giovedì 9 marzo 2017

estrema sintesi

“…gli antichi Romani consideravano l’ora del mezzogiorno il momento che segna il culmine dell’ascesa del Sole nel cielo e dunque, di conseguenza, il momento di inizio della sua discesa; ne segue che il mezzogiorno è un’ora di passaggio, un momento critico. «Da quando scocca il mezzogiorno, gli dèi della luce lasciano il dominio a quelli dell’oscurità!» — sottolineò con enfasi il mio interlocutore. Non solo: mi riferì anche che l’autore latino Servio notò espressamente come questa fosse considerata dagli antichi “l’ora delle apparizioni”: a mezzogiorno, infatti, si poteva sperimentare l’esperienza di cadere in una sorta di trance paralizzante e di scorgere i numi ancestrali…”

I motivi di questa precipitosa discesa ontologica che ci vede coinvolti da tempo immemore non possono essere compresi, tuttavia, possiamo ritenere l’interazione dell’uomo con le cosiddette “potenze invisibili” come un avvenimento reale, benché oggi tale scambio sia perlopiù criptato nei cifrari innovativi cadenzanti l’attuale programmazione della società: un rinnovamento solo apparentemente funzionante ma in realtà, per le dinamiche spersonalizzanti e disumane che implica, è da considerare come assolutamente involuto.
A livello istituzionale, le cosiddette religioni organizzate, vanterebbero l’esclusiva facoltà di poter ordinare e garantire, tramite una loro interna articolazione gerarchica, i rapporti dell’uomo con la cosiddetta sfera divina, avvalorando con ciò la concezione che stabilisce a priori la nostra sottomissione a entità astratte, considerate come indefettibilmente superiori e non toccate dalla degenerazione dei tempi; in quanto agenti in un dominio per definizione situato al di fuori del tempo stesso.  
Ognuno, fin dalla nascita, recherebbe l’intima traccia, peraltro indecifrata, attestante l’avvenuta corruzione spirituale: una sorta di “ammaccatura ontologica”, conseguente alla caduta ancestrale, causa di una menomazione interiore, (fenomenale amnesia) essa stessa intesa come indubitabile effetto della manipolazione arcontica.
Semplicemente, potremmo affermare l’attuale umanità – intimamente scissa ed esteriormente scomposta –  essere il frutto, progressivamente sempre più deteriorato, di un accurata contraffazione; la cui memoria mitica sedimenta negli impasti argillosi di scritture cuneiformi sumere, così come nelle vergate della Bibbia, che dalle prime deriva e così com’è rintracciabile in molte altre narrazioni trattanti la cosmogonia delle origini.
In estrema sintesi, la primordiale diluizione della nostra identità, decantata dentro ampolle Anunnaki, ci avrebbe fatto smarrire l’integrità originaria del corredo genetico di cui eravamo dotati.
Le sue ramificazioni o filamenti, dobbiamo ritenere, in un tempo detto mitico, (età aurea) garantivano l’estensione totale (multidimensionale) delle possibili facoltà cognitive.

L’intervento Anunnaki, peraltro, potrebbe esemplarmente figurarsi come la “seconda” eclatante manomissione subita dall’uomo, la dove l’integrità stessa del suo patrimonio genetico sarebbe riconducibile agli effetti del “primo intervento” subito e reso necessario dall'occasionale rivestimento in “tuniche di pelli”, poiché, dovremmo ritenere, egli preesistendo ancor prima della solidificazione corporea in una forma splendente non necessitava affatto del sostegno offerto dalla minuscola doppia elica, basilare mattone della vita fisica.



Nel Cosmo, basandoci sulle molteplici testimonianze offerte dalla visione (Conoscenza) tradizionale, il divenire stesso non sarebbe affatto univoco, ma, dovremmo ritenere, avere un’estensione indefinibile non per mera vastità chilometrica, ma per sua singolarità multidimensionale.

Con la sopraggiunta interruzione della possibilità di mantenere il contatto con il “flusso ideativo” originario, da cui attingevamo l’inesprimibile integrità trascendente e preesistente alla manifestazione stessa, siamo stati ridotti nella porzione esigua di uno spazio preordinato, ormai reso estremamente angusto nell’era della supremazia tecnologica, che realizza pienamente la nostra condizione di prigionia e che attua, mediante un'ibridazione forzata - preordinata dalla geoingegneria - l’ulteriore “terza manomissione” della nostra identità; ovvero, uno straordinario danneggiamento della minima integrità residua rimasta.

Attraverso una complessa intelaiatura di eventi rispondenti alla legge di causa/effetto, i nostri elusivi “controllori arcani”, non potendo loro stessi pervenire direttamente all’essenza ideativa, (di cui l'uomo, benché gravemente sfibrato, ancora rappresenta lo scrigno sensibile) attraverso tale manomissione archetipale, avrebbero concepito in noi una sorta di doppio ingannevole, innestando una falsa mente sovrapposta alla nostra natia. In noi, dunque, coesisterebbe un diafano gemello oscuro, ordinariamente spiegato come “ego”: solerte custode demente della nostra plumbea dannazione; che è dannazione cosmica e che può essere definita come una fenomenale distorsione di senso dilatata a dimensione cosmica.


Ciò è notoriamente asserito da Don Juan, il mentore di Castaneda:  “Sono stati proprio i Voladores (Arconti) a instillarci stupidi sistemi di credenza, abitudini, consuetudini sociali, e sono loro a definire le nostre paure, le nostre speranze, sono loro ad alimentare in continuazione e senza ritegno il nostro Ego… per mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente!... Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente che è la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene…Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che affligge tutti noi…Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci inaccessibili”.






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