giovedì 17 agosto 2017

sul ricordo


“La camera nuziale è nascosta. Essa è il Santo dei Santi” (Vangelo di Filippo, 125)




Quale esercizio è maggiormente utile ad estinguere l'inganno?  
Ora è fondamentale pervenire ad una misurata progressione applicativa. Distingui e valuta.

La filosofia integrale, originariamente intesa, è una pratica di educazione fisica congiunta all’esercizio di una continua purificazione interiore, nella finalità di pervenire al dono della reminiscenza.

L’esistenza è quotidiana preparazione alla morte, dunque giornaliera attenzione indirizzata alla valorizzazione delle “cose minime”.

La morte vale un nuovo inizio, per il quale l’anima esercitata a raccogliersi giornalmente in se stessa individua il giusto orientamento.

Le modalità con cui pervenire a questa preparazione essenziale, (da cui gli attributi che sono propri alla costruzione della società moderna continuamente ci distolgono) nel tempo attuale rimangono in massima parte non condivisibili con altri, benché siano comunque comunicabili. Non a caso nel Vangelo di Tommaso al verso 82 leggiamo l’indicazione: “Molti si soffermano fuori della porta, ma soltanto i solitari entreranno nella camera nuziale”. Evidentemente qui l’allusione alla solitudine assoluta è metaforica, ma ugualmente propria alle circostanze congiunte al senso di una discesa interiore che in ogni caso, nell’attuale piano dimensionale, rimane incondivisibile.

Attraverso l’esperienza della morte, che in ogni caso non andrebbe mai affrettata prima che sia sopraggiunto il completo ed irreversibile decadimento del corpo fisico, l’animo preparato già in questa vita realizza la felice condizione di un soave, chiarissimo stupore, per il quale perviene alla totalità della propria essenza; realizzando l’insieme di tutti quegli inesprimibili significati elettivi di cui riferirono velatamente alcuni Iniziati ai Grandi Misteri.

Il termine morire è teleutai, mentre quello di essere iniziato è teleisthai e assomigliandosi i termini così gli eventi stessi che li significano.

Per questo, anche se circonfusi di luci artificiali, è quanto mai essenziale per noi riuscire a educarsi alla filosofia integrale, così come riconoscere nella preghiera uno strumento di comunicazione quanto mai infido, tanto piu' se strumentale a esigenze prevalentemente egoistiche.

La preghiera sarebbe tutt’altro che un accento di candida devozione. L'invocazione è essenzialmente un vincolo, quanto mai deleterio se elevata come incondizionata sottomissione ad entità la cui volontà si ritiene essere altra dalla nostra.

La particella intensiva “in” congiunta alla “vocare”, sottende l’implorazione, dunque, l’implicita sottomissione ad una volontà celata nella dimensione invisibile.  

Evocare, ugualmente, significa interpellare essenze dal regno oltremondano.

L’immagine sacra, di per sé, non è sufficiente garanzia di purezza. In essa coesistono duplici aspetti ugualmente forti e contrari. Tralasciando le moderne e dozzinali riproduzioni seriali che deturpano il senso di ogni culto, il manufatto religioso artigianale scuote letteralmente la coscienza di chi vi partecipa poiché in esso coesistono la tensione creativa dell’animo, la sua aspirazione di libertà e riscatto e l’impronta della determinazione ignota che sembra fissarne il destino.  


Maggiormente l’opera d’arte sacra addensa il significato di tale lacerante contraddizione, tanto piu' forte si rivelerà essere la potenza evocativa dei misteri dell’animo. 
L’arte medievale attualizza la drammaticità della commedia umana con una forza visionaria mai più eguagliata nei secoli successivi.
Nell’impronta dogmatica agisce l’intuizione poetica, che per sua natura è indomita seppure estremamente fragile.                            
I dissidi di quest’interazione furono esemplarmente testimoniati fino al periodo storico in cui visse Goethe, prolungandosi in brevi accenti mirabili fino ai primi decenni del secolo scorso, poi la precipitazione in un baratro fosforescente.
Ogni effige divina costituisce l’ingresso ad un tunnel dimensionale, alla cui estremità non necessariamente corrisponde la rappresentazione verso cui rivolgiamo il nostro desiderio.
In particolar modo, ad ogni richiesta di estinzione di dolore o di accrescimento di fortuna terrena noi sicuramente contraiamo un rischioso debito.
Affidarsi ciecamente all’invisibile è estremamente pericoloso, la gravità stessa del tempo presente dovrebbe invitare ad una maggiore riflessione interiore, e questa con ogni evidenza è pressoché invincibilmente smorzata nella coscienza della maggioranza.

Non importa chi crediamo d’invocare, conta invece chi arriva a rispondere al nostro indifeso appello, e dobbiamo essere certi che la risposta, da sempre ci giunge prevalentemente da camaleontiche entità malevoli, benché queste, talvolta solo apparentemente, possano dimostrare di offrire un vantaggio immediato.

Non è invece un caso che il ricordo è la prima qualità su cui una definita corrente sapienziale, variamente presente nel fondamento iniziatico delle religioni primordiali, basa i presupposti della salvezza dell'animo. Un valore riattualizzato nel Nuovo Testamento attraverso il nome stesso di Zaccaria, padre di Giovanni Battista, che e', appunto, il precursore dello Spirito.

Nell’allegoria evangelica il Battista è deputato a preannunciare l’Avvento dello Spirito con “voce di uno che grida nel deserto”, espressione paradigmatica dell’aridità che contraddistingue la nuova Età della Rivelazione. 
Egli, nella finzione sapienziale, costituisce il basilare principio sotteso all’imminente riscoperta del Sé ultramondano e del conseguente incenerimento dell’ego volgare,(d’indubbia matrice arcontica) effettuato per mezzo della proverbiale “infinita potenza di fuoco”; che e' la prerogativa di un anima autenticamente consapevole.

