martedì 31 gennaio 2017

i cosiddetti "tempi ultimi" (Estratto da: "Le lingue tagliate" di A. Bonifacio)





I Cristiani aspettano che Cristo riappaia tra le nuvole del Cielo, che la Donna dell’Apocalisse partorisca questo misterioso figlio della sapienza, i Sunniti aspettano identicamente il ritorno del Cristo accompagnato dal Madhi, gli sci’iti la riapparizione del dodicesimo Imam, gli zoroastriani Gayomart, i Buddisti Maitreya, gli induisti l’ultimo Avatar…inutile andare avanti è nell’ordine di esaurimento del ciclo che le possibilità si consumino fino alla loro completa estinzione e qualcuno ripristini le condizioni originarie.


Tutto questo perché i tempi ultimi, più dì ogni altra epoca, saranno dominati dal disordine e dall’ingiustizia, oltre ché dall’empietà, e il ritorno “avatarico” dei precedenti “legislatori”, ristabilirà le condizioni auree dell’origine (fatte salve le diverse linee tradizionali su cui non sto qui a disquisire)

Quindi non comprendo che senso abbia parlare di battaglie perse. Chi si fronteggiava?


Forse si allude al trionfo dell’anticristo, ma costui non è esclusivamente un contro cristo, una sua contraffazione parodistica, egli è in primo luogo un ante Cristo  e se la sua venuta, la sua affermazione e il suo trionfo dimostrano l’agonia della Tradizione al contempo ne preannuncino il ritorno, almeno secondo la dottrina dei cicli cosmici.

Se qualcuno cinquant’anni fa ha affermato che questo è “il tempo di cavalcare la tigre” perché “chi cavalca la tigre non può scendere” sarà stato evidente che è ormai inutile cercare appoggi all’esterno, in qualche istituzione per l’aureo motivo che in un’epoca di crolli chi meno s’appoggia meno cade.

Ora però vorrei aggiungere una precisazione. Dopo che ci siamo fatti questo piagnisteo tutto occidentale sul come e perché siamo caduti così in basso, sulla quasi impossibilità di trovare maestri che siano nocchieri capaci di condurci fuori dalle tempeste del mondo, che ci siamo edotti sul kali yuga, l’età del ferro e l’età oscura, sulla corsa sfrenata di Fenrir che, sciolto dai suoi legami, si divora voracemente la creazione e quindi fattici carico di tutte le apocalissi possibili e immaginabili (intese in senso popolare come disastri e non come rivelazioni) un’occhiatina meno etnocentrica al mondo che ci circonda la vogliamo dare?


Vogliamo assumerci la forte e chiara responsabilità che “nel fardello dell’uomo bianco” che abbiamo assunto (?) nei confronti dei popoli “senza” scrittura o altrimenti “in via di sviluppo” (leggasi predazione incontrollata), nonché animisti (senza concetto monoteistico di Dio) c’è forse anche la consegna non della civiltà (?) ma della mela avvelenata che li ha velocemente intossicati fin quasi portando taluno di essi all’estinzione (la popolazione autoctona di Cuba praticamente suicidatasi in massa).

Vogliamo anche ipotizzare che in questa mela avvelenata ci sia anche quell’ingrediente che qui tanto si compiange d’aver perduto e cioè la “vera” “religione” di cui tanto accusiamo i nostri tempi di essere priva.

Perché una cosa è evidente; noi possiamo disquisire quanto ci piace sull’età ultima, e leccarci le ferite della nostra infelice condizione, ma l’età ultima a questi popoli “senza”, l’abbiamo portata noi, non se la sono procurata da soli, non è nata all’interno delle loro culture.


Per quello che ci suggerisce la lettura di alcuni classici come Schuon per gli Indiani dell’’America settentrionale, Reichel Dolmatoff per il “cosmo amazzonico”, Bruce Catwin per gli aborigeni australiani abbracciando così due continenti e “mezzo”. Questi popoli vivevano la dimensione spirituale delle loro esistenze in maniera diffusa e ripartita fra tutti i membri della comunità.

Il problema della fede e i suoi tormenti non li hanno mai sfiorati. L’”africano”, se si legge Griaule, parlava correntemente con i suoi morti, che erano i suoi antenati e pensando di essere lui il morto da vivo solo apparente, indirizzava tutta la sua esistenza nel tentare di raggiungere questo status di antenato che gli consentiva di essere vivo da “morto”, una volta rinsecchito nella tomba.

Non era “fede” nella resurrezione dei morti, era prassi quotidiana.

F. Schuon ha trovato, tra gli Indiani del nord ovest americano, identica complessità teologica, tanto che in qualche punto del suo libro egli sembra addirittura suggerire quasi un paradosso, ovverosia che il vero cristianesimo sia quello indiano, proprio per la pregnanza che il simbolismo della croce assume presso queste tribù con cui era entrato in relazione profonda e simpatetica. Mi taccio sulle vie dei canti australiani e sulle nefandezze etniche compiute nei loro confronto fin in tempi recentissimi.


Ora la riprova che questo “modo di vita” fosse giusto lo ricaviamo dal fatto che, prima di esser infestati dal mondo occidentale, questi popoli, oltre a dichiararsi “felici” (la città di Dio non sta solo in cielo evidentemente) erano in grande salute e qualora si fossero di colpo estinti per un accidente del destino, forse non avremmo neanche saputo della loro esistenza perché non avevano spostato un sasso dall’ambiente in cui vivevano, forse perché ogni sasso, ogni essere, alla fine, è teofania di Dio (è un residuo metafisico secondo la bella definizione di Nuccio D’Anna) e non può essere usato/ spostato / eliminato senza il suo permesso.

Purtroppo, e per farla breve, noi abbiamo avuto la disgrazia delle scienze sociali (tutte fallimentari) e dell’evoluzionismo (idem) che avrebbero avuto la pretesa di spiegarci, in termini puramente umani, come funzionavano le società altrui e come avremo reso prossime alla perfezione le nostre.

Il risultato (catastrofico) è sotto gli occhi di tutti


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