giovedì 23 febbraio 2017

del Tempo e frantumi di Lame


L’ideazione simbolica non scaturisce da una circostanza meramente intellettiva, ma, può essere definita come la prima ed esclusiva corrispondenza sensibile scaturita, germogliata, dallo stato di necessità determinato con l’evento ancestrale della “caduta”: la precipitazione dell’Essere nell’attuale trama degli eventi.

Si tratterebbe della progressiva, quanto assurda, diminuzione della pienezza soprannaturale diluita nel labirinto cosmico dei Cicli e delle Ere, avviate e convogliate per mezzo di una incomprensibile configurazione denominata Tempo: invisibile “architettura spiraliforme”, quasi un’intelaiatura astratta e interconnessa da imperscrutabili, quanto mobili, “giunture” che sarebbero veri e propri vortici divoranti e impeti rinnovanti le molteplici successioni fisiche; sulle quali, peraltro, starebbe convergendo ossessivamente l’attenzione “monocola” della moderna scienza satanica.  
Il tempo è un avvenimento invisibile ma evidente, perennemente mutevole, e inscindibile dalla materia. A tutti gli effetti potrebbe definirsi come una inusuale struttura geometrica estremamente complessa, la cui intelaiatura immateriale determina i sostegni della manifestazione visibile.
Il tempo, secondo la visione gnostico-manichea, in un certo senso, istituirebbe il “compromesso”, che è “l’inganno archetipico” attraverso cui la determinazione eterna (l’ineffabile monade soprannaturale) “intensifica” la propria “distorsione di senso”, ripetuta per ogni estensione sensibile caratterizzante appunto l’idea vita.


Dovremmo ritenere la “meccanica occulta” della vita regolata da un’eminente sensibilità simbolica, di cui la vita stessa è esemplare e mutevolissima allegoria e dove la sinergia di più tensioni e attrattive, addensate nell’involucro uomo, determina il valore di un supremo potenziale ideativo predisposto a trascendere infinitamente ogni compito circoscritto nei ritmi naturali.

Tempo e Universo costituirebbero il senso enigmatico di una sovrana rappresentazione simbolica, in cui il mistero maggiormente profondo è realizzato dalla nostra interiorità.

Ogni seme fisico testimonia una “possibilità”, ogni semenza conferma la sopravvivenza della vita che si perpetua attraverso la vita stessa, ma nell’uomo – unico caso in natura – preavverte la possibilità di ideare, di preannunciare per realizzare l’inesplicabile evento di ciò che si qualifica come impossibile. Nell’arco formato tra gli estremi di nascita e morte l’uomo arriva a trascendere il senso del “finito”, che, nello sviluppo dell’ordine di natura, ogni cosa inesorabilmente delimita. 

Ciò che rilega l’identità al nulla, ciò che eleva dall’oblio di una tenebra senza fondo è unicamente l’ideazione simbolica.
Nel Cosmo, per le sue particolarità mutevoli, solo l’uomo si qualifica come “inesplicabile baricentro iridescente”; con buona pace di quanto possa contrariamente sostenere un miope relativismo.

Seguendo questo tracciato dovremmo ri-considerare gli emblemi effigiati sulle carte, dette Lame, dei Tarocchi. Superlative ingenuità ideative, emblematiche connessioni puramente geniali, oggi diminuite all’uso degenere di cui s’avvale un impoverito equivoco divinatorio.

Tali raffigurazioni, in realtà, costituiscono una significativa cripto-testimonianza della Sapienza Perenne, riversatasi in effigi che solo apparentemente sembrano distolte dai fondamenti concreti dell’esistenza. I Tarocchi racchiudono l’enigma cangiante di eccellenti ideazioni simbolico-allegoriche, saldamente congiunte all’immaginazione poetica, (dunque profetica) riguardando i significati superiori celati nell’evidenza della manifestazione universale.


Ad esempio, non sarebbe affatto un caso che le 22 lame maggiori dei tarocchi, compaiano a cavallo tra il XIII e XIV sec. in cui è individuato un rilevante momento di trasformazione nella storia spirituale dell’Occidente.

La 12° lama, detta dell’Appeso, talvolta erroneamente definito come l’impiccato, preannuncia l’arcano di un Cosmo allegoricamente capovolto, ma, in ogni caso, desto in se stesso.

Il fascino delle meditazioni offerte dalle carte consiste nel fatto che queste possono essere prese in considerazione singolarmente, così come, quasi andando a comporre un’orditura enigmatica, ponendone i diversi diagrammi in reciproca relazione.

Tradizionalmente il numero 12 preannuncia il primo Compimento sul piano concreto, poiché 4 X 3 = 12, vale il cubo moltiplicato per i tre piani dell'essere; ottenendo quel medesimo dodecaedro attraverso cui Platone idealizzò i simbolici piani strutturanti l’Universo.

