mercoledì 4 gennaio 2017

Le Argonautiche


E a te, musa agognata, o vergine dalle candide braccia, / io mi rivolgo: ciò che spetta agli effimeri di ascoltare, / tu porta, guidando avanti il carro ben governato dell’amore / devoto.”
(Empedocle)
  


Orfeo è l’allegoria assoluta dell’ispirazione, l’espressione peculiare di una poetica fascinazione connaturata alla gravità fisica degli elementi, coi quali instaura proverbialmente una ineluttabile quanto misterica assonanza di frequenza, realizzando in ciò l’enigma insito nel termine stesso Universo, Uni-versus o del tutto volto in uno.

Per questo si tramanda che alla modulazione del suo canto i fiumi invertivano la corrente, gli alberi dimostravano movenze inusuali come fossero dotati (e di fatto lo sono) di intenzionalità di moto. Il suo ruolo puramente iniziatico lo rende mediatore sensibile tra cielo e inferi.

“E infiniti / volavano uccelli sopra il suo capo, / e alti fuori dall’onda azzurra /balzavano i pesci al bel canto”

Questo frammento lirico d’Ibico evoca la prodigiosa malia del canto di Orfeo, rivela lo stupore devoto connaturato alla coscienza ridestata in sé, instaurante quella sintonia (euritmia) fra l’uomo e la natura emanata da superiori forze invisibili. La stessa aspirazione realizzerà nell’era cristiana la tensione estatico-veggente di un Francesco d’Assisi. La medesima disciplina meditativa e operativa costituirà il nucleo sapienziale della stessa Divina Commedia, dove la catabasi = “discesa”, il viaggio nell’ombra - anzitutto interiore - e l’anabasi = “risalita” - apoteosi spirituale - contraddistinguono indubitabilmente l’impronta orfico-sciamanica distillata nel pensiero cristiano medievale, che offre molteplici insegnamenti di carattere autenticamente iniziatico; in questo basterebbe anche solo riferirsi alla valenza simbolica delle opere edificate dall'ordine monastico Cistercense  







Orfeo emblematizza la vibrazione-parola-musica che ridesta all'interno della consapevolezza la coscienza amplificata ai primordi inesprimibili dell’immediato. Egli sembrerebbe attingere l'ispirazione direttamente dalla primissima polla sorgiva dell’istante splendente; offuscatasi con la progressiva degenerazione dei tempi.


Istante – instàntem, ovvero, di ciò che immensamente sovrasta –

Mistero-Mistico, Miystes era l’iniziato. Myen significa “chiudere” “serrare” “tacere”, cosa? quella prescienza di “luce sensibile” atta a rischiarare questo senso d’eminente sopraffazione che l’ignoto produce sull’animo e che la ragione sola non può afferrare ma solo la positiva esperienza intuire.

Orfeo partecipò alla spedizione degli Argonauti e in quest’evento mitico potremmo individuare uno degli eventi cardine su cui ri-fonda la nostra peculiare caratterizzazione esistenziale, che ci vede esseri coscienti di noi stessi.
La spedizione degli Argonauti rinnova il prodigioso sodalizio, non esente da insidie, tra identità geniale degli elementi universali e l’animo umano. L’evento narrato è accaduto in un momento imprecisato della storia remota dell’uomo, presumibilmente successivo al Grande Diluvio e, fondamentalmente, tratta della sopravvivenza del principio lirico dell’essere, dell'ineffabile empatia o principio “aureo” molteplicemente contrastato da forze propriamente oscure.



L’attuale società è interamente rivolta verso il “basso”, ipnotizzata da oscure forze che la spingono in una frenetica corsa verso il suicidio, la Civiltà antica per sua natura fu rivolta verso “l’alto”, fintantoché il volgere dell’attuale Ciclo (Età Oscura) non ne torse il senso all’ingiù ottenebrando la coscienza dell’uomo, oggi perlopiù incapace di trascendere autenticamente un’infelice condizione di finitezza solo materiale.

