lunedì 24 luglio 2017

Oblio e memoria di sé - ciò che in noi è e dovrebbe essere qualificato come facoltà interiore inestinguibile



“agli uomini dopo la morte arrivano cose che non si aspettano e non immaginano.”

(Eraclito B 27)

“per l’uomo l’intimo essere è la divinità”

(Brhadaranyaka upanishad: I, 4, 10)

Memoria è reminiscenza di una condizione elettiva internata nella nostra natura.

L’oblio è la dimenticanza dell’aspirazione di salvezza e significa l’irrimediabile precipitazione dell’identità in volute sempre più ottenebranti della materia.

Tutt’altro che insignificante agglomerato biochimico l’Uomo è più che Cosmo: un abisso insondabile è la sua interiorità, in cui è riversato tutto lo scibile mitico, dove sprofondano i molteplici universi ridotti, compressi, ad una misura infinitesimale inimmaginabile e che costituiscono l’indeterminato e sconvolto scenario di ogni nostra già avvenuta e futura apocalisse.

Nella vita universale l’enigma costituisce un unico avvenimento per l’Uomo e per il Cosmo, in cui ogni radianza è incubazione inquieta.
Secondo la cosmogonia dell’Iran preislamico, la disposizione originaria di ogni animo “costretto” a questo passaggio terreno, consiste nella sua risoluta preparazione all’ultimo conflitto che vedrà la consumazione del Ciclo attuale. La guerra spirituale si svolge sotto l’egida dell'emblematico “Signore della Verità”, le cui schiere si contrappongono agli spiriti di tenebra.  
Tale è la visione zoroastriana, che all’interno della curvatura del tempo, inteso come emanazione sensibile, (zurvān, neopersiano zarvān = “tempo, momento”) intuisce esservi nel corso del suo fluire una “splendente deviazione”, un bivio ascensionale direttamente connesso al cuore stesso dell’eternità.

Una diramazione straordinaria, la cui custodia è osservata dalle Fravashi, che sono le controparti ultraterrene dell’anima discesa nella materia, preesistenti all'uomo e riunendosi alla sua essenza dopo la morte ne assicurano l'immortalità.
Le Fravashi, sostanzialmente, sarebbero quasi una facoltà percettiva trascendente, sottilmente innervata nel luogo maggiormente recondito del nostro corpo, dove risiede la stessa sensibilità umana, che, perciò, è connessa con la superiore essenza ineffabile mai attirata nel vortice della precipitazione; dove la materia trova i contrastati motivi del suo addensamento.

Nell’allegoria, le Fravashi rappresentano le guardiane garanti nella persona incarnata il suo richiamo interiore al principio di rettitudine, della sua possibilità di rammemorare le proprie origini splendenti e, pertanto, della possibilità di adeguare già in questa vita un comportamento consono, in grado di svincolarci dalla schiavitù indotta dai sensi ordinari.

Un Principio, questo, che costituisce la remotissima connessione dell’animo alla sovrastante inclinazione di salvezza o redenzione cosmica integrale (apocatàstasi) che poi, con l’avvento dell’Età (Ciclo) maggiormente critica, sarà riattualizzato con forza nella figura archetipica del Cristo.

A ogni modo, il peso del tema della Salvezza è tale e talmente remoto, da aver attratto nella sua gravitazione l’insieme di tutte le dottrine tradizionali sparse nel mondo, sin dalle età preistoriche maggiormente fonde, dove i protagonisti delle narrazioni sacre, pur diversificando le fattezze e gli avvenimenti, sostanziano il medesimo significato tragico della cosmogonia.
Per noi, dunque, oggi quanto mai, rivestire, incarnare, un significato propriamente umano, significa aspirare alla pura consapevolezza esistenziale e che equivale ad assolvere ad una parte fondamentale nel profilo demonico del ciclo cosmico.

Gli uomini, quando assolvono alla cura guardinga della propria interiorità divengono, anche se ancora incarnati, dei risvegliati dalla morte.

Coloro che reagiscono, ispirati da un preminente principio etico, alla “liquefazione” della coscienza (oggi potremmo dire alla sua plastificazione) e che, risorgono simbolicamente da essa, prefigurano già in questa vita la condizione di emblema archetipico dell’eone in atto (identità cristica).

La persona vale solo come emblema universale, non altrimenti, la sua relativizzazione è un puro orrore, ed è evidente come ciò che è valutato “moderno”, "avanzato", qualificato come inderogabile motivo di “emancipazione”, in realtà costituisca la più formidabile aggressione alla vita e agli individui, scomposti dalla loro prerogativa immaginifica: unica quanto regale.


Per “immaginifico” qui è sottesa la fattiva possibilità di agire nel profondo di noi stessi, nella finalità di attuare quella metamorfosi culminante in un cambiamento di essenza e realizzata nel fatidico istante della nostra morte; quando, in definitiva, ad una coscienza opportunamente preparata, è rivelato pienamente il significato del proprio destino; vaticinato dall’adagio eracliteo: “Il carattere (o l’indole) determina il destino dell’uomo”.