L'Appeso nella raffigurazione originaria, particolare questo affatto trascurabile, è dipinto come ancora giovane d’aspetto, ciò indica che non è ancora giunto all’avanzata maturità; individualmente, come personificazione del microcosmo e, dunque, dei pericoli spirituali connessi ai motivi della persona che transita nel “mezzo del cammin di nostra vita”. Ugualmente, per corrispondenza analogica dei significati ermetici intercorrenti tra “l’alto e il basso”, non sarebbe nemmeno giunta a compimento l’età cosmica che comprende il Ciclo in cui attualmente svolge il percorso l’intera umanità e che la figura dell’Appeso allegoricamente personifica, indicando un transito rilevante della sua ideazione universale.
Il capovolgimento, peraltro, rievocherebbe gli stessi presupposti rituali con cui Odino evoca in sé l’ispirazione sacrificale, attraverso la quale il Cosmo rinnova le prestabilite aperture dimensionali connesse con la nostra interiorità.
Nell’Appeso le gambe incrociate formano il segno distintivo della croce, le mani sono legate dietro la schiena e fanno sporgere i gomiti fuori dal busto, geometrizzando assieme il riferimento della testa un triangolo la cui sommità è rivolta verso il basso, sembrando essere sospeso sopra un abisso.

Questo perché nelle prime versioni dei Tarocchi (le uniche attendibili) la 12° lama non presenta alla base della rappresentazione alcun tipo di suolo, ma il disegno nel declinare il terreno allude chiaramente ad un principio di voragine. Un vuoto, inteso pertanto come la primordiale visuale prospettico-profetica del “ grande baratro”, quale anticipazione stessa di un’ulteriore precipitazione del Cosmo (della coscienza) nel dominio dell’indistinto, dell’oblio, in cui periodicamente si riversa la totalità della vita.

Ciò comunica l’idea dell’inabissarsi e dell’ascendere ciclico della vita e che la geometria idealizza nella figura nell’Appeso individuando, appunto, quel segreto Centro coordinatore costituito dall’intuizione propriamente luminosa e dove significativamente arrivano a convergere coscienza personale e coscienza universale. Avvalorando in ciò il giusto “orientamento immaginale”, indispensabile alla continuazione del Grande Viaggio, intrapreso dalla coscienza oltre i limiti dell’intrappolamento costituito dalla sua manifestazione mortale.

Inoltre, in alchimia, il triangolo sormontato dalla croce, è il segno dello Zolfo, ma qui è capovolto: un capovolgimento che, in questo caso, andrebbe letto non in senso negativo ma come una perfetta sublimazione.


La geometria che descrive la figura dell’Appeso, peraltro, è corrispondente alla 4° lama, quella dell’Imperatore, nella quale ritroviamo medesime disposizioni delle gambe ma “connesse” al terreno e, dunque, al centro di gravità materiale in cui l’assialità della croce afferma, tramite la figura dell’Imperatore, la propria sovranità sulla totalità della manifestazione visibile.
L’Imperatore è la 4° carta, e tale numero sottende la materia, che nella triplice elevazione del suo valore realizza la congiunzione con l’Appeso: quest’ultimo rivela, appunto, un principio di sublimazione, l’ideazione stessa della facoltà puramente irrazionale, compresa essere il principio supremo connessa ai domini dell’animo universale e, dunque, all’esistenza autenticamente consapevole di sé.
L’Imperatore presenta il volto austero di chi è avanzato negli anni, costituendo forse anche il monito di una consumazione precoce subita dall’esistenza materiale e che troppo spesso, avanzata ai margini del proprio dissolvimento, può disattendere il conseguenziale ottenimento della piena consapevolezza.

Per tale motivo dalla ponderatezza dell’Imperatore, per effetto di una moltiplicazione emblematica si eleva il capovolgimento dell’Appeso, inteso come trasformazione elettiva di un dominio altrimenti solo “orizzontale” e perciò estremamente caduco.

Il volto dell’Appeso difatti non compare stravolto, come quello di chi patisce un supplizio, ma dimostra serenità come chi volontariamente ha scelto lo stato della sua condizione.

Egli è ritratto giovane, come in effetti lo sarebbe l’animo rispetto ai limiti transitori prestabiliti per la materia.

I due alberi che sostengono l’Appeso, così come il tronco trasversale cui è legato, figurano il sostegno offerto dalla forza universale (sono peraltro noti i rimandi alle colonne sapienziali di Jachin e Boaz o agli stessi alberi edenici della conoscenza del bene e del male e della vita).

Ciò che qui maggiormente interessa è il sostegno offerto dalla forza universale, che è il nutrimento interno ad ogni nutrimento stesso, è la sua ideazione puramente geniale, svincolata da ogni paternità dogmatica e connessa ai significati lirico-estatici attivati nella materia (hylé) primordiale. Proprio tale archetipo “lirico” il Mito interna nella sacra quercia di Dodona, dalla quale fu accortamente ricavato lo scafo stesso degli Argonauti; poiché tale ineffabile emanazione, sussistente nelle fibre più intime dell’hylé, costituì l’insostituibile prerogativa utile per ultimare una navigazione ed impresa affatto ordinarie.