Per cui appare evidente come spesso gli intellettuali moderni, benché estremamente colti, delle scritture tradizionali sappiano cogliere solo il lato esteriore, il quale, preso di per se stesso, è sviante del maggior senso che racchiude significando in superficie più nulla che poco, mentre al contrario collocato nel suo posto giusto acquista pienamente di valore autentico.




Apollonio Rodio con le Argonautiche (per la cui stesura fu fondamentale la ricerca che condusse nella biblioteca d’Alessandria) compose un capolavoro di narrativa, un poema denso e scorrevole, tanto ricco di immagini e storie chiaroscurate da accesi contrasti di eventi dolorosi quanto soavi e che è paradigmatico della capacità degli antichi d’infondere attraverso la sublimazione poetica l’immenso patrimonio sapienziale su cui fonda l’inesauribile eredità spirituale della Tradizione Avita.
I libri trattano dell’impresa “di Giasone e dei suoi compagni, che erano giunti nel lontano paese barbaro della Colchide, sulla sponda orientale del mar Nero (Georgia), con la nave Argo.

Il loro obiettivo era quello d’impadronirsi e di portare in Grecia il Vello d’oro del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia in quella lontana regione dell’Oriente, di cui allora era sovrano il crudele Eeta.




La difficile spedizione era stata imposta a Giasone da Pelia, re di Iolco in Tessaglia, a cui Giasone aveva chiesto la restituzione del trono che Pelia aveva strappato ingiustamente a Esone, padre di Giasone.

Nel corso della navigazione l’equipaggio dovrà oltrepassare le “Isole danzanti”, dette anche isole Cianee o Simplegadi, rupi scoscese su cui rimbomba il flutto dell’ azzurra Anfitrite: i Beati le chiamano Rupi Erranti: immagini allegoriche dell’inevitabile e arduo passaggio in s’cui imbatte la vita umana ad un momento dato del suo viaggio di conoscenza dell’anima.

Solo una nave marina riuscì a passarle, Argo, da tutti cantata, tornando da Eeta.



   

La sostanza dei miti è un “metallo” duttile e sembra predisposto ad adattarsi alle più varie interpretazioni.

L'essenza aurea ricompare sempre al di sotto lo spesso strato di sedimentazione depositato dalla corrente millenaria, inattaccabile dalla ruggine del tempo al suo recupero restituisce l’insieme del prestigio ispirativo (oro potabile) valevole a rinsaldare la vitalità dell’animo in grado di pervenirvi.

La vena aurifera del Mito, situata in un luogo indistinto della luminescente “geografia” universale è avvicinabile solo in virtù della nostra predisposizione sensibile. La sua profondità è immensa e allegorizzata dagli stessi abissi marini solcati dalla nave Argo, fabbricata con il legno vaticinante della quercia dodonea che è emblema stesso dell’Hylé primordiale, fondamento lirico della materia prima.

Il canto di Orfeo riguarda la stessa intonazione archetipale risonante per tutto l’Universo, le cui variazioni di tono addensano a vortice nuclei di materia predisposta a divenire spazio di manifestazione e reminiscenza, territorio d’esperienza Sacra continuamente eroso dal mare del tempo.

E' l'interezza del Cosmo racchiusa nel cerchio emblematico del vasto e rarefatto orizzonte allegorico, nella cui vastità si smarriscono le ampiezze di Ere difficilmente misurabili. 
Diluvi e cataclismi leggendari dividono le Età, destinando le più antiche all’oblio in cui naufraga la memoria dell’uomo e la sua essenza puramente geniale.

La storia periodicamente diviene dimentica di sé, vittima di una straordinaria amnesia da cui prenderà nuovamente avvio un nuovo Ciclo che si sovrapporrà all'altro precedente.

Tutto nell’attuale dimensione sembra svolgersi in un andamento spiraliforme ascendente o discendente.

