martedì 21 marzo 2017

Cristo e l'identità geniale



Gli antichi veggenti scoprirono nei loro cuori il legame – bandhu – del manifesto – sat – nel non manifesto (asat)

(Rgveda ,1.129.4)

L’ideazione cristica, la sua sapienzialità, rivestita metaforicamente del potenziale ideativo della parabola, può rendersi straordinariamente viva in noi. L’allegoria vuole Gesù, essere generato da madre vergine, tale indicazione specifica l’ideazione eminentemente Ingenua connaturata all’essenza divina, (Ingènuus, In + Geno = io genero, genero in me) che è una qualità accortamente riconosciuta come assicurazione di nobiltà d’animo, di schiettezza, di sincerità.

Le origini incorrotte sono proprie all’essere In-genuo, una qualità questa non a caso attribuita a molte altre nascite divine precristiane, le quali, poi, altro non sarebbero che estensioni emblematiche, più o meno alterate, del sublime predicato interiore agente nell’uomo. La prerogativa enigmatica dell’uomo è appunto quella di aspirare a realizzare se stesso, come identità autenticamente libera in sé stessa, (libero da se stesso) successivamente alla “caduta” come identità poeticamente centrata, rinsaldata all’ispirazione splendente; non a caso fu detto: “la verità vi renderà liberi” (Gv, 8.)  
La Verità non è riferibile ad una formula algebrica, quanto piuttosto alla realizzazione di un indicibile sovra-senso portato all’animo da un eminente principio ispirativo.

E’ la completa legittimità sovrannaturale, riferita alla complessiva attuazione umana intesa come effettuale compimento del primo significato simbolico, esemplificato nella figura del Cristo, che rivela se stesso anche attraverso il significativo titolo messianico del “Figlio dell’uomo”.

Tale ideazione immerge la sua memoria in una realtà preesistente ai motivi, peraltro insondabili, di una sopraggiunta corruzione dell’essere e maggiormente solidificatasi nell’uomo attuale – che è sempre “humus” – remotamente pervaso di un'unica essenza puramente intuitiva a cui può ancora pervenire (pur non essendo esente da tormento) per realizzare la perfetta conformità all’originaria virtualità geniale.
L’inganno archetipico compiuto dagli Arconti, costituisce il nostro ostacolo all’ampliamento della piena consapevolezza, proiettata ben oltre lo spettro delle frequenze che addensano l’evidenza del Cosmo, impedendo la perfetta rammemorazione delle nostre Origini; le quali, indubitabilmente, sono da ritenersi come Origini Splendenti e pre-universali.
Quando nel Vangelo di Tommaso il Cristo afferma: “Io sono la luce che sovrasta tutte le cose. Io sono il tutto. Da me tutto è venuto e a me tutto giunge. Spaccate un legno e io sono lì. Sollevate una pietra e lì sotto mi troverete”, tale dichiarazione indica chiaramente il “residuo geniale” internato nel vortice addensante gli elementi fisici della creazione. La sua sussistenza emblematica è appunto intuita nell’ineffabile principio immateriale che anima la carne e che la rende effettivamente cosciente di sé stessa.

Ancora in Tommaso: “I suoi discepoli dissero: Istruiscici sul luogo ove tu sei, giacché per noi è necessario che lo cerchiamo. Egli rispose loro: Chi ha orecchie, intenda. Nell'intimo di un uomo di luce c'è luce e illumina tutto il mondo. Se non illumina, sono tenebre”.

Il Cristo non è entità a se stante, ma, esemplare idealità: radice splendente dell’uomo, ri-connesso alla sua ideazione aurorale (ingenua e geniale) e da ritenere pre-corporea. Tale ideazione è una forza sovrana e assoluta, preesistente allo stesso universo e che in esso misteriosamente fluisce, benché, nel Ciclo attuale dimostri di ristagnare irrisolta negli spazi inesplorati del nostro opacizzato nucleo spirituale.

E’ attraverso la perfetta ideazione di noi stessi, ideazione elevata e svincolata dal nostro sotto-io volgare e, pertanto, è attraverso l’ideazione genialmente cristica, che arriviamo a distendere – In interioritate – la vasta connessione di un insieme simbolico e multiforme, propriamente definibile come lucente, il quale, attraverso la nostra finitezza materiale, prodigiosamente unisce il transitorio al senso dell’immanenza. 
E’ una composita catena di somiglianze e analogie, la cui veridicità acquisisce piena individuazione nella sola nostra sensibilità cardiaca e solo in seguito è trasposta, imperfettamente, alla diminuita comprensione intellettuale.

Si potrebbe ritenere non esserci alcuna autentica facoltà di libero arbitrio, almeno finché rimaniamo insaccati nell'individuazione sviante fornita dall'ego (abile manomissione identitaria operata in noi dai cosiddetti Arconti).

L’ego si radica nell’appagamento di circostanze essenzialmente volgari ed effimere, adorando l'idea di poter acquisire sempre nuovi motivi di gratificazioni spettrali, siano esse materiali o mistiche ma che in realtà si palesano come una sequenza interminabile di trappole emozionali, pretesti di continue dispersioni emotive ed energetiche; tanto nella gaiezza che nella disperazione.
 Il libero arbitrio, in definitiva, consisterebbe unicamente nella sola facoltà di estinguersi a se stessi, agendo in se stessi, operando non per effetto di un’annebbiata determinazione nichilista, ma, con il detergere progressivamente lo specchio interiore del cuore. 


