giovedì 9 febbraio 2017

qualità del tempo


Ogni autentica conoscenza è da considerarsi come indissolubilmente legata alla cognizione stessa della “reminiscenza”, (orfico-platonica) intima chiarificazione (illuminazione) conseguita dall’animo attivamente e sensibilmente predisposto alla ricerca del Vero.

Per mezzo di tale intuizione sovrasensibile, da sempre l’individuo umano è ricongiunto direttamente alla sua completezza metafisica, (Pleroma) senza peraltro aver necessariamente bisogno della mediazione di oblique autorità ecclesiali.
                               (il Pastor in-fido)

La spiritualità riguarda la vita più segreta e profonda dell’animo e, in questa dimensione, il suo disvelamento non separa la vita materiale dal suo contesto concreto, bensì, conferisce ad esso la maggiore delle possibili solidità.

Non sarebbe neppure pensabile poter definire ciò che per sua essenza rimane ineffabile. La dimensione sovrasensibile può essere presagita, ma qui rimane inconoscibile fino all’ultimo istante, sebbene alcune preziose simboliche visioni conferiscano l’unica effettiva sostanza al nucleo poetico riguardante ogni significativa espressione umana; accordando ritmo e profondità ai suoi molteplici orizzonti allegorici.

La culminazione del Tempo, il suo maggior significato si manifesta in quell’indeterminata “sospensione poetica” che gli antichi greci definirono “kairos”: la qualità intima del Tempo, la dove culmina l’effetto di un azione riverberata nella vita interiore dell’animo e, dunque, la dove l’istante presagisce, intuisce, l’eterno.

“il kairos che l’uomo ha in sorte è solo una misura limitata”

“il kairos risiede sempre nel punto culminante d’ogni cosa”

(Pindaro)
Kairos svela la qualità del tempo; Chronos la quantità.

L’attuale cognizione ordinaria del “tempo”, dimentica la traccia residuale del suo attributo, specificamente profetico, che nell’universo è intimo ad ogni radianza ed espansione, quale effettivo fondamento appartenente ai primordi della  manifestazione.

Altro aspetto del Tempo è  “aion”, parola che rivela un’indubbia connotazione escatologica e che concerne la durata: in Omero la vita stessa, intesa anche come durata della “forza vitale”. Privare qualcuno dell’aion equivale ad “ucciderlo” (Od. IX 523).

L’aion riferito all’accezione ciclica delle Ere diviene Eone, che sintetizza l’estensione di più Cicli cosmici affatto uniformi, come invece sottenderebbe l’ultimo e definitivo ordinamento del Tempo aggiogato a ritmi monotoni e solo profani, dove il “chronos” realizza appieno una dimensione totalmente sconsacrata, canalizzato da una svilente scansione solo meccanicizzata. 
Il Tempo nel suo fluire non è affatto omogeneo, ma differenziato da rallentamenti e accelerazioni che ne spezzerebbero la continuità, al pari della corrente di un fiume: sagace è la raffinatezza degli antichi Tirreni, che differivano l’una dall’altra la durata fatale dei loro “saecula”.
Oggi, anche se “filtrato”, “sterilizzato”, “sclerotizzato” da monocordi congegni meccanici, la comprensione ultima del Tempo in noi, fondamentalmente, è ancora spiegata dalla facoltà immaginale. L’immaginazione conferisce al tempo la più distesa profondità vitale, anche se, del resto, questa è una facoltà avvilita e in massima parte inesplorata dall’uomo massa videotizzato.

Al suo “stato puro” l’immaginazione può qualificarsi come Profezia e Veggenza, essendo queste "qualità" interne ad ogni originaria radianza, quasi fossero inusuali “anticipazioni” o “sospensioni emotive” presagenti nell’uomo la dimensione sovrasensibile; gravemente confusa nell’instabilità conseguente alla caduta ancestrale. Il progressivo svuotamento dell’esistenza di significati superiori, sarebbe pienamente ascrivibile al suo effetto ultimo.