Dall'oblio, quella sorta di nucleo spento che tutto ingoia dissolvendo, solo l’avvenimento dell'ispirazione non può essere annientata.

Ecco il motivo del "canto universale", prodigiosamente modulato da ogni elemento naturale, come sovra-eco di rimando al coro augurale intonato dagli Argonauti al momento d'intraprendere la fatidica impresa. 






E’ la ruota stessa del tempo la macina di un mulino che raffina l'ineffabile essenza predisposta a sostentare la vita, rinnovando il nutrimento dei germogli intuitivi interni ai suoi ritmi. 

Cosi' come i fiori si schiudono ad ogni nuova stagione dal corpo delle piante, in ugual modo nelle coscienze si apre la particolare fioritura emblematica della reminiscenza. Non a caso nei Sacri Misteri nulla era insegnato se non predisporre l’interiorità alla rammemorazione intuitiva delle proprie origini splendenti.   

Successivamente alla “caduta” la Nostalgia contraddistingue l’impronta ancestrale della vita, di tutta la vita.

Analogamente, in tempi moderni, il poeta di Recanati dà libero corso alla nostalgica voce profetica quando si riallaccia a memorie antichissime contemplando la natura fino a perdersi in essa:

«… tra questa/immensità s'annega il pensier mio: /e il naufragar m'è dolce in questo mare».

Egli ricompone in questo modo la cesura che lega l'uomo al mondo.
Perché l'infinito di Leopardi si ricollega all'antico Apeiron, che si identifica col «semitico 'apar (polvere, terra), accadico eperu, biblico 'afar» e che insieme all'acqua originaria intrisa dello spirito divino rappresenta la sostanza materiale costitutiva dell'universo, dalla quale nascono e alla quale ritornano gli esseri *.
Ogni fioritura fisica o metafisica (la poesia è la fioritura dell’uomo) affonda le sue radici nel desiderio nostalgico di un bene perduto, di aprire la vita ad un suo maggior significato altrimenti solo materiale.



Il numero dei Cicli o di più fioriture cosmiche lo conservano per noi i Miti.


E’ una distesa d’acqua postdiluviana quella oltrepassata dagli Argonauti.

Vita oltre la vita.

"Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli a la 'mpresa
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo".
(Paradiso XXXIII, 94-96)


E’ solo nella riscoperta della Verità Poetica che noi possiamo riannodare i motivi dell’esistenza alla sua reale dimensione.
Riconnettersi al flusso di una corrente sacrale dove la vita acquisisce il suo significato più elevato e smarrisce di senso inaridendosi quando ne è separata.
In quest’ardente ricerca di Conoscenza poetica noi possiamo identificare nelle Argonautiche il tempo di un Età che risveglia se stessa, che torna a respirare la luce precedentemente smarrita da una di quelle eclissi cosmiche periodiche che sembrano estinguere la vita stessa dal mondo.
La nostra speranza di salvezza non risiede nella sola tecnica e ragione, ma nella riscoperta di una definita Tensione Aurea interna all’essere, che nulla ha a che vedere con la vaghezza indistinta di una sbiadita astrazione mistica, sempre più spesso ambiguamente propagandata dalle svilite religioni dei tempi ultimi quanto dalle pseudo dottrine New Age.

