lunedì 12 dicembre 2016

ginnica e alchimia (prosieguo)




Se il nostro corpo non è esercitato diverrà presto un sgradevole estraneo, una presenza ostile che opprimerà i pensieri, aggravando nostri passi come avessimo al piede una catena da forzato.

Ippocrate scrisse: “ Un sano esercizio fisico, moderazione nel cibo, giusta sopportazione della fatica...ogni eccesso è nemico della natura”.

Nell’antichità furono classificati tre generi di ginnastica: la ginnastica definita come “Autentica” o “Medica”, seguiva quella “Bellica”, e la terza, quella più effimera detta “Atletica” o anche “Obletica”, definita appunto come viziosa dallo stesso Galeno, il quale non esita a definirla innaturale essendo una degenerazione delle due precedenti, poiché mira all’ottenimento di una robustezza impossibile ad essere preservata nel tempo e dunque, contraria all’idea della vera salute.

Secondo Plinio i ludi ginnici ebbero origine da Licaone e l’atletica fu inventata da Ercole in Olimpia, ma col passare del tempo, diffondendosi il malcostume tra gli uomini, pervenne a tale stato di depravata degenerazione che nella Roma imperiale Galeno (medico personale di Marco Aurelio) sosteneva convintamente che per l’atletica agonistica era più appropriato il termine di “cacotechnia”, ossia di “mala arte”.


Egli notava come i “palestriti” dell’antichità, per eccesso di attività fisica, rimanevano sonnolenti per tutto il resto del tempo che non occupavano intenti alla pratica degli esercizi, non attendendo per questo ad un attenzione più nobile verso la realtà per la quale un uomo è chiamato alla vita.

Nei suoi trattati censura il professionismo atletico, poiché capiva quanto danno derivasse al genere umano il fanatismo per l’atletica, che corrompeva la persona in una continua e sterile magnificazione solo esteriore. Galeno testimonia d’aver guarito un gran numero di persone e che altrettante ne aveva messe in condizione di mantenersi in buona salute dando invece preferenza a esercizi specifici consistenti nell'arte del camminare congiunta ad altri di movimenti energici, derivanti dall’accovacciata, dai richiami alternati di una gamba e l’altra, così come dai piegamenti sulle braccia seguite dal salto, le rapide connessioni in contrazione e decontrazione veloce delle gambe.

Questo richiama alla mente la stessa cerimonia sacra eseguita dai sacerdoti Salii descritta da Plutarco nella vita di Numa, i quali durante il mese di Marzo, attraversavano la città portando in processione i sacri scudi, (chiamati ancilii) percossi ritmicamente con pugnali corti mentre avanzavano per la via ora girando su stessi, ora eseguendo repentini cambi di direzione movendosi con passi brevi in semicerchio, dando così prova di estrema vigoria congiunta ad agile eleganza.

Era noto che la robusta costituzione viene agli uomini non dai molti esercizi, ma dagli esercizi regolati, tra questi, l’irrobustimento delle gambe fu a ragione considerato un eccellente rimedio alle afflizioni cardiache e per rinvigorire il sistema immunitario in generale.







Aristotele parla espressamente della ginnastica bellica nell’VIII libro della Politica, raccomandando di praticare quella ginnastica che con sforzo moderato ma costante sia in grado di irrobustire il corpo.

Gli atleti, invece, agiscono all’opposto delle norme di buona salute, per questo si asseriva che l’esercizio fisico portato agli estremi è l’anticamera non della buona salute, ma piuttosto della malattia.

 “La condizione atletica non è naturale, è preferibile uno stato di buona salute” afferma Ippocrate e con ciò egli non solo fa chiaramente intendere che l’attività atletica non è naturale, ma non chiama nemmeno “stato” la condizione degli atleti, privandoli in questo modo anche di quella denominazione con la quale tutti gli antichi indicavano la condizione delle persone realmente sane.

Tale convinzione l’esprime Euripide quando scrive: “ Pur essendoci infiniti mali nella Grecia, nessuno è peggiore di quello degli atleti”

Analogamente sempre Plutarco, paragonò gli atleti ai sassi e alle colonne dei ginnasi, asserendo anche che a niente altro i greci dovevano il principio della loro mollezza e la loro servitù, se non a questa ginnastica viziosa, dalla quale intorpiditi e illanguiditi erano distratti dall’autentica virtù marziale. Agli Spartani, per esempio, all’auge della loro potenza, era severamente vietato colpirsi forte durante e fuori dall’addestramento, questa norma fu istituita per salvaguardare l’integrità della persona, che in tempi di pace era chiamata ad assolvere altre attività per le quali non doveva risultare menomata o impedita per un inutile incidente basato su pretesti superflui (Plutarco: vita di Licurgo).



Qui idealizzo un particolare tipo di ginnastica, definibile (ieri come oggi) "ginnastica igienica” o “medica”, la stessa di cui parla Platone nel Timeo, che pur avendo l’apparenza di attendere soltanto alla cura del fisico, coordina simultaneamente ed uniforma le sue operazioni ai principi che regolano le attività spirituali, non permettendo che l’ego volgare, per eccesso di vanità prenda il sopravvento sulla coscienza al punto da sottrarla al riguardo e alla disciplina che ad essa deve e congiuntamente al mistero stesso della vita.

La ginnica oggi dovrebbe essere innanzitutto riscoperta come una scrupolosità igienica che attraverso il movimento del corpo affina progressivamente la percezione sottile di sé stessi; praticabile ad ogni età secondo il grado di possibilità di ognuno.

L’esercizio considera il corpo come il perfetto “automa” del libero Genio che transitoriamente lo occupa. L’identità geniale non è da confondere con la natura dell’ego, che, di fatto, gli è ancestralmente nemica. L’ego volgare è “oscura ombra interiore” che arriva a sovrapporsi all’autentica consapevolezza. Ciò può accadere in quanto l’intima identità, propriamente geniale, è totalmente in-genua. In questa primordiale “ingenuitas” sta la sua incomparabile forza e assieme la sua estrema fragilità.

Non a caso l’odierna pop-ipnosi esalta la condizione egoistica degli individui a detrimento dell’autentica ispirazione.

Il desiderio è quello di guidare convenientemente l’involucro mortale che custodisce l’enigma profondo dell’essere.

Per usare un espressione di Empedocle, ciò che intimamente deve fiorire è il “germoglio notturno”, per infondere nella coscienza una serena percezione del mistero che da ogni parte la sovrasta; questo e non altri è il compito dell’autentica ginnastica: incrementare la forza e agilità articolare convogliandole verso un fine superiore: quale possibile parte integrante dell’alchimia interiore.

Sarebbe il caso di definire tale regola come parte consistente della pratica appartenente ad una “ierosofia integrale”; perseguita ieri come oggi, nonostante la massiva contaminazione dell’eco sistema.

Alla fine basterebbero venti o massimo quaranta minuti di esercizi quotidiani specifici che certamente non possono essere improvvisati e che nulla hanno a che vedere con i saltelli sugli step, le varie “zumbe” o con le estenuanti pedalate immote sulle cyclette o con le corse sui tapirulan, e nemmeno con stressanti carichi di lavoro svolti incastrandosi dentro complessi macchinari di sostegno per il lavoro con i pesi.

I macchinari di base, concepiscono l’esercizio svolto unicamente per isolamento dei diversi distretti muscolari e che, dunque, pur lavorando sulla cosiddetta massa, in realtà accrescono ulteriormente l’amnesia del movimento sano puramente funzionale.

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