Dei rami tagliati nei due alberi ai lati dell’Appeso, dodici sono i mozziconi e che nel numero emblematizzano il giro stesso dell’anno terrestre connesso a quello stesso celeste, allusione alle dodici “stazioni siderali”, aggiogate anch’esse a legge di necessità.
Inoltre, dalla raffigurazione potremmo ricavare l’indicazione augurale riguardante il periodo dell’anno simbolicamente connesso alla scena e individuato nel mese di Aprile, (Aprile dalla “aperir” che è aprire) quale auspicio di effettiva rinascita fisica e soprattutto spirituale. E’ in Aprile che tradizionalmente vengono potati i rami danneggiati dal freddo invernale e, dunque, nella figurazione, ciò costituisce indubitabilmente il rafforzamento del significato che relaziona il capovolgimento rituale dell’Appeso alla rinascita emblematica; poiché nella carta è sotteso il rinnovamento dell’animo.

L’uomo, il suo animo è sospeso tra cielo e abisso, e qui nella carta la figura è connessa al cielo con un arto, ma la sua impotenza è solo apparente, in quanto realizza pienamente la propria ideazione simbolica con la gamba lasciata libera, che non divarica o lascia penzolare scompostamente; alludendo velatamente alla Felice disciplina dell’anima riflessa nella risolutezza stessa del corpo.

Inoltre, come ulteriore indicazione augurale, la gamba destra piegata incrociando la sinistra forma un triangolo con la punta all’ingiù realizzando l’ideogramma alchemico dell’acqua di vita.

Le monete che cadono dal suo giubbino possono emblematizzare la stessa "quintessenza aurea", così come lo “spogliamento” o “sublimazione” dei metalli ordinari; in alchimia la cosiddetta “mutatio metallorum”, intesa come l’interiore trasformazione di metalli allegorici paradigmatici della trasmutazione dell’iniziato.

Dovremmo ritenere l’emblema dell’Appeso come la sintesi di un occulto insegnamento cosmogonico, rivelato nella sua distesa articolazione attraverso un complesso sistema di riferimenti che associa le une alle altre, mediante un cangiante cifrario poetico-allegorico, le 22 Lame Maggiori.

Una commistione simbolica abilmente dissimulata nell’ordinaria concezione del “gioco” e che in fondo, il gioco stesso, altro non sarebbe che un traslato della tragedia umana, della sua ineluttabilità, (il gioco è inscindibilmente legato alla fatalità) e del rinvenimento di quelle facoltà interiori necessarie all’animo per opporvisi.

Un valore questo, concernente l’ispirata modalità operativa che mira a conseguire l’effettivo perfezionamento interiore.           Anche da qui possiamo ricavare quei motivi fondanti il supporto ideativo di cui necessitano le potenzialità, ora estremamente ridotte, dell’umanità attraversante il presente Ciclo.

Nelle 22 Lame Maggiori s’interna parte significativa di quell’essenza sapienziale indispensabile al superamento dell’attuale deriva dei tempi (Kali-yuga).


Con queste carte si può pervenire al senso legittimo dell’autentica “interrogazione divinatoria” o anche “intuizione poetico-oracolare”, intesa come elevazione sottile della coscienza sulle coordinate ancestrali in cui gravitano le Ere. L’unica forma divinatoria ammissibile consiste nella facoltà di poter individuare la “posizione” del nostro stato interiore, del come si relaziona alle profondità del Cosmo e, soprattutto, del come poter rettificare l’eventuale intimo smarrimento.

I Tarocchi si rivelano come indispensabili occasioni contemplative e profonde sorgenti riflessive dove poter immergere l’intuizione, svincolata dalla banalità, del tutto contemporanea, che la vuole confinata in una meschina, quanto angustiata, aspettativa di un presente o di un domani solo egoici.

Nell’assetto completamente involuto di una società massificata e consumistica l’idea del divenire è corrotta in continui pretesti di ansietà. 
La quotidianità, irrigidita nel dominio della sola "tecnica", diventa la ripetizione di un vuoto a perdere: di un vuoto "svuotato" d’ogni principio di saggezza.

L’importanza di determinati emblemi, cui oggi si sovrappongono altri del tutto arbitrari, i quali, benché sembrino offrire comode lusinghe sono unicamente devianti, (pop-ipnosi) e in definitiva, potendo rimuovere dalla nostra attenzione tali abbagli deleteri ci accorgeremmo della sicura permanenza (benche' residuale) di determinati valori emblematici, concernenti l'importanza di un’intuizione suprema, che rilega l’originario principio splendente dell’essere all’ora maggiormente oscura dei tempi.

E’ la reminiscenza stessa di quel dominio elettivo da cui la nostra interiorità sembra essere inesorabilmente separata da tempo immemore e i cui devastanti effetti danno tutta l’impressione di culminare adesso.

In queste carte, sostanzialmente, agisce l’influsso profondo dell’antico monito “conosci te stesso”: che varrebbe anche il “conosciti oltre te stesso”.






mercoledì 15 febbraio 2017

"nuove" comprensioni





Come notò l’acuto J. Baines, il sapiens, nel realizzare la sua lotta inclemente per l’esistenza, rilascia dal suo peculiare apparato emozionale determinate sostanze immateriali o più propriamente vibrazionali, che potremmo anche definire essere la sostanza interiore di “un distillato emozionale” composto da particolari fervori psichici, i quali, se adeguatamente canalizzati al momento della loro elaborazione, estenderebbero un influsso attrattivo straordinario, recepito da malevoli e parassitarie entità intelligenti del tutto incorporee e preesistenti all’umanità stessa.