“…e restavano immobili, tendendo le orecchie all'incanto,
tale malia il poeta aveva lasciato dentro di loro”.
“Coi lunghi remi
fendevano l'acqua con forza, e verso sera
seguendo i consigli di Orfeo, approdarono all'isola
di Elettra, la figlia di Atlante, in modo che conoscendo
nelle amabili cerimonie i misteri segreti,
navigassero poi con maggior sicurezza nel gelido mare.
Di questo non dirò altro; rivolgo il mio saluto
all'isola ed ai suoi dei, che ebbero in sorte
i riti sacri che a noi non è concesso cantare”.
(Apollonio Rodio: Argonautiche, Libro I)
**Orfeo canta accompagnandosi con la cetra, e gli animi di tutti si acquetano (1,494-515).
E' ancora il suono del suo strumento a scandire il ritmo dei remi (1,540) ed è il suo canto a Celebrare Artemide, mentre i pesci, ammaliati, seguono la nave (1,569-79).
Nelle Argonautiche di Apollonio, dunque, il ruolo di Orfeo è soprattutto quello di cantore, ma in qualche caso è la sua scienza delle cose divine a giovare agli Argonauti, come quando, all'avvicinarsi degli eroi assetati, le Esperidi diventano polvere e terra: Orfeo comprende il prodigio divino e, pregandole, riesce a ottenere l'indicazione di una fonte (4,1407-18); o ancora quando la nave Argo cerca invano una via per uscire dal lago Tritonide, finché Orfeo ordina di offrire agli dèi del luogo il tripode di Apollo, e allora si avvicina il figlio di Posidone, Tritone, che si presta a mostrar loro il passaggio (4,1546-59).



Rispetto all'opera di Apollonio Rodio, che ne è il modello, nelle Argonautiche orfiche il ruolo di Orfeo acquista un rilievo straordinario, a detrimento di tutti gli altri personaggi.
Ciò che soprattutto lo contraddistingue è la forza del suo canto accompagnato dalla musica, e a questa forza è strettamente legata la capacità di incantare.
Al momento del varo, gli eroi non riescono a trascinare in acqua la nave insabbiatasi e trattenuta da alghe secche.

Orfeo (248-73), ispirato dalla madre, compone un canto: esorta gli eroi a tirare la nave verso le onde e, rivolgendosi alla nave stessa, le chiede di ascoltarlo; questa scivola in mare.
Dinanzi al pericolo delle rocce Cianee è particolarmente evidente il legame che unisce la bellezza del canto alla capacità di incantare qualsiasi cosa: Orfeo conosce la pericolosità di queste rocce, descrittegli dalla madre Calliope.
Mentre gli eroi remano con ardore, Orfeo cantando incanta le Cianee che si staccano l'una dall'altra; l'abisso del mare ubbidisce alla cetra e alla sua voce divina, e la nave passa.
Il canto di Orfeo è determinante anche in un altro episodio. Già in Apollonio (1,902-11), quando gli Argonauti si dirigono verso l'isola delle Sirene, incantati dalla voce di queste, Orfeo li trattiene intonando un canto veloce, in modo che gli orecchi dei compagni rimbombino di questo suono, e la sua cetra vinca la voce delle Sirene (4,891-919 ).
Ma, benché questa risulti indistinta, Bute si getta in acqua. 



Anche nelle Argonautiche orfiche (1268-90) le Sirene con la loro voce melodiosa affascinano i mortali, facendo dimenticare loro il ritorno.
Gli Argonauti vorrebbero accostarsi, e Anceo si sta già dirigendo verso il promontorio, quando Orfeo, ispirato dalla madre Calliope, canta un inno sul conflitto fra Zeus e l'Enosigeo.
Non solo salva tutti gli Argonauti, ma, udendolo suonare, le Sirene sono prese da tale stupore che interrompono il loro canto, gettano via gli strumenti musicali e si tuffano in mare, tramutandosi in pietre.
Il ruolo di cantore e di incantatore fa rivestire ad Orfeo anche il ruolo di consigliere, poiché essendo più di altri ispirato è di conseguenza il più idoneo ad individuare i periodi e ritmi, la gradualità operativa del percorso da svolgere e a Samotracia, infatti, persuade gli eroi a farsi iniziare ai misteri degli dèi, perché per ogni navigatore la partecipazione a questi riti è salutare (464-70).**
Note* / **
*Zakhor-Ricorda.
Alle scaturigini della scrittura (poetica)
di Clemente Condello
**Gabriella Ricciardelli
Ordinario di lingua e letteratura greca, Università La Sapienza, Roma.




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