, l’animo è destituito di ogni autentica vigoria.
Attraverso quasi due millenni di storia, prevalentemente sanguinaria nei momenti più significativi del proprio accrescimento, la Chiesa di Roma s'è rivelata essere quasi lo strumento prescelto di quelle “forze disgregative”, che a vari livelli ed estensioni, da sempre intendono condurre l’umanità verso un declino pianificato e che, fin dalla primissima e assolutamente controversa rivelazione mosaica, sembrano voler consegnarci tutti, in guisa di “prescelto gregge”,  agli imperscrutabili appetititi di oscuri pastori d’anime.  





                               



 
(1) Leonello Luca Rimbotti : “La rivoluzione pagana” ed. Ar

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