Eppure, la traccia o collegamento iridescente al bene originario scorrerebbe ancora, sebbene in una forma estremamente diluita, nella corrente snaturata di questo tempo pressoché inaridito.

In ogni caso, la residuale sedimentazione poetica, diluita nel corso dei tempi cosiddetti ultimi, è testimoniata, riferita, dal valore dell’ispirazione. Sebbene fioca, l’ispirazione è l’estensione residuale stessa della facoltà profetica, anticipante nella coscienza luminosi preavvertimenti circa gli esisti di una sua sopravvivenza ultraterrena. 
In questo flusso temporale tali prestigi ispirativi, sebbene estremamente esigui, ancora scorrono così come nell’alveolo di un affluente possono scendere rari sedimenti aurei.

La realtà dunque, è la realtà dei simboli e delle conoscenze simboliche. Il Tempo è la dimensione di un simbolo integrale, dinamico come lo è ogni simbolo. L’attuale società profana è estremamente puntellata di simboli, così come lo erano le civiltà antiche, ma il mondo moderno ha effettuato un completo ribaltamento dei significati e dei valori ad essi congiunti.
Nella civiltà antica i simboli verticalizzavano l’essere, ponendo la “facoltà immaginale”, (immaginazione autenticamente creativa) al centro dei suoi intenti edificativi, costituendone l’effettive fondamenta, mentre nella realtà attuale, la completa inversione simbolica determina l’asservimento indistinto dell’uomo a particolarità estremamente adulterate, confinandolo all’interno di una dimensione propriamente larvale, essenzialmente piatta e abilmente contraffatta in quanto regolata da rispondenze solo meccaniche.
L’allegoria che domina quest’epoca moritura sottende e reitera l’oggettività di una potente sottomissione astratta, che con ogni evidenza il nevrotizzato uomo-massa subisce dimostrando di soggiacere, perlopiù massimamente inconsapevole, alla deleteria e incontrastata dominazione della pubblicità (intesa come propaganda globale di un nuovo nichilismo dinamico, del nuovo dis-ordine tecnologico) e della “seducente” contraffazione pop; il cui scopo primario (peraltro pienamente raggiunto per il giro dell’Età attuale) è appunto quello di falsificare, nella finalità di dissolvere il senso del “kairos”.
L’idea stessa dell’immaginazione è degradata ad effimera dinamica cognitiva, facilmente manipolabile dalla propaganda mediatica per esagerare nell’individuo il suo intimo coinvolgimento nell’appagamento dei sensi solo inferiori.

In definitiva, è l’estrema incomprensione di noi stessi a renderci  consumatori perfetti, perennemente inappagati, intimamente distorti, nonché controllati/disorientati (eterodiretti) da una chiassosa ma attentissima propaganda avveniristica, specializzata principalmente nella diffusione di una continua violenza subliminale; dunque, poi inevitabilmente “materializzata” a differenti livelli di grado e intensità.  

Sembreremmo aver smarrito definitivamente il senso profondo con cui l’uomo esperisce la sua relazione sana col mondo. 
Questa che subiamo nel regno della produttività ossessiva è la sistematica riduzione della qualità oggettiva dei dati riferibili all’ambito della nostra percezione sensibile; tanto da rendere le nostre esistenze quasi come fossero intimamente spente. L’estrema limitazione operata dalla cosiddetta “informazione” ai danni della conoscenza effettiva ci rende succubi dei cosiddetti “specialisti”, il cui unico compito, in definitiva, è quello di trasformare la persona e la totalità della vita stessa ad insignificante appendice di un sistema digitalizzato.
La facoltà immaginale è ridotta a sterile supporto di sole operazioni conformate per indurre una comprensione estremamente superficiale (bassamente razionale) dell’esistenza. 
Tale è il “sigillo” configurante la triste società massificata: unico compito e responsabilità del moderno uomo anomico e rimuoverlo intimamente da sé.



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