Così in Paolo, Corinzi 15:51-52: “Noi saremo trasformati”; che varrebbe anche: perdendo coscientemente noi stessi, attuando un'inconcepibile trasformazione, ci ritroveremo.

La coscienza frammentata dell’uomo, costituisce l’enigma in cui è riposto il senso ultimo della sua manifestazione, rendendola il luogo prescelto di segrete rifrazioni (Fravashi) o profonde, quanto estremamente imperscrutabili interferenze (demoni-arconti), che sembrano predisporre fatalmente l’ego ad accentrare in sé ogni significato esistenziale, a distorcere l’idea relativa all’identità, offuscandola cosi' tanto da predisporla a covare gelosamente il proprio incubo, che l'assorbe nelle proprie spire tanto profondamente da estinguerla completamente.

Privati completamente dell’ausilio di una Felice Disciplina, predisponiamo l’incubo ad assorbire la nostra identità nel suo dominio.

Incubo vale incubare, cosa? un principio di contro-alchimia, (corrispettivo contrario del proverbiale Uovo -Filosofale) un torbido e cupo, indeterminato ovulo emozionale, reso sterile dalla fiamma mal temperata di prevalenti tensioni buie.

Coltivare, senza peraltro accorgersene, un nucleo di suggestioni deformanti che stravolgono i significati dell’animo, occludendone il giusto ampliamento a stati maggiormente eterei della manifestazione, è l’effetto principale della propaganda moderna.
L’impianto aridamente tecnicistico estingue la nostra naturale predisposizione ad accogliere la “radianza superiore”, solidificandoci in una fondamentale incomprensione di ciò che siamo.
Benché la salvezza dell’anima sia sempre stato un motivo preminente ed estremamente arduo da ottenere, la complessità insita nei tempi attuali colloca l’uomo contemporaneo in una condizione d’impedimento alla “risalita” estremamente difficoltoso a risolversi.
E’ evidente come la società massificata sia composta da persone drasticamente diminuite delle loro reali potenzialità espressive, dunque, sostanzialmente rabbuiate e vittime, piu' o meno consapevoli di eminenti distorsioni psichiche, che formano un insieme di coscienze annerite da repulsioni fobiche, appositamente evocate dai media, nella finalità di rendere coeso, tramite una continua successione di paure sempre più astratte, l’abnorme agglomerato incoerente fondato nella relazione produzione-consumo.
Qui le diverse individualità, omologate e frastornate da forme di lusinghe quanto mai balorde, sono ripetutamente imbrogliate da seduzioni svianti, che alimentano ambizioni essenzialmente fasulle e che solidificano l’uomo nella massima delle incomprensioni esistenziali.
Ristretti come siamo all’interno di questo ingranaggio eccezionalmente aberrante, il solo fatto di poter rievocare l’aspirazione originaria di salvezza, cercando di adeguare i ritmi del proprio quotidiano vissuto, (ritmi interiori apparentemente del tutto insignificanti all’attenzione delle dinamiche imperanti) convergendo le personali aspettative  verso un perfezionamento estremamente recondito, proprio ciò, la sola circostanza di provare l’intimo patire, di re-agire autenticamente nel profondo di noi stessi, svincolandoci dalla menzogna precostituita, anche senza giungere a risultati evidenti, solo tale evenienza costituirebbe una preziosa, quanto segreta, testimonianza d’ineffabile potenza ideativa restituita alla “gemmazione dell’istante”; dunque, si tratterebbe di riuscire a centrare la nostra presenza nel cuore stesso della manifestazione.

Tale aspirazione, benché sembra essere del tutto marginale al significato che determina il rinnovamento dei “tempi nuovi”, in ogni caso, la sua attuazione recondita, impossibile ad essere riferita con la stessa magnificenza che sostenne le opere antiche, paradossalmente, non si dimostrerebbe meno importante di queste, anche se vissuta sommersa nella più assoluta delle insignificanze.
Se all’interno della nostra fonda anomia, riusciamo ad esperire il preminente valore riguardante la vita dell’animo, un’esperienza fondamentalmente destinata ad essere muta e superficialmente isolata, oggi, dobbiamo ritenere questo felice patimento interiore essere punto inferiore a qualsiasi altra tensione estatico-veggente, esemplarmente sostenuta e solidamente testimoniata dalle coscienze antiche. 
Gli antichi agirono in età predisposte a realizzare accordi maggiormente saldi e limpidi con la sfera del trascendente. Loro, anche se immersi in atroci contrarietà, poterono comunque saldare, accomunandole le une alle altre, le rispettive idealità, illuminate dalla medesima suprema irradiazione, rendendosi per questo espressione corale di quella meraviglia che oggi sembra esserci inesorabilmente preclusa; paurosamente scivolati come siamo nell’alienazione da noi stessi.



Link a questo post:

Crea un link

<< Home page