martedì 8 agosto 2017

La spiritualità mediterranea e il nucleo misterico del cristianesimo




“Eleno spedisce il suo genio ai Mani inferi, offerta e dono.
 Giù, porta seco il suo lume, affinché nessuno lo dissolva, se non noi che siamo luce”.
 (arcaica iscrizione funebre latina)
L’arcaica religione demetrica, nella sua essenza, è una prefigurazione simbolica del mistero della morte e della resurrezione, effettuata sotto il tocco della Grazia.

La tragedia greca, assai più tardi del Mito originario, ricerca i motivi redentivi dell’uomo fondando l’intuito di salvezza nel potente richiamo magnetico dell’ispirazione.

Scorre, attraverso l’esistenza cosciente un sentore oscuro, baluginato da chiarissimi presentimenti di fiducia per le forze maggiori che misteriosamente sostengono il senso della vita, dove l’ebbrezza più alta dell’esistenza sensuale è accomunata alla consapevolezza del lugubre disfacimento della morte.

Nei motivi tragici, tutta la vicenda umana è riassorbita nell’esperienza più viva del Sacro: attraente forza verticale, che eleva l’insieme dei sentimenti di salvezza.

“Re dei Re – prega il poeta tragico – il trono del quale non ha al di sopra di sé altro trono, beato fra i beati, potenza sulle potenze, che domini su corso del tempo non misurabile, pensiero inattingibile, di cui sarebbe follia solo esplorare gli abissi, volontà irresistibile che attraverso vie e procedimenti oscuri impenetrabili per l’uomo di un giorno vai verso l’esecuzione infallibile dei tuoi arcani disegni, causa suprema, autore di ogni moto nel mondo, salve o Signore”

(Euripide, Ecuba, 884 – 888)

Quattro secoli prima del cristianesimo, la tragedia greca riconosce il mistero insondabile dell’entità chiamata Dio e la necessità di adorarlo e d’invocarlo nel tremore e nel medesimo tempo nella fiducia.

I Tragici, esaltando la tensione primitiva dei misteri arcaici, (sapienza delle origini) fornirono a distanza di secoli il prezioso “tessuto teologale” alla Chiesa nascente, che abilmente intessé le antiche reputazioni nella trama della nuova dottrina, ricavando un raffinato ordito misterico che servì a strutturare l’impianto dogmatico del Cristo cattolico (ad esempio, tutta la complessa intelaiatura speculativa incentrata sulla costituzione trinitaria dell’essenza divina, che poi è il nucleo del dogmatismo cattolico, in massima parte proviene dai presupposti sapienziali delle riflessioni greco-alessandrine).
Eschilo, Sofocle, Euripide, traggono il loro “materiale” dalle sostanze di antiche tradizioni mitografiche e da esse, come alchimisti, distillano il più ricco valore normativo.
Ad un dato momento dell’esistenza, tutta la vita sembra impastata di dolore, di oscurità, di peccato e, per il sentire tragico, il dovere preminente dell’uomo è quello di fare della propria sofferenza un elemento d’elevazione, di redenzione, di solidarietà nel dolore che è anche solidarietà nella speranza e nella gioia.

La tragedia greca è così profondamente impastata di solennità e austerità religiosa, poiché ha tratto la sua più viva ispirazione dalla consapevolezza di un terrificante mistero che avvolge la comparsa della vita umana nel mondo, del suo risveglio (ri-generazione) avvenuto con la semina allegorica di Deucalione e Pirra dopo l’ultimo diluvio.

Ciò che eleva la consapevolezza, ci avvisano i tragici, è la poesia, quale arcaico retaggio dell’estasi, dello stupore elettivo (trascendente) evocato nella ritualità misterica eleusina.

Aristotele ricapitolerà questi impulsi formativi della vita interiore nella compassione e nel tremore, così come nell’entusiasmo, quali essenziali moti (gemme dell’animo) rivelanti l’attività di una coscienza favorita a ricevere l’intuizione divina.

Intuire, da intus-ire = andar dentro – inoltrarsi e comprendere per via di esperienze che sopravanzano infinitamente il mero esercizio dialettico o apprendimento solo intellettuale.

Sarebbe anche da dire, agli Dèi despoti, vanitosi e capricciosi, crudeli e benevoli senza autentico riguardo per l’identità umana che dimostrano di disprezzare, a queste divinità elusive e contraddittorie perennemente affamate di ecatombi, a tali Entità, coesistono in forma maggiormente discreta le antichissime essenze animanti la natura e che, attraverso la visione di Eschilo, Prometeo stesso, come Titano, invoca nel suo dolore: esse sono l’etere, le brezze, le sorgenti dei fiumi, i cui percorsi carsici, nell’allegoria, trovano la via per il cielo poiché scaturiti da sorgenti celesti quali promanazioni dell’essenza geniale pre-universale.

Queste  essenze sono decifrate nella coscienza dell’uomo che vive il presente Ciclo, mediante la riflessione poetica, che fu la prima teologia, la verità epifanica rivelante la forza ultraterrena operante nell’universo.
Più tardi, il Sommo Tommaso d’Aquino, Doctor Angelicus, avvalendosi di un’espressione poetica d’indubbio sapore alchemico, a queste medesime forze fa riferimento col dire: “dove infatti non fu prima terra, non può seguire la resurrezione della nostra opera”.

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