mercoledì 26 aprile 2017

Hagakure: o l'essenza della disciplina


“La poesia delle antiche età feconde, ugualmente lo spirito stesso di un epoca è qualcosa a cui non possiamo tornare.

 Esso tende a dissolversi con l’approssimarsi della fine dei tempi.

 In effetti non può essere sempre primavera o estate e ugualmente il sole non può risplendere per l’intera durata del giorno; quindi, anche se desiderassimo ardentemente di riportare il mondo allo spirito degli antichi ciò non sarebbe possibile e l’errore di chi ha nostalgia del passato sta nel fatto che non afferra questo principio.

 Ma ugualmente, coloro che mostrano considerazione solo per la realtà attuale, ricavando eccitamento esclusivamente dalle novità offerte dal presente disprezzando la memoria degli antichi, costoro, dimostrano una comprensione delle cose molto superficiale”.

(Hagakure)




“Nietzche lo aveva sottolineato: quando l’uomo d’azione si mette a teorizzare su se stesso è segno che l’epoca della prosperità volge al tramonto. E’ incontestabile che ciò si addica ai samurai e all’opera di Tsunemoto. Le sue riflessioni sono il frutto della decadenza, non dell’esuberanza vitale. Lo stesso titolo del libro, che evoca un riparo o una copertura all’ombra delle foglie, rammenta la segregazione e l’isolamento, anziché il tumulto della lotta. E’ una intestazione buddhista, in sintonia con la condizione monacale dello scrittore”.*

Yamamoto Tsunetomo, (1659-1721) premette che il suo diario “Hagakure” è una raccolta di “conversazioni leggere nell’oscurità della notte”.

L’oscurità cui allude non riguarderebbe il solo segmento storico in cui visse, dov’è fortemente presagito l’imminente declino dell’era dei samurai, ma, l’evocazione notturna, sottenderebbe a quella stessa metafora crepuscolare congiunta al senso complessivo dell’attuale Ciclo, al suo carattere propriamente oscuro (Kali-yuga).

Una notte, dunque, che è la notte stessa del Cosmo.

E’ la simbolica notte dell’anima, in cui è onorata, pur attraverso la consapevole  consumazione irreversibile dei tempi, l’importanza della permanenza. Una permanenza transitoria che è vigilanza estrema dell’animo. La vigilanza su quanto ne salvaguarda l’integrità, (integrità ermetica) dunque, della stessa ispirazione.

L’Hagakure è un testo che appartiene pienamente  allo spirito del tempo presente, benché scritto nel diciottesimo secolo, esso fu redatto in un momento storico che possiamo individuare come quel margine epocale separante definitivamente l’età antica dall’avvio della condizione precipitosa che caratterizza lo svolgimento dei tempi moderni.
Il codice etico marziale svela la sua preziosa qualità intrinseca nel momento in cui diviene il mezzo per eccellenza della formazione interiore, e può esserlo unicamente attraverso la maturazione della sostanza poetica; che ne rende l’essenza salda e gentile, armonizzando il mutamento alle molteplici contraddizioni di cui è intrisa l’età presente.
Il senso della disciplina celebrato nell’Hagakure, non è inteso nell’avvilito senso moderno, dedotto da una profonda corruzione ideologica subordinante la persona ad azioni sostanzialmente estranee dai suoi significati propriamente umani.

La disciplina modernamente intesa costituisce un capovolgimento del suo senso originario, sostanzialmente asservita ad una visione solo economicista, è imposta in scuole, caserme, centri di rieducazione vari, luoghi di lavoro, dove attua una produttiva svalutazione livellante le nostre intime risorse maggiormente preziose e propriamente umane.

L’idea disciplina fu esemplare fino a un dato momento storico, dove prevalentemente si esplicava  attraverso il discepolato nelle arti liberali, ponendo in esaltazione le caratteristiche maggiormente sensibili ed espressive di cui una persona è dotata.