Affinché possa essere garantita la nostra “mungitura energetica”, all’élite umana degenerata, che ambisce favorire tali oscure entita', necessita un appropriato, quanto involuto sebbene vetusto, supporto simbolico e allegorico e, dunque, rituale.


Gli ultimi beneficiari di questa antichissima predazione animica sarebbero i cosiddetti Arconti, di cui riferisce la tradizione gnostica, i quali suggono tali umori impalpabili che l’uomo secerna dalle sue emozioni. Attraverso una continua manipolazione psichica ottemperata dai loro servitori terreni (sostanzialmente le religioni organizzate e in particolar modo le tre grandi monoteiste, congiuntamente derivate dalla stirpe abramitica, completamente sottomessa all'obliqua entità chiamata Jahweh. Tali confessioni si dimostrerebbero a tutti gli effetti le migliori garanti del nefasto potere demiurgico e del suo accrescimento nel nostro piano dimensionale ).


Questo soggiogamento intimo dell’uomo, determinerebbe il suo massimo impedimento alla possibilità di rendersi migliore a se stesso, di agire consapevolmente in se stesso, di migliorarsi (leggi purificarsi) nonostante ora debba patire in ogni caso il transito dell’attuale Età oscura.



Dovremmo ritenere qualsiasi rito d’ingraziamento, qualsiasi prece o supplica elevata verso l’invisibile, come la residua estensione “edulcorata” (il più delle volte inconsapevolmente rinnovata) di antichi rituali estremamente cruenti e delle stesse “messe nere”. 


“Prendetene e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per tutti voi”, cosi' e' recitato nel momento maggiormente significativo della Messa. Quale corpo si sacrifica e per chi? Quale sangue è allegoricamente versato invitando i fedeli a berne! Per dissetare quale sete? Di quali frequenze diventiamo traduttori inconsapevoli aderendo a determinati riti, concepiti appositamente per stravolgere in noi il senso della spiritualità?


Non importa s’invochi la Madonna o Cristo o San Gennaro o Manitù, tali personificazioni allegoriche fungerebbero unicamente da “traduttori vibrazionali”, assolvendo in ciò ad una sofisticatissima manipolazione invisibilmente orchestrata.


Quando cerchiamo di connetterci in miserevole atteggiamento di supplica a potenze invisibili, ritenute come le misteriose dispensatrici di favori celesti o, ancor peggio, rivolgendosi ad esse nella bassa speranza di favorire beni terreni, in quell’istante abdichiamo dalla nostra più preziosa identità.


L’invocante, mediante una relazione interiore di completa subordinanza, svuota se stesso, ovvero, riversa inaccortamente la potenziale “tensione animica”, la qualità stessa della sua “quintessenza aurifera” nell’immagine sacra, ovvero, cede se stesso alla trappola dell’ineffabile “traduttore emblematico”, sia esso travestito da Cristo o Allah o Krishna poco importerebbe.


Ciò che importa, invece, è che tali raffigurazioni cultuali catalizzano dell’uomo una fondamentale quanto segreta possibilità…anzi, in questa misteriosa necessità che l’uomo ha di relazionarsi con l’invisibile risiederebbe La Sua Reale Possibilità Trasmutatoria: la “crisalide” terrena predestinata ad elaborare l’angelica “farfalla”.

Una possibilità che noi smarriamo per sostanziale  ignavia e disistima di noi stessi, come risultato di un condizionamento dottrinario secolare. Ogni effige divina che preveda da parte nostra un atteggiamento “servile”, sarebbe da ritenere totalmente ingannevole e fuorviante, in quanto sicuramente strumentalizzata da una gerarchia involuta che, più o meno nascostamente, consolida interessi prevalentemente secolari, mentre insegna ai propri adepti il “valore” della “genuflessione timorata” , il "valore" del “servilismo da sacrestia”, di “implorare il perdono per il solo fatto di esistere” “di tacere e obbedire ai voleri imperscrutabili di un dio benevolo ma inesorabile”.


Invece, si dovrebbe ritenere il potenziale simbolico che custodiamo, essere attivato positivamente da una valutazione maggiormente consapevole e, per questo, affatto sottomessa a elusive volonta' astratte. Attivazione positiva che implica necessariamente anche il "mandato tragico" stabilito dall’età presente, ma pur sempre rivelato nella sua pienezza realizzativa attraverso un composito percorso interiore di accresciuta consapevolezza; esperito per mezzo di modalità non comunemente date ed estremamente ardue a ricavarsi in un età di relativismo estremo come questa attuale.


L’autentica fierezza di sé è antitetica alla deleteria autoglorificazione.


L’eminente Verità dei simboli, che sono propri alle primordiali “dottrine misteriche”, il cui nucleo sapienziale, (sapere è assonante a sapore) è bene rammentare, è letteralmente impastato di lievito poetico e costituisce l’essenza di un valore immenso e insieme immensamente “fragile”: un’essenza spirituale incorrotta e perennemente auto-rinnovantesi, il cui "centro" è ovunque e in nessun punto specifico. 
Potremmo definire tale identità recondita dell’essere, come Identità puramente Geniale. Chiarissima “ingenuitas” originaria, che è in grado d'avviare in sé più universi ma, la cui potenza al tempo stesso può subire, e di fatto subisce, occasionali deviamenti di significato che arrivano ad alterarne le indefinite possibilità di manifestazione.


