giovedì 10 novembre 2016

la prima qualità quasi dimenticata



L’incoerenza (luminosa incoerenza) è l’unica strada di salvezza per noi percorribile, l’irrazionale positivo in grado di richiamare in vita le prodigiose virtù internate nel profondo della natura umana.
Ars poetica inconscia, spontanea attitudine alla “meraviglia” davvero inestimabile e che accresce il senso di una “fierezza” assolutamente priva d’ogni superbia.
La disposizione interiore per essere “ermeticamente sana”, valorizza le impercettibili assonanze attraverso cui il carisma del corpo – l’uomo si staglia a fronte del cielo stellato come effettivo “carisma” – è orientato da chiarissime suggestioni rivelanti la direzione migliore per onorare lo spirito.
L’ultima nozione di “alchimia residuale” che possiamo concretamente intuire per quest’ultimo segmento di Età, va comunque sperimentata all’interno del “laboratorio economico” che è il nostro corpo. Non può esservi una valida ricerca alchemica senza un innata sensibilità a valorizzare la tensione poetico-ispirativa, la quale, di fatto, costituisce il maggior richiamo alla laboriosità, il maggior invito alla risolutezza, nonché alla premurosa valorizzazione del miglior senso possibile che riguarda la nostra presenza in questa “scivolosa” realtà.
Nelle antiche allegorie, sedimentano velate seppur certe indicazioni circa l’orientamento della nostra provvisoria permanenza nella dimensione materiale, all’interno della quale, in ultima analisi, è fondamentale la domanda: a quali tensioni sceglieremo di sacrificare la nostra interiorità?
Per questo è quanto mai necessario svincolarci dalla limitazione avvilente imposta dalla sola logica, che, in fin dei conti, sarebbe ciò che recentemente è stata riassunta sinteticamente con il termine matrix”: la matrice dell’inganno strutturante la soffocante griglia della pervadente “egemonia arcontica” e culminata con l’attuale istaurazione del dominio ultra-tecnologico.
Mai come oggi sarebbe davvero fondamentale far riemergere dalla coscienza la predisposizione atavica appartenente al mistero intuitivo dell’auto-rigenerazione: autorigenerazione fisica quanto psichica.
Detto in altri termini, aspirare ad immergersi nel flusso, propriamente cosmico, della pura Coscienza Cristica. Un significato questo, assolutamente distante dal “pantano buonista” che oggi sembra esser tanto caro alla Grande Chiesa quanto ai promulgatori del “Nuovo Ordine”.
Ciò che essi principalmente ostentano sono una falsa morigeratezza e una falsa solidarietà.
Per il “piccolo uomo anomico”, (anomico suo malgrado) che in tale sistema di cose è fondamentalmente lasciato solo e abbandonato a se stesso, la possibilità di riscatto è costituita dalla sua capacità d'intima adesione all’autentica Coscienza Cristica.
Per quanto possa sembrare assurdo o impossibile, ciò significa tendere intimamente alla valorizzazione di una rinnovata percezione empatica con il tutto: quel “tutto” che la persona in sé riassume; anelando  all’effettiva liberazione interiore e che nulla c’entra con la mania di una libertà solo esteriore, non a caso assai caldeggiata dalla pseudo cultura pop.
Si tratta di svincolarsi, pur facendone parte, da una subdola forma di lento e progressivo condizionamento avvilente, imposto all’animo dai cosiddetti “parametri normativi”. L’empatia non riguarda un avvilente “timido buonismo” ma, innanzitutto, concerne l’efficace riduzione del proprio ego, cercando, come diretta conseguenza, di ottenere la miglior cognizione sensibile della compassione; senza la quale, in questa società massimamente ingannevole, davvero renderemmo la nostra sorte simile a quella di bestie allevate in cattività.
La compassione autentica, non è un "impuro pietismo", la compassione è una virtù propriamente “marziale”, è intima limpidezza la dove il pietismo invece costituisce una condizione di melmosità interiore.
La compassione è situata agli antipodi del pietismo e riguarda l’esclusivo, quanto unico, esercizio di virilità originariamente intesa.
Gli uomini e le donne dovrebbero nuovamente tendere alla virilità autentica, pena l’indistinto dissolvimento della persona a “mera unità di consumo”. Per questo il cosiddetto “potere” oggi promuove per tutti, indipendentemente da quale che sia la condotta dell’individuo, la lusinga di un “perdono” o “realizzazione” indistinti, ingannevolmente promessi attraverso un’ipotetica “bontà divina” o tramite i “prodigi profani” offerti dalla sola ragione e tecnica. La “loro” mira è quella di alienarci profondamente da quella “tenacia ancestrale” che ha determinato quanto di più forte, saldo, nobile, bello, l’umanità conserva in sé come archetipo di potenziale espressivo: la sua “determinazione primordiale” che, pur racchiusa in un così fragile involucro, ci rende più degni degli stessi dèi.


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