Sostanzialmente, qui in occidente, possiamo individuare l’evidente aberrazione dell’idea disciplina già nel mondo romano, quando dopo Mario la trasformazione dell'esercito avviò il lungo corso che avrebbe trasformato le istituzioni della repubblica in Principato, ma solo più tardi, agli albori dell’Umanesimo, nel XV sec. quando sono introdotte le prime armi da fuoco, che si compie il completo ribaltamento del significato della disciplina.
Celeberrima è l’invettiva di Ludovico Ariosto, contenuta nella parte finale del canto XI dell’Orlando furioso.
Egli non esita a definire l’archibugio uno strumento diabolico, fabbricato nel mondo infernale, poiché la sua comparsa metteva in secondo piano la cavalleria rispetto alla fanteria corazzata, sottraendo gloria ed onore al mestiere delle armi.

Benché crudele, la guerra cavalleresca era composta di comprovate ritualità, che contraddistinguevano gesti umani esemplari, di coraggio nell'ossequio del codice cortese e tutto ciò le armi da fuoco barbaramente estirparono dal cuore degli uomini; che iniziarono ad essere assemblati in indistinti grumi d’anonimi sparatori, quasi prefiguranti la sopravanzante automazione industriale, assemblati in quegli eserciti di massa che contraddistinguono la nascita stessa degli stati moderni.

Per questo odiernamente la disciplina è una parola che evoca un significato solo costrittivo, in cui la correzione comportamentale è sostanzialmente fasulla, applicata a castighi prevalentemente arbitrari, la cui finalità è unicamente quella di svilire, dissolvere, l’identità di quanti ne subiscono l’azione.

Fondamentalmente, l’idea di disciplina è stata subordinata all’impronta meccanicista imposta all’esistenza, realizzando con ciò il suo traviamento esemplare, dove l'individuo deve assoggettarsi ad un ripetitivo principio d’astrazione, che ne diminuisce il valore ad infima unità da statistica. 
Si devono adottare automatismi irrigiditi e intimamente spenti anche se esteriormente possono sembrare dinamici.

La disciplina non serve per “scattare sugli attenti”, effetto estensivo dell’avvilente condizionamento subito dai noti cani Pavloviani.
Essa, invece, sarebbe pura Dottrina Felice. Una modalità di formazione integrale esclusivamente iniziatica, il cui significato si concretizza mediante l’esercizio costante, che è il progressivo affinamento di una rilevante intransigenza rivolta in se stessi, nella sola volontà ispirata di rettificare i propri vizi e debolezze; in buona sostanza, di voler estirpare da sé il proprio ego inferiore.
La disciplina, dunque, così è intesa nell’Hagakure, vissuta nella sua accezione originaria. Una modalità atta a valorizzare la dimensione dell’animo e, pertanto, inscindibile dalla virtualità poetica; sublime quanto severa e che, come ogni germogliazione vitale, è considerata essere da tutte le Civiltà antiche come la prima ed unica circostanza etica della realtà universale.
Il nucleo vitale dell’Hagakure è fondato sulla valorizzazione della Compassione e della Poesia, poiché non può sussistere autentica disciplina senza ispirazione.

Solo l’ispirazione accende nell’uomo la facoltà dell’attenzione superiore, pena l’inesorabile detrimento delle migliori facoltà, pena la sua fonda disumanizzazione, che vale il dissolvimento dentro un nulla nichilista.

La disciplina è qualità solo alchemica, è Liturgia intimamente vissuta, immutabile nell’essenza ma molteplicemente diversificata nelle sue manifestazioni esteriori dallo spirito del tempo e del luogo in cui si svela.

L’autentica disciplina è rito beneaugurante il rinnovamento della quotidianità, quale azione autonoma di ri-avvicinamento dell’uomo alla primigenia norma di consonanza e incanto che avvince la vita al fascino universale.