La cosmogonia gnostica, sostanzialmente, narra proprio di questa sopraggiunta alterazione, da cui prende avvio il “vortice irrisolto” della presente creazione, perennemente agita dal desiderio. 
Un desiderio ardente e inappagato, quale impura aspirazione di “sotto-divinità”, qualificate nel Mito come aborti ritorti nella loro stessa incomprensione. 
Da qui originano, come un flusso deviato, la struttura stessa di tempo e materia, a tutti gli effetti scaturita proprio da tale ancestrale contraffazione.  
Dovremmo ritenere l’attuale piano dimensionale estremamente strumentalizzato da forze contrarie alla nostra piena “ideazione”. 

Benché si possa ritenere essere il simbolo della croce come fondamentale per decifrare l’orientamento intimo dell'uomo innestato nella materia e nel "giro delle ere", lo stesso, si potrebbe ugualmente asserire esservi “dietro” al crocifisso, ovvero, dietro ad una certa concezione del crocefisso, non il figlio di un dio, ma un Arconte parassita, che catalizza la speranza attraverso la strumentalizzazione di questo supremo emblema occasionalmente distorto.



Per tali motivi il gesuita Frixeido scriveva nel suo “difendiamoci dagli dèi” : “non dobbiamo invocare nessuno. Non invochiamo nessuno al fine di adorarlo. Non prostriamoci davanti a nessun dio-persona né davanti a nessun dio-cosa per rendergli culto o per celebrare riti”.
Lui asserisce essere deviato qualsiasi culto o rito (cristiano o meno) che preveda la sottomissione intima della persona alla divinità; poiché se una volontà preterumana esige la nostra sottomissione, e' la richiesta stessa in se' ad escludere a priori la natura divina. Se una qualsiasi divinità creduta come tale, ha bisogno della nostra sottomissione allora non è divina, ma solo un’influente contraffazione prevalentemente fantasmica, l'astrusa elaborazione concepita da una sorta di vampiro cosmico. In fondo, che esista la possibilità di strumentalizzare emblemi in sé puri è cosa nota presso le scuole sapienziali di ogni dottrina.
Un conto è l’agire retto, coerente, discreto e amorevole per la realtà circostante, un'altra cosa è la bassa santeria o le diverse “disarticolazioni emotive” causate dalla pratica di una mistica morbosa estremamente deleteria.
La “disciplina felice”, che esperisce i significati dell’essere,  impara innanzitutto a rispettare il mistero divino internato nell’uomo, e riflesso nei ritmi naturali. Spiritualizza i venti e la luce non come se questi fossero delle entità, ma poiché intuisce essersi conservata nel profondo degli elementi naturali stessi, la metaforica sedimentazione aurea di possibili conseguenze “rischiaranti” i motivi dell’esistere  -  dal latino Ex-sistĕre, composto di ĕx = ‘da, fuori’ e "sistĕre" = ‘porsi, stare, fermarsi’ e dunque ‘uscire, levarsi (dalla terra)’, quindi "apparire", appunto "esistere", ma come? Coscientemente, saldamente in sé stessi, mediante il rinvenimento di una relazione remota e misteriosamente instaurata dall’Identità Geniale con gli “effetti ultimi” della sua inevitabile deviazione; realizzata in un “creato” ciclicamente oscillante tra l’ascesa e la caduta.
La facoltà della reminiscenza, promulgata negli antichi Sacri Misteri, a tale inesprimibile fondo iridescente della manifestazione conduceva il Miste, affinche' ne ricavasse i motivi della sua “seconda nascita”.
L’emblema del Cristo contiene in sé la preminente Verità meta-universale, ma proprio in quanto addensato attorno al nucleo più puro dell’incorrotta “ingenuitas” originaria, la sua allegoria può offrirsi a molteplici distorsioni di senso.
Per questa via si spiegherebbe l’impura e indiscutibile solidità storica del Vaticano, non ascrivibile ad una sola “scaltrezza imprenditoriale”.

La sua assoluta impunità durante il trascorrere di secoli e secoli, attraversati avvalendosi di un sostanziale inganno spirituale e materiale.



L’apparente impunità morale di molti dei suoi corrotti ministri, l’agio dimostrato da molteplici inquisitori sanguinari, che nella ripetizione ossessiva del nome di Cristo e al grido di “Dio lo vuole” hanno decretato il martirio di genti e intere civiltà.