Una volta rimossa gran parte della sua ossidazione mistica, vi potranno convergere i raggi sovrasensibili della qualità aurea convenzionalmente definita come Grazia, (pura rammemorazione geniale) affinché, estinguendo in se stessi il condizionamento ottenebrante imposto dall’ego, possa ridestarsi la propria legittimità' spirituale. Interiorizzare il fuoco puramente archetipale, (vale a dire la fiamma cristica) per ottenere pieno significato degli esisti che sono ascrivibili alla morte e resurrezione puramente iniziatiche; troppo spesso equivocate nel conseguimento di un ulteriore gratificazione o ulteriore accrescimento della propria identità terrena.
I cosiddetti Felici conseguivano una nitidezza interiore che nulla ha a che fare con l’idea stessa di morale o moralità comunemente intese, casomai, le prime circostanze interiori che realizzavano erano gli effetti di un accrescimento maggiormente sereno della concentrazione mai disgiunta dalla compassione.

La nostra effettività consiste in un puro enigma, un enigma propriamente ingenuo e geniale, devastato, macchiato, indicibilmente gravato da molteplici contraffazioni coagulatesi nell’ombra interiore di un ego che non molla la presa e distorce continuamente il nostro cammino di consapevolezza, alterando la percezione che abbiamo di noi stessi con l’innescare senza sosta capricci variegati, paure, arroganze, mutevoli insoddisfazioni astratte e destinate a non essere mai risolte in se stesse, poiché la loro unica finalità è quella di determinare una continua emorragia emozionale.

Siamo macchine biologiche ed anche scrigni sensibili, custodi (più o meno coscienti) di una forza radiante che appena è bramata subito si dissolve, lasciandoci consumare nella livida impotenza.

Desideri bassi, confusioni interiori costituiscono un vero e proprio delirio, un’autentica febbre emozionale i cui fervori spuri attirano le cosiddette ombre, che succhiano fino al midollo la nostra quintessenza aurifera dispersa dall’intimo smagamento.

La saldezza emotiva è da considerare come l’effettivo involucro immateriale atto a custodire la quintessenza aurifera, e da qui, appunto, nel vangelo di Tommaso, origina l’invito allegorico a cingersi i fianchi di grande potenza.

Disarticolandoci emotivamente, prede di fisime, di morbosità, così come di complessi irrisolvibili e paure profonde, diminuiamo l’integrità della nostra protezione intangibile e di sicuro, dall’oscurità, “qualcuno” arriva a noi insinuandosi tramite l’innesco di un ego non controllato.

Incapaci di ricordare, pertanto, di elaborare l’interiore “quintessenza aurifera” sussistiamo unicamente come parodia di esistenze tristemente ingannate in se stesse.

Per questo, solo nel poter dare effettiva realtà al felice dissolvimento interiore, che l’esistenza diviene esperienza degna di essere vissuta fino alla fine e in cui subentra il pieno valore della ricerca alchemica, della sua essenza puramente geniale, sostanzialmente amara e salutare. Generalmente, ciò che gratifica con troppa immediatezza si offre alle inavvertibili ma sicure strumentalizzazioni attuate in noi dalla falsa coscienza. 

Si svanisce a se stessi dissolvendo da se' ogni aspettativa detta “inferiore”,  cercando di realizzare qui e ora gli effetti di una specie di gioia segreta, infiammata nella comunione che possiamo realizzare con le correnti puramente Geniali e pre-esistenti all'inganno arcontico.

Come riuscirvi è inesprimibile e ciò giustificherebbe anche il parlare astruso di tutti gli antichi trattati di alchimia, volendo questi preservare all’interno di un vero e proprio labirinto lessicale, il significato di un operazione estremamente semplice quanto acutissima, i cui esiti, peraltro, contraddicendo la dottrina dogmatica imposta dalla Chiesa, all'epoca esponevano i ricercatori a rientrare nelle mire della feroce Inquisizione.

Considerando la zona estrema in cui è giunta l’Età attuale, altri motivi per realizzarsi autenticamente sarebbero da considerare a tutti gli effetti come iniquità e trastulli di coscienze distratte o annoiate di se'.

Ognuno è chiamato a risolversi in se stesso, peraltro, dichiarandosi estraneo, seppur attentamente partecipe, alla "macchina" costituita dall’involucro esteriore del corpo fisico.

La via sapienziale dell’alchimia è connaturata al tracciato del Cristo e ad esso si sovrappone. E' una via estrema e disagevole ma, dovremmo considerarla come l'unica percorribile, per nulla facile sebbene estremamente semplice, ed è proprio questa sua estrema semplicità a provocare una sorta di cortocircuito dialettico nella nostra mente indurita dalla razionalità, gravata da fisime e aspettative di affermazione; poiché come rammenta Don Juan al suo adepto, la mente dei Predatori è tetra e barocca e, mediante una remota manipolazione, hanno amplificato in noi la predisposizione alla complicazione congetturale, favorendo così la nostra continua prossimità all’inganno.

In definitiva, ciò che una persona deve essere è, realizzando o non realizzando la propria identità storica occasionale, poi in ogni caso arriva la dissolvenza.
Aspirazione balorda dei transumanisti, coloro che attualmente dimostrano essere tra i più invischiati nella matrice arcontica, è appunto quella di sconfiggere la morte fisica, che in definitiva vale il voler sconfiggere la vita, attraverso una sua fissazione automatizzata. 

Così come l’aspirazione altrettanto deleteria di mistici snervati, consiste nell’assurdità di voler garantire a se stessi la perduranza  della coscienza egoica anche dopo la dissolvenza del corpo fisico, intendendo programmare attraverso improbabili meditazioni la successiva incarnazione. Volendo ostinarsi nell'ottenere un’astrusa estensione della propria identità umbratile, il cui effetto, in definitiva, sarebbe solo quello di amplificare l’inganno arcontico in dimensioni coeve alla nostra presente.  

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