Scegliere, come detta l’Hagakure, tra la vita e la morte quest’ultima in ogni caso, è un traslato che sta a significare il morire innanzitutto al proprio ego, morire quotidianamente a noi stessi, per potersi dare ininterrotte possibilità di miglioramento. L’atroce modalità del suicidio rituale (Harakiri) così come fu contemplata nel codice etico del Seppuku, non viene negata, ma la norma non fu esclusivamente quella, altrimenti lo stesso testo dell’Hagakure non avrebbe mai visto la luce.
Tsunemoto, samurai egli stesso, ammette di aver errato molte volte nel corso della vita e scelse la morte in se stesso, una morte metaforica, divenendo nell’ultimo periodo della sua vita monaco. Con ciò, ossequiò la norma guerriera che intende lo scontro più arduo da sostenere essere quello condotto interiormente dentro noi stessi. E’ da qui che ricaviamo il senso più autentico della Guerra interiore,  come nell’esempio fornitoci dall’Islam, con la definizione di Guerra Santa, o della Jihad propriamente detta, la quale, è noto, che al di la d’ogni distorsione e strumentalizzazione di cui ultimamente è stata oggetto, significa esclusivamente intraprendere un cammino d’intima rettificazione: apertura del cuore allo splendore sovrannaturale, instaurando un sovrano principio d’identità e virile fratellanza con ogni vivente.
Cammino interiore che si rivela essere pieno d’insidie quanto di difficili ostacoli, tanto da meritare appunto la definizione di Grande guerra intrapresa dall'uomo contro le sue ombre interne, contrapposta a quella piccola, che rispetto all’altra è meno significativa e rivolta invece contro i nemici esteriori.
Finalità dell’Arte (integralmente intesa e non come una svilita soluzione ornativa) è quella di acquisire un senso superiore della coscienza, elevata per mezzo dell’ispirazione, il poter conferire una sistematicità operativa al proprio agire quotidiano, che progressivamente, anche e soprattutto attraverso un’apparente insignificanza, innalza il significato della coscienza avvicinandola quanto più possibile allo stato di Grazia = Oro Potabile (proverbiale trasformazione del piombo in oro).
Il senso dell’arte, dunque, della disciplina, fu considerata una qualità puramente veggente, (dono delle Muse) ravvivato nel profondo di noi stessi dall’intima consapevolezza di una prescienza di luce avvertita essere posta oltre la dimensione fisica. Tale cognizione propriamente Numinosa è patrimonio di ogni tradizione.
In merito a ciò Plutarco, nella sua “Vita di Licurgo”, pone evidenza sul fatto che Sparta, all’acme della sua espressione guerriera, considerasse essere proprio l’ispirazione e niente altro il bene fra tutti maggiormente prezioso e, difatti, il loro capitano prima della battaglia intonava il Peana dedicandolo non al dio della guerra, ma, bensì, alle divine Muse ispiratrici e solo a loro. Poiché senza l’immersione della persona nella corrente vitale dell’ispirazione, che potremmo dire essere la traduzione interiore della qualità veggente insita negli elementi naturali e negli stessi elementi costituenti il nostro corpo, - il cui impulso rilega l’esistenza al suo principio trascendente, dove trova l’unico fondamento valido - quando viene a mancarne il senso la sopravvivenza fisica, la vigoria stessa del corpo, la malattia come la guarigione, smarriscono di autentico significato.
Gli spartani inneggiavano alle Muse perché le Muse preludiano a stati di coscienza aumentati, (veggenza della poesia) la parola Musa scaturisce dal verbo myèin, che significa “iniziare ai misteri”, avviare al segreto delle cose, ovvero, alla poesia universale riflessa nella tragica rivelazione della morte, la quale è passaggio, preludio, dell’ulteriore fioritura dell’essere ampliato nella dimensione eterna.

Qualsiasi cultura guerriera antica possedette un carattere propriamente ed esclusivamente iniziatico.

Solo l’uomo moderno ha pervertito il senso esistenziale, avvalendosi di sempre più complicati e degeneri meccanismi artificiali con cui mortificare se stesso e l’ambiente, perdendo di vista il fine ultimo del proprio passaggio terreno nell’urgenza perversa di plastificare assieme la vita la morte stessa.







*(nota) da: “un samurai buddhista e la sua fortuna” di Leonardo Vittorio Arena come introduzione all’Hagakure ed. BUR minima, anno 2003

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