Dunque, ben prima di Paolo VI il Vaticano (l’arcaico colle dei Vati) alloggiava in sé “entità malevoli”, e, non si direbbe solo già dai primissimi esordi del cattolicesimo perché ciò sarebbe fin troppo ovvio, ma (purtroppo e a malincuore) si deve ritenere, quel luogo infestato fin dalla sua remota fondazione pelasgica. Così come si deve ritenere la preesistente Religione Avita stessa infestata da tali malevoli Entità, la dove esigeva nell’officio del culto tributi sacrificali di sangue e sottomissione. Parliamo sempre di età storiche già avanzate nell’equivoco metafisico predisposto dall’attuale yuga.
E’ la stessa gravità dei tempi a indicarci diversi percorsi interpretativi. Il sapere accademico costituisce un insostituibile sostegno, ma i parametri obbligati del relativismo culturale da cui nasce non possono più esaudire la nostra richiesta di rinnovata consapevolezza. Il lume accademico da solo si rivela debole per rischiarare il plurimillenario e multiforme tracciato esperienziale dell’uomo nel suo rapporto con la “dimensione del sacro”.
Un tracciato peraltro segnato dall’incedere degli eventi, scanditi da un ritmo assolutamente afasico quanto traballante e sempre più lontano dall’equilibrio spirituale.
Ogni intuizione fondata in una coscienza naturalmente orientata al recupero del proprio attributo superiore, può rivelarsi davvero utile a dipanare parte delle attuali tenebre epocali.
Nel fondo cangiante dei Miti cosmogonici possiamo intuire esservi la mutevole apertura ascendente, la proverbiale “porta stretta” dischiusa verso la liberazione, propriamente splendente, e che rimane inconoscibile all’ego qui occasionalmente indossato.


lunedì 13 febbraio 2017

Kairos



Kairos è l’akmé (culmine) dell’atto, istante intemporale nel quale, come una folgorazione, si sperimenta l’essere del mondo. Kairos è la “sommità” della percezione, elevata in ispirazione - inveramento della “forza magica” - vincolata alla purezza del cuore.   
Ispirazione, intesa come superiore qualità d’“ascolto” interiore e, peraltro, è anche da dire che l’idea stessa di “purezza del cuore” è riferibile ad un'etica fondamentalmente estranea alla concezione della “morale” cosi' come oggi e' convenzionalmente intesa.                                       
La purezza (intima chiarificazione) è l’irradiazione stessa del coraggio, senza coraggio non può esservi autentica purezza. Coraggio originariamente compreso, dunque, come realizzata signoria interiore, la capacità di governare l’agone del cuore e di saper gestire i propri conflitti interiori.                                     Questi ultimi, progressivamente esacerbati attraverso la precipitosa discesa dell’uomo nella corrente epocale della degenerescenza. 
Coraggio è cor (cuore) + ago, (agone) dunque, combattimento interiore, solo occasionalmente riverberato al di fuori di sé, nell’unica finalità di annientare l’ombra dell’ego. 
Per tal motivo il sostrato spirituale arcaico associa la rad. ker (cuore) a kar, (karu è il poeta) intendendo essere l’ispirato colui che sperimenta la Conoscenza attraverso l'irraggiamento interiore dell’intuizione. Ispirazione, che puo' essere definita anche “virtù divinatoria”, facoltà elettiva che ci rilega istantaneamente alla sovradimensione del meta-cosmo e, dunque, in un dominio puramente geniale e principalmente estraneo ad una ridotta comprensione delle cose, cui invece puo' sicuramente indurre il proprio ego malamente purificato.

Da dire anche che l’ombra interiore dell’ego, almeno dagli ultimi sei millenni, si sarebbe oltremodo “allungata” sulla profondità dei tempi, per effetto del sopraggiunto crepuscolo degli stessi, (kali-yuga) dove oggi, avviata ben oltre tale crepuscolo, l’Età attuale sembra davvero giunta nel fondo più fitto della "notte cosmica". Tra gli indubitabili segni distintivi dell'Eta' oscura, si distinguerebbe anche la stessa “illuminazione artificiale”, prevalentemente aggressiva e che ci confonde attraverso complessi quanto ostinati abbagli, il cui effetto principale non solo ingigantisce oltremodo l’ombra dell’ego, ma ne moltiplica le rifrazioni sui “modernizzati” piani della nuova realtà, contraddistinta da un'ingannevole caratteristica “innovativa” che la rende sempre più obliqua ed eludente. 
Nell’essenza dell’autentica ispirazione, la quale, peraltro, è il nucleo stesso della Tradizione, spazio e tempo paiono svanire "naturalmente", raggiungendo in ciò il culmine segreto dell’istante. Istante intuito essere la “giusta misura” per la quale l’animo arriva ad ampliarsi in un dominio sovra-universale e comprendere essere questa, e solo questa, la meta del suo attraversamento terreno.
Tale essenza rimarrà sempre inconoscibile al ristretto raggio comprensivo di cui e' dotata la ragione e, sempre per tale motivo, la prerogativa eccellente dell’iniziato/ispirato consiste appunto nel saper conferire alla mente la sua “apertura” sovra-razionale (kairos).

