mercoledì 16 agosto 2017

diveniamo ciò che contepliamo





“Coloro che dicono che prima si muore poi si risorge, si sbagliano. Se non si riceve prima la resurrezione mentre si è vivi, quando si muore non si riceverà, nulla”.
(Vangelo di Filippo)

E’ nell’interesse della “società della macchina” evocare continuamente in noi una congerie di paure espanse, di saldarci a bisogni quanto mai inessenziali, perché, è un dato di fatto, in questo stato di cose l’essere umano deve essere sempre meno consapevole della propria identità, dunque, programmato per essere sempre meno umano.
Sostanzialmente, l’idea positivista-razionale, obbliga a scollegarci dalla visione mitica, che l’accademia relega a una condizione infantile dell’immatura umanità primitiva.
Gli antichi, piuttosto, dimostrarono d’essere sovranamente coscienti in se stessi, pienamente consapevoli che ogni pensiero e gesto, trasposti nel piano eterico, significano un’apertura o una protezione, poiché ogni azione è una pura ideazione simbolica; anche l’atto o pensiero maggiormente scoordinati e che sembrano meno consapevoli, trovano una sicura proiezione nel dominio affatto indifferente dell’invisibile.
Una consapevolezza questa, che la progressiva degenerazione dei tempi, la sopravvenuta demenza psichica delle masse, ha ribaltato nella sciocca superstizione
Dovremmo cercare d’essere il più possibile coscienti a chi apriamo la nostra interiorità e a come difenderla da indesiderate intrusioni, spesso offerte all’attenzione con le attrattive di curiosità e fascini che sono inavvertibili persuasioni all’adozione di ciò che è maggiormente deleterio per l’animo.

In unione con la dimensione mitica, è da considerare anche il supporto rituale, il cui senso è distorto nel momento in cui il rito diviene sottomesso atto evocatorio di potenze invisibili, poiché, sia beninteso, l’attitudine alla chiara e semplice ritualità è la nostra spontanea inclinazione, essenzialmente teurgica, creativa, provvedente alla visione della nostra stabile collocazione nel mondo. 
S’intende per ordinamento rituale, non una sottomissione indistinta dell’identità a qualsivoglia dio, ma, piuttosto, esso è la sistemazione cosciente della propria identità posta in differenti piani dimensionali, tra loro comunicanti mediante il sostegno ideativo di un “saggio stupore”, che è ri-scoperta della fierezza esistenziale svincolata dal dominio della necessità solo materiale, (disciplina felice) radicata al proprio ruolo cosmico, nel quale individua il valore delle molteplici ideazioni e dei gesti purificatori essenziali che ne sanciscono il passaggio: un “passaggio” che è ampliamento stesso della coscienza.  
Ciò sembra essere assurdo per l’esistenza contemporanea, vincolata com’è all’artificioso, rilegata continuamente ad ovvietà fittizie, che fanno da schermo ai significati propriamente infernali del modernismo e che saldano l’attenzione ad un’idea di presente completamente demitizzato, in cui il tempo e lo spazio sono praticamente svuotati di memoria storica sensibile.
Dovremmo considerare l’attuale dimensione come un luogo ormai totalmente decontestualizzato, in cui il simbolo, i preziosi effetti della sua radianza eterica, sono prevalentemente soffocati da marchi volgari che non recano più distingui concreti da offrire al nostro autentico rinnovamento.
Sperimentiamo, siamo tra i primi ma non sicuramente gli ultimi, le delimitazioni imposte da perimetri completamente artificiali, che ci racchiudono dentro banalità sempre più equivoche.
S’è avverato ciò che con indubbie qualità di veggente il tormentato Artaud predisse pochi decenni or sono:
"A parte la stregoneria insignificante dei maghi di paese, esistono trucchi di Hoodoo globale a cui periodicamente tutte le coscienze sono chiamate a partecipare ...in questo modo strane forze vengono risvegliate e trasportate fino alla volta astrale, l'oscura cupola esistente sopra di noi…una formidabile oppressione tentacolare, una sorta di magia metropolitana che presto farà la sua comparsa, debitamente mascherata."
A breve le prossime generazioni e forse la stessa nostra presente, saranno costrette nei recinti di una tirannia atroce, cui noi ora, perlopiù impotenti e inebetiti, stiamo assistendo all’innalzamento frenetico dei suoi “insospettabili” margini contenitivi.
Una tirannia che dovremmo ritenere essere multidimensionale.
L'interiorità di ognuno è la sua anima e l’animo diviene soltanto ciò che contempla, ciò di cui è cosciente, e dunque, propriamente, è o non è immortale a seconda dell'esercizio filosofico che in sé compie; soprattutto nel momento della sua permanenza terrena, all’interno del corpo, da  cui deve affiorare il livello della sua facoltà reminiscente.
Essere mortale, in quest'ottica, significa accettare di esistere come mero agglomerato biologico, ignorando la propria potenza, rinnegando la propria immortalità e comportarsi di conseguenza.
Ignorarsi, ignorare se stessi, vuol dire permettere ad “intelligenze altre” di scegliere per noi, di farci assumere un debito che in realtà non abbiamo mai contratto e, a nostra insaputa, persuaderci cosa dobbiamo diventare.
A seconda di dove guarda l'anima è e diviene cose diverse.
Ciascuna anima è diversa perché contempla qualcosa di diverso ed è e diventa ciò che contempla.
La fascinazione che l’avvince ne determina l’essenza.


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