Per questo la veggenza di Giovanni Battista, possiede le ragioni seminali della propria manifestazione nel ri-cordo, (accordo del cuore, dunque memoria sensitiva) e che vale il “di nuovo addietro”, accento archetipale indicante il ritorno; e poeticamente, la rammemorazione splendente di un prima del prima.

Zaccaria, è un nome derivato dalla radice z-k-r, che nelle lingue accado-semite esprime il senso del ricordare e del far memoria profonda, per la quale il soggetto della rammemorazione non dovrebbe essere affatto il dio elusivo dell’Antico Testamento, quanto invece la nostra identità maggiormente recondita, (la cui sovranità non è di questo mondo). Nell'allegoria, appena informato della natura veggente cui era predestinato il suo futuro primogenito Giovanni, Zaccaria rimane scettico sulla realta' della rivelazione profetica e per tale motivo diviene muto, incapace di proferire parola, poiche' simbolicamente e' la prerogativa del ricordo ad accordare profondamente il pensiero alla parola-verbo; alla sua capacita' di tradurre la tensione immaginale dell'anima sul corpo della materia, infondendo un'aumentata "prospettiva" agli orizzonti del divenire.

Evidentemente, l’esercizio del ricordo non consiste in un ordinario esercizio mnemonico. Per noi moderni l'aver smarrito la disciplina del ricordo costituisce la più grave delle perdite, per la quale ora siamo esposti e totalmente indifesi, forse come non mai, alle più estreme manomissioni d’identità (in tal senso il contributo offerto dalle testimonianze raccolte da Lucio Carsi e da tutto il team Grifasi sono esemplari)

Solo la profonda radice memoriale permette il riattualizzarsi della dimensione liturgica, che è connaturata al senso maggiormente autentico dell’essere coscienti, desti in se stessi, come unico requisito per ottenere lo stato di Salvezza (salvezza ontologica).

Il far memoria di sé, pertanto, acquisisce ben altro significato della strumentalizzazione veterotestamentaria, che sottende alla fine della schiavitù terrena del popolo ebraico e nel suo impegno (ferreo vincolo) a ricordare l’atto di JHWH, il quale ponendo fine alla condizione servile cui era costretto il suo popolo, in realtà l’ha aggiogato ad un asservimento infinitamente maggiore.  

La sovrapposizione dei significati instaurata con l’avvento dell’ambiguo JHWH, non dovrebbe ormai interessarci più di tanto, quanto invece, è importante mantenere viva l’attenzione sulla multiformità del pensiero umano, il quale, seppur costretto tra anguste pareti dottrinarie, sa preservare la positiva tensione memoriale connessa ai significati maggiormente elevati della sua identità.

Nel caso specifico del pensiero ebraico, ancora nella seconda metà dell’anno mille, il massimo poeta dell’ebraismo spagnolo Jehudad ha-Lewi rivolgendo la propria lode a Gerusalemme, scrive nei primi versi:

Tu, di splendide visioni, gioia dell’Universo, Grande città regale,                                                                                                                              a te anela l’animo mio, da questa estremità di ponente.               

Mi struggo nel mio intimo, quando ricordo l’Oriente,

la tua gloria esiliata, la tua dimora distrutta..."


L’allusione poetica alla dimora distrutta riguarda il decadimento spirituale, e che l’individuazione dell’animo collocato a “quest’estremità di ponente” (sinonimo di tramonto) specifica la propria visuale crepuscolare.
E' una contemplazione mirata dal margine estremo di un'Età conclusiva, per la quale il ricordo dell’Oriente allegorico è il preciso riferimento dell’Età aurea perduta, (la gloria esiliata) della luce aurorale incorrotta e la cui infinitesimale rifrazione ancora agisce nel cuore dell’uomo, di quanti attraversano i tempi ultimi.

La città è intesa non come un luogo meramente fisico o come la casa di un dio a noi fondamentalmente estraneo, ma, bensì, Gerusalemme (la Gerusalemme celeste) è il paradigma stesso della nostra obliata patria interiore, verso la quale la chiarissima tensione del ricordo si rivela come fondamentale per indirizzare l’aspirazione di salvezza maggiormente recondita.



Siamo i custodi esangui della preziosa perla diafana, opacizzata tanto fino ai limiti del dissolvimento, ma ancora remotamente agente nella nostra interiorità ed è questo e non altri il motivo per cui da sempre l'uomo è l’oggetto di un segreto contendere.

Qui, su questa terra incognita, proprio ora culmina la convergenza di molteplici attenzioni appartenenti a dimensioni differenti.

Per noi rievocare la forza significherebbe recuperare l’ingenuità primitiva senza essere per questo degli sprovveduti. L’ingenuitas è la condizione ideale di chi è nato libero, (ancestralmente libero, dunque, non servo di dei) e che sottende a lealtà e sincerità verso se stessi, pertanto, ingenuitas è pura consapevolezza – tensione splendente – realizzando una condizione tutt’altro che sprovveduta.

Sprovveduta, casomai, è la persona modernamente emancipata, la dove per “emancipazione” si deve intendere totale assenza di filtri cognitivi. Sprovveduto è l’individuo cosiddetto realista, quotidianamente attraversato da molteplici influenze recondite, di cui non s’avvede schermato com’è dalle spesse lenti di un consolidato pragmatismo, che lo rendono incapace di accorgersi di ciò che sta accadendo e meno che mai a poter decifrare i significati sottili connessi ai più importanti cambiamenti sociali, persuaso, mediante l’adozione di continui atti inconsapevoli, ad evocare su di sé la più triste delle sottomissioni.






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