Non a caso, il dominante paradigma odierno è nemico della pura irrazionalità e fa di tutto per parodiarla (incultura pop) nell’intenzione di dissolverla, mentre invece la persona è centrata in se stessa quando si rende puramente irrazionale, ma, in un certo senso, non per questo legittimata ad essere “irriflessiva” poiché si tratta di realizzare comunque la qualità metafisica della “riflessione” e, dunque, a non opacizzarsi intimamente; questo affinché la coscienza possa rendersi effettivo prisma catalizzatore e riflettente la remota purezza originaria.                                                     Come riuscire in ciò oggi costituisce la sostanza del nostro grave Problema esistenziale.                                               L’equilibrio cosmico stesso e' garantito unicamente dallo sviluppo di questa nostra intima facoltà; già il solo interiorizzare tale consapevolezza in un'Età di relativismo estremo come quella attuale è cosa assai ardua.                                                           
Ognuno, operando attivamente in sé, distillando la linfa vitale del proprio kairos dall’ordinarietà del flusso apparentemente indistinto che è il tempo cronologico, responsabilizza la sua presenza a questa vita. Altri valori modernamente attribuiti all’efficienza o alla cosiddetta “presenza”, svincolati da questo principio, in realtà sono falsificazioni che automatizzano, annichiliscono, l‘identità propriamente aurea della persona.    
Fino a un dato momento la struttura delle civiltà antiche offrì, sebbene presentando anch’esse molteplici contraddizioni, tale possibilità elettiva internata nella materia. 
L’anomalia del tutto contemporanea è che il disordine più deleterio e contaminante oggi è mimetizzato da significati quali “innovazione”, “sviluppo”, “progresso”, cui ogni cosa è asservita e profondamente degradata dei suoi originari motivi d’incanto.

L’uomo post-moderno non è esentato dalla sua responsabilità, consistente nella facolta' che ha di rigettare da dentro di sé ogni forzatura convenzionale, ogni malevola sottomissione dogmatica o oscuramento teologico, di smantellare insomma le sovrastrutture razionali e falsamente rassicuranti cosi' come quelle bassamente irrazionali;(ottenebranti superstizioni) rammentandosi del grave “gioco cosmico” in cui si svolge il suo passaggio esistenziale. Fare cio' nel tentativo, alquanto disperato, di poter recuperare l’orientamento vitale che è proprio ad un tracciato aureo “sepolto” e, benché invisibile, in ogni modo durevole per l’estensione stessa del Ciclo attuale.
Necessariamente si dovrà rinnovare il senso di quell’apparizione unica quanto indefinibile di noi stessi e che emerge al di la della propria immagine effimera. L’infelice e volgare modernità, ovvero, la strada a senso unico rappresentata dalla scienza laica e solo utilitarista, benché per noi costituisca un passaggio obbligato, realizza pur sempre l’elaboratissima e assoluta esaltazione impura di ciò che è più nocivo per la vita dell’animo.


giovedì 9 febbraio 2017

qualità del tempo


Ogni autentica conoscenza è da considerarsi come indissolubilmente legata alla cognizione stessa della “reminiscenza”, (orfico-platonica) intima chiarificazione (illuminazione) conseguita dall’animo attivamente e sensibilmente predisposto alla ricerca del Vero.

Per mezzo di tale intuizione sovrasensibile, da sempre l’individuo umano è ricongiunto direttamente alla sua completezza metafisica, (Pleroma) senza peraltro aver necessariamente bisogno della mediazione di oblique autorità ecclesiali.
                               (il Pastor in-fido)

La spiritualità riguarda la vita più segreta e profonda dell’animo e, in questa dimensione, il suo disvelamento non separa la vita materiale dal suo contesto concreto, bensì, conferisce ad esso la maggiore delle possibili solidità.

Non sarebbe neppure pensabile poter definire ciò che per sua essenza rimane ineffabile. La dimensione sovrasensibile può essere presagita, ma qui rimane inconoscibile fino all’ultimo istante, sebbene alcune preziose simboliche visioni conferiscano l’unica effettiva sostanza al nucleo poetico riguardante ogni significativa espressione umana; accordando ritmo e profondità ai suoi molteplici orizzonti allegorici.

La culminazione del Tempo, il suo maggior significato si manifesta in quell’indeterminata “sospensione poetica” che gli antichi greci definirono “kairos”: la qualità intima del Tempo, la dove culmina l’effetto di un azione riverberata nella vita interiore dell’animo e, dunque, la dove l’istante presagisce, intuisce, l’eterno.

“il kairos che l’uomo ha in sorte è solo una misura limitata”

“il kairos risiede sempre nel punto culminante d’ogni cosa”

(Pindaro)
Kairos svela la qualità del tempo; Chronos la quantità.

L’attuale cognizione ordinaria del “tempo”, dimentica la traccia residuale del suo attributo, specificamente profetico, che nell’universo è intimo ad ogni radianza ed espansione, quale effettivo fondamento appartenente ai primordi della  manifestazione.

Altro aspetto del Tempo è  “aion”, parola che rivela un’indubbia connotazione escatologica e che concerne la durata: in Omero la vita stessa, intesa anche come durata della “forza vitale”. Privare qualcuno dell’aion equivale ad “ucciderlo” (Od. IX 523).

L’aion riferito all’accezione ciclica delle Ere diviene Eone, che sintetizza l’estensione di più Cicli cosmici affatto uniformi, come invece sottenderebbe l’ultimo e definitivo ordinamento del Tempo aggiogato a ritmi monotoni e solo profani, dove il “chronos” realizza appieno una dimensione totalmente sconsacrata, canalizzato da una svilente scansione solo meccanicizzata. 
Il Tempo nel suo fluire non è affatto omogeneo, ma differenziato da rallentamenti e accelerazioni che ne spezzerebbero la continuità, al pari della corrente di un fiume: sagace è la raffinatezza degli antichi Tirreni, che differivano l’una dall’altra la durata fatale dei loro “saecula”.
Oggi, anche se “filtrato”, “sterilizzato”, “sclerotizzato” da monocordi congegni meccanici, la comprensione ultima del Tempo in noi, fondamentalmente, è ancora spiegata dalla facoltà immaginale. L’immaginazione conferisce al tempo la più distesa profondità vitale, anche se, del resto, questa è una facoltà avvilita e in massima parte inesplorata dall’uomo massa videotizzato.

Al suo “stato puro” l’immaginazione può qualificarsi come Profezia e Veggenza, essendo queste "qualità" interne ad ogni originaria radianza, quasi fossero inusuali “anticipazioni” o “sospensioni emotive” presagenti nell’uomo la dimensione sovrasensibile; gravemente confusa nell’instabilità conseguente alla caduta ancestrale. Il progressivo svuotamento dell’esistenza di significati superiori, sarebbe pienamente ascrivibile al suo effetto ultimo.

Eppure, la traccia o collegamento iridescente al bene originario scorrerebbe ancora, sebbene in una forma estremamente diluita, nella corrente snaturata di questo tempo pressoché inaridito.

In ogni caso, la residuale sedimentazione poetica, diluita nel corso dei tempi cosiddetti ultimi, è testimoniata, riferita, dal valore dell’ispirazione. Sebbene fioca, l’ispirazione è l’estensione residuale stessa della facoltà profetica, anticipante nella coscienza luminosi preavvertimenti circa gli esisti di una sua sopravvivenza ultraterrena. 
In questo flusso temporale tali prestigi ispirativi, sebbene estremamente esigui, ancora scorrono così come nell’alveolo di un affluente possono scendere rari sedimenti aurei.

La realtà dunque, è la realtà dei simboli e delle conoscenze simboliche. Il Tempo è la dimensione di un simbolo integrale, dinamico come lo è ogni simbolo. L’attuale società profana è estremamente puntellata di simboli, così come lo erano le civiltà antiche, ma il mondo moderno ha effettuato un completo ribaltamento dei significati e dei valori ad essi congiunti.
Nella civiltà antica i simboli verticalizzavano l’essere, ponendo la “facoltà immaginale”, (immaginazione autenticamente creativa) al centro dei suoi intenti edificativi, costituendone l’effettive fondamenta, mentre nella realtà attuale, la completa inversione simbolica determina l’asservimento indistinto dell’uomo a particolarità estremamente adulterate, confinandolo all’interno di una dimensione propriamente larvale, essenzialmente piatta e abilmente contraffatta in quanto regolata da rispondenze solo meccaniche.
L’allegoria che domina quest’epoca moritura sottende e reitera l’oggettività di una potente sottomissione astratta, che con ogni evidenza il nevrotizzato uomo-massa subisce dimostrando di soggiacere, perlopiù massimamente inconsapevole, alla deleteria e incontrastata dominazione della pubblicità (intesa come propaganda globale di un nuovo nichilismo dinamico, del nuovo dis-ordine tecnologico) e della “seducente” contraffazione pop; il cui scopo primario (peraltro pienamente raggiunto per il giro dell’Età attuale) è appunto quello di falsificare, nella finalità di dissolvere il senso del “kairos”.
L’idea stessa dell’immaginazione è degradata ad effimera dinamica cognitiva, facilmente manipolabile dalla propaganda mediatica per esagerare nell’individuo il suo intimo coinvolgimento nell’appagamento dei sensi solo inferiori.

In definitiva, è l’estrema incomprensione di noi stessi a renderci  consumatori perfetti, perennemente inappagati, intimamente distorti, nonché controllati/disorientati (eterodiretti) da una chiassosa ma attentissima propaganda avveniristica, specializzata principalmente nella diffusione di una continua violenza subliminale; dunque, poi inevitabilmente “materializzata” a differenti livelli di grado e intensità.  

Sembreremmo aver smarrito definitivamente il senso profondo con cui l’uomo esperisce la sua relazione sana col mondo. 
Questa che subiamo nel regno della produttività ossessiva è la sistematica riduzione della qualità oggettiva dei dati riferibili all’ambito della nostra percezione sensibile; tanto da rendere le nostre esistenze quasi come fossero intimamente spente. L’estrema limitazione operata dalla cosiddetta “informazione” ai danni della conoscenza effettiva ci rende succubi dei cosiddetti “specialisti”, il cui unico compito, in definitiva, è quello di trasformare la persona e la totalità della vita stessa ad insignificante appendice di un sistema digitalizzato.
La facoltà immaginale è ridotta a sterile supporto di sole operazioni conformate per indurre una comprensione estremamente superficiale (bassamente razionale) dell’esistenza. 
Tale è il “sigillo” configurante la triste società massificata: unico compito e responsabilità del moderno uomo anomico e rimuoverlo intimamente da sé.